ATTENZIONE: il presente post potrebbe contenere un linguaggio non adatto a minori, perbenisti, bigotti e persone inspiegabilmente in pace con il mondo che non comprendono i motivi delle incaz… ops arrabbiature degli altri. Pertanto se ne sconsiglia la lettura alle suddette categorie.

Porca puttana! È un po’ di tempo che evito le trasmissioni di approfondimento perché non sopporto i commenti facili del tipo “i giovani non hanno futuro”. Non ne posso più che si continuino a ripetere cose che tutti noi comuni mortali, che viviamo nel mondo reale, sappiamo benissimo, solo per rivolgersi, evidentemente, a quei privilegiati che non hanno idea nemmeno di quanto costi un litro di latte o una cavolo di camera in affitto. E ce l’ho con tutti: con la destra che mi fa schifo e con la sinistra che continua ad andare dietro ai temi che detta la destra. «Il governo non parla dei problemi degli italiani: la disoccupazione, le fabbriche che chiudono, i giovani poveri sfortunati ecc…». Ma la sinistra con chi sta parlando? Con noi o con il governo? Perché se parla con noi mi sembra idiota e alquanto irritante che continui a ripeterci tutta quelle serie di sfighe che conosciamo benissimo e sarebbe l’ora che ci dicesse come si esce da questa situazione del cavolo. Se invece sta parlando solo con il governo, fregandosene di dare risposta alle nostre perplessità e paure, vaffanculo! E pure i grillini hanno rotto perché è una ripetizione alla terza di cose risapute, con un’aggiunta di qualunquismo e di ignoranza, perché tra le battute e gli spettacoli di satira c’è il mondo vero che va cambiato, tutto, e cambiarlo è difficile e faticoso. Non si cambia facendo ridere perché i tempi dello spettacolo e quelli della realtà sono ben diversi.

E questa era la premessa…

Stasera io volevo andare a mangiare un bel gelatino al festival del gelato e invece, porca miseria, mi hanno dato buca e mi sono trovata a guardare Anno Zero. Un dialogo tra sordi. Non si dice niente, non serve a niente parlare in questo modo, solo a far morire dentro chi vive questa situazione. Hanno intervistato un lavoratore della Fincantieri di Castellammare, che sta chiudendo. Ha detto che la sua più grande preoccupazione, nel perdere il lavoro, è l’esempio che darà ai suoi figli di 17 e 19 anni. Ai loro occhi, lui che si è fatto il culo, che ha sempre lavorato duro e onestamente, sarà un fallito, perché non sarà più in grado di provvedere alla famiglia. Ed ha paura che loro possano fare qualcosa di stupido, di illegale e soprattutto di pericoloso, per portare i soldi a casa, qualcosa che comprometterà irrimediabilmente il loro futuro e la loro vita. Mi sono sentita morire… perché non si può riempirsi la bocca di come sia ovvio e logico essere contro tutte le mafie, quando si toglie il lavoro in zone come la Campania, cancellando di fatto la libertà di scelta di chi ci vive.

Passiamo ai giovani. Secondo le statistiche solo 1 giovane su 4, tra i 16 e i 24 anni ha un lavoro in Italia. Ma che cazzo di statistica è? A parte il fatto che io, a 29 anni, per la statistica, sono vecchia, senza speranza e fallita. Ma mi sforzerò di non essere così egoista, da pensare solo alla mia situazione personale. A 16 anni è bene che gli adolescenti (così ci si chiama a quell’età) siano a scuola, finiscano le superiori e non abbiano la preoccupazione di portare i soldi a casa o mettere su famiglia (per carità di dio). Ma poi, che lavoro si può fare a 16 anni? Per la maggior parte dei lavori è necessaria la maggiore età, in pochi si prendono la responsabilità di assumere un minorenne, e ci sono anche ragioni di sicurezza. Sicuramente ci sono situazioni economiche che richiedono che anche i minori lavorino, ma a parte il fatto che personalmente non lo trovo uno strumento educativo, ma semmai una necessità, spero che siano situazioni eccezionali e non la normalità. Perché, a parte i casi in cui i ragazzi anche a 16 anni hanno una grande maturità e senso di responsabilità, credo che il tempo di un sedicenne potrebbe essere impiegato in centomila attività più belle e proficue per la sua crescita, che cominciare a sgobbare a servizio di qualcuno.

Augurandoci che tutti i giovani arrivino almeno al diploma, non per il titolo in sé ma per l’importanza cruciale che ha nella vita di ognuno l’istruzione e l’esperienza scolastica come palestra di vita, circa il 50% dei ragazzi dopo la scuola superiore si iscrive all’Università. A 24 anni, se uno è stato particolarmente bravo e diligente, ha appena finito un corso di studi 3+2, nemmeno il tempo di cominciare a cercare lavoro che è già fuori dalla statistica, già senza speranza per il futuro. Questa statistica andrebbe riposizionata per il caso italiano almeno tra i 18 e i 30 anni (e io sarei comunque vicino al punto di non ritorno!). Probabilmente è stata scopiazzata da qualche altro studio europeo non considerando che l’Italia ha caratteristiche strutturali diverse dagli altri stati. Innanzi tutto la scuola primaria e secondaria da noi dura di più e non assomiglia lontanamente a quella che vediamo nei telefilm americani. Si esce dalle superiori a 19 anni e l’università, diciamolo, in Italia è più impegnativa. Non a caso i laureati che sono costretti ad emigrare all’estero sono tra i più preparati al mondo. Probabilmente la mia visone è parziale, perché non ho una conoscenza approfondita di tutte le università italiane, ma la mia esperienza, avvalorata da diverse testimonianze, mi fa propendere per il fatto che la maggior parte dei nostri esami sono molto più difficili, senza entrare nel merito se questo sia giusto/utile o meno.

Altra osservazione interessante è quella che vedrebbe tutti i giovani universitari come mantenuti che non hanno voglia di lavorare. Manteniamo la calma… Ci sono tantissimi studenti che con un sacco di sacrifici studiano e lavorano, nella maggior parte dei casi in nero, ed è per questo che non rientrano in quelle belle e utili statistiche. Si fanno un gran culo, prendono una miseria e danno pure gli esami, come se anche questo non fosse un lavoro! In più, ci sono i tirocini formativi obbligatori, non retribuiti, che sono un lavoro a tutti gli effetti per quanto riguarda l’impegno e l’impiego di tempo. Ogni anno circa 20.000 ragazzi tra i 18 e i 28 anni svolgono servizio civile nazionale (a cui negli ultimi anni sono aumentate le ore per la stessa cifra di rimborso spese… fico no?). Senza contare tutti quelli che fanno volontariato autonomamente. Ma siamo comunque dei fancazzisti. Si perché il lavoro nobilita l’uomo, ed è proprio piacevole sentirselo dire da chi guada 10.000 euro al mese.

Continuando con i giovani, sempre dal dibattito della trasmissione, emerge che la ragione di questa statistica, ovviamente per il governo, è che i giovani sono un po’ snob e non si accontentano più di fare lavori manuali più umili, per i quali vengono invece assunti gli stranieri. Qui c’è un grosso problema. Come prima cosa c’è da considerare il fatto che per molti di questi lavori gli stipendi sono da fame e il livello di sfruttamento sempre più alto. Poi vediamo che chiudono anche le fabbriche dove non credo si faccia filosofia, le piccole aziende falliscono e quindi imparare un “mestiere” non è comunque un’assicurazione per il futuro. Ma poi, secondo voi teste di cazzo, io mi sono fatta il culo tutti questi anni a studiare, ho fatto spendere un sacco di soldi ai miei genitori che si auguravamo per me un lavoro migliore del loro, mi sono laureata con 110 e lode, mi sono data da fare per migliorarmi dal punto di vista culturale e personale per andare a fare cosa? Le pulizie? Servire ai tavoli? Il mio desiderio di rifiutare questi lavori non viene dalla mia puzza sotto il naso, ma dall’impegno che ho messo in questi anni per fare quello che andava fatto, dai sacrifici miei e di tutta la mia famiglia. Da quell’insensata convinzione che forse, a questa società , potrei dare di più, potrei fare la mia parte in ciò che so fare meglio. Ho pagato migliaia di euro di tasse universitarie per l’opportunità di un lavoro diverso e visto che lo Stato i miei soldi se li è presi, ora il lavoro per cui ho studiato me lo merito. Lo Stato mi deve quanto meno una tutela e senza ombra di dubbio mi deve RISPETTO. E basta con le prese per il culo. Basta dare la colpa a noi. Perché io la cameriera l’ho fatta e non avevo bisogno della laurea. Ho fatto, e continuo a fare, le promozioni tutto il giorno in piedi con un sorriso idiota in faccia. Ho fatto, e continuo a fare, la hostess, accettando senza fiatare che le persone mi considerino solo una presenza vuota, buona solo a stare in piedi in tailleur e tacchi. Ho accettato i rimproveri perché le persone, che si ritenevano importanti, si lamentavano di non essere state riconosciute e riverite all’istante, mentre loro nemmeno si degnavano di salutare. Sarei voluta sprofondare tutte le volte che incontravo qualcuno che conoscevo, colleghi giornalisti o vecchi compagni di università, perché mi vergognavo di me stessa. Non del lavoro che stavo facendo, ma del mio fallimento. Della mia incapacità di continuare nel lavoro che volevo fare, dell’inutilità di tutti i miei 30 che in fondo non mi avevano dato niente.

Stavo per accettare un lavoro truffa che mi avrebbe fatto andare 9 ore al giorno porta a porta, su e giù per le case di tutti i quartieri e dove mi avrebbero pagato solo in base alle vendite, solo per non sentirmi una che non voleva fare niente e che non valeva niente. Poi sono tornata a casa e ho pianto. Ho pianto perché ero stanca, perché mi facevano male le gambe, perché mi sentivo frustrata e umiliata, perché quel giorno di prova massacrante non me lo avrebbe ridato (né rimborsato) nessuno, perché avrei preferito lavorare in fabbrica piuttosto che truffare le persone con ambigui contratti Enel (non so se erano truffe, ma da come erano incazzate alcune persone che si erano trovate bollette spropositate, penso di si). Perché gli altri venditori parlavano come se qualcuno avesse inculcato nel loro cervello parole a caso di statistica, filosofie di vendita senza la minima morale o rispetto per le persone,  e tutto questo era molto triste.

Sono questi i lavori che nobilitano l’uomo? È sulla fatica e sulla sofferenza che si basa la nobiltà e il valore di una persona? Vogliamo veramente parlare di quanto siano soddisfacenti e pieni di gratificazione i lavori “manuali”? Bene, chiedamolo alle famiglie di quei 246 morti per infortuni sul lavoro solamente quest’anno (490 se si aggiungono i lavoratori deceduti sulle strade ed in itinere). Il 25,7% in più rispetto all’anno scorso.  E che lavoro facevano queste vittime “bianche”? I medici? Gli architetti? I politici? Il 30,2% lavorava nell’edilizia, il 28% nell’agricoltura, il 10,8% nell’industria, il 7,7% negli autotrasporti. Scommetto che la loro nobiltà se la sono proprio goduta. Cercano di farci sentire in colpa anche per quei sogni e per quelle speranze che avevamo, come se non fossimo riconoscenti nei confronti di chi si spezza la schiena ogni giorno.

Ora basta, non continuatemi a ripetere che non ho futuro, che non avrò mai la possibilità di avere figli, perché sarei licenziata o comunque non potrei garantire loro una vita dignitosa, che non avrò mai una casa né una pensione. Non continuatemi a dire che continuerò per sempre a sentirmi un peso per i miei genitori. Voglio sapere che cosa dobbiamo fare per cambiare le cose. E voglio smettere di sentirmi a tratti vittima, a tratti un’incapace.

Giada

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neuroni specchio

L’anno scorso, in un post ispirato ad un articolo di Stephen Downes, ho messo in relazione la rete di connessioni creata dalle nuove tecnologie, con una pratica, su più larga scala, dell’empatia. Ho sempre creduto che l’empatia fosse uno strumento fondamentale dell’essere umano, sia per vivere con gli altri che per compiere scelte che non ledano il diritto alla vita di nessuno. Qualche mese fa ho scoperto, grazie ad un documentario di Current tv (che purtroppo sembra essersi volatilizzato dalla rete), che l’empatia non è una disposizione dell’animo umano, ma della natura umana, che trova il suo fondamento biologico nei neuroni specchio. Questo gruppo di neuroni sono diventati famosi tra noi comuni mortali soprattutto perché “rischiano” di far vincere il Nobel a Giacomo Rizzolatti, coordinatore di un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma… una gran bella soddisfazione! La scoperta, inoltre è accompagnata da un divertente aneddoto, in quanto avvenuta per serendipity, per caso, come in passato è successo per i riflessi condizionati di Pavlov, per la colla dei Post-it e per il Viagra. Un gruppo di neuroscienziati aveva collegato un’unità di risonanza magnetica su un macaco che mangiava delle noccioline. Erano già giunti ad una scoperta interessante e cioè che quelli che credevano essere dei moto-neuroni non si attivavano in relazione ad un dato movimento (chiudere la mano piegare il braccio ecc…), ma in relazione allo scopo (come afferrare un oggetto), quando un uomo entra nel laboratorio e mangia una nocciolina del macaco, che lo osserva, probabilmente anche un po’ irritato. I ricercatori che guardano lo scanner della risonanza notano così che gli stessi neuroni che si attivavano quando la scimmia mangiava le noccioline, si attivano anche adesso che la scimmia osserva la stessa azione compiuta dall’essere umano.

Vilayanur S. Ramachandran, neurologo indiano, esperto di neuroscienza del comportamento e di psicofisica, ha affermato che i neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il dna è stato per la biologia ed io sono estremamente affascinata dalle implicazioni che questa scoperta porta con sé. Perché è evidente che quando osserviamo un’emozione particolarmente intensa in qualcuno, ne veniamo coinvolti. Una sera stavo guardando una bellissima intervista a Miloud Oukili, che ha dedicato la sua vita al recupero dei bambini e dei ragazzi che vivono nei sotterranei di Bucarest, attraverso la fondazione PARADA, che organizza spettacoli per le strade e le piazze delle città. Miloud, persona straordinaria, di un’umiltà disarmante, di fronte al racconto dell’intervistatrice, Camila Raznovich, continuava a ripetere che lui non aveva fatto niente di eccezionale, ma che era solo un clown. Camila, visibilmente commossa, con la voce rotta dall’emozione dice «ma tu hai fatto uscire questi bambini dalle fogne e hai dato loro un futuro». In quel preciso momento anche i miei occhi si sono riempiti di lacrime e, guardando la mia coinquilina che sedeva accanto a me, mi sono accorta che anche a lei, in quello stesso istante, erano venute le lacrime agli occhi. In realtà ci sarebbero altri milioni di esempi (quando ci commuoviamo per un film, ci impressioniamo per atti di violenza o ci arrabbiamo per una partita di calcio), ma quell’occasione fu particolare proprio per la velocità della reazione.

La ricerca sui neuroni specchio è solo agli inizi, e in realtà c’è già chi la confuta, ma la cosa straordinaria di questo studio è che porterebbe alla luce il fatto che, in realtà, gli esseri umani non sono programmati per l’aggressione, la violenza, l’egoismo e l’utilitarismo, ma per sentire i disagi altrui come se fossero i propri, per la propensione all’altro, per la socievolezza. Jeremy Rifkin nella Civiltà dell’empatia afferma che siamo homo empaticus, che il nostro impulso primario è quello di appartenere. E si pone una domanda interessante: è possibile estendere la nostra empatia all’intero genere umano, come famiglia estesa, e ai nostri compagni animali come parte della nostra famiglia evolutiva o alla biosfera come nostra comunità condivisa? «L’empatia è la mano invisibile, è ciò che permette alla nostra sensibilità di allinearsi a quella altrui formando unità sociali più estese. Empatizzare è civilizzare, civilizzare è empatizzare». A questo punto Rifkin propone un excursus storico del nostro sentire empatico:

Nelle società primitive l’empatia si esprimeva solo tra consanguinei. Con l’avvento delle grandi civiltà idraulico-agricole e con l’invenzione della scrittura ci siamo de-tribalizzati, è arrivata la coscienza teologica e l’empatia ha cambiato espressione, andandosi a basare su legami religiosi. Nel XIX secolo, la rivoluzione industriale estende i nostri mercati ad altre aree e inventiamo gli Stati Nazione che ci permettono di costruire relazioni e identità basate sulle nuove e complesse rivoluzioni energetiche e informatiche che abbattono il tempo e lo spazio. Ma se siamo arrivati all’empatia basata sull’identificazione nazionale perché fermarci? Secondo Rifkin le nuove tecnologie di ICT permettono di estendere il nostro sistema nervoso e di pensarci visceralmente come una famiglia, non solo razionalmente. Lo abbiamo sperimentato con le grandi tragedie di questi ultimi tempi, dal terremoto di Haiti, allo tsunami in Giappone. Nel giro di poche  ore, grazie alla rete, l’intero pianeta ha abbracciato empaticamente questi paesi, con un sostegno materiale e morale. Dobbiamo allargare il nostro senso di identità e ripensare la narrativa umana. Che non significa rinunciare alle vecchie identità nazionali, religiose e parentali. Nessuno dice che per essere «altamente connessi», come dice Downes, bisogna rinunciare ad uscire con il fidanzato o a coltivare amicizie “reali”. Abbiamo tempo e risorse per tutto. «Se reprimiamo questa essenza come genitori, educatori, lavoratori e governanti – dice Rifkin – le pulsioni secondarie si fanno avanti: il narcisismo, il materialismo, la violenza, l’aggressione».

Per la prima volta scopro che c’è una base biologica che ci può permettere di cambiare veramente le cose. E mi vengono in mente le parole di un ragazzo straordinario, Vittorio Arrigoni, che sintetizzava così tutto quello che ho cercato di spiegare: RESTIAMO UMANI.

Giada

Continuo ad addentrarmi nel mondo del lavoro, o meglio nei sistemi per entrare nel mondo del lavoro. Non avendo più la scusa di essere studente mi farebbe piacere contribuire all’affitto del mio appartamento o quantomeno potermi permettere di sopravvivere. Ma il mondo del lavoro, specie se sei giovane, non è portato a considerare il sostentamento individuale come un diritto della persona, ma come un privilegio. La volontà di vivere nel posto che hai scelto, magari vicino alla tua famiglia o a quel nucleo consolidato di rapporti di cui tutti noi abbiamo bisogno, è un lusso, o peggio, molto spesso viene interpretato come un segno di poca flessibilità.

La prima cosa che ti viene proposta una volta uscito dall’università sono gli stage. “Fa curriculum” ti ripeti, “fa comodo a loro” è la realtà dei fatti. Ogni corso universitario prevede i suoi tirocini formativi obbligatori, che, in effetti sono esperienze interessanti e proficue per sviluppare capacità professionali in relazione agli sbocchi occupazionali pertinenti al proprio corso di studi e, anche se si ha la consapevolezza di non poter essere assunti, se non in caso di morte improvvisa di uno o più dipendenti regolarmente assunti, si è lo stesso felici di percorrere quel ponte che ti porta verso l’età adulta. Quando però l’età adulta diventa, o dovrebbe diventare, la tua nuova realtà, le cose cambiano. E senza quasi accorgertene ti ritrovi ad analizzare parole e formule, nel loro vero, inquietante significato.

I candidati che si presentano per un lavoro o per uno stage sono risorse umane, definizione che mette i brividi, dove per umano non si intende ciò che è proprio dell’uomo, nella sua interezza e natura, ma ciò che lo differenzia dagli altri strumenti inanimati indispensabili per lo svolgimento di un lavoro e per l’arricchimento del capitale materiale di un azienda. Vengono valutati i tuoi punti di forza e le tue debolezze, ti spingono a “venderti” per apparire più allettante rispetto ad altri candidati. Ti pongono la domanda più stupida di tutte «perchè dovremmo scegliere te?» a cui tu non puoi permetterti di rispondere secondo la logica costi/benefici, da loro adottata, ma devi inventare arricchimenti professionali e personali, sentimenti di stima, rispetto e profonda ammirazione per quello che fanno, istinto al sacrificio e al martirio, totale devozione, sottomissione incondizionata. «No, ma si figuri se mi interessa che non mi vengano pagati gli straordinari! Se dovrò fare quelle 10 ore in più a settimana sarò già ripagata con l’esperienza che mi date modo di fare, tale è l’onore di lavorare per voi!».

Gli stage proposti dopo la fine degli studi vengono definiti stage di orientamento al lavoro e servono per migliorare la professionalità ai fini dell’inserimento al lavoro. Ogni altra forma di lavoro non retribuito non può essere definita stage, in quanto non regolamentata da alcuna normativa. Si tratta semplicemente di lavoro volontario. Se uno specifico tirocinio deve inserirmi nel lavoro, la logica suggerirebbe che fosse lo stesso lavoro che sto svolgendo a titolo gratuito. E invece non è sempre così. Quando chiedi se dopo le ore di onorata schiavitù potrai serbare la speranza di una vera assunzione, sembra quasi che tu li stia offendendo. I più onesti rispondono che non hanno possibilità di assumere, altri usano formule del tipo “mai dire mai” o “chi lo sa, un giorno le nostre strade potrebbero incrociarsi di nuovo”. In realtà molto spesso lo stagista si trova a svolgere il lavoro di un qualunque altro dipendente, magari in un settore in cui le risorse scarseggiano, e finito il periodo stabilito, verrà assunto un altro stagista che porterà avanti il lavoro. Se per lo stagista tutto ciò è frustrante, immagino la serietà di un azienda totalmente disinteressata alla continuità e alla costruzione di un gruppo di lavoro compatto che garantisca un lavoro costante nel tempo, i cui risultati dovrebbero mirare a migliorare, e non a ripartire da zero ogni 3-6 mesi!

Qualche mese fa un’agenzia per il lavoro interinale mi ha proposto una stage in risorse umane di 6+6, con un rimborso spese di 250 euro al mese, per un totale di 40 ore settimanali: 1.920 ore di stage finito il quale, tanti saluti e avanti il prossimo. Fico no? Mi sarei dovuta occupare dei curriculum dei tanti miei compagni di sventura, naturalmente da sola, senza una figura di riferimento a cui essere affiancata. Praticamente avrei avuto tutti i doveri e le responsabilità di un lavoratore, senza percepire uno stipendio che fosse minimamente dignitoso e non una presa in giro. L’azienda mi dice che se ho intenzione di lavorare in questo settore, un’esperienza di questo tipo in un’agenzia per il lavoro è sicuramente un buonissimo precedente. Obiezione: ma se dopo una sola giornata di lavoro vengo lasciata sola alle mie pratiche, significa che questo lavoro non necessita di una formazione così lunga!

Un altro serio problema delle aziende è la convinzione che tutti i laureati siano deficienti. Si lamentano della nostra poca esperienza nel mondo del lavoro, cosa che ritengono molto più importante di un pezzo di carta. La prima osservazione è che se nessuno mi dà la possibilità di fare esperienza io non ne avrò mai abbastanza, ma questo è fin troppo ovvio. Il fatto è che non tutti i lavori comportano questioni di vita o di morte. Non sto chiedendo di fare un’operazione a cuore aperto, sto chiedendo che mi si dia la possibilità di fare quello per cui ho studiato, partendo dal gradino più basso. E quanto tempo mi ci vorrà mai per imparare a fare un lavoro che già conosco in teoria e che appartiene al mio ambito di interesse, verso cui sono fortemente motivata? Di quanta esperienza c’è bisogno per cominciare a fare la gavetta? Mi chiedono se so scrivere e fare ricerca.… ma porca puttana, ho scritto 2 tesi!! Ho alle spalle più di 300 pagine di ricerca, prove di scrittura, correzioni, traduzioni, ma veramente pensate che non sia in grado di scrivere un articolo? O di scrivere qualunque cosa vogliate sentirvi dire? E se anche non lo sapessi fare come dote innata, pensate veramente che spiegandomi quello che volete io continuerei a non capire?

Forse più che esperienze lavorative, dovremmo allegare al curriculum una risonanza magnetica, qualche esame neurologico o neurocognitivo che attesti che le nostre capacità mentali sono idonee ad un lavoro che, bene che ti vada, ti farà guadagnare 800 euro al mese.

Giada

Eccoci qui.

Con un po’ di imbarazzo, per aver trascurato per così tanto tempo questo blog, ma con qualche idea nuova per ricominciare. Visto che il mio percorso universitario è ormai finito ho deciso tenere una sorta di diario da laureata neo-precaria. Da studenti ci lamentiamo sempre della cattiva organizzazione delle nostre università, ma solo perchè abbiamo poca esperienza del caos assoluto che regna nel mondo del lavoro! Sarà colpa della crisi, della mancanza di fondi, delle idee poco chiare delle aziende che dovrebbero assumerci, o della totale incoerenza delle stesse, ancora non mi è molto chiaro. Fatto sta che consultando varie agenzie del lavoro e sostenendo i primi colloqui, mi sono accorta che la situazione è a tratti grottesca.

Ma partiamo dall’inizio.

  • CURRICULUM (quello che non presenterò mai ad un datore di lavoro) e possibili obbiezioni.

Sono laureata in Comunicazione. È abbastanza inutile che mi metta ad elencare i corsi di laurea di triennale e specialistica e le facoltà di riferimento, tanto sempre di Comunicazione si tratta. E già questo fa sorridere sotto i baffi i potenziali lettori della mia biografia, perché pensano «un’altra che si laurea in una di quelle facoltà farsa che non servono a niente». Si perché sono tutti convinti di essere dei grandi comunicatori, che il comunicare sia una struttura innata del nostro cervello come il linguaggio e invece c’è una bella differenza. Basta dare un’occhiata alle mail di risposta che ti mandano, o che non ti mandano affatto, per capire che di una persona come te avrebbero un bisogno disperato, non solo nel lavoro, ma nella vita quotidiana.

Mi sono laureata con 110 e lode. Sembra facile, e forse per qualcuno lo è, i voti non sono mai troppo bassi e la mole di lavoro non è eccessiva, ma io ho scelto la mia facoltà perché mi interessa e mi piace. Non ho mai dato niente per scontato, non mi sono mai presentata ad un esame “tanto per provare”, perché in tutte le materie che ho studiato ho trovato cose che non conoscevo e che ero felice di approfondire.

Tra i 2 curricula che il mio corso metteva a disposizione ho scelto quello più teorico. Il futuro è nella pratica? Cazzate. Il futuro è nella sostanza, nel contenuto, nel sapere quello che si sta dicendo e perché si sta dicendo, nel sapere le obbiezioni che potrebbero essere mosse alle tue tesi e nel saperne dare una spiegazione non solo convincente, ma coerente. Per essere coerenti bisogna sapere quali sono le origini del nostro pensiero, bisogna essere consapevoli del perché si sceglie un punto di vista piuttosto che un altro e questo non si impara facendo pratica. Si impara con la vita, in parte, ma si consolida con la filosofia, con la pedagogia, con la sociologia, con la psicologia, con la letteratura, con l’arte… e con tante cose che non riuscirò mai a studiare. Poi quando mando il curriculum per un banale lavoro da hostess mi chiedono:

«ma lei ha esperienza di assegnazione crediti ECM?»

«Mi sta chiedendo se so leggere i nomi di una lista, consegnare una cartellina e un attestato alla fine del corso? Credo di potercela fare! Per fare questo lavoro non ci vuole esperienza pregressa, basta avere una licenza elementare!».

Io non so tutto e non so fare tutto. Quello che ho è una mente elastica e ben allenata. E se qualcuno sapesse veramente cos’è la Comunicazione e quanto è importante, saprebbe che non è un aspetto da sottovalutare.

La mia tesi di laurea in linguistica e semiotica aveva come argomento il linguaggio della fiction televisiva (non quella italiana che non è abbastanza interessante, salvo poche eccezioni tipo Boris e Romanzo criminale). I radical chic non guardano la televisione, solo ogni tanto rai 3 e Santoro. Io credo di essere stata parcheggiata davanti alla televisione da quando il mio cervello ha imparato a distinguere le figure sullo sfondo da quelle in primo piano. L’effetto che ha prodotto in me è stata la ricerca di storie, prima con i libri, poi anche con il cinema e oggi si aggiungono anche le serie tv. I difetti peggiori non credo siano colpa della televisione!

Il problema non è la tv, ma cosa si guarda, come si guarda e cosa si fa nel tempo restante. Se si sta su facebook a inserire link pseudosovversivi, non c’è un gran guadagno. Io sento di mantenere la mia integrità intellettuale anche se guardo Grey’s Anatomy!

  • ESPERIENZE (pagina in perenne costruzione).

Ho lavorato in radio, ho fatto la giornalista ed ho vissuto. Ho intervistato Don Luigi Ciotti, la madre di una bambina a cui era stato diagnosticato il disturbo dell’attenzione, Simone Cristicchi per il suo spettacolo contro la psichiatria, Jovanotti, giovani attivisti, immigrati, persone comuni, attori di teatro, artisti. Ho ascoltato Ascanio Celestini, Giovanni Impastato, Marco Paolini. Ho ascoltato e trascritto una bellissima intervista fatta a Tiziano Terzani. Ho accudito e svezzato 11 cuccioli. Ho pulito non so quanti chilometri di spiagge che la gente incivile contamina con ogni tipo di spazzatura. Ho imparato ad accendere il fuoco e a fare i dolci.

Mi piace scrivere, mi piace leggere, mi piace farmi un’idea del mondo. Mi piace capire le persone, mi piace ascoltare e mi piace ridere. Mi piace prendere le cose seriamente e trovare il lato positivo in tutte le esperienze. Non mi piacciono le frasi fatte, i pregiudizi, il poco approfondimento, la banalità, la superficialità, la fretta.

Non autorizzo il trattamento dei dati personali contenuti nel mio curriculum vitae in base art.13  del D. legs 196/2003!!!!

Giada

Le parole hanno un peso e questo peso corrisponde al loro significato. Forma e sostanza non sono due cose distinte, se lo fossero non esisterebbero la linguistica, la semiotica, la filosofia del linguaggio e io mi starei laureando con una tesi in una materia che suonerebbe un po’ così: «Il fatto che io dica questa cosa non significa che io pensi questo». «Perché allora non ti stai zitta?”» sarebbe la risposta più ovvia, ma in realtà ce n’è una che va ancora più di moda di questi tempi: «Perché democrazia significa libertà di espressione». Per questo si parla, si parla senza sapere quello che stiamo dicendo solo perché è nostro diritto parlare ma non è nostro dovere sapere quello che stiamo dicendo. E la cosa non sarebbe tanto grave se fossimo in grado di distinguere la democrazia, dal calderone televisivo e dal televoto e se fossimo in grado di fare una giusta distinzione tra chi parla con cognizione di causa e chi… no. La televisione con quel rompimento immane di palle che si chiama REALITY ci ha convinto che il niente vale quanto il senso, che il fatto di essere come siamo sia un merito, un valore aggiunto più che sufficiente non solo per apparire in spazi pubblici ma anche per essere ascoltati (ammirati, imitati). E da buoni palloni gonfiati nessuno si tira indietro dal dire la sua verità, anche se nessuno gliel’ha chiesta.

E in questo clima confuso dove la mia opinione sul cinema vale quanto quella di Kubrick, dove la parola cantautore accomuna Fabrizio De André e qualche ragazzino di Amici, noi, non solo invece di tendere agli alti livelli dei grandi personaggi li affondiamo nel nostro qualunquismo (ricordiamo che una trasmissione ha aperto un televoto per decidere chi tra Laura Pausini, Falcone e Borsellino e Leonardo da Vinci fosse “Il più grande”!), ma cambiamo radicalmente la funzione del linguaggio che non è più quella di comunicare ma di riempire spazi.

Abbiamo svuotato le parole del loro significato, come se questo potesse essere intercambiabile, come se fossero nate prima le parole e poi, con calma, qualcuno avesse loro assegnato dei significati, dei concetti. Togli oggi, togli domani, finisce che alcune parole non hanno più un significato, un concetto che le identifichi, che ne permetta l’utilizzo in un discorso corrente. Una di queste è RAZZISMO: convinzione che la specie umana sia suddivisa in razze biologicamente distinte e caratterizzate da diversi tratti somatici e diverse capacità intellettive, e la conseguente idea che sia possibile determinare una gerarchia di valore secondo cui una particolare razza possa essere definita “superiore” o “inferiore” a un’altra. Un’altra, direttamente connessa a questa è DISCRIMINAZIONE: trattamento non paritario attuato nei confronti di un individuo o un gruppo di individui in virtù della loro appartenenza ad una particolare categoria definita da razza, sesso, cultura, inclinazioni sessuali, credenze religiose.
Per l’opinione comune l’ultima volta che queste parole hanno avuto significato è stato durante l’invasione della Germania nazista. Di fronte a questo paragone forse, si spera, difficilmente eguagliabile, ogni altra manifestazione che rispetti le suddette definizioni viene relativizzata. Oggi non è razzismo affermare che i rom appartengono ad un’etnia dedita all’illegalità, al furto e al rapimento di bambini e che non possono convivere con noi per loro stessa scelta, è “esperienza comune”. Non è razzismo malmenare selvaggiamente gli stranieri e devastare i loro negozi e le loro botteghe, ma sono gesta di qualche decine (centinaia) di idioti. Non è razzismo schiavizzare centinaia di lavoratori extracomunitari, sono imprenditori senza scrupoli. D’altronde viviamo in un Paese che ha raggiunto un così alto livello di civiltà che mai accetterebbe un’involuzione ad una tale barbarie, non come nei Paesi musulmani dove le donne vengono ancora lapidate e i dissidenti imprigionati e torturati! (ci risiamo!)

Che ne vogliamo fare di queste parole? Le cancelliamo dal vocabolario? Le consideriamo ufficialmente debellate come il vaiolo? Le vogliamo tenere solo per parlare, tante volte dovesse servire, degli altri, di quei popoli incivili e così lontani da noi? Come succede a chiunque abbia una dipendenza, il primo passo da fare sarebbe renderci conto che abbiamo un problema, senza aspettare che venga pubblicato e magari inserito come testo scolastico un nuovo Mein Kampf. Sono certa che qualcosina, prima di arrivare a questi livelli si possa fare. Perché il razzismo e la discriminazione si respirano nelle nostre città, ci conviviamo, senza dargli peso perché consideriamo ogni quotidiano episodio come isolato, impedendoci di metterlo in relazione con i tanti, troppi altri.
Qualche mese fa dei ragazzi (non ricordo più in quale città forse in provincia di Venezia) verso le 11 di sera hanno picchiato e dato fuoco ad un barbone che dormiva, riducendolo in fin di vita. Una signora del posto intervistata prontamente dalla televisione si è detta INDIGNATA (e io ho tirato un sospiro di sollievo) per i genitori che permettevano ai figli minorenni di stare in giro fino alle 11 della sera…  Come sono superficiale! Ovvio che il problema più urgente è insegnare ai giovani a rincasare prima la sera e rispettare il coprifuoco dei genitori e non insegnare ai monelli a non bruciare le persone! Sono questi discorsi, queste piccole frasi, dette a caldo, senza pensarci troppo che mi spaventano di più, perché danno l’idea di un veleno che ormai si è insinuato nel nostro sangue e che non ci permette più di distinguere nell’immediatezza il bene dal male, la realtà dall’immaginazione e dal pregiudizio. Un altro inquietante esempio, a mio avviso, viene dal film Genitori e figli. Agitare prima dell’uso di Giovanni Veronesi, un affresco leggero e simpatico di alcune dinamiche familiari in cui è facile identificarsi. Di per sé il film non è male: bravi attori, battute divertenti, anche se la storia è un po’ sconnessa e inconcludente. Ma c’è un episodio in particolare che mi ha lasciata di stucco. Un bambino, i cui genitori si stanno separando, comincia a dare problemi a scuola per atti di intolleranza verso i suoi compagni stranieri. Prima si tratta di un compito dal titolo come hai trascorso le vacanze di Pasqua dove il bambino parla del suo compagno rom che puzza e degli altri alunni neri della scuola che rubano le merende agli altri bambini. I genitori imbarazzati cercano di affrontare il problema con punizioni e rimproveri, ma non sanno bene come comportarsi. Arriva poi l’episodio grave in cui il bambino (tra le risate del pubblico), appuntata una matita, la infila nel collo del bambino rom che viene ricoverato in ospedale e a cui vengono messi diversi punti sulla ferita. La madre, Luciana Littizzetto, avvilita va al campo rom per chiedere scusa ai genitori del bambino ed è qui che la scelta del regista non mi è piaciuta per niente. Mentre Luciana si scusa, il padre del bambino rom, mostrando la ferita del figlio le chiede dei soldi per le cure, secondo lo stereotipo tipico del rom accattone che non ha la minima cura per la salute del figlio ma la userebbe solo per suscitare  pietà e carità. Scelta decisamente fuori luogo perché minimizza in gesto violento e pericoloso del bambino razzista (è lui stesso che si definisce così dimostrando ai genitori di conoscere bene anche il significato di questa parola). A riprova di questa mia impressione (cioè dell’intenzione di minimizzare), che fino all’ultimo speravo venisse smentita, c’è il fatto che la questione finisce qui. Nessun tentativo di rieducare il bambino, di fargli capire che ha sbagliato, nessuna risoluzione del problema che invece avrebbe potuto dare spunti interessanti e anche un po’ di consolazione. La famiglia si rassegna al carattere del figlio, quasi il film ci volesse dire che queste cose, di così poco conto, passano da sole, col tempo, e se non passano che sarà mai, tanto gli altri sono uguali (se non peggio).

È umano cercare di negare i problemi per paura di affrontarli. Un genitore che vede sua figlia adolescente non mangiare per un giorno pensa che non ha fame, se la vede vomitare il secondo giorno pensa che sia un’indigestione, se non mangia ancora il terzo è perché è ancora scombussolata dalla malattia, se dopo un mese ha perso 10 chili bisogna che cerchi di aiutare sua figlia a guarire dall’anoressia. Ed è così che bisogna aiutare la nostra società non ad essere tollerante ma RISPETTOSA degli altri.
Un ultimo esempio di “comune” razzismo viene ancora dalla televisione ed in particolare dalla trasmissione Forum che mio malgrado mi sono trovata a seguire (visto il volume decisamente elevato a cui mia nonna, quasi del tutto sorda, tiene la Tv). Un rom, con regolare lavoro, citava il proprietario di un bar che si ostinava a servirgli il caffè nel bicchiere di plastica, umiliandolo così ogni giorno. Il signore con i capelli rossi della trasmissione (di cui non so il nome, ma so solo che un centinaio di chili fa faceva  I ragazzi della terza C) blaterava che in realtà era il rom a mancare di rispetto al proprietario del bar e ai suoi clienti chiedendo la tazzina di ceramica visto che, essendo rom e arrivando dal lavoro, era sporco. Fortunatamente anche la presentatrice lo ha ripreso dicendo che stava dicendo delle assurdità, ma quando è arrivato il momento di leggere le mail della gente da casa è stato di nuovo il dramma. È venuta fuori ogni forma di risentimento e pregiudizio possibile, le leggende metropolitane dei bambini rubati, i furti, l’insicurezza dovuta al fatto che fanno tutti schifo perché hanno le bmw e i bracciali d’oro e nessuno che fosse in grado di vedere che la situazione che era stata presentata era diversa da tutto quello che avevano sempre immaginato nella loro totale ignoranza. Il signore infatti, molto gentilmente, aveva risposto a tutte le domande maligne e tendenziose che le erano state rivolte, senza alcuna relazione con la causa in corso, sulla sua vita privata, sul suo matrimonio, su sua moglie e sua figlia, spiegando che il suo non era stato un matrimonio deciso dalle famiglie, che era avvenuto in età matura e per amore, che nessuno gli aveva mai impedito di lavorare in modo regolare e che viveva in armonia con la cultura del suo popolo. È stato molto triste vedere come le persone nemmeno di fronte all’evidenza della situazione fossero disposte a mettere in discussione i loro pregiudizi. Finalmente la decisione del giudice: 500 euro di risarcimento e l’obbligo di servire il signore con un rispetto pari ad ogni altro cliente.

La legge ci dice che siamo razzisti, anche se difendiamo le ragazzate dei nostri figli piromani e violenti, anche se ci difendiamo dicendo in modo contraddittorio che gli stranieri o ci rubano il lavoro o che non vogliono lavorare, o altre stronzate simili. Addirittura è stato coniato un neologismo, la razzismofobia, per designare la tendenza a voler chiamare le cose e i reati con i loro nomi visto che le parole nascono legate al loro significato. Vorrei tanto sapere da questi avanguardisti della lingua italiana quali azioni deve fare una persona per commettere DISCRIMINAZIONE, quali parole esatte deve pronunciare per essere a ragione definita RAZZISTA. Se non esistono pensieri, parole e azioni razziste e discriminanti nella nostra società superiore che propongano la revisione della lingua Italiana e una divisione della stessa in ARCHEOLINGUA e NEOLINGUA. Come ci ha insegnato Orwell prima di arrivare alla lingua “perfetta” sarà tollerato l’uso di alcune parole dell’archeolingua, ma solo quelle il cui significato è approvato dalla Comunità. Nel Socing si poteva ancora dire “il giardino è libero da erbacce” ma la parola libero non poteva più essere usata con l’antico significato di intellettualmente o politicamente libero, semplicemente perché questa condizione non esisteva più. Allo stesso modo noi possiamo dire “affermare che i chiwawa sono più stupidi dei pastori tedeschi è RAZZISMO, oppure “il televoto a pagamento DISCRIMINA chi ha finito i soldi nel cellulare”

Ma si, lasciamo cadere in disuso le parole RAZZISMO e DISCRIMINAZIONE, così come è toccato ad altre vecchie parole quali ardiglione, dolco, murcido, doprace.

Georges Perec ne La vita, istruzioni per l’uso descrive un personaggio che di mestiere cancella le parole dai vocabolari. Mentre i colleghi più intraprendenti e creativi creano neologismi, lui rilegge il vocabolario alla ricerca di termini che non vale più la pena cercare perché troppo difficili, caduti in disuso, o perché nominano azioni e oggetti che non si compiono più, ma anche perché troppo precisi in un epoca in cui non si presta molta attenzione alle sottigliezze.

E come ha detto Stefano Bartezzaghi in un vecchio articolo di Repubblica, di questi termini morenti potremmo ancora avere bisogno.

Giada

Tirando le somme

febbraio 7, 2010

Forse è il momento di fare un po’  un bilancio di tutte le varie strade che si sono incrociate in questo blog negli ultimi 2 anni. Di cose ne sono successe tante, alcune forse si sono percepite dai post altre dai periodi di silenzio, in cui la voglia di scrivere proprio non c’era. Ho aperto questo blog sotto consiglio di un mio amico che forse pensava che avessi qualcosa da dire. Inizialmente ero diffidente perché ho sempre pensato che scrivere fosse qualcosa di molto importante. La parola per me ha qualcosa di sacro, il significato che racchiude si fonde con la persona che la pronuncia o la scrive, con le sue intenzioni e con il contesto che li circonda. Le parole non sono slegate dalla vita, ma la rappresentano. Non c’è un altro modo per raccontare e raccontare è tutto, è capire, è tessere una storia, la nostra storia è scoprirsi parte del mondo. Io mi chiedevo se nelle mie parole ci fosse qualcosa che valesse la pena di essere raccontato, perché se così non fosse stato sarebbe stato poco utile unirmi al rumore di fondo, ad una specie di moda che unisce il diario ad un’agenda impersonale. Troppe volte si sottovaluta l’importanza e il peso che hanno le parole come se fossero qualcosa che fuoriesce da noi e su cui non possiamo avere un totale controllo. Invece io credo che tutti noi abbiamo il controllo dei nostri pensieri, che non sono appendici invisibili del nostro corpo ma scaturiscono dalla nostra volontà che è la parte più intima di noi.

Parallelamente alla nascita del blog è cominciata la mia esperienza nel corso di laurea in Teorie della Comunicazione che ora sta per terminare. Venuta da una facoltà come Media e Giornalismo, abbastanza impersonale, salvo rare eccezioni, sono stata molto felice di ritrovarmi in un corso che mette al centro le “persone”, nella loro totalità e umanità e non dati da osservare, studiare, categorizzare e in un certo modo manipolare. Mi sono scelta il curriculum meno popolare, Scenari e Modelli, quello più teorico dove quasi nessuno mi diceva come si fanno le cose ma perché si fanno. Il mio desiderio è sempre stato quello di conoscere, prima di saper fare, forse anche per la mia innata paura di misurarmi con la realtà. Non si può conoscere tutto, lo so, però si può imparare a pensare, in un modo solido e coerente e che non sia solo istintivo. Una volta imparato questo si possono fare molte più cose, cose che non si riducono ad una lista di procedure, ma che hanno a che fare con uno scopo che ha la stessa importanza all’esterno e all’interno di noi.

Non mi piacciono le delusioni, come più o meno a tutti. Forse io sono appena appena più orgogliosa della media, per cui delusione significa fallimento ma soprattutto aver sbagliato. Io non voglio sbagliare quasi mai e anche questo forse riguarda la maggior parte delle persone, ma il motivo è molto lontano da una pura ed egocentrica pretesa di perfezione. Scoprirmi fallibile non apre una breccia nella mia autodifesa, ma la fa saltare in aria tutta quanta come per una carica di tritolo. È un effetto a catena per cui tutte le certezze mi si sgretolano sotto i piedi. Questo perché non sono in grado di concepire separatamente i vari aspetti della mia vita, è un unicum, una moltiplicazione in cui una volta introdotto lo zero, ogni numero fa zero. Ci sono diversi stratagemmi per evitare le delusioni: 1) non lasciarsi coinvolgere, troppo 2) un pessimismo cosmico “aspettati il meglio preparati al peggio” 3) cercare sempre il lato positivo delle cose e ciò che di buono può arrivare anche laddove ci sembra impensabile. Io cerco di applicare la tattica n 3! Non sono un’ingenua né una sadica e nemmeno molto credente è solo che ho bisogno di imparare dalle cose e non solo catalogarle come errori e voltare pagina.

Anche per la mia facoltà ho dovuto applicare questo metodo. Perché le “persone” nella loro umanità sono sì oggetto di studio, ma non sono l’oggetto dell’organizzazione universitaria. Noi studenti siamo ancora considerati numeri (matricole) a cui vengono assegnati altri numeri (voti) che poi verranno sommati insieme e divisi per dare come risultato quello che siamo e quello che abbiamo imparato, per decidere a quale numero di livello ci collocheremo nella società. Questo è un problema che riguarda l’intero sistema scolastico e universitario e non solo la mia facoltà. Non sono contraria alla valutazione di per sé, che ritengo indispensabile ad ogni livello di comunicazione umana (quello che noi comunicatori chiamiamo feedback!). È grazie alla valutazione che molto spesso abbiamo la possibilità di migliorarci, ma la maggior parte delle volte al voto non corrisponde una descrizione intellegibile né una spiegazione delle insufficienze.
L’aspetto su cui ho avuto più difficoltà a trovare i lati positivi è stato, manco a dirlo, la comunicazione tra consiglio di laurea, professori, segreterie e studenti. Questa piramide sembra fatta apposta per schiacciare ogni nostra opinione su un possibile miglioramento del corso di laurea. Quando poi ci apprestiamo a chiedere educatamente spiegazioni o chiarimenti alle segreterie riguardo alle decisioni che il consiglio di laurea prende su di noi e le nostre carriere, veniamo trattati come piccoli insetti fastidiosi, piccoli figli di papà impazienti e viziati che credono che tutto sia loro dovuto, catastrofisti e inutilmente angosciati e per l’ansia di sventolare un titolo che ci farà sentire importanti.

Il fatto è che la situazione qui non è peggiore che altrove, anzi, Media e Giornalismo da questo punto di vista  non ha mai avuto la minima intezione di farci partecipare al corso di laurea. Nel corso dove mi trovo ora per lo meno abbiamo la possibilità di stabilire un rapporto, la maggior parte delle volte anche molto proficuo, con i professori che ci ascoltano e ci seguono. Se sembro così ingrata nei confronti di Teorie della Comunicazione, nonostante qualcosa di buono me l’abbia inevitabilmente lasciata è perché sono più grande che alla triennale e vedo con più chiarezza difetti strutturali che condizionano la nostra vita in questa facoltà

Se non possiamo cambiare l’organizzazione delle nostre facoltà o i nostri corsi (cosa che non dobbiamo stancarci di provare a fare) la nostra formazione può comunque andare avanti. Non serve lamentarsi del fatto che non si impara abbastanza nelle nostre università, specie in queste nuove lauree (tra cui la mia è sempre una delle prime citate) dove non serve studiare perché i voti sono comunque alti per tutti. Mi stupisco quando sento gli stessi studenti lamentarsi di questo perché non capisco cosa impedisca loro di imparare invece di andare sempre avanti con l’arte di arrangiarsi.

Ho letto con molto interesse l’articolo del The Chronicl of Higer Education e credo che le Open Educational Resoureces possano essere veramente un valido strumento per un apprendimento che non si limiti alle aule scolastiche ma che proceda al di fuori e per tutto il corso della vita. Per quanto riguarda noi studenti spesso insoddisfatti di quello che studiamo, per la poca chiarezza dei professori o la loro incapacità di risvegliare il nostro interesse, credo che le risorse online siano un supporto utile che permette di usufruire di una formazione personalizzata e meno strutturata parallelamente ai corsi tradizionali. Questo tipo di insegnamento favorisce anche un maggiore confronto con gli altri e la creazione di comunità dove si possa discutere dei temi su cui si hanno maggiori difficoltà in modo da non sentirsi isolati.

Anche sotto questo aspetto la stessa architettura delle nuove facoltà non favorisce l’incontro e la socializzazione, tanto meno l’aiuto reciproco tra studenti, ma al contrario un’accesa competizione. Rimpiango la decadente struttura di via del Parione, carica di storia, dove il portico costituiva il fulcro centrale della vita universitaria. Ci sedevamo lì a discutere, a leggere e a ripetere o a metterci d’accordo su dove andare a fare l’aperitivo! Avevamo davanti un piccolo quadrato verde e sopra le nostre teste uno squarcio di cielo che ci faceva respirare l’aria vera e non quella condizionata degli spazi chiusi. Adesso non abbiamo uno spazio in cui sederci e parlare che non siano corridoi e scale. I posti a sedere, esterni alle aule, si contano sulla punta delle dita e sono collocati tutti in fila così che si può parlare solo con il vicino. Biblioteca e aula studio sono molto più belle, ma lì si può studiare solo in solitudine. E poi ci lamentiamo che i giovani d’oggi interagiscano solo tramite Internet? Era stato fatto un tentativo di rendere la struttura più viva e più “nostra” aprendo, in una stanza inutilizzata, un piccolo bar autogestito che rendeva anche più vivibile quel minuscolo spazio aperto che ricorda quello dell’ora d’aria di alcuni pessimi carceri. Ma questo è un grave reato, e la possibilità di poter prendere un caffè scambiando due chiacchere con amici e colleghi invece che davanti ad una fredda macchinetta è inaccetabile per il decoro di una facoltà! Hanno murato l’entrata e ora rimane solo la colorata insegna “Bar fuori corso” che per lo meno dà un po’ di colore e fa sorridere per il gioco di parole. Ordine, ordine, ordine, non interessa nient’altro, né quello di cui abbiamo bisogno, né quello che ci farebbe sentire meglio.

Non so come da tutto questo possa essere emerso un corso come Tecnologia della comunicazione online, uno dei pochi dove siamo persone e non verbali. L’idea del blog credo sia un perfetto incontro tra la cura di sé e l’insegnamento, non solo con spunti e riflessioni ma anche con tante cose da imparare e non solo dal professore, ma anche tra di noi. Il mio blog giaceva un po’ a corto di parole ripiegato su delusioni da cui non riuscivo a riprendermi e anche il mio primo interesse che mi aveva spinto ad aprirlo si era un po’ spento. Forse cercavo nuove parole o un nuovo impulso che mi aiutasse a trovare il giusto compromesso tra la vta fuori e dentro la scrittura. Credo di averlo ritrovato!

Giada

La privacy in scatola

gennaio 19, 2010

Solo il primo uomo che è penetrato all’interno della tomba di Tutankhamon potrebbe capire l’emozione di Amelié mentre scopre questa scatola di tesori che un bambino si è curato di nascondere una quarantina di anni fa:

•    un mazzo di 36 carte made in China vinto ad una fiera
•    fischietto in alluminio: rotto
•    una puntata delle avventure di Gaston Choquet: “Le poison qui rends fon”
•    cartoline della Svizzera tedesca
•    una maserati 2,5 litri della scuderia belga
•    una figurina di porcellana
•    biglie
•    una foto di Just Fontaine: capo cannoniere alla coppa del mondo del 1958 in Svezia con tredici gol
•    coltellino a serramanico in madreperla con otto funzioni: cacciavite, apribottiglie, trivello, cavatappi, punteruolo, apriscatole e due lame
•    ciclisti di stagno
•    astragali

“Dimmi papà, se ritrovassi una cosa della tua infanzia a cui tenevi come a un tesoro… come ti sentiresti: felice, triste, nostalgico? come reagiresti?Pensavo a quelle cose che si tengono segrete come se avessero un grande valore…”

In un attimo tutto torna in mente a Bratodeau. La vittoria di Federico Bahamontes al Tour de France… le sottane della zia Josette… e soprattutto quella tragica giornata in cui vinse tutte le biglie dei compagni dei compagni durante la ricreazione…

“Strana la vita, quando uno è piccolo il tempo non passa mai, poi da un giorno all’altro ti ritrovi a cinquant’anni…
e tutto ciò che rimane dell’infanzia sta in una piccola scatola arrugginita….”

Il favoloso mondo di Amelié, Jean Pierre Jeunet

Questo film mi ha fatto riflettere molto su di me e sul mio modo di affrontare la vita. Anch’io da piccola cercavo di proteggere i miei “tesori” e i miei pensieri. Mi sembrava l’unico modo per proteggere la mia libertà, la mia autenticità e i miei errori di fronte a chi secondo me non era in grado di capire, la mia famiglia. Le loro aspettative, lo sentivo, non sempre rispondevano a quello che io volevo, ma stavo crescendo, non sapevo ancora chi ero e chi avrei voluto essere e quindi non avrei saputo difendere a spada tratta il mio modo di essere. Non sapevo se quella strada che i miei cercavano di indicarmi sarei riuscita a seguirla in tutto e per tutto e non sapevo se sarei riuscita a non deluderli mai. Non sapevo se avrei sopportato di scoprirli delusi di me. Nascondevo i miei diari e le mie lettere dove scrivevo quello che per me era importante. Sapevo che erano cose futili, piacere ai ragazzi, le delusioni, sentirsi accettata dalle amiche, rispetto a i sacrifici che i miei facevano per garantirmi quella vita che loro non avevano avuto. Ma mi sentivo sempre spaccata in due: non volevo essere ingrata, ma anche i miei sacrifici mi pesavano, primo fra tutti quello di dover essere responsabile e matura. Sui miei diari però molto spesso si apriva una vera caccia al tesoro e quando ritrovavo quei piccoli lucchetti rotti mi sentivo violata. Mi sforzavo così tanto di fare quello che andava fatto che sui miei pensieri e i miei sfoghi volevo che mi si lasciasse lo spazio di sognare e immaginare una vita diversa, stupida, superficiale che magari non avrei nemmeno voluto realizzare veramente, ma avevo bisogno di metterla alla prova. Questa per me era la privacy, uno spazio dove capire chi ero, di sperimentarmi prima di propormi agli altri. Per tanto tempo la privacy è stata solo nella mia testa e quando sono andata via di casa per l’Università ho finalmente respirato. Non facevo altro che scrivere, riflessioni di ogni genere, riempivo quaderni su quaderni e decidevo io con chi dividere i miei pensieri. Eppure anche questo eccessivo “curarmi di me” ha avuto i suoi effetti perversi. Piano piano quello che vivevo nella mia mente, il mio mondo così poco condiviso si staccava sempre di più da quello reale in cui non mi ritrovavo più. Fino a quando non arriva il momento in cui con la vita ci devi fare i conti per davvero e non la capisci più e non capisci come fanno gli altri a non capirti. Ho chiuso per un po’ i quaderni ed ho guardato fuori. All’inizio non mi piaceva tutto, poi mi sono accorta che la vita vera dava emozioni diverse rispetto a quelle immaginate e me ne sono innamorata così com’era. Ho scoperto gli altri, tutti gli altri, non solo quelli che erano importanti per me, ed ho cominciato ad ascoltare anche loro e non solo me stessa.

Sono rimasta veramente affascinata dal post di Andreas e mi ha fatto pensare “spendere energie nel conservare o proteggere è per me una forma di suicidio, si può conservare e proteggere solo immaginandovi e costruendovi sopra”.
Ho letto queste parole come un qualcosa a cui vorrei arrivare. Una consapevolezza di se stessi che non teme niente ma che si apre alla scoperta e al tempo. Io non mi sento ancora così libera e lo spazio in cui mi sento in assoluto me stessa è ancora quello intimo, nonostante tutto quello che ho imparato e sto imparando dall’incontro  e dalla condivisione con gli altri.
Ed è per questo che credo che la privacy sia ancora un valore che ha senso difendere, specialmente in alcuni momenti della vita in cui si è più fragili o inesperti. Ci siamo accorti del problema del rispetto della privacy essenzialmente con la rivoluzione di Internet, ma la rete non è certo l’unica minaccia. Pensiamo solo al fatto che in ogni angolo delle nostre città è appostata una telecamera. Ci dicono per motivi di sicurezza, anche se sinceramente non credo che la telecamera scoraggi una persona dal compiere un gesto che è comunque intenzionata a fare. L’idea di un occhio che mi osserva mi appare inquietante anche se molti si stupiscono “se non hai nulla da nascondere perchè sentirsi a disagio?”. Vallo a dire a Winston Smith che la telecamera è tanto innocua!! Ma la cosa che più mi stupisce sono le telecamere che con molta fretta si apprestano ad installare in tutti i nuovi edifici universitari. Che bisogno c’è? L’università non è una villa lussuosa né tanto meno una banca e non riesco proprio a immaginare azioni di una gravità tale che il nostro Grande Fratello sia ansioso di registrare tra studenti che si recano a lezione, che escono felici o in lacrime da un esame, segretari che spostano fascicoli, bidelli che puliscono pazientemente i bagni, professori che si prendono un caffè alle macchinette… E che non vengano a raccontare le balle del terrorismo, perchè alla casa dello studente de L’Aquila più che una telecamera sarebbe stato utile quel pilastro portante che si sono scordati di inserire in un’ala dell’edificio. Ma in Italia pensiamo in grande, ci occupiamo di Bin Laden, figuriamoci se abbiamo tempo per controllare la sabbia dentro il cemento per costruire le case!

La grande preoccupazione che ha assalito negli ultimi tempi l’opinione pubblica riguardo alla pericolosità dei social network e di  Facebook in particolare, rivela da una parte l’ignoranza che prevale ancora su questi temi, ma anche una profonda diffidenza nei confronti del “nuovo”. Il punto centrale, secondo me è imparare ad usare i nuovi strumenti così da poterne fare una risorsa che vada oltre la semplice curiosità di sbirciare quello che fanno gli altri. La popolarità di Facebook è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni, ma credo che molti non abbiano ancora capito cosa si trovano di fronte. Innanzi tutto Facebook è uno spazio pubblico con tutte le responsabilità che questo comporta. Si leggono spesso notizie di utenti che ingenuamente pubblicano le foto delle proprie vacanze mentre si sono dati malati a lavoro o di gruppi palesemente offensivi nei confronti dei quali si applicano procedimenti penali. Se mi viene da offendere e lanciare oggetti contro il televisore di casa mia quando un politico dice cose stupide in qualche salotto televisivo, questo non significa che sia legittimata a farlo pubblicamente!

A volte manca un po’ di buon senso. Ognuno è libero di utilizzare il mezzo come meglio crede, ma più si ha consapevolezza di sé e del mezzo stesso e migliore sarà l’uso che se ne farà e magari si eviterà di utilizzare Facebook come una vetrina in cui mostrare noi stessi con l’ossessione di aggiungere costantemente “amici” per essere più popolari. Il problema dell’eccessiva importanza che si dà all’apparire non nasce con Facebook e purtroppo non morirà con lui. È un problema culturale che rivela quanta insicurezza ci sia nelle persone e quanto sia forte il bisogno di modelli da imitare. Se si impongono modelli sbagliati è perché quelli positivi fanno fatica ad emergere o si dà loro poco spazio. È anche perché non si ha tempo o voglia di ascoltare i giovani e i loro bisogni, è perché il nostro sistema educativo è sempre più lontano dalla realtà quotidiana dei ragazzi. L’uso sbagliato o superficiale che si fa di mezzi o prodotti mediali non è una questione di morale (personalmente credo che moralità e immoralità siano unicamente a discrezione del singolo individuo) ma di piccoli passi verso la realizzazione personale e la felicità.

Per quelli che sono i miei interessi e anche il mio stile di vita Facebook non è così indispensabile. Mi consente di risparmiare un bel po’ in bolletta telefonica (e questo non è affatto male), ogni tanto mi fa sorridere, altre volte mi dimostra che con certe persone non è proprio il caso di essere “amici” solo per fare numero. Ho trovato molto interessante aNobii che mi ha ridato la costanza nel leggere, specialmente la sera, invece di addormentarmi davanti alla tv! Ma soprattutto ho scoperto Flixster un social network sul cinema a cui so che mi affezionerò molto presto nonostante l’inglese!

A volte gli altri mi fanno paura, l’aggressività del mondo, l’incertezza mi paralizzano ma si impara in continuazione, si cresce e tutto passa.

Giada

“… ecco, mia piccola Amélie, lei non ha le ossa di vetro. Può scontrarsi con la vita. Se si lascia sfuggire quest’occasione, col tempo, il suo cuore diventerà secco e fragile come il mio scheletro. Allora, si lanci accidenti!”

Il favoloso mondo di Amelié, Jean Pierre Jeunet

Strano hotel a 5 stelle

gennaio 18, 2010

Il carcere è da sempre un luogo oscuro di cui non si sa molto ma su cui si parla in abbondanza, la maggior parte delle volte a sproposito. I diritti dei detenuti, la loro salute, la loro morte sono l’ultimo dei nostri problemi, in fondo sono delinquenti, se si fossero comportati bene non starebbero dove sono. Siamo sempre bravi a giudicare gli altri, cosa che per altro nessuno ci chiede di fare. Ma dimentichiamoci per un attimo del reato, perché il fine della giustizia non è, o meglio non dovrebbe essere, la vendetta, che è una debolezza tutta umana, ma il ristabilirsi di un equilibrio sociale attraverso il recupero e il reinserimento di chi commette un reato. Dovremmo semplicemente osservare le condizioni in cui vivono i detenuti e chiederci se la sofferenza e il disagio fisico e psicologico possono essere di qualche utilità per qualcuno. Personalmente credo che la paura ed il dolore non possano essere i principi su cui fondare l’ordine sociale e la convivenza civile.

Vorrei iniziare cercando di sfatare alcune leggende metropolitane che riguardano l’hotel a 5 stelle “Carcere”.

1) Vitto e alloggio gratis

I detenuti dopo la carcerazione devono pagare 60 euro al mese per le spese di mantenimento in carcere: 1 anno avrà un costo di 720 euro, 2 anni 1.440 euro, 3 anni 2.160 euro ecc…. Se durante la reclusione il detenuto ha la possibilità di lavorare la quota viene sottratta direttamente dalla busta paga, in caso contrario la richiesta di spese pregresse viene notificata al domicilio dell’ex detenuto.
Ma queste non sono le uniche spese a carico del detenuto e dei suoi familiari.

2) Il cibo che passa il convento

Il Vitto è il cibo per i detenuti contemplato dalle tabelle del Ministero della Giustizia. Generalmente viene diviso in tradizionale, islamico (carne sostituita con un pezzo di formaggio) e per malati. Solo nelle carceri più grandi c’è la possibilità di avere il vitto semiliquido per i tanti detenuti che hanno problemi di denti o li hanno persi. Il menù prevede: poca verdura (soprattutto patate), cibo di scarsa qualità (esempi di Milano, Lanciano (CH), Firenze), ripetizione quasi ossessiva delle vivande (vedi le patate), per non parlare dei vegetariani che rifiutando la carne possono ritrovarsi nel piatto fino a 12 uova a settimana. Per quanto riguarda la colazione è generalmente a base di caffè d’orzo (quello nero “normale” deve essere comprato nel sopravvitto) e latte, o tè. Le tabelle ministeriali non prevedono niente da mangiare: hanno diritto a fare colazione anche con qualcosa di solido solo i detenuti fino a 24 anni.

3) Sopravvitto e pacco

Per i detenuti con una famiglia alle spalle c’è la possibilità di variare questa dieta che pone più di un dubbio circa  la sua salubrità: con la spesa che i detenuti possono ordinare allo spaccio interno 2 volte a settimana, oppure con il pacco che si può ricevere dall’esterno. Il pacco può contenere generi di abbigliamento e alimentari per un massimo di 20 kg al mese in 4 volte. Tutti gli alimenti contenuti nel pacco vengono ispezionati. Alcuni carceri per evitare di controllare, sminuzzare e rimestare ogni alimento vietano a priori l’introduzione di alcune vivande come insalata, sughi, polpette e le famose arance che nell’immaginario comune sono il cibo classico da portare ai carcerati. Sono inoltre vietati cd non originali, pile e tutta una serie di prodotti che non hanno una motivazione se non quella di arricchire lo spaccio interno.

Ogni sezione ha la propria lista di ciò che può essere comprato allo spaccio, il sopravvitto, che comprende tutto ciò che non passa il carcere e che è a carico del detenuto. Per altri prodotti non compresi nella lista si può chiedere l’acquisto tramite “domandina”, che però può essere autorizzata solo in presenza di motivi particolari. I detenuti hanno la possibilità di cucinarsi da soli direttamente in cella con dei fornellini a gas da campeggio, anche questi comprati da loro. Purtroppo i fornellini  anche se necessari non sono molto sicuri, specialmente in spazi così piccoli e tragicamente spesso diventano il modo più indolore per togliersi la vita.

I generi più acquistati sono caffè, zucchero, acqua in bottiglia, prodotti per l’igiene personale, detersivi per lavare, sigarette, francobolli, buste, block notes, olio per cucinare, assorbenti igienici: il ministero ne passa un pacco di 10 al mese, fatti di cellulosa scadente che fa spesso irritazione. Naturalmente i prezzi interni al carcere sono maggiorati rispetto a quelli del supermarket, nonostante l’articolo 9 della legge 26 luglio 1975, n.354 reciti che «I prezzi non possono essere superiori a quelli comunemente praticati nel luogo in cui è sito l’Istituto». Alcuni esempi tratti dal carcere milanese di Bollate: petto di pollo +44,5%, bistecca di manzo +61,8%, busta di rucola +130,5%, pan carré San Carlo +40,62%, dadi Star +49,3%, caffè +5,8%, bagnodoccia Intesa +28%, bagno schiuma Nidra +15%, deodorante Intesa +13%, cipolle +12,65%, yogurt +25%, mezzo coniglio +42,8%. In tutta Italia si susseguono le proteste sui prezzi maggiorati del sopravvitto e i detenuti rivendicano il diritto alla consapevolezza di ciò che comprano e quindi che il prodotto da loro scelto non sia sostituito, come di solito accade, da sottomarche. Le cifre sono imposte dalla ditta che ha l’appalto del servizio e dovrebbero essere controllate da una commissione composta da detenuti e direzione del carcere. Naturalmente chi protesta può essere sottoposto a sanzioni disciplinari, con tutto ciò che queste comportano.

4) Lavoro: obbligo o diritto?

Storicamente il lavoro penitenziario nasce in funzione strettamente punitiva. Sia il codice penale del 1889 che il regolamento penitenziario del 1931 consideravano il lavoro come elemento della pena e modalità di esecuzione della stessa. Traendo origine da un obbligo legale non era applicabile la legislazione del lavoro e questo giustificava un trattamento diverso e peggiorativo del detenuto lavoratore. Negli anni Settanta, in seguito ad agitazioni carcerarie e in particolar modo alla messa in questione dell’attività rieducativa del carcere prevista dalla Costituzione, le cose cambiano, ma solo come dichiarazione di principio e non di fatto. Il lavoro sostanzialmente non cambia, solo che anziché afflittivo viene considerato rieducativo e quindi indispensabile per il futuro rinserimento nella società del detenuto.
Il lavoro è di fatto obbligatorio per tutti i detenuti: i condannati e i sottoposti alle misure di sicurezza della casa lavoro o della colonia agricola non hanno possibilità di scelta. Per gli altri o si tiene conto delle attività svolte in precedenza o sono comunque «tenuti a svolgere un’altra attività lavorativa tra quelle organizzate dell’istituto». Il lavoro concretizza la regolare condotta che conduce alla remissione del debito, permette la concessione di ricompense ed è anche uno degli elementi determinanti per ammettere il detenuto al regime di semilibertà. Il lavoro però non è un diritto per il detenuto, ma un ricatto. Il lavoro infatti viene concepito come un premio da cui si può essere esclusi sulla base di un giudizio dato dall’amministrazione penitenziaria sul comportamento del detenuto.
Il lavoro carcerario, poichè non trae origine da un contratto ma da un obbligo legale non può ridursi allo schema del comune rapporto di lavoro. Si estende comunque al lavoratore detenuto la legislazione vigente in materia di durata massima dell’orario giornalliero, riposo festivo, tutela assicurativa e previdenziale, assegni familiari, tacendo invece sull’indennità di anzianità e sulle ferie retribuite.

La legge assimila il lavoro penitenziario a quello libero ma non in materia retributiva. L’ordinamento penitenziario stabilisce che il lavoro penitenziario è remunerato, ma non afferma che il lavoratore ha diritto ad una retribuzione in proporzione alla quantità e qualità del suo lavoro. Più che di una retribuzione si tratta di un “compenso”, cioè di un’attribuzione patrimoniale non coordinata alla prestazione  di lavoro. L’equiparazione tra lavoro carcerario e lavoro libero avrebbe comportato per le prestazioni lavorative nelle carceri una retribuzione che rispettasse i minimi salariali previsti per i contratti collettivi applicati alle corrispondenti categorie di lavoratori liberi. Al contrario, l’art. 22, 1° comma, Ord. Penit., dispone che “le mercedi per ciascuna categoria di lavoratori in relazione alla quantità e qualità del lavoro effettivamente prestato, all’organizzazione e al tipo di lavoro del detenuto sono equamente stabilite in misura non inferiore ai due terzi delle tariffe sindacali…”. La retribuzione è poi sottoposta ad un complesso di trattenute e prelievi tanto che si calcola che la somma percepita dal lavoratore sia pari al 40% delle retribuzioni esterne. Le detenute della Casa di custodia attenuata del Pozzale, struttura  che per ammissione delle stesse detenute ha aspetti più positivi rispetto ad altre carceri ordinarie, nella loro rivista “Ragazze fuori” fanno sapere che nella loro struttura la paga più alta è di 2,50 euro all’ora.

Quello che mi chiedo è il carcere così come è strutturato è una necessità o è utile a qualcuno? È forse utile a dimenticare chi sta lì dentro per tenere lontano dagli occhi e dall’opinione pubblica la sofferenza che quelle mura nascondono?

Detto questo cosa aggiungere? l’hotel a 5 stelle “Carcere” è aperto a tutti, provare per credere!

Giada

Etichette

gennaio 15, 2010

Spesso non basta la buona volontà per orientarsi all’interno della comunicazione/informazione digitale, ci vuole organizzazione. Viviamo in una realtà permeata di notizie e stimoli e abbiamo bisogno di coordinate per scongiurare il rischio di sovraccarico informativo che genera disorientamento, disagio e anche senso di impotenza nei confronti delle notizie/informazioni. La complessità non è di per sé un fattore negativo nella comunicazione, non va associato all’idea di rumore di fondo o di ostacolo che si frappone tra emittente e ricevente. La complessità indica che qualcosa di nuovo sta crescendo, che una certa realtà si sta ampliando e non servono semplificazioni. Serve una nuova mentalità, preparata alla sfida e alla messa in discussione di tutto ciò che conosciamo, per costruire qualcosa di nuovo, partendo da noi stessi, finendo, si spera, con l’intera società.

Fino a qualche anno fa la barra dei Preferiti del nostro computer era la guida che scandiva le nostre abitudini nella rete. Oggi non basta più. In qualche modo siamo diventati una parte molto più attiva nella costruzione della nostra conoscenza. Non contenitori da riempire da parte di scuola, giornali e tv, ma soggetti consapevoli che cercano ciò di cui hanno bisogno e che si creano il proprio percorso di crescita in base ai propri desideri e alle proprie esigenze. Nemmeno il mondo rinchiuso dentro al nostro computer basta più. C’è bisogno di incontrarsi, di confrontarsi, di unirsi e di sapere che non siamo soli con i nostri pensieri. Ed è così che scopriamo i social network. Il problema magari è che spesso non li scopriamo in tempo, in modo corretto o in quelle che sono le specificità di questi strumenti così da ricavarne molto meno di quello che potremmo imparare se nel nostro paese ci fosse un’educazione ai media o una cultura digitale diffusa nella formazione dell’individuo.

Delicious è uno strumento estremamente utile, per ordinare le nostre informazioni e la nostra mente che tende a perdersi non appena le si lascia più libertà del dovuto! Non che le associazioni di idee non siano profondamente stimolanti, ma credo che sia altrettanto soddisfacente potersi guardare indietro e riflettere su dove siamo partiti. Delicious è innanzi tutto uno strumento di social bookmarking, ma la sua utilità non sta tanto nell’organizzare i nostri Preferiti, ma nel farlo in modo semantico, aggregante e folksonomico (attraverso parole chiave scelte liberamente). Ci consente inoltre di condividere li nostri link con gli altri, così da creare una inedita classificazione della conoscenza lontana dal classico metodo gerarchico dei concetti e più vicina all’idea di affidabilità, attendibilità e fiducia negli altri. L’algoritmo contro l’essere umano. Il social bookmarking introduce il concetto di etichette (tag) classificate semanticamente e create da esseri umani che comprendono il significato del sito catalogato, l’opposto di quanto avviene per i motori di ricerca tradizionali.

Le etichette sono importanti. Anche nella vita di tutti i giorni ce ne serviamo per orientarci, per semplificare la nostra comprensione delle cose, per dare una risposta a quel bisogno innato di dare un nome a tutto e di riempire i nostri vuoti di conoscenza. Quelle più antipatiche sono quelle sole, isolate, marchiate a fuoco, come fossero verità assolute. Difficile staccarle, come fossero appiccicate con una super colla, specie quando si attaccano alla pelle delle persone. Eppure le etichette ci servono anche per le persone, per sapere come dobbiamo comportarci quando non le conosciamo così bene. Ormai ci viene più naturale essere diffidenti nei confronti della maggior parte della gente, ma per non diventare anche crudeli ci dovremmo impegnare a non appiccicare il primo pensiero che ci viene in mente quando entriamo in contatto con qualcuno. Dovremmo impegnarci a cercare almeno 10 etichette, per cominciare con il piede giusto, ed aggiungerle altre man mano che la conoscenza si approfondisce.

D’altronde questo è il segreto di delicious come dei blog: più sono i tag più sono le possibilità di trovare quello che cerchiamo!

Giada