Tom Hurndall

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi
Bertolt Brecht

Tom aveva 21 anni quando è stato colpito alla testa dalle Forze di Difesa Israeliane l’11 aprile 2003, mentre cercava di portare in salvo tre bambini dalle pallottole israeliane che volavano sopra le loro teste.

Tom era un fotografo inglese, un giornalista, uno studente. Un ragazzo. Voleva vedere con i suoi occhi quello che succedeva nelle zone di guerra. Voleva stabilire un contatto con ciò che provava la gente in situazioni così drammatiche. Voleva capire.

Abbiamo guardato avidamente Bush che alle 3 di mattina della notte scorsa dava il suo ultimatum a Bagdad. Era uno di quei momenti che tracciano una linea di demarcazione, che io non dimenticherò mai. E mi domandavo, immaginando di essere nella parte del mondo che stava per subire quella feroce potenza, che questi diceva sarebbe giunta sulla regione. Mi sembrava di poter sentire tutte insieme le grida dei feriti e dei morenti: risultato di quelle pacate e serene parole che questi aveva pronunciato con tale ponderata determinazione. Sebbene sapessi che era tutto nella mia mente, sembrava così vero, e per un attimo ogni argomentazione e giustificazione hanno abbandonato i miei pensieri. Nella mia mente c’era quiete, e tutto ciò che potevo sentire era il pianto di migliaia di persone. Ho dovuto trattenere le lacrime.
Thomas Hurndall

Nel febbraio del 2003 Tom prende parte alla protesta Stop the War e in seguito si unisce agli Scudi Umani a Bagdad. Lavora nel campo profughi di Al Rweished, in Giordania, trasportando attrezzature mediche, e infine si reca nei territori occupati della Striscia di Gaza.
Tom non voleva apprendere le cose dalla tv o dai giornali, non abbracciava una fede o un’ideologia politica che gli indicassero come pensare e come interpretare i fatti. Voleva usare la sua perspicacia e il suo senso critico. Voleva vedere.

Nessuno può dire che non sto vedendo ciò che adesso era necessario vedere 
Thomas Hurndall

Tom, o come lo chiamavano i suoi compagni Tab, arriva a Gaza il 6 Aprile del 2003, poche settimane dopo la morte di Rachel Corrie. Il suo istinto, fin da subito, è quello di andare dove c’è più bisogno, di documentare le zone più pericolose dove l’esercito israeliano spara in continuazione sui civili. Non vuole fare il martire, né tantomeno l’eroe, vuole guardare in faccia la realtà nella sua espressione più cruda e ingiustificabile. Non cerca i “casi umani”, non cerca di far leva sull’emotività, vuole la verità. Tom però ha una sensibilità particolare, nonostante il suo distacco “professionale” di testimone di una vicenda storica e terribile, sente e vede tutto. Percepisce ogni sfumatura, con uno sguardo capisce tutto. Tom ha bisogno di vedere, pensa che il senso della sua vita sia questo. Essere il testimone di coloro che non hanno voce, di cui non si parla mai, perché le vittime civili delle guerre non prendono le prime pagine dei giornali, non hanno nomi e non hanno volti. Quando va bene, sono dei numeri. Ha 21 anni. Mi mette i brividi pensare che un ragazzo così giovane abbia una consapevolezza di se stesso e un senso di giustizia così completo e maturo.

L’11 aprile Tom sta camminando per Rafah con alcuni attivisti dell’ISM che cercano di fermare i soliti bulldozer che distruggono le case dei civili palestinesi. Indossa il giubbotto arancione fosforescente da attivista, riconosciuto a livello internazionale. C’è confusione, le persone gridano, si accalcano, corrono per le strade. Ci sono i carri armati e i cecchini appostati sulle torri che seguono la situazione. Ad un certo punto cominciano a sparare raffiche di proiettili. Tutti scappano. Cercano di mettersi in salvo e di rifugiarsi in ripari lontano dai colpi. Mentre scappa, Tom vede un gruppo di bambini, tra i 4 e i 7 anni, allo scoperto, su un cumulo di macerie, nella traiettoria degli spari. Sono terrorizzati, paralizzati dalla paura, non riescono a muoversi e a seguire gli altri.
Tom torna indietro.
Attraversa la strada sotto gli spari.
Prende in braccio il bambino più piccolo e lo porta in salvo.
Rimangono due bambine.
Tom torna di nuovo indietro.
Non riesce a raggiungere le bambine. Gli sparano dritto in testa.

Tom se ne va quel giorno. La sua vita, che aveva un senso così importante, si interrompe quel giorno. Con il sangue che esce dalla testa, da quel foro di proiettile preciso e micidiale, con i suoi compagni che ancora una volta assistono al massacro di uno di loro.
Perché il corpo di Tom si decida a lasciarlo andare, però, passeranno 9 mesi. 9 mesi di coma, in stato vegetativo. 9 mesi di sofferenza e di impotenza.
Il cuore di Tom smette di battere il 13 gennaio del 2004. Aveva compiuto 22 anni, senza nemmeno saperlo.

Il soldato che ha ucciso Tom Hurndall si chiama Taysir Hayb, è stato condannato dal tribunale militare israeliano a 8 anni di reclusione per omicidio colposo, poi ridotti a 6 anni e mezzo. Hayb è un arabo di origine beduina, ma non credo che sia questo il motivo per cui Israele ha deciso di farne un capro espiatorio.
In effetti risulta molto strano credere alla buona fede di Israele quando nei 3 anni di Intifada sono stati rinviati a giudizio 10 militari israeliani per l’uccisione di civili e nessuno è mai stato condannato. Inoltre, come è stato dichiarato durante il processo di Rachel Corrie, l’esercito è assolto da ogni atto d’accusa perché l’evento si è verificato in tempo di guerra. Perché dunque in questo caso le autorità militari israeliane hanno accelerato le indagini e puntato prontamente il dito nei confronti di Hayb? Il fatto è che Tom era inglese, non americano, e la Gran Bretagna non ha la sudditanza degli Stati Uniti nei confronti di Israele.

La famiglia di Tom ha richiesto subito indagini per appurare la verità e ha fatto effettuare a sue spese una perizia balistica, in tutto ciò è sempre stata sostenuta dal ministro degli esteri inglese Jack Straw.
Hayb è un tiratore scelto e il suo fucile era dotato di mirino telescopico, impossibile che non avesse sparato con la piena consapevolezza della sua azione. In un primo momento sostiene di aver sparato contro un uomo armato. Tom aveva il giubbotto arancione fosforescente e nessuna arma, naturalmente. Stava portando in salvo dei bambini, cristo santo, come si fa a sparare a un ragazzo che sta compiendo il gesto più umano e compassionevole del mondo!
In seguito ammette di aver puntato il fucile vicino alla testa di Tom, scambiato per un palestinese, a scopo deterrente. Inoltre ha ammesso che in quel periodo era prassi comune sparare contro persone disarmate.
La corte di giustizia inglese ha stabilito che Tom è stato ucciso illegalmente, cosa che per Rachel non è mai successa.

Tutte le morti possono essere vissute come ingiuste. Tutte le morti provocano dolore, in qualche modo, per alcuni. Ma ci sono persone che non dovrebbero morire, non in questo modo. Perché senza di loro il mondo è un luogo più brutto e senza speranza.
Ci sono delle vite che servono a tutti noi, che lo sappiamo o no, che hanno un significato universale. E queste vite andrebbero protette, non spezzate. Per la salvezza di tutti e di questo schifo di mondo. Perché abbiamo bisogno di sapere che ci sono persone come Tom, come Rachel, come Vittorio Arrigoni. La loro vita valeva più della nostra e noi non li abbiamo protetti, non li abbiamo difesi.
Non erano lì perché ce li avevano mandati i loro paesi, non difendevano un territorio in nome di un’entità superiore. Erano lì per difendere degli esseri umani. È come se avessero difeso tutti noi.
Queste persone ora non ci sono più, non torneranno più, e non ne nascono tante di persone così.
Saranno sempre meno quelli che prenderanno il loro posto. Sempre meno persone saranno disposte a rischiare così tanto solo per un innato senso di giustizia sociale e di umanità. E solo finché ci saranno persone così possiamo sperare di salvarci, come esseri umani. E possiamo sperare di meritarci di essere salvati. Stiamo lasciando morire, nell’indifferenza generale, quelle uniche vite che ci rendono degni di chiamarci esseri umani.

Giada

Rachel Corrie

Rachel Corrie,

volevo parlare di lei. Di questa ragazza di 24 anni, americana, attivista dellInternational Solidarity Movement, uccisa il 16 marzo del 2003 da un Caterpillar israeliano, a Rafah, nella striscia di Gaza, mentre cercava di impedire la demolizione di alcune case di civili palestinesi.
Volevo tralasciare il punto di vista prettamente politico ma il post sembra volersi scrivere da solo.

Di cose ne sono successe tante in Palestina dal 1946 a oggi. Devo scegliere cosa raccontare e come raccontare Rachel. E allora ripercorro tutto il filo di pensieri che in questi giorni hanno mosso le mie ricerche, partendo dalla più facile e banale indignazione per l’omicidio di una ragazza appartenente a un’organizzazione assolutamente pacifica, armata solo di megafono e giubbottino arancione fosforescente, da parte di un esercito armato di tutto punto.

Guardo le foto, prima, durante e dopo la sua morte e mi chiedo: come si fa a mettersi davanti a un bulldozer corazzato israeliano, mentre procede per buttare giù una casa? Come fa una ragazza americana a trovarsi lì?

Vivere in Occidente è molto comodo. Puoi scegliere cosa ti sembra giusto o sbagliato, puoi scegliere su cosa informarti, cosa conoscere e approfondire, per cosa lottare. Puoi scegliere quale verità scoprire. E Rachel aveva scelto. Aveva scoperto la verità su quello che succedeva e succede in Palestina. Si è opposta. E ha lottato. Con tutta la sua ingenuità e indignazione, con il suo senso di giustizia e di valore umano.

Ciao amici e famiglia e tutti gli altri,
sono in Palestina da due settimane e un’ora e non ho ancora parole per descrivere ciò che vedo. È difficilissimo per me pensare a cosa sta succedendo qui quando mi siedo per scrivere alle persone care negli Stati Uniti. È come aprire una porta virtuale verso il lusso. Non so se molti bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei proiettili dei carri armati sui muri delle case e le torri di un esercito che occupa la città che li sorveglia costantemente da vicino. Penso, sebbene non ne sia del tutto sicura, che anche il più piccolo di questi bambini capisca che la vita non è così in ogni angolo del mondo. Un bambino di otto anni è stato colpito e ucciso da un carro armato israeliano due giorni prima che arrivassi qui e molti bambini mi sussurrano il suo nome – Alì – o indicano i manifesti che lo ritraggono sui muri. […]
Tuttavia, nessuna lettura, conferenza, documentario o passaparola avrebbe potuto prepararmi alla realtà della situazione che ho trovato qui. Non si può immaginare a meno di vederlo, e anche allora si è sempre più consapevoli che l’esperienza stessa non corrisponde affatto alla realtà: pensate alle difficoltà che dovrebbe affrontare l’esercito israeliano se sparasse a un cittadino statunitense disarmato, o al fatto che io ho il denaro per acquistare l’acqua mentre l’esercito distrugge i pozzi e naturalmente al fatto che io posso scegliere di andarmene.
Rachel, 7 febbraio 2003

Partiamo dall’inizio.
Rachel arriva nella striscia di Gaza il 18 gennaio del 2003, nel bel mezzo della Seconda Intifada, iniziata nel 2000. Non è una sprovveduta, è stata addestrata sulle tecniche di resistenza non violenta e, con gli altri attivisti dell’ISM, sanno come muoversi. Però c’è una guerra in corso, anzi un assedio, o come Rachel stessa lo definisce “un genocidio”. Tanto per farci un’idea Israele ha uno degli eserciti più forniti e all’avanguardia del mondo. I Palestinesi hanno razzi e sassi. Alla fine della Seconda Intifada, nel 2008 i morti israeliani saranno 1084, quelli palestinesi tra i 4000 e i 5000.

L’esercito israeliano utilizza la pratica della distruzione delle case dei Palestinesi tramite Caterpillar americani, appositamente modificati, come più volte hanno denunciato le organizzazioni umanitarie. La giustificazione che danno è che si tratta di case di terroristi e che hanno bisogno di lasciare libera l’area di confine, la cosiddetta buffer zone. In realtà si tratta chiaramente di ritorsioni, di punizioni collettive, di atti intimidatori e dimostrazioni di forza nei confronti di tutta la popolazione civile. Questa pratica è stata più volte condannata a livello internazionale perché la distruzione della proprietà civile è vietata e considerata crimine di guerra ai sensi dell’articolo 53 e 147 della IV Convenzione di Ginevra. A Israele non importa, ha violato 73 risoluzioni dell’ONU, senza nessun tipo di conseguenza. Di fatto gode di un’assoluta impunità riguardo ad azioni, violazioni e crimini commessi dal suo esercito. Ma c’è di più. Israele non riconosce i Palestinesi come esseri umani. Non vede uomini, donne e bambini, tanti bambini. Vede terroristi, complici di terroristi e futuri terroristi, tanti futuri terroristi. Vanno annientati, eliminati, rinchiusi perché non costituiscano un pericolo alla loro sicurezza.

L’esercito israeliano non distrugge solo le case. Come molte volte è successo nella storia, il più forte afferma il suo potere sugli altri non solo con l’occupazione e la sottomissione, ma privando il “nemico” della dignità di essere umano.
Questo aspetto mi spaventa molto, anche se so che è riduttivo sottolineare questo rispetto alla drammaticità della situazione generale. Mi spaventa quando si parla delle vittime come “danni collaterali”. Significa che quelle particolari vite umane non sono abbastanza importanti da essere tutelate, non valgono abbastanza. Significa che per quelle persone non è garantito il diritto alla vita, perché c’è qualcun altro che decide se sono sacrificabili, per interessi più alti, per la sicurezza di un unico paese. E la cosa più terribile è che la possibilità della loro morte viene ponderata, decisa, pianificata, tramite un lucido ragionamento, da una logica costi/benefici. La vita di una persona che nasce in Palestina non ha lo stesso valore di quella di una persona che nasce in Israele. Anzi, secondo i dati sui decessi durante la Seconda Intifada, per ogni israeliano ucciso, si ammazzano quasi 5 palestinesi.
I palestinesi devono sapere che se provano ad alzare la testa verranno schiacciati. Come è stata schiacciata Rachel.

L’esercito distrugge i campi coltivati, le piantagioni e i pozzi dell’acqua. I palestinesi non devono avere mezzi di sussistenza, per loro deve essere difficile anche sopravvivere, così non avranno più le forze per opporsi.

Ho proprio paura per la gente qui. Ieri ho visto un padre che portava fuori i suoi bambini piccoli, tenendoli per mano, alla vista dei carri armati e di una torre di cecchini e di bulldozer e di jeep, perché pensava che stessero per fargli saltare in aria la casa. In realtà, l’esercito israeliano in quel momento faceva detonare un esplosivo nel terreno vicino, un esplosivo piantato, a quanto pare, dalla resistenza palestinese. L’esplosivo si trovava nella stessa zona in cui circa 150 uomini sono stati rastrellati la scorsa domenica e confinati fuori dall’insediamento mentre si sparava sopra le loro teste e attorno a loro, e mentre i carri armati e i bulldozer distruggevano 25 serre, che davano da vivere a 300 persone. L’esplosivo era proprio davanti alle serre, proprio nel punto in cui i carri armati sarebbero entrati, se fossero tornati. Mi spaventava pensare che per quest’uomo, era meno rischioso camminare in piena vista dei carri armati che restare in casa. Avevo proprio paura che li avrebbero fucilati tutti, e ho cercato di mettermi in mezzo, tra loro e il carro armato. Questo succede tutti i giorni […]
Rachel, 27 febbraio 2003

Il 16 marzo del 2003, intorno alle 14,45, l’esercito israeliano sta tentando di distruggere con due bulldozer le case di alcuni civili a Rafah, nel distretto Hyy Es Salam. Una di queste non è una casa come tutte le altre, è la casa di un medico palestinese che, insieme alla sua famiglia, sta ospitando Rachel e i suoi compagni. Non ci sono armi in casa e non si tratta di terroristi. Semplicemente la casa si trova nella buffer zone a 100 metri dal confine con l’Egitto, dove è stato deciso che deve sorgere il nuovo muro di separazione tra i due stati e quindi va buttata giù. Le autorità israeliane, più tardi, negheranno questa circostanza, affermando che i 2 Caterpillar D9R, detti Teddy bear, si trovavano lì per eliminare la sterpaglia della zona.
Rachel e altri sei compagni cercano di impedire la demolizione per due ore e mezzo, mettendosi davanti alle traiettorie dei bulldozer e gridando con il megafono. Gridano il loro nome, la loro età, da dove vengono. Gridano che quello che stanno facendo è illegittimo. Gridano i nomi di uomini, donne e bambini che vivono in quelle case.  C’è anche un carro armato nelle vicinanze che tiene d’occhio la scena. I bulldozer non si fermano, sono i ragazzi che devono scappare all’ultimo istante per non essere travolti. Vengono sparati anche dei gas lacrimogeni per disperderli, ma loro sono determinati a impedire questo ennesimo, inutile atto di violenza. Un bulldozer inizia a distruggere una casa vuota e alcuni dimostranti corrono dentro per impedirgli di proseguire. L’altro si dirige verso la casa del dottor Samir e Rachel decide di fermarlo. Una delle tecniche di boicottaggio usate dall’ISM consiste nel salire sui cumuli di terra creati dai bulldozer, in modo da posizionarsi oltre il livello della lama e farsi vedere chiaramente dal manovratore. Rachel decide così di guardare in faccia chi l’avrebbe uccisa. È una ragazza, bianca, americana, Rachel è convinta che si fermerà, perché “l’esercito israeliano avrebbe dei fastidi se uccidesse cittadini americani disarmati”. Indossa il giubbetto arancione fosforescente, il manovratore l’ha vista, ma anche se non l’avesse vista (circostanza smentita da tutti i testimoni) sa che lì ci sono sette ragazzi che da più di due ore gli stanno gridando di fermarsi. E lo sanno anche i soldati nel carro armato. L’operatore della macchina sa che ogni centimetro che percorre, potrebbe uccidere qualcuno. Forse l’operatore non è tanto diverso dalla macchina che manovra, perché pur guardando in faccia Rachel non si ferma. Lei è sicura, risoluta, si mette in ginocchio come a dimostrare che non ha intenzione di muoversi di lì.
Lui non si ferma e continua a spingere, iniziando a coprirla di terra.
Rachel si spaventa.
Perde l’equilibrio.
Cade.
Tutti i ragazzi corrono verso di lui gridandogli di fermarsi.
Lui non si ferma.
La colpisce con la lama.
Non si ferma.
Le passa sopra, la travolge.
Si ferma per qualche istante.
Fa marcia indietro.
E le passa sopra una seconda volta.
I suoi amici la raggiungono, capiscono subito che la situazione è disperata. Cercano di non farle perdere conoscenza, le chiedono come si chiama, ma dopo pochi secondi Rachel non risponde più.
Morirà 20 minuti più tardi, intorno alle 17,00, sull’ambulanza che corre verso l’ospedale.

Inutile dire come è andato il processo che i genitori di Rachel hanno intentato nei confronti di Tel Aviv. Secondo il giudice Oded Gershon lo Stato non è responsabile per “nessun danno causato” perché si è trattato solo di “uno spiacevole incidente”. Il manovratore del bulldozer non l’aveva vista e Rachel è la sola responsabile della sua morte perché si trovava in una zona dove c’era “attività di combattimento” e “non ha lasciato l’area come qualunque persona di buonsenso avrebbe fatto”. Secondo la legge israeliana l’esercito è assolto da ogni atto d’accusa perché l’evento si è verificato “in tempo di guerra”.
Capisco i genitori di Rachel. Capisco la loro buona fede nell’intentare questo processo dall’esito già scritto. Essere americani, come pensava Rachel, può essere un vantaggio nell’avere giustizia o quantomeno nel puntare i riflettori su quello che succede in Palestina.
Però mi irrita quella falsa indignazione che leggo nei giornali che la ricordano. Indignarsi perché lo Stato israeliano si è auto-assolto, significa non aver capito quello che succedeva e succede ancora in quella zona. Significa aver fiducia nel senso di giustizia di un paese che tutti i giorni pratica atti di violenza su un popolo, ormai totalmente confinato dentro ghetti.

Bisogna che finisca. Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca. Non penso più che sia una cosa da estremisti. Voglio davvero andare a ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare fumetti per quelli che lavorano con me. Ma voglio anche che questo finisca. Quello che provo è incredulità mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi rendo conto che questa è la realtà di base del nostro mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi. Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in cui tu e papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso di farmi nascere. Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo, “questo è il vasto mondo e sto arrivando!” Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio.
Rachel, 27 febbraio 2003

Ciò che toglie ogni speranza è che nessuno mai alzerà la voce nei confronti di Israele in difesa dei palestinesi. Per questo compiono gesti disperati e si fanno saltare in aria. Israele non ha capito che togliendogli tutto, non hanno più niente da perdere.

In passato ho scritto tanto sulla delusione di scoprire, in qualche misura direttamente, di quanta malignità siamo ancora capaci. Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che sto anche scoprendo una forza straordinaria e una straordinaria capacità elementare dell’essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili – anche di questo non avevo mai fatto esperienza in modo così forte. Credo che la parola giusta sia dignità.
Rachel, 28 febbraio 2003

Nel marzo del 2013 il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si trovava in visita all’Università di Gerusalemme. Uno studente di 22 anni di origine palestinese, Rabie Aid, ha preso la parola chiedendo al capo della Casa Bianca “Conosci Rachel Corrie? L’americana uccisa con le armi regalate da Washington a Israele?”.
Obama non ha risposto.
Rabie è stato subito trascinato via dagli agenti della polizia israeliana.
“Sei venuto qui per la pace o per dare più armi a Israele?”, ha fatto in tempo a dire prima di essere arrestato.