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Quest’anno è diverso. L’attesa è troppo pesante per lasciare spazio all’emozione. C’è un vuoto che rende difficile aspettarsi un campionato di lotte, di sfide, di sorprese. E c’è una paura mai provata veramente, mai sentita se non accompagnata dal brivido del sorpasso perfetto e preciso o azzardato e cattivo, per ogni curva dei primi giri. C’è la voglia di chiudere gli occhi per quei primi minuti, così difficili e pericolosi sui quali si gioca, alla fine, tutta la gara. Perché se non sei apposto con la moto o la tua moto non va come le altre, sono i primi giri quelli decisivi, quelli dove sono tutti vicini, le gomme sono fredde, dove non si deve perdere troppo tempo nei sorpassi, ma ci si deve buttare, per non lasciare scappare gli altri, e provare a fare la differenza con la personalità e la voglia di vincere. Non era così che avrei immaginato che potesse iniziare un nuovo motomondiale. Questo sarebbe stato l’anno del Sic, era così che lo immaginavo. Sarebbe stato il più forte di tutti, avrebbe fatto delle gare spettacolari e delle rimonte da “tutti in piedi sul divano”. Perché sulla carta c’era comunque chi era più forte: c’è Stoner che sembra uno di quei pupazzini a cui dai la carica e che lasci andare, e lui va, fino al traguardo. Niente sorpassi, niente bagarre, pochi decimi di secondo di differenza nei giri, sempre al massimo e sinceramente, per me, una noia mortale. C’è Lorenzo che è furbo, è un calcolatore. Marco è diverso, Marco è come Vale. Per me che non ci capisco quasi niente di meccanica e di cose tecniche, in comune hanno soprattutto il fatto di non voler star dietro e di provarci sempre. È per questo che ho iniziato a seguire il motomondiale. Per i sorpassi e per le staccate di Vale che toglievano il fiato, per il fatto di non accontentarsi mai, fino al gradino più alto del podio. E il Sic era così in gara, si buttava dentro che faceva paura, dietro non ci voleva stare perché se perdi tempo quelli lì non li riprendi più. Dicevano che faceva sorpassi pericolosi. Tutti i sorpassi sono pericolosi i primi anni in MotoGp, specie se una moto ufficiale ancora non ce l’hai. Si prendono più rischi perché non si conosce con precisione il limite. Non è cattiveria, è voglia di vincere, e se non ce l’hai è inutile che tu salga su quella moto. È stato un anno di inferno. I signorini della MotoGp si sono lamentati come mai era successo, anzi si sono coalizzati contro Marco, hanno cercato di isolarlo, di smontare il suo entusiasmo. Con la Ducati fuori dai giochi, avrebbero preferito una pista solo per loro 3 o 4, uno sport elegante, da signori. E invece a noi piaceva il cuore. E Marco ce lo metteva tutto e noi gli volevamo bene per questo. Non so spiegare bene che cos’ha per me il motociclismo in più degli altri sport. Non so perché è nata questa passione, ma sono quasi certa che se non ci fosse stato Vale, mai mi sarei svegliata alle 6:45 la domenica mattina per seguire una gara dall’altra parte del mondo. Mi ha sempre dato l’impressione di essere uno sport più spontaneo, con meno sovrastrutture e con un rapporto molto più diretto con i piloti in gara. Non tutti i piloti, perché gli italiani hanno una marcia in più. Quando Vale spiegava come era andata una gara i problemi che c’erano stati o che avevano risolto, io capivo. Ma soprattutto vedevo l’entusiasmo e la soddisfazione e sentivo di farne parte. Quando, appena sceso da una moto, un pilota dice “che bello, che gara”, sai che è il cuore che parla, non la testa alla classifica o al numero dei podi. È quel singolo momento, è il fatto che ami quello che fai. E Marco era così. Mi faceva tanto ridere perché aveva una sincerità disarmante, era autoironico, non si nascondeva dietro a niente, nemmeno nei momenti difficili. Quando cadeva perché spingeva troppo, ed è caduto tante volte, senza farsi mai un graffio. Si rialzava, andava da Paolo Beltramo e diceva “Dio bò mi dispiace, poteva essere una bella gara”. Con Valentino in difficoltà il tifo a ogni gara è stato tutto per lui. L’unico in grado di farti emozionare davvero, che si buttava in mezzo, cercando di lasciarsi alle spalle tutte le polemiche, l’unico che dopo la gara avrebbe comunicato senza nessun filtro, tutta la sua felicità o la sua delusione. Per questo gli eravamo vicini, perché ci rendeva partecipi, e ci faceva divertire, sempre, in moto o davanti a un microfono. Quest’anno avrebbe vinto lui, ne sono convinta. Aveva il cuore e le capacità per farlo, avrebbe imparato a “stare in piedi”, a calcolare il limite e a misurare i rischi. Sarebbero arrivate le moto mille di cilindrata, e finalmente la sua stazza non sarebbe più stata un problema. Avrebbe messo sotto pressione Stoner e Lorenzo, li avrebbe fatti impazzire, e io sarei impazzita di gioia a vederlo davanti a tutti. E avrebbe vinto anche quella gara, il 23 ottobre. Stava bene, ha fatto subito spettacolo, e poi la curva numero 11.

Avevo acceso il televisore verso le 7 di mattina, perché incredibilmente per le gare di Motegi, Philip Island e Sepang non ho mai imparato il giusto fuso orario e continuo a confondermi. Solo che era veramente troppo presto e mi sono riaddormentanta. Poi arriva la chiamata di mio padre “Stai vedendo? Simoncelli ha fatto un incidente è finito in mezzo alla pista, ha perso il casco”. Il casco? Come si fa a perdere il casco? Ho guardato lo schermo, la pista era vuota. Ma come sta? Sta bene? “Non hanno detto ancora niente”. Sono salita in pigiama in casa dei miei genitori. E lì ho visto le immagini. Mi è uscito un urlo, un po’ soffocato, ancora prima di riuscire a capire la dinamica dell’accaduto. La bagarre con Bautista, l’entusiasmo nella voce di Meda e di Reggiani, la scivolata, il tentativo di tenere su la moto perché, deve avere pensato, “oggi no, non posso cadere”, la moto che torna verso il centro della pista, l’impatto con Edwards e con Valentino. Il corpo di Marco, immobile, sulla pista con quel cesto di capelli inconfondibile e un braccio alzato. Ho pensato tante cose, ma che fosse morto non ci volevo credere. In telecronaca continuano a parlare di Franco Uncini, che dopo un brutto incidente simile a questo si è svegliato dal coma e si è ripreso, io invece penso all’incidente di Tomizawa a Misano. Ma voglio credere al miracolo di Uncini. Che il casco si possa staccare anche per motivi di sicurezza, che non significa niente. Poi le immagini del paddock. Capirossi che va da Vale e lui sembra spiegargli che se l’è ritrovato sotto alle gomme e che era impossibile evitarlo. Guarda lo schermo, ed è come se non riuscisse a sostenere l’immagine dell’impatto, scuote la testa con le labbra tirate, forse perché non vuole piangere. Se Vale fa così, penso, è finita. Non dicono ancora niente, se ci fosse un briciolo di speranza cercherebbero subito di tranquillizzare gli amici e la famiglia a casa, la mamma e la sorella Martina, quella che nel 2009 si mangiava le unghie e le mani mentre seguiva la bellissima sfida al Mugello sotto l’acqua tra Marco e Mattia Pasini. Perché non lo portano via con l’elicottero, che stanno aspettando? L’elicottero arriva e si ferma. E io lo so, so che stanno cercando di stabilizzarlo, che probabilmente è da quasi un’ora che gli stanno facendo il massaggio cardiaco cercando di fargli ripartire il cuore, ma aspetto che le pale di quell’elicottero si rimettano in moto, non può finire così, non Marco, lui si rialza sempre, lui non si rompe mai. “Non riescono a rianimarlo, vero?” Lo chiedo a mio padre perché lui segue le gare da tanto più di me, lui di incidenti ne ha visti. Siamo attaccati al televisore vediamo il papà Paolo, Pernat, i ragazzi del team, Paolo Beltramo che abbraccia Kate e che vuole stare davanti alla clinica mobile ma cercano di allontanarlo. Lui in questo momento non è lì come giornalista, lui è amico di Marco. Dicono che Marco ha un segno sul collo, gli sono passati sopra nell’unico punto del corpo che non può essere protetto. È passato troppo tempo, ormai la speranza ha mollato la presa, sappiamo tutti quello che stanno per dirci. Ancora Paolo Beltramo, che qualche secondo prima dell’annuncio ufficiale dice “Non so come dirlo, per me Marco è come un fratello, un nipote. È finita, Marco non c’è più”. Ricordo di aver preso a calci il divano e ho pianto, ho pianto tanto.

Non doveva andare così. Non dovrebbe succedere mai una cosa del genere, ma perdere il Sic… è difficile da spiegare. Ho ripensato tanto a quel giorno, forse perché volevo arrogarmi il diritto di soffrire. Si sa che è uno sport pericoloso, però è difficile razionalizzare e pensare che quel pericolo può portare alla morte dei piloti che segui e a cui ti sei affezionato. Il pericolo più grande che riuscivo a concepire era la rottura di una clavicola, o di tibia e perone. Non ho mai pensato, prima di una gara “ecco, oggi può morire qualcuno” e ora riuscirò a non pensarlo? Riuscirò a guardare le gare aspettando quei sorpassi che ti fanno trattenere il fiato? Io non sono una sportiva, è difficile per me accettare che “sono cose che capitano”, il mio tifo è per gran parte umano. Un’altra cosa a cui non penso mai è che la gran parte dei piloti ha poco più di 20 anni. Vederli là sopra li fa sembrare dei giganti, uomini maturi con esperienza e professionalità. Al funerale del Sic mi sono sembrati tutti dei bambini, impauriti e vulnerabili. Lorenzo e Dovizioso soprattutto. Il Dovi di scaramucce con Marco ne aveva avute tante, eppure lì davanti al papà di Marco mi sembrava così piccolo e così commosso. Paolo gli ha scompigliato i capelli, con un gesto d’affetto. Mi ha fatto un’immensa tenerezza.

Stasera alle 21 il si ricomincia dal Qatar, una pista che non mi piace particolarmente perché poco “guidata” e troppo vip. La Ducati di Valentino sta facendo ancora troppa fatica, ma la gara è un’altra cosa rispetto ai test o alle prove e io di Vale mi fido perché rivoglio le mie emozioni. Sembra impossibile che Marco non sia lì. Ieri la scivolata di Ben Spies durante le prove ufficiali ha fatto sobbalzare tutti. La moto che va via di lato e il braccio che rimane attaccato nel tentativo di tenerla su. Sia qui a casa mia che in televisione tutti hanno gridato “lasciala!”. Non era la gara, non c’era nessuno dietro… se Marco avesse lasciato quella moto…