Non siamo innocenti

dicembre 15, 2011

razzismo-fascista

Torino, 11 dicembre – Il campo rom nell’area della Continassa di Torino viene bruciato da alcune persone che partecipavano alla manifestazione di protesta per lo stupro, da parte di due zingari, di una ragazza di 16 anni. Lo stupro si è scoperto poi essere una tragica bugia. Il gip di Torino, Silvia Salvadori, ha convalidato gli arresti di Guido Di Vito, 59 anni, e Luca Oliva, 20 anni, in carcere da sabato scorso con l’accusa di aver partecipato al raid incendiario contro il campo rom abusivo. Sono stati inoltre trasmessi alla procura dei minori gli atti del procedimento contro la sedicenne che, per paura di confessare di aver perso la verginità, aveva raccontato di essere stata violentata mercoledì pomeriggio: gli inquirenti stanno decidendo se procedere o meno con l’accusa di simulazione di reato.

Firenze, 13 dicembre – Gianluca Casseri, cinquantenne di origini pistoiesi, militante di estrema destra e frequentatore di CasaPound, arriva al mercato di piazza Dalmazia impugnando una Smith & Wesson calibro 357 magnum e spara a Samb Modou, 40 anni, senegalese e a Diop Mor, 54 anni, stessa nazionalità, uccidendoli sul colpo. Riparte poi alla caccia di altri immigrati, dirigendosi questa volta al mercato di San Lorenzo, dove comincia a sparare tra la folla. Alla fine i feriti saranno 3: Sougou Mor, 32 anni, colpito al torace, Mbenghe Cheike, 42 anni e Moustapha Dieng, 37 anni, colpito alla colonna vertebrale.

 Non chiamiamoli giorni di ordinaria follia perché qui di folle non c’è niente. C’è il razzismo, c’è la violenza. E non mettiamo le mani avanti dissociandoci da quello che sta succedendo come se non ci appartenesse. Perché è anche colpa nostra, di tutti noi. Non difendiamo le nostre città, il nostro Paese, le nostre famiglie, ma facciamoci un esame di coscienza, se veramente ci importa qualcosa. E parliamo di questo. Affrontiamolo a viso aperto il problema, senza sviare l’attenzione con argomenti da salotto televisivo. A Torino sembra che la tragedia sia la ragazzina imbecille che ha perso la verginità. Se proprio dobbiamo individuare un problema collaterale andiamo a vedere la famiglia di questa giovane imbecille, perché se a 16 anni è così idiota la colpa è sicuramente dei genitori. Non voglio entrare nel merito della religione, della promessa strappata di arrivare vergine al matrimonio, dell’innato senso di colpa su cui si fonda il cattolicesimo e che questi genitori devono avere inevitabilmente fomentato. Quello che mi lascia perplessa e demoralizzata è la totale indifferenza per ciò che è giusto o sbagliato. Invece di sprecare tempo ad insegnare l’importanza di rimanere illibate per non dispiacere a dio, avrebbero potuto insegnarle cos’è l’istigazione alla violenza e quali conseguenze ha… facile dare la colpa a chi non si può difendere, perché considerato, senza appello, fonte principale dei mali della società. E poi ci sono i giustizieri della notte, vigliacchi bastardi, che avrebbero potuto, e probabilmente voluto, fare una strage. Hanno bruciato le case dei rom e tutto quello che avevano. Ma per l’opinione pubblica non è così grave perché non percepisce quel campo come la “casa di qualcuno”, ma come un insieme di baracche. Non può essere tanto grave dare fuoco ad un mucchio di stracci e materassi sgangherati.

 Ci sentiamo tanto diversi da questi pazzi, ma non siamo diversi per niente. Siamo violenti ogni giorno quando al bar o sull’autobus ci escono fuori parole immonde di cui nemmeno ci rendiamo conto. Gli extracomunitari che prima ci rubavano il lavoro, ora, anche se puliscono e guardano gli anziani di cui non ci vogliamo più occupare, ci rubano le case popolari e i contributi di solidarietà. In modo inconcepibile riusciamo a provare invidia e rabbia verso chi sta peggio di noi. Invece di incazzarci con chi ruba, non i 20 euro dal portafoglio, ma i milioni di euro. Con chi si compra le barche e i macchinoni grazie all’evasione fiscale, con chi truffa gli investitori come Don Callisto, con chi non regolarizza i dipendenti per non pagare le tasse e i contributi, con chi non viene mai punito perché magicamente sa sempre il giorno in cui la finanza andrà a fare i controlli, ce la prendiamo con chi ogni giorno cerca di sopravvivere come può. Questa è l’Italia. Quello che percepiamo come problema o disagio sono  principalmente gli stranieri. Non tolleriamo niente di quello che fanno. Ci infastidiscono perché spacciano, perché si ubriacano, perché ascoltano la musica ad alto volume, perché cucinano troppo speziato, perché vivono in troppi in minuscoli appartamenti, perché i loro bambini piangono troppo forte, perché sporcano le strade, perché ci puliscono i vetri delle auto, perché ci chiedono gli spiccioli… Come se niente di tutto questo appartenesse anche agli italiani, ai francesi, ai tedeschi, agli olandesi, agli americani, agli spagnoli… Vediamo quello che fanno alcuni e, per estensione, è colpa di tutti, del loro paese di origine, della loro religione.

Ieri gli ambulanti del mercato di San Lorenzo a Firenze hanno tenuto chiuse le loro bancarelle in segno di lutto per quello che è successo martedì. Voglio credere alle loro buone intenzioni, voglio credere che siano veramente e sinceramente dispiaciuti. Ma qualche anno fa le proteste di chi viveva e lavorava nel quartiere sono state molto pesanti. Ci sono state manifestazioni al grido di “tornatevene a casa vostra”. Io ho fatto molte interviste per il mercatino e alcuni commenti erano veramente imbarazzanti. Si parlava di degrado, di quartiere in mano agli immigrati, a cui, evidentemente, qualche ricco fiorentino aveva affittato negozi e appartamenti. Ma nessuno si poneva il problema che qualche illustre concittadino guadagnasse, e anche tanto, su quegli affitti. Il pensiero comune era che lì non ci dovevano stare e che il comune, in un modo o nell’altro, doveva mandarli via non importava dove e a quali condizioni. La presenza degli stranieri per loro era indice di mancata sicurezza. Bisognava impedirgli di arrivare nel nostro Paese e non avevano nessun pudore a dirlo, persino a me, che avevo un microfono e registravo tutto. Oggi esprimono solidarietà. Magari si sono accorti a cosa può portare quell’odio che anche loro provavano. Magari, feriti e stesi a terra, non hanno potuto non riconoscerli come esseri umani. Magari non sanno perché provano dispiacere, ma si fermano per rispetto e per pensare.

E io spero tanto che la gente pensi in questi giorni. Che pensi che il male non viene da fuori, ma ce lo portiamo noi dentro, con le nostre parole cariche di violenza e di disprezzo verso tutti. Quando diciamo che non ci importa niente dei carcerati ammassati come le bestie dentro le celle, tanto sono assassini, quando vorremmo ammazzare i vicini che fanno casino, quando vorremmo picchiare i tifosi della squadra avversaria o chi non ci dà la precedenza in strada. Quando imprechiamo e mandiamo gli accidenti, quando litighiamo sputando odio e ci giustifichiamo dicendo che non pensavamo quello che c’è uscito dalla bocca. Forse non lo abbiamo elaborato coscientemente e forse il filtro inibitore nel nostro cervello ha aperto il rubinetto, ma quelle cose erano comunque dentro di noi e non dentro qualcun altro. Sono nostre, ci appartengono. Pensiamo all’uso che facciamo delle parole. E se non riusciamo a cambiare il modo di pensare, proviamo intanto ad usare bene le parole. Proviamo a non sottovalutarle. E smettiamola di pensare di risolvere le situazioni allontanandole dai nostri occhi. 5 corpi erano stesi per le strade di Firenze, ora che li abbiamo visti non possiamo continuare a ripeterci che non siamo un Paese razzista. Perché quel fascista sarà stato pure un solitario, ma di sicuro avrà parlato con qualcuno (tanti a CasaPound) che la pensava come lui. E qualcuno magari avrà sorriso delle sue intenzioni, avrà condiviso il suo odio. E penso a quell’ambulante di piazza Dalmazia, con cui Casseri aveva scambiato qualche parola prima di dire “ora a questi ci penso io” e andare a prendere la pistola. La mia sensazione è che l’ambulante abbia intavolato una conversazione di quelle che tutti i giorni si sentono al bar o sugli autobus sugli extracomunitari. Una stupida conversazione razzista, ma di senso comune del tipo “non se ne può più”…. Chi poteva immaginare che portasse a questo?

 C’è dentro di noi e nelle nostre città un razzismo quotidiano, che prende spunto da quei fastidi comuni che facilmente imputiamo agli stranieri, ai diversi. Abbiamo il coraggio di ripeterci che siamo troppo buoni e che gli immigrati se ne approfittano! Ne parliamo come se niente fosse, perché è socialmente accettato generalizzare. Ne parliamo e intanto l’intolleranza e il clima di tensione comincia piano piano a salire. Ne parliamo e qualcuno prova sempre più fastidio per gli atteggiamenti di alcuni stranieri e comincia a parlarne con più enfasi al bar o sull’autobus. Ne parliamo e ci sentiamo dare ragione e raccontare altri episodi “che schifo”. Ne parliamo e qualcuno comincia a pensare che aveva ragione quel politico che voleva sparare ai barconi degli immigrati e quasi quasi alle prossime elezioni lo vota. Ne parliamo e intanto una realtà alternativa si è ormai instaurata: noi e loro, loro tolgono qualcosa a noi. Dalle parole, che si insinuano ogni giorno nella nostra coscienza e nel nostro cervello atrofizzato, la società si sveglia come ci svegliamo noi oggi. Razzisti e violenti.

Siamo ancora convinti di essere innocenti?

“Anche se avete chiuso le vostre porte sul nostro muso

la notte che le pantere ci mordevano il sedere,

lasciandoci in buona fede massacrare sui marciapiedi,

anche se ora ve ne fregate, voi quella notte, voi c’eravate.

Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”.

F. De André

La canzone del maggio