In memoria: Ernst Lossa

febbraio 7, 2012

Ernst Lossa

Ernst Lossa nasce ad Augusta il 1° novembre del 1929. Proviene da una famiglia Jenische, zingari ibridi li chiamano, di costume nomade, con una forte tradizione artistica. I suoi genitori oggi si chiamerebbero madonnari, dipingono figure religiose di città in città, viaggiando nella Germania meridionale. Ma gli zingari sono zingari, oggi come ieri, in Germania come in Italia, durante il nazismo come nelle civilissime democrazie. Il governo della Baviera nel 1905 inserisce i Lossa nello zigeuner book, il libro degli zingari, e con la salita al potere di Hitler la vita per queste famiglie diventa drammatica. Ernest è il maggiore di tre figli. I suoi genitori sono costretti a enormi sacrifici per mantenere la famiglia: ogni possibilità di vivere onestamente viene sconvolta dagli ordini di polizia nazisti che li perseguitano in quanto zingari e venditori ambulanti. La nascita del quarto figlio, nel mese di giugno, aggrava la situazione. Le autorità intervengono per spezzare la famiglia, togliendo ai genitori la patria potestà. Ernst ha 4 anni. La madre è già gravemente malata e di lì a poco morirà di tubercolosi. Il padre viene internato a Dachau e morirà nel campo di concentramento di Flossenburg. Ernst e le due sorelle vengono mandati nell’orfanotrofio di Augusta, sono etichettati come figli di zingari, quindi predisposti a turbe psichiche, e non si nutre la minima speranza di educare i bambini come buoni cittadini tedeschi produttivi e di domare la loro indole vivace e ribelle. Ernst però è un bambino dalle mille risorse, con un forte senso dell’adattamento e inizia a rifugiarsi in un mondo tutto suo fatto di sogni e di immaginazione. Per far fronte alle ingiustizie subite quotidianamente impara a mentire e a rubacchiare ciò di cui ha bisogno per sopravvivere, per giocare e per mantenere vivo il suo piccolo mondo di fantasia.

Nel 1940 le suore perdono la pazienza e la pietà che il loro abito imporrebbe. A soli 10 anni Lossa viene mandato in riformatorio: «Si tratta senza dubbio di uno psicopatico. È di buon cuore ma privo di volontà, instabile. Mentalmente quasi normodotato, ma impulsivo. Non potrà più migliorare in modo sostanziale». A 13 anni viene sottoposto alla perizia di un medico del Kaiser Wilhelm Institute di Antropologia, Ereditarietà umana ed Eugenetica: «Possiede capacità medie, non si lava ed è disordinato, gli manca quasi totalmente il senso dell’igiene sia per quanto riguarda il corpo sia per gli abiti; la sua ossessione a rubare sembra patologica, porta via, senza riflettere e senza un motivo, tutto quello che vede. Sue caratteristiche tipiche sono la chiusura e la falsità. In un interrogatorio sono stati osservati soprattutto il suo portamento non eretto e il suo sguardo sempre in agguato. A lui non manca la buona volontà. Dopo ogni guaio lui promette di migliorare, ma la sua buona volontà è troppo debole nei confronti della forza delle sue inclinazioni negative. Tramite il racconto di cose oscene, mette in pericolo i ragazzi del suo gruppo. Il lavoro manuale riesce a svolgerlo bene solo se viene osservato, appena ci si gira abbandona il lavoro ed inizia a fare delle scemenze. Questo giovane senza controllo è un pericolo per tutti e per questo deve essere rinchiuso. Non è possibile sopportarlo in un normale istituto, perché tutto l’ordinato lavoro di educazione di un intero gruppo soffre della presenza di un ragazzo anormale e asociale, per il quale non ci sono possibilità di un successo educativo». Il 20 aprile 1942 Lossa viene trasferito nel reparto pediatrico del Kaufbeuren Institute. Nella cartella clinica, così come nella diagnosi, non sono riportate le informazioni biografiche e manca totalmente l’anamnesi.

Valentin Faltlhauser era il direttore della clinica. In passato era stato uno psichiatra progressista. Kaufbeuren, insieme ad Hadamar, Grafeneck, Brandenburg e Hartheim ed altri, era un ospedale psichiatrico in cui si praticava l’eutanasia secondo il progetto di Aktion T4. Il progetto non era una delle tante assurdità del nazismo, ma al contrario era il risultato delle più avanzate ricerche in campo medico-scientifico ed economico. Non era attuato da quei nazisti pazzi e sanguinari che vediamo nei film il Giorno della Memoria, ma da medici, psichiatri, luminari che seguivano un ragionamento drammaticamente logico, rivolto soprattutto ai propri cittadini: migliorare la nazione tedesca e da lì il genere umano eliminando “chi rallenta la marcia”, chi è portatore di malattie ereditarie, soprattutto mentali, handicap per cui non esiste cura. Queste persone risultavano a carico dello Stato senza essere produttive, senza dare alcun contributo alla crescita e al miglioramento del Paese. Sacrificare pochi esseri imperfetti per il bene di tutti. Se vi sembra un ragionamento già sentito, da qualche politico o da qualche uomo comune, preoccupatevi pure perché è proprio così. I principi dell’eugenetica, che avevano già portato alla sterilizzazione di “malati” in tutto il mondo nei primi decenni del Novecento, con l’America a fare da apripista, si erano evoluti in esperimenti su cavie umane e inconsapevoli e in eutanasia. Nel 1941 il programma ufficiale di eutanasia (quella che si faceva nelle camere a gas e nei forni crematori) venne sospeso, ma al suo posto si iniziò a svolgere l’eutanasia selvaggia. In un modo o nell’altro queste persone dovevano morire. Faltlhauser negli anni Venti e Trenta aveva creato degli ambulatori esemplari e si era dichiarato contrario all’eutanasia, ma vedendo i risultati di Aktion T4 e come questa avesse diminuito le spese dello Stato, decise di darsi da fare. Inventò così la Dieta E: tutti quei pazienti che prima sarebbero stati sottoposti al “trattamento” dell’eutanasia, venivano alimentati con una dieta «assolutamente povera di grassi». Entro 3 mesi i pazienti morivano di edema da fame. La mortalità negli ospedali psichiatrici aumentò esponenzialmente fino alla fine della guerra e anche dopo, almeno fino al 1947.

Ernst Lossa viene internato proprio a Kaufbeuren e sottoposto alla Dieta E. Ma Lossa è un bambino speciale. Viene trasferito ancora alla filiale di Irsee, il braccio della morte di Kaufbeuren. Qui si resiste 3 settimane al massimo: se non muori di fame ti fanno un’iniezione letale di barbiturici o morfina. Ma la sua voglia di vivere è talmente forte che Lossa resiste un anno e mezzo, aggrappato alla vita con le unghie e con i denti come solo un bambino può fare in una situazione tanto orribile e ingiusta. Dai rapporti della cartella clinica:

10.06.1943: «È un ragazzo vivace, scaltro, pieno di piccole malvagità e cattiverie, se si cerca di prendere il sopravvento su di lui è arrogante e monello. È incline alla scontentezza ed alla ribellione. Ha bisogno di un trattamento energico, ritiene la bontà debolezza.»

25.7.1943: «Facilmente irritabile, collabora con gli infermieri svolgendo piccole commissioni ma non in modo costante. A volte è vivace, altre irritato e scontroso, ha un’essenza irrequieta, ruba tutto quello che vede, spia le piccole debolezze che lo circondano, difficile da trattare.»

9.12.1943: «I1 tentativo intrapreso poco tempo fa di farlo lavorare fallisce. L. rubava tutto quello che poteva, particolarmente le chiavi; riuscito ad entrare nella dispensa delle mele le ha spartite con gli altri pazienti. Bugiardo, ladresco, brutale. Per la sua evidente tendenza antisociale non può più essere inserito nel gruppo di lavoro della casa.»

9.8.1944: «È fallito un nuovo tentativo di lavoro. L. ha iniziato a rubare, si nascondeva, creava difficoltà, fa delle scemenze.»

 Secondo le testimonianze di ex dipendenti della struttura sanitaria Lossa si era reso conto delle uccisioni mirate nell’istituto e probabilmente fu proprio questo che spinse il direttore amministrativo Joseph Frick e Valentin Faltlhauser ad accelerare la morte di Lossa. Lossa sapeva che sarebbe morto presto, aveva capito tutto. Quel pomeriggio lasciò a un infermiere una sua foto con scritto in memoria. «Spero di morire quando sei di turno tu, così mi metti bene nella bara».

9.8.1944: «Exitus: eutanatizzato». Lossa viene ucciso da un’infermiera di nome Pauline Kneissler con un’iniezione di morfina-scopolamina. A lui avevano detto che era un vaccino contro il tifo. Non facciamoci ingannare dal nome dolce di “buona morte”, l’eutanasia praticata in questi ospedali di dolce non aveva proprio niente, ma si avvicinava molto di più alla tortura. I pazienti, molto spesso bambini, a cui veniva fatta l’iniezione impiegavano dalle 3 ore a diversi giorni, come nel caso di Lossa, per morire. L’infermiera Kneissler era stata chiamata in quanto specializzata nell’attuazione dell’eutanasia. «Mi era chiaro che l’unico scopo era quello di uccidere i soprannominati pazienti. Ricevevo il compito di svolgere l’eutanasia dal direttore durante la visita o dall’ufficio dell’ispettore dell’amministrazione». Pauline Kneissler, andata a processo per aver eutanatizzato 250 bambini, ha verbalizzato più volte che la morte inferta per pietà è quella forma di morte che si concede anche a qualunque animale. Valentin Faltlhauser, come motivazione, ha nominato in primo luogo la compassione per giustificare la sua partecipazione. Nel suo processo penale egli affermava: «In ogni caso ho agito non con l’intenzione di compiere un delitto, ma al contrario permeato dalla consapevolezza di agire in modo misericordioso verso questi esseri infelici, con l’intenzione di liberarli dalla loro sofferenza per la quale oggi non esiste salvezza con i mezzi a noi conosciuti e non esiste sollievo, quindi con la consapevolezza di agire come medico autentico e cosciente

Consiglio la visione di Ausmerzen, spettacolo di Marco Paolini andato in onda in diretta su La7 il 27.01.2011.

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neuroni specchio

L’anno scorso, in un post ispirato ad un articolo di Stephen Downes, ho messo in relazione la rete di connessioni creata dalle nuove tecnologie, con una pratica, su più larga scala, dell’empatia. Ho sempre creduto che l’empatia fosse uno strumento fondamentale dell’essere umano, sia per vivere con gli altri che per compiere scelte che non ledano il diritto alla vita di nessuno. Qualche mese fa ho scoperto, grazie ad un documentario di Current tv (che purtroppo sembra essersi volatilizzato dalla rete), che l’empatia non è una disposizione dell’animo umano, ma della natura umana, che trova il suo fondamento biologico nei neuroni specchio. Questo gruppo di neuroni sono diventati famosi tra noi comuni mortali soprattutto perché “rischiano” di far vincere il Nobel a Giacomo Rizzolatti, coordinatore di un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma… una gran bella soddisfazione! La scoperta, inoltre è accompagnata da un divertente aneddoto, in quanto avvenuta per serendipity, per caso, come in passato è successo per i riflessi condizionati di Pavlov, per la colla dei Post-it e per il Viagra. Un gruppo di neuroscienziati aveva collegato un’unità di risonanza magnetica su un macaco che mangiava delle noccioline. Erano già giunti ad una scoperta interessante e cioè che quelli che credevano essere dei moto-neuroni non si attivavano in relazione ad un dato movimento (chiudere la mano piegare il braccio ecc…), ma in relazione allo scopo (come afferrare un oggetto), quando un uomo entra nel laboratorio e mangia una nocciolina del macaco, che lo osserva, probabilmente anche un po’ irritato. I ricercatori che guardano lo scanner della risonanza notano così che gli stessi neuroni che si attivavano quando la scimmia mangiava le noccioline, si attivano anche adesso che la scimmia osserva la stessa azione compiuta dall’essere umano.

Vilayanur S. Ramachandran, neurologo indiano, esperto di neuroscienza del comportamento e di psicofisica, ha affermato che i neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il dna è stato per la biologia ed io sono estremamente affascinata dalle implicazioni che questa scoperta porta con sé. Perché è evidente che quando osserviamo un’emozione particolarmente intensa in qualcuno, ne veniamo coinvolti. Una sera stavo guardando una bellissima intervista a Miloud Oukili, che ha dedicato la sua vita al recupero dei bambini e dei ragazzi che vivono nei sotterranei di Bucarest, attraverso la fondazione PARADA, che organizza spettacoli per le strade e le piazze delle città. Miloud, persona straordinaria, di un’umiltà disarmante, di fronte al racconto dell’intervistatrice, Camila Raznovich, continuava a ripetere che lui non aveva fatto niente di eccezionale, ma che era solo un clown. Camila, visibilmente commossa, con la voce rotta dall’emozione dice «ma tu hai fatto uscire questi bambini dalle fogne e hai dato loro un futuro». In quel preciso momento anche i miei occhi si sono riempiti di lacrime e, guardando la mia coinquilina che sedeva accanto a me, mi sono accorta che anche a lei, in quello stesso istante, erano venute le lacrime agli occhi. In realtà ci sarebbero altri milioni di esempi (quando ci commuoviamo per un film, ci impressioniamo per atti di violenza o ci arrabbiamo per una partita di calcio), ma quell’occasione fu particolare proprio per la velocità della reazione.

La ricerca sui neuroni specchio è solo agli inizi, e in realtà c’è già chi la confuta, ma la cosa straordinaria di questo studio è che porterebbe alla luce il fatto che, in realtà, gli esseri umani non sono programmati per l’aggressione, la violenza, l’egoismo e l’utilitarismo, ma per sentire i disagi altrui come se fossero i propri, per la propensione all’altro, per la socievolezza. Jeremy Rifkin nella Civiltà dell’empatia afferma che siamo homo empaticus, che il nostro impulso primario è quello di appartenere. E si pone una domanda interessante: è possibile estendere la nostra empatia all’intero genere umano, come famiglia estesa, e ai nostri compagni animali come parte della nostra famiglia evolutiva o alla biosfera come nostra comunità condivisa? «L’empatia è la mano invisibile, è ciò che permette alla nostra sensibilità di allinearsi a quella altrui formando unità sociali più estese. Empatizzare è civilizzare, civilizzare è empatizzare». A questo punto Rifkin propone un excursus storico del nostro sentire empatico:

Nelle società primitive l’empatia si esprimeva solo tra consanguinei. Con l’avvento delle grandi civiltà idraulico-agricole e con l’invenzione della scrittura ci siamo de-tribalizzati, è arrivata la coscienza teologica e l’empatia ha cambiato espressione, andandosi a basare su legami religiosi. Nel XIX secolo, la rivoluzione industriale estende i nostri mercati ad altre aree e inventiamo gli Stati Nazione che ci permettono di costruire relazioni e identità basate sulle nuove e complesse rivoluzioni energetiche e informatiche che abbattono il tempo e lo spazio. Ma se siamo arrivati all’empatia basata sull’identificazione nazionale perché fermarci? Secondo Rifkin le nuove tecnologie di ICT permettono di estendere il nostro sistema nervoso e di pensarci visceralmente come una famiglia, non solo razionalmente. Lo abbiamo sperimentato con le grandi tragedie di questi ultimi tempi, dal terremoto di Haiti, allo tsunami in Giappone. Nel giro di poche  ore, grazie alla rete, l’intero pianeta ha abbracciato empaticamente questi paesi, con un sostegno materiale e morale. Dobbiamo allargare il nostro senso di identità e ripensare la narrativa umana. Che non significa rinunciare alle vecchie identità nazionali, religiose e parentali. Nessuno dice che per essere «altamente connessi», come dice Downes, bisogna rinunciare ad uscire con il fidanzato o a coltivare amicizie “reali”. Abbiamo tempo e risorse per tutto. «Se reprimiamo questa essenza come genitori, educatori, lavoratori e governanti – dice Rifkin – le pulsioni secondarie si fanno avanti: il narcisismo, il materialismo, la violenza, l’aggressione».

Per la prima volta scopro che c’è una base biologica che ci può permettere di cambiare veramente le cose. E mi vengono in mente le parole di un ragazzo straordinario, Vittorio Arrigoni, che sintetizzava così tutto quello che ho cercato di spiegare: RESTIAMO UMANI.

Giada

deadlyRestraints

Art 32 della Costituzione:

«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.»

Francesco Mastrogiovanni, detto Franco, era insegnante elementare originario di Castelnuovo Cilento, in provincia di Salerno. Aveva 58 anni quando lo hanno trovato morto nell’ospedale di San Luca Vallo il 4 agosto scorso, dopo essere stato sottoposto a TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio). Difficile pensare ad una tragica fatalità, quando per tutta la vita ha dovuto pagare un grave colpa, quella di essere un anarchico. Negli anni Settanta era stato coinvolto negli scontri che portarono alla morte di Carlo Falvella, vicepresidente del Fronte Universitario d’Azione Nazionale di Salerno. Francesco si trovava con due compagni Giovanni Marini e Gennaro Scariti sul lungomare di Salerno quando furono aggrediti da un gruppo di fascisti. A scatenare l’aggressione probabilmente furono le indagini che Marini stava compiendo sull’incidente che aveva portato alla morte di 5 anarchici calabresi nei pressi di Faretino (Frosinone), dove i ragazzi si stavano recando per consegnare i risultati di un’inchiesta condotta sulle stragi fasciste del tempo. Carte che non furono mai rinvenute nel luogo dell’incidente avvenuto all’altezza di una villa di Valerio Borghese, in cui fu coinvolto un autotreno guidato da un salernitano con aperte simpatie fasciste. Marini colpì a morte Falvella, togliendogli dalle mani il coltello che questi impugnava, con il quale aveva già ferito Mastrogiovanni ad una gamba. Il processo assolse pienamente Francesco dall’accusa di rissa mentre Marini fu condannato a 9 anni. Ma dall’accusa di anarchia lo Stato non dà assoluzioni: è un marchio di pericolosità sociale che non si dimentica e non si perdona.

E nel 1999 ecco che si presenta l’occasione per ricordargli che è colpevole e lo sarà per sempre: colpevole di credere all’autonomia e alla libertà degli individui che scelgono di relazionarsi tra loro con rapporti non-autoritari, di pensare una società che si basi sul libero accordo, sulla solidarietà, sul rispetto per la singola individualità secondo il principio che le decisioni valgono solo per chi le accetta, di considerare l’uomo come essere evoluto, intelligente e responsabile tanto da non aver bisogno di leggi. Francesco viene arrestato, con botte e manganellate perché protestava per una multa. Condotto in caserma l’accusa sarà di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. In primo grado viene condannato a 3 anni di reclusione, più volte apostrofato come il “noto anarchico” dal pm. Sconta un mese in carcere e 5 mesi agli arresti domiciliari finché il processo d’Appello lo assolve per non aver commesso il fatto e lo risarcisce per ingiusta detenzione. Anche questa esperienza, correlata alle varie angherie subite durante il periodo di detenzione, contribuisce a far crescere in Francesco un’incontrollabile sentimento di insicurezza e paura delle forze dell’ordine. In più occasioni fugge terrorizzato alla semplice vista di una divisa. Niente di più utile per rafforzare quell’idea di anarchico insofferente al sistema, patologico, pericoloso, tanto che dal 2002 al 2003 viene sottoposto a 2 TSO.

Ma da allora le cose erano cambiate, era diventato un ottimo insegnante a cui i suoi alunni erano molto affezionati, tanto che quest’anno avrebbe dovuto ottenere un posto di ruolo, essendo diciottesimo nella graduatoria provinciale. Non è così che è andata perchè il 31 luglio scorso, mentre trascorreva le sue vacanze nel campeggio Club Costa Cilento, di proprietà di una sua amica, viene trascinato nell’ospedale di San Luca Vallo con l’ennesima ordinanza di TSO, mentre guardando la sua amica le dice «se mi portano all’ospedale di Vallo della Lucania non ne esco vivo». Restano ancora oscuri i motivi di questa decisione: si dice per disturbo della quiete pubblica, senza che nessuno abbia mai presentato alcun tipo di segnalazione al riguardo. E soprattutto una tale, stupida, motivazione non può giustificare il dispiegamento di decine di carabinieri e polizia municipale a cui si unì una motovedetta della guardia costiera che dall’altoparlante avvertiva i bagnanti «caccia all’uomo in corso», messo in campo per catturare il pericoloso anarchico. Inspiegabile se non fosse che forse quell’assedio doveva servire a terrorizzarlo, viste quelle paure irrazionali (?) che negli ultimi anni della sua vita si era impegnato a superare, e a spingerlo ad agire come un folle.

Ma che cos’è il TSO? Il Trattamento Sanitario Obbligatorio sostituisce di fatto (pur non cambiandolo nella sostanza) il ricovero coatto, fortemente orientato verso la difesa sociale. Si tratta di un atto medico e giuridico che autorizza l’imposizione di determinati accertamenti e terapie ad un soggetto affetto da malattia mentale. Il TSO si basa su valutazioni di gravità clinica e di urgenza, procedura che dovrebbe essere finalizzata alla tutela della salute. Tale trattamento viene emanato dal sindaco del comune presso il quale si trova il paziente su proposta motivata di un medico. Qualora il trattamento preveda un ricovero ospedaliero è necessaria la convalida di un secondo medico appartenente ad una struttura pubblica. Infine l’informazione dell’avvenuto provvedimento deve giungere al giudice tutelare di competenza.
Nel caso di Francesco oltre a non esistere i motivi per un provvedimento urgente ed estremo come il TSO, o, nel caso in cui ci fossero stati, a non averne dato notizia alla famiglia in modo dettagliato e plausibile, troppe cose restano da chiarire:
– l’ordinanza è stata richiesta dal sindaco del comune di Pollica Acciaroli senza informare né il sindaco di residenza (Castelnuovo), né quello territorialmente competente (San Mauro Cilento) e i vigili urbani di Pollica hanno quindi operato fuori dal territorio comunale, non si sa con quale autorizzazione e per ordine di chi.
–  non si conosce il nome del medico che ha proposto il TSO.
– la fase coercitiva (esecutiva del TSO) avviene sulla spiaggia del comune di San Mauro Cilento prima della predisposizione delle certificazioni del medico proponente e del medico che convalida e prima dell’ordinanza del sindaco.
–  il medico intervenuto ha invocato lo “stato di necessità” (art.54 c.p.), ma come può essere stato invocato se, come riferito da numerosi presenti che hanno assistito alla cattura, Francesco non ha praticato nè minacciato violenza o danni né alla sua persona né ad altri?

Ancora più terribile è quello che è successo dal momento del ricovero di Francesco il 31 luglio fino alla sua morte avvenuta il 4 agosto. Dai primi esami la morte sarebbe stata causata da edema polmonare causato da insufficienza ventricolare sinistra. Sarebbero inoltre state riscontrate profonde ferite ai polsi e alle caviglie, compatibili con lacci di materiale rigido, segno che Francesco è stato legato al letto, evidentemente per troppe ore, più probabilmente per giorni visto che nel suo stomaco non c’erano residui di cibo solidi o liquidi. Verosimilmente la posizione supina in cui è stato costretto ne ha provocato la morte. Eppure nella cartella clinica non è stata annotata la contenzione né la motivazione di essa, come invece prevede la legge. Chi doveva “tutelare la sua salute” l’ha ucciso. 7 medici sono indagati per omicidio colposo. Ma non sono gli psichiatri gli unici assassini. C’è chi ha permesso che un uomo venisse privato della sua dignità e dei suoi diritti, perché doveva a tutti i costi essere “normale“, non nel senso di “sano“, ma di “uguale a tutti gli altri“.
Tutto questo mi fa venire in mente qualcosa: una punizione che infligge dolore ad un’intensità sempre maggiore così che il condannato accetti una realtà che non è tale. Una seconda e ultima fase di trattamento in cui il condannato viene portato nella Stanza 201, dove non è contenuto nessuno strumento di tortura specifico, ma è la materializzazione del peggior incubo di ogni persona… Non sto ripetendo da capo la storia di Francesco Mastrogiovanni, sto parlando del romanzo di George Orwell 1984: non è sufficiente confessare ed obbedire alle regole perché il Grande Fratello vuole possedere anche l’anima dei suoi sudditi. E l’anima di Francesco se la sono presa.

Ci piacerebbe pensare che il TSO colpisca solo pazzi furiosi, e che quindi non sia evitabile proprio per la pericolosità dei soggetti che vi vengono sottoposti. In realtà non è così perché si tratta di un abuso in sé. La pericolosità delle persone è difficilmente prevedibile e sicuramente non è guaribile con metodi a metà tra il carcere e il manicomio. Manca totalmente una cultura che metta al centro di ogni provvedimento l’uomo nella sua umanità, e non l’ordine pubblico e sociale. Non si può trattare un uomo come un errore di sistema. Non si può far credere che il TSO sia imposto per il bene dei pazienti. È uno strumento di controllo e repressione sociale, che considera il diverso come “deviato” e dunque pericoloso, non tanto per gli altri fisicamente, quanto per l’ordine costituito che non ammette di essere messo in discussione nemmeno teoricamente. E la storia di Francesco ne è la prova. Il pensiero anarchico va fermato con ogni mezzo perchè già di per sé sinonimo di follia o almeno è così che deve essere percepito dall’opinione pubblica. Per questo ci hanno sempre fatto credere che agli anarchici piacesse suicidarsi.

Di TSO si muore, nel silenzio dei mezzi d’informazione, nell’omertà dei reparti ospedalieri, nell’indifferenza dello Stato, nella semincoscienza di farmaci somministrati con la forza. È successo a Giuseppe Casu, ambulante di Quartu Sant’Elena ricoverato il 15 giugno 2008 presso l’ospedale Santissima Trinità, legato e sedato per 6 giorni consecutivi, fino alla sua morte, sopraggiunta il 22 giugno per trombo embolia polmonare. È successo a Bologna a Edhmund Hiden che la mattina del 27 maggio 2007 si era recato volontario nel reparto psichiatrico del Maggiore di Bologna, probabilmente perchè depresso ed è morto la mattina seguente dopo aver chiesto di poter lasciare l’ospedale, sotto gli occhi della sorella, circondato da numerosi poliziotti. Vite spezzate o rovinate come quella di Sabatino Capatano e di tanti, troppi altri nemmeno troppo difficili da trovare basta digitare su google “trattamento sanitario obbligatorio” e le storie assurde sembrano infinite.

Enzo Spatuzzi nel Comunicato dell’AipsiMed sulla morte del prof Mastrogiovanni, ci dà un’idea di come può succedere tutto questo:

«I colleghi quando si laurearono in medicina e chirurgia pensavano che
“da grandi” avrebbero fatto i medici. I colleghi dopo la
specializzazione in psichiatria hanno affinato la loro preparazione
anche intima, effettuando complessi e complicati percorsi formativi
pensando che da grandi avrebbero fatto gli psichiatri. Nulla di tutto
questo
. Sono stati sì assunti dall´azienda sanitaria locale, ma
arruolati con i compiti di psicopolizia, quella funzione che dai
manicomi in poi identifica ancora oggi la tipologia dell´intervento
psichiatrico in specie per le psicosi maggiori.

Di questo sono al corrente anche i tutori dell´ordine che ben
volentieri si fanno affiancare dagli psichiatri territoriali nella
“cattura” delle persone che appaiono di pubblico scandalo
e demandano
solo agli psichiatri dei reparti psichiatrici la custodia di quelle
stesse persone e prima ancora che sia stata effettuata una diagnosi
precisa sulle loro vere condizioni clinico-psicopatologiche.

Non solo, ma quegli stessi psichiatri devono anche far passare nel più
breve tempo possibile lo stato psichico che potrebbe aver sotteso
condotte antisociali. E con che? Con gli psicofarmaci in primis, con il
controllo costante da parte di loro stessi e degli infermieri
collaboratori e, estrema ratio, con la contenzione.

Insomma gli psichiatri vanno in guerra all´attacco e non in difesa,
combattendo una battaglia che mai avrebbero voluto condividere e,
soprattutto, vanno in campo con armi giocattolo finendo per tradire
ogni giuramento di Ippocrate
. Ma si può? …»

No, non si può.

Giada

ps: ai nomi delle vittime corrispondono link che oltre a dare informazioni si impegnano attivamente perché la verità venga accertata.