In memoria: Ernst Lossa

febbraio 7, 2012

Ernst Lossa

Ernst Lossa nasce ad Augusta il 1° novembre del 1929. Proviene da una famiglia Jenische, zingari ibridi li chiamano, di costume nomade, con una forte tradizione artistica. I suoi genitori oggi si chiamerebbero madonnari, dipingono figure religiose di città in città, viaggiando nella Germania meridionale. Ma gli zingari sono zingari, oggi come ieri, in Germania come in Italia, durante il nazismo come nelle civilissime democrazie. Il governo della Baviera nel 1905 inserisce i Lossa nello zigeuner book, il libro degli zingari, e con la salita al potere di Hitler la vita per queste famiglie diventa drammatica. Ernest è il maggiore di tre figli. I suoi genitori sono costretti a enormi sacrifici per mantenere la famiglia: ogni possibilità di vivere onestamente viene sconvolta dagli ordini di polizia nazisti che li perseguitano in quanto zingari e venditori ambulanti. La nascita del quarto figlio, nel mese di giugno, aggrava la situazione. Le autorità intervengono per spezzare la famiglia, togliendo ai genitori la patria potestà. Ernst ha 4 anni. La madre è già gravemente malata e di lì a poco morirà di tubercolosi. Il padre viene internato a Dachau e morirà nel campo di concentramento di Flossenburg. Ernst e le due sorelle vengono mandati nell’orfanotrofio di Augusta, sono etichettati come figli di zingari, quindi predisposti a turbe psichiche, e non si nutre la minima speranza di educare i bambini come buoni cittadini tedeschi produttivi e di domare la loro indole vivace e ribelle. Ernst però è un bambino dalle mille risorse, con un forte senso dell’adattamento e inizia a rifugiarsi in un mondo tutto suo fatto di sogni e di immaginazione. Per far fronte alle ingiustizie subite quotidianamente impara a mentire e a rubacchiare ciò di cui ha bisogno per sopravvivere, per giocare e per mantenere vivo il suo piccolo mondo di fantasia.

Nel 1940 le suore perdono la pazienza e la pietà che il loro abito imporrebbe. A soli 10 anni Lossa viene mandato in riformatorio: «Si tratta senza dubbio di uno psicopatico. È di buon cuore ma privo di volontà, instabile. Mentalmente quasi normodotato, ma impulsivo. Non potrà più migliorare in modo sostanziale». A 13 anni viene sottoposto alla perizia di un medico del Kaiser Wilhelm Institute di Antropologia, Ereditarietà umana ed Eugenetica: «Possiede capacità medie, non si lava ed è disordinato, gli manca quasi totalmente il senso dell’igiene sia per quanto riguarda il corpo sia per gli abiti; la sua ossessione a rubare sembra patologica, porta via, senza riflettere e senza un motivo, tutto quello che vede. Sue caratteristiche tipiche sono la chiusura e la falsità. In un interrogatorio sono stati osservati soprattutto il suo portamento non eretto e il suo sguardo sempre in agguato. A lui non manca la buona volontà. Dopo ogni guaio lui promette di migliorare, ma la sua buona volontà è troppo debole nei confronti della forza delle sue inclinazioni negative. Tramite il racconto di cose oscene, mette in pericolo i ragazzi del suo gruppo. Il lavoro manuale riesce a svolgerlo bene solo se viene osservato, appena ci si gira abbandona il lavoro ed inizia a fare delle scemenze. Questo giovane senza controllo è un pericolo per tutti e per questo deve essere rinchiuso. Non è possibile sopportarlo in un normale istituto, perché tutto l’ordinato lavoro di educazione di un intero gruppo soffre della presenza di un ragazzo anormale e asociale, per il quale non ci sono possibilità di un successo educativo». Il 20 aprile 1942 Lossa viene trasferito nel reparto pediatrico del Kaufbeuren Institute. Nella cartella clinica, così come nella diagnosi, non sono riportate le informazioni biografiche e manca totalmente l’anamnesi.

Valentin Faltlhauser era il direttore della clinica. In passato era stato uno psichiatra progressista. Kaufbeuren, insieme ad Hadamar, Grafeneck, Brandenburg e Hartheim ed altri, era un ospedale psichiatrico in cui si praticava l’eutanasia secondo il progetto di Aktion T4. Il progetto non era una delle tante assurdità del nazismo, ma al contrario era il risultato delle più avanzate ricerche in campo medico-scientifico ed economico. Non era attuato da quei nazisti pazzi e sanguinari che vediamo nei film il Giorno della Memoria, ma da medici, psichiatri, luminari che seguivano un ragionamento drammaticamente logico, rivolto soprattutto ai propri cittadini: migliorare la nazione tedesca e da lì il genere umano eliminando “chi rallenta la marcia”, chi è portatore di malattie ereditarie, soprattutto mentali, handicap per cui non esiste cura. Queste persone risultavano a carico dello Stato senza essere produttive, senza dare alcun contributo alla crescita e al miglioramento del Paese. Sacrificare pochi esseri imperfetti per il bene di tutti. Se vi sembra un ragionamento già sentito, da qualche politico o da qualche uomo comune, preoccupatevi pure perché è proprio così. I principi dell’eugenetica, che avevano già portato alla sterilizzazione di “malati” in tutto il mondo nei primi decenni del Novecento, con l’America a fare da apripista, si erano evoluti in esperimenti su cavie umane e inconsapevoli e in eutanasia. Nel 1941 il programma ufficiale di eutanasia (quella che si faceva nelle camere a gas e nei forni crematori) venne sospeso, ma al suo posto si iniziò a svolgere l’eutanasia selvaggia. In un modo o nell’altro queste persone dovevano morire. Faltlhauser negli anni Venti e Trenta aveva creato degli ambulatori esemplari e si era dichiarato contrario all’eutanasia, ma vedendo i risultati di Aktion T4 e come questa avesse diminuito le spese dello Stato, decise di darsi da fare. Inventò così la Dieta E: tutti quei pazienti che prima sarebbero stati sottoposti al “trattamento” dell’eutanasia, venivano alimentati con una dieta «assolutamente povera di grassi». Entro 3 mesi i pazienti morivano di edema da fame. La mortalità negli ospedali psichiatrici aumentò esponenzialmente fino alla fine della guerra e anche dopo, almeno fino al 1947.

Ernst Lossa viene internato proprio a Kaufbeuren e sottoposto alla Dieta E. Ma Lossa è un bambino speciale. Viene trasferito ancora alla filiale di Irsee, il braccio della morte di Kaufbeuren. Qui si resiste 3 settimane al massimo: se non muori di fame ti fanno un’iniezione letale di barbiturici o morfina. Ma la sua voglia di vivere è talmente forte che Lossa resiste un anno e mezzo, aggrappato alla vita con le unghie e con i denti come solo un bambino può fare in una situazione tanto orribile e ingiusta. Dai rapporti della cartella clinica:

10.06.1943: «È un ragazzo vivace, scaltro, pieno di piccole malvagità e cattiverie, se si cerca di prendere il sopravvento su di lui è arrogante e monello. È incline alla scontentezza ed alla ribellione. Ha bisogno di un trattamento energico, ritiene la bontà debolezza.»

25.7.1943: «Facilmente irritabile, collabora con gli infermieri svolgendo piccole commissioni ma non in modo costante. A volte è vivace, altre irritato e scontroso, ha un’essenza irrequieta, ruba tutto quello che vede, spia le piccole debolezze che lo circondano, difficile da trattare.»

9.12.1943: «I1 tentativo intrapreso poco tempo fa di farlo lavorare fallisce. L. rubava tutto quello che poteva, particolarmente le chiavi; riuscito ad entrare nella dispensa delle mele le ha spartite con gli altri pazienti. Bugiardo, ladresco, brutale. Per la sua evidente tendenza antisociale non può più essere inserito nel gruppo di lavoro della casa.»

9.8.1944: «È fallito un nuovo tentativo di lavoro. L. ha iniziato a rubare, si nascondeva, creava difficoltà, fa delle scemenze.»

 Secondo le testimonianze di ex dipendenti della struttura sanitaria Lossa si era reso conto delle uccisioni mirate nell’istituto e probabilmente fu proprio questo che spinse il direttore amministrativo Joseph Frick e Valentin Faltlhauser ad accelerare la morte di Lossa. Lossa sapeva che sarebbe morto presto, aveva capito tutto. Quel pomeriggio lasciò a un infermiere una sua foto con scritto in memoria. «Spero di morire quando sei di turno tu, così mi metti bene nella bara».

9.8.1944: «Exitus: eutanatizzato». Lossa viene ucciso da un’infermiera di nome Pauline Kneissler con un’iniezione di morfina-scopolamina. A lui avevano detto che era un vaccino contro il tifo. Non facciamoci ingannare dal nome dolce di “buona morte”, l’eutanasia praticata in questi ospedali di dolce non aveva proprio niente, ma si avvicinava molto di più alla tortura. I pazienti, molto spesso bambini, a cui veniva fatta l’iniezione impiegavano dalle 3 ore a diversi giorni, come nel caso di Lossa, per morire. L’infermiera Kneissler era stata chiamata in quanto specializzata nell’attuazione dell’eutanasia. «Mi era chiaro che l’unico scopo era quello di uccidere i soprannominati pazienti. Ricevevo il compito di svolgere l’eutanasia dal direttore durante la visita o dall’ufficio dell’ispettore dell’amministrazione». Pauline Kneissler, andata a processo per aver eutanatizzato 250 bambini, ha verbalizzato più volte che la morte inferta per pietà è quella forma di morte che si concede anche a qualunque animale. Valentin Faltlhauser, come motivazione, ha nominato in primo luogo la compassione per giustificare la sua partecipazione. Nel suo processo penale egli affermava: «In ogni caso ho agito non con l’intenzione di compiere un delitto, ma al contrario permeato dalla consapevolezza di agire in modo misericordioso verso questi esseri infelici, con l’intenzione di liberarli dalla loro sofferenza per la quale oggi non esiste salvezza con i mezzi a noi conosciuti e non esiste sollievo, quindi con la consapevolezza di agire come medico autentico e cosciente

Consiglio la visione di Ausmerzen, spettacolo di Marco Paolini andato in onda in diretta su La7 il 27.01.2011.

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Basquiat

Io volevo essere Tarzan per conquistare Marinella che è bellissima. Io volevo essere Tarzan e invece sono un coniglio con una recchia arrugginita. Anche la maschera di Zorro mi poteva andare bene. Anche con quella da pirata nero avrei conquistato l’amore di Marinella che si è vestita da ballerina.

Ero più contento se pure io mi vestivo da ballerina. Anche se tutti gli altri compagni di classe vestiti da Zorro e da Pirata, da Tarzan e da tutte le altre maschere mi dicevano che ero vestito da frocio… io preferivo che ero frocio. Meglio frocio che coniglio.

Per questo che io non ci volevo andare alla festa di carnevale in parrocchia. Ma però mia nonna mi ci ha portato per forza. Si è messa le scarpe e le calze grosse della farmacia e mi ha portato in questa festa della chiesa. Mia nonna era vestita da vecchia e in mezzo a noi sembrava vestita da carnevale. Vestita con la maschera da vecchia.

E in parrocchia ci sta pure Pancotti Maurizio che è il bambino più deficiente della scuola. Si mangia la terra e c’ha i denti sporchi. E’ un deficiente mondiale. E lui si è vestito da mago. E la madre gli ha comprato questa maschera accessoriata con tutte le magie da mago, con le carte magiche che Pancotti Maurizio ti dice “scegli una carta” e poi indovina la carta. Con il cappello a cilindro che Pancotti Maurizio ci tira fuori un piccione finto e rinsecchito. Con la bacchetta magica che diventa un mazzo di fiori e Pancotti Maurizio li regala a Marinella e io gli spacco la faccia a Pancotti Maurizio se ci prova a farla innamorare di lui. E il prete quando mi vede arrivare col vestito da coniglio gli dice a Pancotti Maurizio che “l’hai tirato fuori tu dal cilindro questo coniglietto?” e tutti ridono.

E pure il prete è un deficiente.

E io me ne vado in sacrestia a schiacciare gli insetti. E io pure sono capace a mangiarmi la terra. Ma io sono capace a mangiarmi anche le formiche, le mosche e i ragni. Mi metto seduto in mezzo ai santi e alle madonne che il prete ha ammucchiato in sacrestia perché non c’entrano tutti quanti nella chiesa. E ogni tanto gli fa fare il cambio giocatori. Mette sant’Antonio col diavolo che lo tenta e leva san Giorgio che ammazza il drago. Mette san Francesco che parla col lupo e leva san Rocco che parla col cane. Leva qualche santo e lo manda in vacanza in sacrestia.

Io mi guardo questi pupazzi e non ci credo che sono santi. Mi sembrano preti giganteschi mascherati da santi di carnevale con l’aureola di fil di ferro. L’aureola finta come il filo di ferro che sta dentro alla recchia mia di coniglio. E in mezzo a tutto questo squadrone di celebrità della chiesa mi compare Marinella vestita da ballerina. Marinella che pure lei sembra una santa anche se è più piccola delle statue. Marinella è una madonna tascabile. Marinella mi viene vicino e mi dice “non ce la faccio più a sopportare Pancotti  Maurizio che fa le magie” e io gli dico che “Pancotti Maurizio è il bambino più deficiente del secolo!” e lei si mette a ridere. Allora io continuo e gli dico che “prendiamo Pancotti Maurizio e lo spediamo con un razzo spaziale come la cagna Laica che i russi hanno spedito nello spazio. Pancotti Maurizo finisce nel pianeta dei deficienti, ma lui è così deficiente che pure i deficienti spaziali lo prendono per deficiente e lo mettono a fare il pagliaccio nel circo spaziale. E vanno tutti al circo a vedere Pancotti Maurizio, ma nessuno vuole pagare il biglietto perché dicono che noi siamo deficienti, ma non così deficienti da pagare il biglietto per vedere quel deficiente di Pancotti Maurizio. E tutti entrano gratis. e alla fine dello spettacolo i deficienti si sentono come se sono diventati tutti professori perché in confronto a quel deficiente di Pancotti Maurizio loro sono dei geni. E allora gli  abitanti del  pianeta deficiente si danno il premio nobel uno con l’altro. Il sindaco dà il premio nobel di elettricismo all’elettricista, e poi  l’elettricista dà il premio nobel di falegnamismo al falegname, e poi il falegname dà il premio nobel di pescivedolismo al pescivendolo, e poi…” e poi basta.  Non dico nient’altro perché Marinella ride come certi animali che gli cresce un osso nel cervello e diventano pazzi. E io penso che se ride per altri cinque secondi gli scoppia la faccia.

Penso che fino adesso ho fatto il bambino comico, ma le bambine non amano i bambini comici anche se le fanno ridere. Le bambine amano gli eroi. Così decido che faccio un gesto eroico. Prendo un ragno e me lo mangio vivo mentre la guardo negli occhi. E lei si innamora istantaneamente. Adesso posso fargli tutto quello che voglio. Posso pure ruttare come un drago e leccargli la faccia che lei è completamente ipnotizzata da me. Ma lei mi precede e prima che io apro bocca infila la sua mano perfetta in un buco dove ci sta una tela di ragno zozza di polvere. Pure lei vuole essere un eroe, come me, vuole essere all’altezza della situazione. Tira fuori la mano da quel buco zelloso e se la mette in bocca e dice che “anche io mi sono mangiata un ragno!”.

Ma invece non è vero. Lei dice che se l’è mangiato, ma io lo so che è una bugia. E glielo dico incazzato che “è una bugia. non è vero che te lo sei mangiato. hai fatto solo la mossa di metterlo in bocca , ma non te lo sei mangiato. E’ una bugia. Se è vero che te lo sei mangiato dimmi che sapore c’aveva. Io me li mangio i ragni, , me li mangio davvero e lo conosce il sapore . Ma tu non lo sai perché non te lo sei mangiato. E non lo saprai mai perché non c’hai il coraggio. Hai fatto per finta. Bugiarda!”. e lei rimane con la faccia immobile perché ho smascherato il suo trucco meschino. Così mi alzo di corsa e vado a cercare un ragno, lo strappo da una ragnatela e gli dico “mangiati questo! fammi vedere che te lo mangi”.

Marinella prende il ragno vivo per una zampa e manco lo guarda, perché mi sta a guardare a me. Mi guarda negli occhi con la faccia impunita come se sono io il ragno che tiene appeso per una zampa. E io dico che mai più nella storia si ripeterà che una mano così perfetta e pulita stringe la zampa di un ragno tanto sporco e peloso. Marinella apre la bocca e stringe i denti su quel ragno. Stringe i denti senza chiudere le labbra, per farmela vedere in diretta la morte del ragno stritolato. E quando ripenso a ‘sto fatto mi pare di risentire la crosta del ragno che scrocchia tra i denti di Marinella.

Si ingoia quella carcassa tritata e io sono felice perché adesso anche Marinella è un eroe. Adesso io e lei siamo come Batman e la donna-gatto, siamo due robot atomici indistruttibili. Due bambini bionici.  Poi mi accorgo che lei non ha più smesso di guardarmi dal momento in cui ho denunciato la sua truffa. Adesso sta ferma con gli occhi sbarrati , ma non è più ipnotizzata d’amore per me. Ha incominciato a guardarmi come mi guarda mia nonna quando sta per menarmi… ma poi non mi mena perché gli faccio pena. Mi dice che “potevamo stare insieme per sempre , e invece tu hai fatto a pezzi il nostro amore. Io ti avrei amato fino alla morte. Ci avrei fatto i figli con te e li avrei cresciuti pure nella povertà. Sarei invecchiata accanto a te spartendo ogni cosa, mezza pizza bianca ciascuno, mezzo cremino Algida, mezzo bicchiere di latte macchiato. Ti avrei ricordato di prendere le medicine e ti avrei pure baciato sulla bocca davanti a tutti. E’ vero che era una bugia. E’ vero che non me lo ero mangiato il ragno, ma tu perché non mi hai creduto? Era davvero così importante che mangiavo quella bestia pelosa? Tu dovevi credermi pure se non era vero, tu dovevi credere a me. Credere in me. E io ti avrei scelto per sempre. Invece adesso non lo so più se ti scelgo… Pancotti Maurizio ci avrebbe creduto. Ci avrebbe creduto perché è un deficiente.

I deficienti credono a tutto.”

Ascanio Celestini

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Tema:

Prospettive per un bambino di 9 anni all’inizio del terzo millennio

Svolgimento:

Io sono un bambino di 9 anni e vivo all’inizio del terzo millennio. Mi chiamo Pancotti Maurizio e tutti in classe mi dicono che sono deficiente. Me lo dicono perchè sono ciccione, è per questo che me lo dicono. Me lo dice pure Robertino Casoria che è amico mio. Lui dice che me lo dice perchè se non me lo dice fa pure lui la figura del deficiente. Mi dice “io penso che tu sei solo ciccione, no pure deficiente”. Io da grande non voglio più essere ciccione. Ma diventerò mai grande signora maestra? Gli scienziati a Nairobi hanno detto che tra 50 anni finisce il mondo. Ma che millennio è un millennio che dopo 50 anni è già finito? E’ come un anno scolastico che dura solo una settimana, come l’ora di geografia che finisce dopo un minuto. Io adesso c’ho 9 anni, signora maestra, significa che quando finisce il mondo non sarò manco andato in pensione. Se è vero che tra mezzo secolo finisce il mondo si potrebbe festeggiare, come si fa con gli anniversari degli avvenimenti passati. Tanto la fine del mondo non è un avvenimento che si potrà festeggiare dopo che è successo. Non festeggeremo mica il 50esimo anniversario dalla fine del mondo perchè il mondo sarà già finito da 50 anni e noi saremo mangime per marziani, signora maestra.

Così mi immagino che per il 50esimo prima della fine del mondo ci siano grandi festeggiamenti. Mi immagino che perfino dio in persona scende sulla terra per l’evento e allestisce una prova generale del giudizio universale. Come si fa per le simulazioni dei terremoti nelle scuole che tutti fanno finta che sta tremando la scuola per il sisma e si fa l’evacuazione senza panico. E poi purtroppo, signora maestra, la scuola nostra non casca mai. Invece la prova generale del giudizio universale si fa perchè tra 50 anni finisce il mondo davvero. Insomma signora maestra io mi immagino che quel giorno dio fa tornare sulla terra tutti i morti di tutti i tempi per fare la prova generale. E non solo quelli che hanno vissuto per davvero, veramente eh, ma pure personaggi di fantasia come Paperinick o il mostro di Lochness. E per strada è pieno di gente vera e finta, viva e morta. Come per esempio i 7 re di roma che giocano a calcetto contro i 7 nani. In attesa che arriva dio per la prova generale del giudizio universale i padroni delle religioni mondiali si incontrano perchè sicuramente la maggior parte di loro perderà il lavoro. Per esempio se c’hanno ragione i cristiani, signora maestra, mussulmani, ebrei ecc che fine faranno? E se c’hanno ragione gli ebrei che ne sarà del cristianesimo e dell’islam? E se per caso il dio che sta arrivando è proprio Allah, che ne sarà di tutti gli altri? E se invece ci stanno gli dei della Grecia, Manitù, Buddah? Signora maestra, Buddah mi sta simpatico perchè è ciccione e nessuno lo chiama deficiente come fanno con me.

Per strada i predicatori, perchè ci stanno pure i predicatori, i predicatori dicono che dio non sarà mica secco secco come Gesù Cristo tutto pelle e ossa, no, dicono che questo sarà un dio potente oltre che onnipotente, robusto come un camionista. Non entrerà in città col somaro, c’avrà la monovolume e non si accontenterà di camminare sull’acqua, lui c’andrà a parcheggiare la macchina. Questo dirannno i predicatori nel giorno della prova generale del giudizio universale, signora maestra. Ma finalmente signora maestra, finalmente in serata arriva dio in persona davanti ai padroni di tutte le religioni. Finalmente si svela il mistero e dio signora maestra, e dio non è quella specie di superman che dicono i predicatori, no. 1° dio non è né bianco né americano, dio è di origine mediorientale e gli islamici sono contenti. 2° però dio arriva mangiando un panino col prosciutto e gli islamici non so più tanto contenti, e adesso, signora maestra, i contenti sono i cristiani. 3 però dio è anche donna e nemmeno i cristiani sono più tanto contenti. Adesso tra i cristiani l’unico contento è Milingo, anche perchè dio è arabo, donna e pure negra, sposata, divorziata, con una squadra di figli tutti illegittimi. 4 però attualmente dio donna convive con un’altra donna e adesso non è più tanto contento nemmeno Milingo. E infine, signora maestra, pare che dio sia pure atea. I padroni di tutte le religioni gli dicono “dio, dio tu sei fuori legge per qualsiasi tipo di fede”. “Però non ho vizi – dice dio – fumo solo una canna ogni tanto”. E i padroni delle religioni gli fanno “ma dì un po’, t’ha visto qualcuno arrivare?” “credo di no” – fa lei, cioè dio, “e per i prossimi 50 anni, cioè fino al giudizio universale, quello vero, non ti farai più vedere?” E dio, cioè lei “no, non ci penso per niente”. “Meglio così” fanno i padroni delle religioni.

Signora maestra fuori sta facendo scuro e terminata la prova del giudizio universale i morti se ne tornano nelle tombe. Invece i vivi si infilano a casa di corsa. E’ domenica, siamo in tempo per il posticipo di serie A che eccezionalmente in questo anniversario importante è trasmessa a reti unificate. A metà del primo anno già nessuno parla più di dio e della fine del mondo che ci sarà tra 50 anni. Signora maestra, io sono un bambino di 9 anni all’inizio del terzo millennio, mi chiamo Pancotti Maurizio e tutti in classe mi dicono che sono deficiente. Me lo dice pure Robertino Casoria che è amico mio. Mi dice “ti dico che sei deficiente solo per non fa’ brutta figura davanti a tutti, ma io penso che non sei deficiente, penso che sei solamente ciccione”. Quindi quando siamo insieme non mi chiama deficiente, mi chiama solamente ciccione. Signora maestra Robertino Casoria è il mio migliore amico, anche lui è un bambino di 9 anni all’inizio di questo terzo millennio che durerà solo 50 anni. Anche Robertino Casoria morirà senza andare in pensione.

Ascanio Celestini

Il segretario se ne va dal presidente. “Oggi comincia lo sciopero”, dice. “Nessuno è indispensabile”, risponde il presidente, “chi sciopera? I fornai? Non si vive di solo pane. Mangeremo brioche, come diceva Maria Antonietta. Scioperano i medici? Ci prendiamo ’na mela, ché una mela al giorno toglie il medico di torno. Scioperano i giornalisti? In Italia i giornalisti veri saranno tre… Se si fermano non se ne accorge nessuno. Vorrà dire che salterà una puntata di Report e un paio di articoli sui giornali. Nessuno è indispensabile. Scioperano i teatranti? Ma perché… esiste ancora il teatro? Scioperano i calciatori? Se ne accorgono tutti, ma per una domenica può saltare pure il campionato. I calciatori se ne vanno al mare con le veline. I tifosi faranno a botte gratis da qualche altra parte. Torneranno a casa coi lividi, ma almeno avranno risparmiato i soldi dei bel biglietto. Nessuno è indispensabile”.

“Signor presidente”, dice il segretario, “oggi comincia lo sciopero dei filosofi”.

All’inizio nessuno se ne accorge. Come se scioperassero le pulci sui cani o le carie nella bocca. Poi i filosofi incrociano le braccia davanti ai libri nelle biblioteche e nelle librerie, nelle scuole e nelle università. Incrociano le braccia davanti al pensiero. Senza i filosofi non si può pensare. Gli operai di Torino al funerale dei loro compagni non riescono a capire. Se ne vanno dai filosofi, da Carlo Marx, gli chiedono: “Perché ’sti cinque so’ morti? Perché lavoriamo otto ore al giorno e non bastano e ce ne vogliono altre quattro per portare a casa lo stipendio?”.

Marx gli potrebbe dire che c’è stato un tempo in cui il lavoratore se ne andava al bosco che era di tutti, a prendere un pezzo di legno che diventava il suo, per lavorarlo con gli strumenti che erano suoi, per farci una sedia che era la sua, per venderla a un prezzo che faceva lui ed era un prezzo giusto. Adesso l’operaio va in una fabbrica che non è la sua, lavora con macchine che non può comprare, costruisce qualcosa che non gli appartiene e spesso non sa manco cos’è. “Questa è l’alienazione”, gli direbbe Marx. Che non è una specie di tristezza come nei film degli anni sessanta, ma un trucco del mercato per arricchire i padroni. Gli direbbe che il loro presidente del consiglio era il presidente dell’Iri ai tempi in cui la Thyssen Krupp è venuta a fare la spesa in Italia, ai tempi in cui il governo si svendeva le fabbriche. Che si sono comprati la loro acciaieria per chiuderla, come il proprietario di una macelleria compra la macelleria di fronte alla sua solo per azzerare la concorrenza. Ma non glielo dice perché oggi è il giorno in cui scioperano i filosofi.

In Chiesa a metà della messa comincia lo sciopero. Il prete alza l’ostia e il calice e rimane con le braccia per aria. Pensa: “Che ci devo fare co’ ’sto pane e co’ ’sto vino?” Pure i cristiani non lo sanno e vanno tutti dal Papa. Quello gli dice “credete e basta!”, ma non lo sa il perché. Perché pure il papa ha bisogno dei filosofi. Pure lui senza il pensiero brancola nel buio della fede. Allora se ne va da Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino, ma pure da Socrate e i presocratici, da Hegel e Benedetto Croce. Loro glielo potrebbero spiegare che Dio non entra in un pezzo di pane come un manzo in una scatoletta di simmenthal. Potrebbero dirgli che “la fede è una scelta”, ma non lo fanno perché oggi è il giorno in cui scioperano i filosofi.

E pure il fornaio che fa i conti con la matita sulla carta del pane non è più capace di fare due più due perché la filosofia è anche pensiero matematico. E la gente per strada vede il sole che si muove nel cielo e non sa come fermarlo. E i filosofi glielo potrebbero dire che “non si può fermare perché il sole è già fermo!”, ma non lo fanno perché oggi è il giorno in cui scioperano i filosofi.

Allora il presidente col segretario se ne va dai filosofi. “Che volete per fermare questo sciopero?”, chiede.

“Vogliamo tutto, lo vogliamo subito e lo vogliamo per tutti”.

E il presidente non glielo può negare. Il giorno dopo finisce lo sciopero. Lo sciopero dei filosofi, ma non quello dei fornai. “Vabbé, nessuno è indispensabile. Non si vive di solo pane”. E dopo comincia lo sciopero dei medici e ci mangeremo ’na mela. Poi scioperano i trasportatori e in Italia finisce la benzina nei distributori. “Non importa, per un giorno ce ne andremo a piedi!”. Straordinario sarebbe quel paese nel quale i filosofi fossero considerati una categoria indispensabile.

Ascanio Celestini