L’arte di dare consigli

agosto 17, 2014

Siamo tutti bravi a farci un’idea di cosa è giusto o sbagliato… quando si tratta degli altri! La nostra vita è un casino, la nostra famiglia è squilibrata, la nostra casa un delirio, ma sappiamo perfettamente che tipo di fidanzata/o va bene per i nostri amici/he, dove sbagliano i loro genitori e di che colore devono comprare le tende perché si abbinino con il divano.
Ci sono consigli che possono essere più o meno innocui, tipo, “quei pantaloni ti ingrassano”, “quel colore ti sbatte”, “quella minigonna di pelle è da mignotta”, e altri sui quali si dovrebbe andare con i piedi di piombo tipo, “manda in culo il tuo capo”, “lascia il tuo fidanzato”, “molla tutto e apri un chiosco in spiaggia a Fuerteventura”.

Quando ci troviamo davanti a un amico in crisi ci sono alcune cose che dobbiamo tenere presenti prima di aprire bocca ed elargire perle di saggezza.

 

#1 Chi è il nostro amico?

Si tratta di una persona razionale o emotiva? è un tipo disinvolto e risoluto o è un insicuro?
A seconda di come rispondiamo a questa domanda possiamo mettere a punto la nostra strategia retorica. In nessun caso i consigli e il modo di esporli possono essere gli stessi per tipi umani antitetici.
Se il nostro amico è razionale e risoluto possiamo evitare di concentrarci troppo sull’aspetto formale del nostro ragionamento. La persona razionale generalmente coglie il concetto e non si lascia spaventare eccessivamente dalle parole. Capisce il punto della questione e probabilmente ha già un’idea di cosa fare, gli serve solo qualcuno che appoggi quello che già, in fondo, ha scelto.
Per la persona emotiva e tendenzialmente insicura vale l’esatto opposto. Tenderà a presentare qualunque problema nel modo più drammatico possibile, userà termini apocalittici, darà l’impressione di aver perso la voglia di vivere. In questi casi MAI assecondare un emotivo perché si tratta di una trappola: l’emotivo cerca di estorcervi il giudizio più infimo sulla sua persona. Cercherà dunque di analizzare ogni parola del vostro discorso e la userà impietosamente contro di voi.
Mai dire a un emotivo “fai quello che senti” perché equivale a dire “imbottisciti di tritolo e fatti saltare in aria nel tram”. La strategia migliore è riportare l’emotivo alla realtà, sdrammatizzare. Non prenderlo assolutamente sul serio quando dipinge come il male assoluto chiunque lo circondi, quando cerca di impietosirvi facendo la vittima e quando descrive la sua vita come un inferno. Tendenzialmente il consiglio giusto è l’esatto opposto di quello che l’emotivo crede di avere in mente. Questo non significa che dobbiate sminuire i suoi problemi. Anche se il continuo bisogno di rassicurazione vi snerva, il momento di difficoltà non è di certo piacevole nemmeno per lui. Per quanto vi sembri stupido un problema non avete il diritto di far sentire stupido il vostro amico.

 

#2 Chi sono io per pensare “poverino”?

Detto in altri termini: il bue che dà del cornuto all’asino. Prima di dare qualunque consiglio cercate di essere per lo meno sicuri che nella situazione del vostro amico anche voi fareste quello che consigliate. Se non sapete quello che fareste nei suoi panni, ammettete pure di non sapere. In nessun caso è accettabile provare pietà e compassione per un amico e pensare “poverino”. Voi ne avete passate di peggio, avete fatto più schifezze di lui (magari di tipo diverso, ma sempre non elogiabili), siete scesi, almeno qualche volta, a compromessi peggiori… insomma non siete dei santi dalla vita perfetta e irreprensibile. Se scavate dentro di voi trovate sicuramente più di una cosa di cui vergognarvi, quindi non salite su un piedistallo solo perché qualcuno vi chiede un’opinione.

 

#3 Niente moralismi

Se dovete snocciolare il decalogo di quello che si fa o non si fa, di quello che sta bene o male, che è morale o immorale è meglio che teniate la bocca chiusa. Ogni consiglio deve essere il risultato di un ragionamento logico, non di precetti morali calati dall’alto, di cui non si sa dare la minima spiegazione.
Condoglianze al malcapitato che vi ha scelto come amico.

 

#4 Niente illusioni

Parliamoci chiaro: la vita di nessuno è tutta rose e fiori, quindi garantire un futuro di pace e serenità è alquanto scorretto. Se la persona che avete davanti non si è mai trovata in situazioni di sofferenza o difficoltà la cosa più onesta da fare è farle presente che tutto si supera e non che una determinata scelta o azione sia la migliore per una vita felice. La vita è bella, ma non è per niente facile.

 

#5 Essere sinceri non vuol dire essere crudeli

Qui vale il #1. Tenete sempre presente chi avete davanti e il grado di difficoltà in cui si trova. Se un’amica vi esprime un dubbio sulla fedeltà del fidanzato evitate di sbattergli in faccia che secondo voi si fa tutte quelle che incontra. Ci vuole un minimo di tatto e di intelligenza. Se una persona è vulnerabile potreste farle più male voi con i vostri consigli pieni di biasimo, che il problema in sé. Questo non significa non essere sinceri, ma mettere al centro della vostra attenzione l’altro e non l’idea che avete di cosa è giusto o sbagliato. Per dire quello che pensiamo bisogna trovare il modo giusto. Se l’altra persona sembra non voler capire quello che dite, probabilmente è perché non è in grado di accettarlo, quindi non insistete. Non tirate fuori il discorsetto patetico “ti dico questo perché ti voglio bene” ed evitate accuratamente di spazientirvi se l’altro non vi crede. Qui non è in gioco il vostro orgoglio e la vostra parola ferita. C’è un tempo e un modo per tutto.

 

#6 Tutto è relativo

Voi non siete il vostro amico. Quello che è giusto per voi non significa che lo sia anche per lui. Non cercate di infondere sull’altro il vostro sistema di valori. Confrontatevi, cercate di capire quello che pensa e che vuole.

 

#7 Niente giudizi

Se volete allontanare una persona il più velocemente possibile, nel momento di difficoltà ricordatele tutto quello che secondo voi ha sbagliato. A nessuno piace essere giudicato, soprattutto quando cerca comprensione. Ogni intervento che, per forza di cose, richiede un giudizio, deve essere sempre accompagnato da un buono e giusto “secondo me”. Perché in fondo, della vita, ne sapete quanto lui. Quindi siate umili, non siete i detentori della verità.

 

#8 Verità

Toglietevi dalla testa che state dicendo la Verità. Un fatto può essere vero, un ragionamento può essere vero in logica o in matematica, ma non se si parla della vita. Generalmente quando si è convinti di dire la Verità si esprimono giudizi. Voi non sapete cosa è vero e cosa no. Vi state semplicemente facendo un’idea sulla base di quello che vi dice l’altro.

 

#9 Empatia

Molto spesso il ruolo dell’amico non è quello di dare consigli, ma di stare semplicemente vicino all’altro, dimostrare comprensione, non farlo sentire solo. Tenete presente quello di cui avete bisogno voi quando state male perché attraversate un periodo difficile. Non dovete immedesimarvi nell’altro, perché la sofferenza merita sempre rispetto e non invadenza. Mantenete la giusta distanza: il vostro tempo e la vostra attenzione devono essere focalizzati sull’altro e non su voi stessi.

 

#10 Tutti hanno il diritto di sbagliare.

Bandite frasi del tipo “te lo dico per il tuo bene”, “un giorno te ne pentirai”, “che vita pensi che farai se continui così” e la peggiore di tutti “te l’avevo detto”. Tutti hanno il sacrosanto diritto di sbattere la testa da qualche parte, solo così si impara quando e dove fermarsi per non farsi troppo male. Il senso del limite non è lo stesso per tutti, si impara solo con l’esperienza. E se uno sbaglia, prende una cantonata, pace! Non succede niente, la vita va avanti anche se si deve fare qualche passo indietro e ricominciare. Sono poche le situazioni davvero irreparabili, per fortuna.

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neuroni specchio

L’anno scorso, in un post ispirato ad un articolo di Stephen Downes, ho messo in relazione la rete di connessioni creata dalle nuove tecnologie, con una pratica, su più larga scala, dell’empatia. Ho sempre creduto che l’empatia fosse uno strumento fondamentale dell’essere umano, sia per vivere con gli altri che per compiere scelte che non ledano il diritto alla vita di nessuno. Qualche mese fa ho scoperto, grazie ad un documentario di Current tv (che purtroppo sembra essersi volatilizzato dalla rete), che l’empatia non è una disposizione dell’animo umano, ma della natura umana, che trova il suo fondamento biologico nei neuroni specchio. Questo gruppo di neuroni sono diventati famosi tra noi comuni mortali soprattutto perché “rischiano” di far vincere il Nobel a Giacomo Rizzolatti, coordinatore di un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma… una gran bella soddisfazione! La scoperta, inoltre è accompagnata da un divertente aneddoto, in quanto avvenuta per serendipity, per caso, come in passato è successo per i riflessi condizionati di Pavlov, per la colla dei Post-it e per il Viagra. Un gruppo di neuroscienziati aveva collegato un’unità di risonanza magnetica su un macaco che mangiava delle noccioline. Erano già giunti ad una scoperta interessante e cioè che quelli che credevano essere dei moto-neuroni non si attivavano in relazione ad un dato movimento (chiudere la mano piegare il braccio ecc…), ma in relazione allo scopo (come afferrare un oggetto), quando un uomo entra nel laboratorio e mangia una nocciolina del macaco, che lo osserva, probabilmente anche un po’ irritato. I ricercatori che guardano lo scanner della risonanza notano così che gli stessi neuroni che si attivavano quando la scimmia mangiava le noccioline, si attivano anche adesso che la scimmia osserva la stessa azione compiuta dall’essere umano.

Vilayanur S. Ramachandran, neurologo indiano, esperto di neuroscienza del comportamento e di psicofisica, ha affermato che i neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il dna è stato per la biologia ed io sono estremamente affascinata dalle implicazioni che questa scoperta porta con sé. Perché è evidente che quando osserviamo un’emozione particolarmente intensa in qualcuno, ne veniamo coinvolti. Una sera stavo guardando una bellissima intervista a Miloud Oukili, che ha dedicato la sua vita al recupero dei bambini e dei ragazzi che vivono nei sotterranei di Bucarest, attraverso la fondazione PARADA, che organizza spettacoli per le strade e le piazze delle città. Miloud, persona straordinaria, di un’umiltà disarmante, di fronte al racconto dell’intervistatrice, Camila Raznovich, continuava a ripetere che lui non aveva fatto niente di eccezionale, ma che era solo un clown. Camila, visibilmente commossa, con la voce rotta dall’emozione dice «ma tu hai fatto uscire questi bambini dalle fogne e hai dato loro un futuro». In quel preciso momento anche i miei occhi si sono riempiti di lacrime e, guardando la mia coinquilina che sedeva accanto a me, mi sono accorta che anche a lei, in quello stesso istante, erano venute le lacrime agli occhi. In realtà ci sarebbero altri milioni di esempi (quando ci commuoviamo per un film, ci impressioniamo per atti di violenza o ci arrabbiamo per una partita di calcio), ma quell’occasione fu particolare proprio per la velocità della reazione.

La ricerca sui neuroni specchio è solo agli inizi, e in realtà c’è già chi la confuta, ma la cosa straordinaria di questo studio è che porterebbe alla luce il fatto che, in realtà, gli esseri umani non sono programmati per l’aggressione, la violenza, l’egoismo e l’utilitarismo, ma per sentire i disagi altrui come se fossero i propri, per la propensione all’altro, per la socievolezza. Jeremy Rifkin nella Civiltà dell’empatia afferma che siamo homo empaticus, che il nostro impulso primario è quello di appartenere. E si pone una domanda interessante: è possibile estendere la nostra empatia all’intero genere umano, come famiglia estesa, e ai nostri compagni animali come parte della nostra famiglia evolutiva o alla biosfera come nostra comunità condivisa? «L’empatia è la mano invisibile, è ciò che permette alla nostra sensibilità di allinearsi a quella altrui formando unità sociali più estese. Empatizzare è civilizzare, civilizzare è empatizzare». A questo punto Rifkin propone un excursus storico del nostro sentire empatico:

Nelle società primitive l’empatia si esprimeva solo tra consanguinei. Con l’avvento delle grandi civiltà idraulico-agricole e con l’invenzione della scrittura ci siamo de-tribalizzati, è arrivata la coscienza teologica e l’empatia ha cambiato espressione, andandosi a basare su legami religiosi. Nel XIX secolo, la rivoluzione industriale estende i nostri mercati ad altre aree e inventiamo gli Stati Nazione che ci permettono di costruire relazioni e identità basate sulle nuove e complesse rivoluzioni energetiche e informatiche che abbattono il tempo e lo spazio. Ma se siamo arrivati all’empatia basata sull’identificazione nazionale perché fermarci? Secondo Rifkin le nuove tecnologie di ICT permettono di estendere il nostro sistema nervoso e di pensarci visceralmente come una famiglia, non solo razionalmente. Lo abbiamo sperimentato con le grandi tragedie di questi ultimi tempi, dal terremoto di Haiti, allo tsunami in Giappone. Nel giro di poche  ore, grazie alla rete, l’intero pianeta ha abbracciato empaticamente questi paesi, con un sostegno materiale e morale. Dobbiamo allargare il nostro senso di identità e ripensare la narrativa umana. Che non significa rinunciare alle vecchie identità nazionali, religiose e parentali. Nessuno dice che per essere «altamente connessi», come dice Downes, bisogna rinunciare ad uscire con il fidanzato o a coltivare amicizie “reali”. Abbiamo tempo e risorse per tutto. «Se reprimiamo questa essenza come genitori, educatori, lavoratori e governanti – dice Rifkin – le pulsioni secondarie si fanno avanti: il narcisismo, il materialismo, la violenza, l’aggressione».

Per la prima volta scopro che c’è una base biologica che ci può permettere di cambiare veramente le cose. E mi vengono in mente le parole di un ragazzo straordinario, Vittorio Arrigoni, che sintetizzava così tutto quello che ho cercato di spiegare: RESTIAMO UMANI.

Giada

Raccontami

ottobre 20, 2009

cicogna

«Un uomo che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. Uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno e nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e solo quando ebbe finito se ne tornò a letto.
La mattina dopo, affacciandosi alla finestra vide con sorpresa che le impronte dei suoi piedi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna.
Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò o altri vedranno una cicogna?” si chiede Karen Blixen

Adriana Cavarero,
Filosofia della narrazione.

Forse è questo il senso della vita. La nostra storia, che noi non vedremo mai completata, che viene raccontata e diventa un minuscolo granello che arricchisce la vita di qualcun’altro. Suscita un’emozione, un sorriso, un nodo alla gola o il semplice “rispecchiarsi” nelle parole di chi ci sta di fronte. Ma abbiamo tempo per leggere o ascoltare le storie degli altri? Sappiamo ascoltarle o pensiamo “anche io…” prima che gli altri siano anche solo riusciti ad aprire bocca?
Siamo egocentrici. L’uomo nasce richiamando ogni attenzione su di sé e muore, molto spesso, lamentandosi di non aver avuto abbastanza attenzione da parte degli altri. Ma gli altri siamo noi. E dedicarsi agli altri è un dono, di se stessi e del proprio tempo. Un dono che in egual misura ci torna indietro sotto forma di esperienza e conoscenza. Questa è empatia, che non è un qualche potere paranormale, ma una disposizione dell’anima con precisi fondamenti biologici, processi neurali responsabili dei rapporti tra le persone che rendono indispensabile per la nostra sopravvivenza riconoscere e comprendere le azioni degli altri.

Ma il tempo per ascoltare gli altri ci sfugge, senza considerare il fatto che ci sentiamo perfettamente in grado di distinguere da soli il bene e il male. Non sappiamo forse se una cosa è giusta o sbagliata indipendentemente dalle storie in cui quella cosa si presenta? Quel tempo sarebbe ben investito per la nostra vita, per conoscere quello che ci circonda, per non cadere in depressione non appena ci troviamo ad affrontare un evento che scombina la nostra visione manichea del mondo, per contemplare i disegni della vita cercando di coglierne il significato.

Sono i pregiudizi che cancellano i disegni delle nostre vite. Spesso cancellano gran parte di esse e così se ne va il nostro potere di immaginare, a favore di quello ben più squallido di semplificare. Si, perché nella fretta, in questo tempo inafferrabile, non possiamo permetterci di fermarci a riflettere. Ci basta attaccare un’etichetta. Ma allora come è possibile amare nella nostra società? Amare davvero, non semplicemente decidere di sistemarsi e di mettere su famiglia. Ascoltare qualcuno, osservarlo vivere e vedere come il suo disegno prende forma, indipendentemente da noi, come qualcosa di estremamente prezioso di per sé. Immergersi in lui e nel suo pensiero, continuando ad essere noi stessi, pronti a restargli accanto nei suoi inferni personali e nella gioia spensierata.

È una grande fatica mettere da parte noi stessi per poi tornare ad essere veramente consapevoli di ciò che siamo. E ricevere infine il regalo più grande, di qualcuno che ci guarda negli occhi e ci dice «raccontami».

Giada

A che pensi?

novembre 10, 2008

miro

“A che pensi?”

Mi chiedo perché questa domanda faccia tanto impazzire gli uomini. Spero che il motivo sia che le donne l’hanno un po’ troppo sfruttata, pronunciandola spesso a vanvera per riempire vuoti di conversazione (e magari nascondere vuoti di intelligenza!). Certo spesso nasconde un profondo bisogno di rassicurazioni e non è fatta con reale interesse, ma solo per sentirsi dire “penso a quanto ti amo“. Una risposta del genere, personalmente, mi scatena un’irrefrenabile voglia di investire con la macchina chi la pronuncia, anche se tante donne, invece, sono felici così.
Ma non credo che questa sia sempre una stupida domanda, se fatta nei giusti momenti.
Parlando con un uomo, in questi giorni, è venuto fuori che questa sarebbe una tipica domanda da donne e forse è vero per il semplice fatto che noi pensiamo in continuazione: la nostra mente mette in moto le riflessioni più svariate e profonde su qualunque cosa. Ma ci piace anche aprirci e rendere partecipe chi ci sta vicino di quello che è il nostro flusso di pensieri. Ci piace confrontarci e se proviamo un qualsiasi sentimento pensiamo che sia importante portare avanti questo scambio di emozioni, idee, passioni e punti di vista. Queste due condizioni (pensiero e scambio) sono quasi totalmente sconosciute agli uomini che si lamentano di questa domanda.
Ho sempre sentito il bisogno di dire quello che pensavo (desideravo, speravo, sentivo). Ho scritto lettere a chiunque e se sentivo che il mio pensiero non era richiesto (e molto spesso era così) tenevo per me le lettere. Ho incontrato invece molte persone che non mi hanno mai detto fino in fondo quello che provavano, che non si sono mai sforzate di trovare le parole giuste, forse perché pensavano che non le avrebbero trovate, o che io già capissi/sapessi, senza bisogno di altre spiegazioni.  Ma se in alcuni momenti mi avessero chiesto “a che pensi?“, mi avrebbero permesso di togliermi un sacco di soddisfazioni: di incazzarmi, di sfogarmi, di dire la verità. Se nascondo le cose, se dissimulo, è perché non mi si fanno le domande giuste… Ma anche perché non leggo negli altri un interesse sincero, senza secondi fini…

Forse l’errore che facciamo è quello di fare questa domanda sperando che ci venga a sua volta rivolta. Forse la facciamo alle persone sbagliate. Forse è vero che “se avessi voluto dirtelo, te l’avrei già detto”. Forse è vera pure la risposta, triste e sconsolata, “non penso a niente”, di fronte ad una situazione che esige una presa di posizione, per permettere a chi ci sta vicino di trarre le sue conclusioni, che possano così essere vere, chiare, esatte, e non misere illazioni o deduzioni.
Ascoltare i pensieri degli altri trovo che sia una delle cose più belle. E i pensieri sono un qualcosa di diverso dai fatti, dal racconto, perché sono più intimi e legati al cuore della persona. Non credo che avrebbe molto senso vivere non prendendo mai in considerazione i pensieri e i sentimenti degli altri.

Giada