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L’Italia introduce il reato di tortura.

Le persone che leggono i giornali sono felici e soddisfatte, io invece sono perplessa. Come è possibile che in Italia non si considerasse la tortura un reato? Cosa pensavano che fosse, un gioco erotico? Come è possibile che non si concepisse questa pratica in modo a sé stante, diverso e specifico, rispetto a ogni altra forma di violenza? Chi pratica la tortura ha una mente diversa dal comune aggressore, una mente perversa. C’è una lucidità raccapricciante e un senso di piacere, collegato all’eccitamento sessuale, che si definisce sadismo. Chi subisce tortura ha ripercussioni diverse da ogni altra vittima, fisiche e psicologiche.

“Meglio tardi che mai”, penserà qualcuno. E invece no. Chi ha stravolto il disegno di legge di Luigi Manconi ha fatto in modo che il reato di tortura non fosse collegato all’abuso di potere. Questo non solo esclude il contesto più comune entro cui si pratica, ma cambia addirittura il significato della parola “tortura”.

Dal vocabolario Treccani:

tortura s. f. [dal lat. tardo tortura, propr. «torcimento», der. di torquēre«torcere», part. pass. tortus]. –
1. Ant. nel sign. etimologico di torcimento o torcitura, per indicare sia l’atto del torcere sia il punto in cui qualche cosa è torta, piegata in curva o a gomito […].
2.
a. L’azione, il fatto di torcere le membra a un imputato o a un reo, per indurlo a confessare o per punizione. Per estens., t. legale o giudiziaria, e istituto giuridico della t., attuati dall’antichità fino all’Ottocento (oggi ripudiati, almeno formalmente, da tutti gli stati), e consistenti in varie forme di coercizione fisica applicate a un imputato, più di rado a un testimone o ad altro soggetto processuale, allo scopo di estorcere loro una confessione o altra dichiarazione utile all’accertamento di fatti non altrimenti accertati, dei quali si debba tener conto nel definire il giudizio […].
b. estens. e fig. Qualsiasi forma di coercizione, anche solo morale, avente gli stessi scopi […]; oppure, qualsiasi violenta coercizione per ottenere indicazioni di vario genere, fuori dell’àmbito giudiziario […] o ancora, qualsiasi sevizia o atto di crudeltà, o come fine a sé stessi, per mera brutalità, o come forma legale di pena corporale […]. Con uso fig., grave e prolungato patimento fisico o morale (cfr. tormento), o, per iperbole, molestia assai grave […].

Se pensiamo alla tortura ci vengono in mente l’Inquisizione, i campi di concentramento nazisti, Abu Ghraib e Guantanamo (tanto per citare fatti su cui tutti sono d’accordo). Potrebbero però anche venirci in mente Dexter, Criminal Minds o altri telefilm del genere, in cui abbondano serial killer assetati di sangue.

Ecco la legge italiana non si è basata sul significato originale di tortura (significato a.), ma ha deciso di perseguire, in modo forte e risoluto, i personaggi dei telefilm (significato b.).

Non è una differenza da poco. Si sono addirittura inventati una nuova definizione di tortura: più atti di violenza o minaccia. Dunque se torturo qualcuno solo per qualche ora, non è tortura. Capite che qui la lingua italiana si trova in difficoltà, per lo meno fino a quando non sarà completato il bipensiero orwelliano.

Il reato di tortura è generico e non specifico per un pubblico ufficiale. Ciò che rendeva questa legge estremamente urgente era difendere i detenuti o le persone momentaneamente private della libertà dagli abusi dei corpi di polizia. Era avere giustizia per Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Francesco Mastrogiovanni, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva e tanti, troppi altri. Era poter finalmente chiamare criminali i responsabili dei fatti di Genova del 2001, in particolare della Diaz e di Bolzaneto. Era fare in modo che tutto questo non potesse più accadere. Invece accadrà di nuovo, perché chi tortura o uccide, con una divisa addosso, resta impunito. Questa ostinata difesa da parte dello Stato di personaggi violenti e socialmente pericolosi infetterà tutto il sistema e non metterà mai gli organismi di polizia nella condizione di farsi un esame di coscienza.

Alcuni estratti delle non torture operate a Bolzaneto:

Quella notte il cancello si apriva in continuazione. Dai furgoni scendevano quei ragazzi e giù botte. Li hanno fatti stare in piedi. Una volta all’interno gli sbattevano la testa contro il muro. A qualcuno hanno pisciato addosso, altri colpi se non cantavano faccetta nera. Una ragazza vomitava sangue e le kapò dei Gom la stavano a guardare. Alle ragazze minacciavano di stuprarle con i manganelli
da La Repubblica, 26 luglio 2001

Ancora con le mani legate venivamo scaraventati fuori dall’autobus e manganellati e picchiati tutti, chi più chi meno. Lì erano presenti militi di ogni tipo: poliziotti penitenziari, carabinieri e finanzieri, che erano i più violenti di tutti. Dopo averci slegato le mani e consegnato il documento d’identità, veniamo introdotti in un edificio con un corridoio centrale e diverse celle enormi ai lati, con alcuni manifestanti appoggiati faccia al muro. Ci fanno stare in piedi con la faccia contro il muro, le gambe divaricate e le braccia larghe alzate. Chiunque mostrasse segni di debolezza, lasciava scendere le braccia, staccava lo sguardo dal muro o stringeva le gambe veniva puntualmente percosso con schiaffi alla nuca, calci ai piedi o alle tibie, pugni ai fianchi o al ventre. In quella posizione ci hanno fatto stare diverse ore (nel mio caso 15 circa, dalle 17 di sabato alle 8 di domenica).
R.V. Bologna

Sono rimasto in quella posizione per 4 o 5 ore. Ci colpivano regolarmente sulle ferite, in modo da non aggiungere tracce a quelle riscontrate in ospedale. Ci sbattevano la testa contro il muro, vedevo il mio sangue colare.
Vincent Bonnecase
da Liberation 27 luglio 2001

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Strano hotel a 5 stelle

gennaio 18, 2010

Il carcere è da sempre un luogo oscuro di cui non si sa molto ma su cui si parla in abbondanza, la maggior parte delle volte a sproposito. I diritti dei detenuti, la loro salute, la loro morte sono l’ultimo dei nostri problemi, in fondo sono delinquenti, se si fossero comportati bene non starebbero dove sono. Siamo sempre bravi a giudicare gli altri, cosa che per altro nessuno ci chiede di fare. Ma dimentichiamoci per un attimo del reato, perché il fine della giustizia non è, o meglio non dovrebbe essere, la vendetta, che è una debolezza tutta umana, ma il ristabilirsi di un equilibrio sociale attraverso il recupero e il reinserimento di chi commette un reato. Dovremmo semplicemente osservare le condizioni in cui vivono i detenuti e chiederci se la sofferenza e il disagio fisico e psicologico possono essere di qualche utilità per qualcuno. Personalmente credo che la paura ed il dolore non possano essere i principi su cui fondare l’ordine sociale e la convivenza civile.

Vorrei iniziare cercando di sfatare alcune leggende metropolitane che riguardano l’hotel a 5 stelle “Carcere”.

1) Vitto e alloggio gratis

I detenuti dopo la carcerazione devono pagare 60 euro al mese per le spese di mantenimento in carcere: 1 anno avrà un costo di 720 euro, 2 anni 1.440 euro, 3 anni 2.160 euro ecc…. Se durante la reclusione il detenuto ha la possibilità di lavorare la quota viene sottratta direttamente dalla busta paga, in caso contrario la richiesta di spese pregresse viene notificata al domicilio dell’ex detenuto.
Ma queste non sono le uniche spese a carico del detenuto e dei suoi familiari.

2) Il cibo che passa il convento

Il Vitto è il cibo per i detenuti contemplato dalle tabelle del Ministero della Giustizia. Generalmente viene diviso in tradizionale, islamico (carne sostituita con un pezzo di formaggio) e per malati. Solo nelle carceri più grandi c’è la possibilità di avere il vitto semiliquido per i tanti detenuti che hanno problemi di denti o li hanno persi. Il menù prevede: poca verdura (soprattutto patate), cibo di scarsa qualità (esempi di Milano, Lanciano (CH), Firenze), ripetizione quasi ossessiva delle vivande (vedi le patate), per non parlare dei vegetariani che rifiutando la carne possono ritrovarsi nel piatto fino a 12 uova a settimana. Per quanto riguarda la colazione è generalmente a base di caffè d’orzo (quello nero “normale” deve essere comprato nel sopravvitto) e latte, o tè. Le tabelle ministeriali non prevedono niente da mangiare: hanno diritto a fare colazione anche con qualcosa di solido solo i detenuti fino a 24 anni.

3) Sopravvitto e pacco

Per i detenuti con una famiglia alle spalle c’è la possibilità di variare questa dieta che pone più di un dubbio circa  la sua salubrità: con la spesa che i detenuti possono ordinare allo spaccio interno 2 volte a settimana, oppure con il pacco che si può ricevere dall’esterno. Il pacco può contenere generi di abbigliamento e alimentari per un massimo di 20 kg al mese in 4 volte. Tutti gli alimenti contenuti nel pacco vengono ispezionati. Alcuni carceri per evitare di controllare, sminuzzare e rimestare ogni alimento vietano a priori l’introduzione di alcune vivande come insalata, sughi, polpette e le famose arance che nell’immaginario comune sono il cibo classico da portare ai carcerati. Sono inoltre vietati cd non originali, pile e tutta una serie di prodotti che non hanno una motivazione se non quella di arricchire lo spaccio interno.

Ogni sezione ha la propria lista di ciò che può essere comprato allo spaccio, il sopravvitto, che comprende tutto ciò che non passa il carcere e che è a carico del detenuto. Per altri prodotti non compresi nella lista si può chiedere l’acquisto tramite “domandina”, che però può essere autorizzata solo in presenza di motivi particolari. I detenuti hanno la possibilità di cucinarsi da soli direttamente in cella con dei fornellini a gas da campeggio, anche questi comprati da loro. Purtroppo i fornellini  anche se necessari non sono molto sicuri, specialmente in spazi così piccoli e tragicamente spesso diventano il modo più indolore per togliersi la vita.

I generi più acquistati sono caffè, zucchero, acqua in bottiglia, prodotti per l’igiene personale, detersivi per lavare, sigarette, francobolli, buste, block notes, olio per cucinare, assorbenti igienici: il ministero ne passa un pacco di 10 al mese, fatti di cellulosa scadente che fa spesso irritazione. Naturalmente i prezzi interni al carcere sono maggiorati rispetto a quelli del supermarket, nonostante l’articolo 9 della legge 26 luglio 1975, n.354 reciti che «I prezzi non possono essere superiori a quelli comunemente praticati nel luogo in cui è sito l’Istituto». Alcuni esempi tratti dal carcere milanese di Bollate: petto di pollo +44,5%, bistecca di manzo +61,8%, busta di rucola +130,5%, pan carré San Carlo +40,62%, dadi Star +49,3%, caffè +5,8%, bagnodoccia Intesa +28%, bagno schiuma Nidra +15%, deodorante Intesa +13%, cipolle +12,65%, yogurt +25%, mezzo coniglio +42,8%. In tutta Italia si susseguono le proteste sui prezzi maggiorati del sopravvitto e i detenuti rivendicano il diritto alla consapevolezza di ciò che comprano e quindi che il prodotto da loro scelto non sia sostituito, come di solito accade, da sottomarche. Le cifre sono imposte dalla ditta che ha l’appalto del servizio e dovrebbero essere controllate da una commissione composta da detenuti e direzione del carcere. Naturalmente chi protesta può essere sottoposto a sanzioni disciplinari, con tutto ciò che queste comportano.

4) Lavoro: obbligo o diritto?

Storicamente il lavoro penitenziario nasce in funzione strettamente punitiva. Sia il codice penale del 1889 che il regolamento penitenziario del 1931 consideravano il lavoro come elemento della pena e modalità di esecuzione della stessa. Traendo origine da un obbligo legale non era applicabile la legislazione del lavoro e questo giustificava un trattamento diverso e peggiorativo del detenuto lavoratore. Negli anni Settanta, in seguito ad agitazioni carcerarie e in particolar modo alla messa in questione dell’attività rieducativa del carcere prevista dalla Costituzione, le cose cambiano, ma solo come dichiarazione di principio e non di fatto. Il lavoro sostanzialmente non cambia, solo che anziché afflittivo viene considerato rieducativo e quindi indispensabile per il futuro rinserimento nella società del detenuto.
Il lavoro è di fatto obbligatorio per tutti i detenuti: i condannati e i sottoposti alle misure di sicurezza della casa lavoro o della colonia agricola non hanno possibilità di scelta. Per gli altri o si tiene conto delle attività svolte in precedenza o sono comunque «tenuti a svolgere un’altra attività lavorativa tra quelle organizzate dell’istituto». Il lavoro concretizza la regolare condotta che conduce alla remissione del debito, permette la concessione di ricompense ed è anche uno degli elementi determinanti per ammettere il detenuto al regime di semilibertà. Il lavoro però non è un diritto per il detenuto, ma un ricatto. Il lavoro infatti viene concepito come un premio da cui si può essere esclusi sulla base di un giudizio dato dall’amministrazione penitenziaria sul comportamento del detenuto.
Il lavoro carcerario, poichè non trae origine da un contratto ma da un obbligo legale non può ridursi allo schema del comune rapporto di lavoro. Si estende comunque al lavoratore detenuto la legislazione vigente in materia di durata massima dell’orario giornalliero, riposo festivo, tutela assicurativa e previdenziale, assegni familiari, tacendo invece sull’indennità di anzianità e sulle ferie retribuite.

La legge assimila il lavoro penitenziario a quello libero ma non in materia retributiva. L’ordinamento penitenziario stabilisce che il lavoro penitenziario è remunerato, ma non afferma che il lavoratore ha diritto ad una retribuzione in proporzione alla quantità e qualità del suo lavoro. Più che di una retribuzione si tratta di un “compenso”, cioè di un’attribuzione patrimoniale non coordinata alla prestazione  di lavoro. L’equiparazione tra lavoro carcerario e lavoro libero avrebbe comportato per le prestazioni lavorative nelle carceri una retribuzione che rispettasse i minimi salariali previsti per i contratti collettivi applicati alle corrispondenti categorie di lavoratori liberi. Al contrario, l’art. 22, 1° comma, Ord. Penit., dispone che “le mercedi per ciascuna categoria di lavoratori in relazione alla quantità e qualità del lavoro effettivamente prestato, all’organizzazione e al tipo di lavoro del detenuto sono equamente stabilite in misura non inferiore ai due terzi delle tariffe sindacali…”. La retribuzione è poi sottoposta ad un complesso di trattenute e prelievi tanto che si calcola che la somma percepita dal lavoratore sia pari al 40% delle retribuzioni esterne. Le detenute della Casa di custodia attenuata del Pozzale, struttura  che per ammissione delle stesse detenute ha aspetti più positivi rispetto ad altre carceri ordinarie, nella loro rivista “Ragazze fuori” fanno sapere che nella loro struttura la paga più alta è di 2,50 euro all’ora.

Quello che mi chiedo è il carcere così come è strutturato è una necessità o è utile a qualcuno? È forse utile a dimenticare chi sta lì dentro per tenere lontano dagli occhi e dall’opinione pubblica la sofferenza che quelle mura nascondono?

Detto questo cosa aggiungere? l’hotel a 5 stelle “Carcere” è aperto a tutti, provare per credere!

Giada

Rudra ha 16 anni. Fino a due anni fa viveva con la madre, il padre e la nonna in un casolare a Pietralunga, in provincia di Città di Castello. Una vita tranquilla che però non pesava a Rudra che, a differenza di molti suoi coetanei non sentiva il bisogno della città, con i suoi molti svaghi e rituali di aggregazione. La sua famiglia dava a Rudra la serenità necessaria per apprezzare tutto quello che aveva. Rudra è un ragazzino intelligente, molto educato e maturo che ha dovuto imparare la crudeltà degli uomini, l’ipocrisia della legge, l’irrazionalità della giustizia.
Suo padre Aldo Bianzino aveva 44 anni, faceva il falegname e suonava l’armonium. Era arrivato in Umbria una ventina di anni prima dal Piemonte, dopo un’esperienza spirituale in India che lo aveva portato a ricercare un luogo tranquillo in cui vivere in pace con la sua famiglia. Era mite, pacifista, naturalmente incensurato, anche se questo non cambia le cose. Era una persona colta che seguiva i comandamenti di verità, semplicità e amore. E non poteva essere altrimenti vedendo il modo splendido in cui Rudra è cresciuto.

Il 12 ottobre 2007 è ancora notte quando poliziotti e Guardia di finanza, con l’ordinanza del PM Petrazzini,  perquisiscono la casa dei Bianzino, con tanto di cane antidroga. Rudra ha 14 anni. Nel casolare non viene ritrovato nulla, ma fuori, in un cespuglio vengono ritrovate alcune piante di marijuana. Aldo dichiara immediatamente che le piantine sono per suo uso personale e che la sua compagna non c’entra nulla. Ma non importa a nessuno. Aldo e Roberta Radice, madre di Rudra, vengono arrestati e trasportati al carcere di Capanne di Perugia, mentre il ragazzo rimane solo in casa con la nonna novantenne, senza che nessuno si preoccupi per loro. Quella è stata l’ultima volta che Rudra ha visto suo padre vivo. Quella stessa notte tra il 13 e il 14 ottobre Aldo muore, nella cella numero 20 del carcere di Capanne, sdraiato sul pavimento, nudo, con solo una maglietta addosso (non sua, affermano i familiari) e con la finestra aperta, nonostante il freddo. Strano no? Un uomo perfettamente sano entra in carcere e ne esce morto. Strano no, che si cerchi di giustificare il tutto come “morte naturale per arresto cardiaco” come se esistesse una morte che non ti ferma il cuore…? Nessuno viene messo al corrente della sua condizione, nemmeno Roberta, che mentre firma i fogli per scarcerazione chiede con insistenza come stia il marito. Nessuno dei due si è mai trovato in una situazione simile, in più Aldo è in isolamento. Quando si ama qualcuno ci si preoccupa per lui. È normale. Eppure troppo spesso la prima preoccupazione di guardie carcerarie e simili è quella di umiliare e calpestare i sentimenti dei detenuti. A Roberta chiedono se Aldo soffra di cuore, se fosse mai svenuto. No, nessuna malattia, ma perché questa domanda? Le dicono che stanno portando Aldo in ospedale, ma non aggiungono altro, sono scostanti, infastiditi, maleducati e crudeli. Quando Roberta, dopo essere stata scarcerata, chiede ancora quando potrà vedere Aldo le rispondono «martedì, dopo l’autopsia».

Si può venire a sapere in questo modo della morte della persona che ami? Possono violentare così in profondità i tuoi sentimenti più intimi, in cui risiede una delle tue ragioni di vita? Si può non possedere fino a questo punto umanità e poi magari tornare la sera da tua moglie e dai tuoi figli senza mai vomitare quella bestia nera che schiaccia e maltratta chi non si può difendere? Si. E si può fare di peggio. Si può picchiare a morte un indifeso solo perché si ha la possibilità di farlo restando impuniti. Si può colpire, forte, ripetutamente ma non come in un pestaggio, ma con colpi mirati, con una tecnica scientifica, insegnata negli addestramenti militari, che mira a distruggere gli organi vitali senza lasciare segni esteriori. Il fegato di Aldo si stacca e si spappola, una emorragia nella milza, quattro emorragie cerebrali senza nemmeno un livido. È spaventoso. È spaventoso che qualcuno voglia far credere che si sia trattato di una tragica fatalità: un aneurisma cerebrale, già evento raro in un soggetto giovane e in salute, e in più il distaccamento del fegato durate il tentativo di rianimazione fatto con massaggio cardiaco (che le stesse dottoresse intervenute a soccorrerlo escludono), evento ancora più raro, specie se fatto da professionisti, come nel caso di Aldo. Spaventoso per un figlio e una compagna dover accettare una tale immotivata violenza.

È una grande fatica cercare di far emergere la verità quando si ha la consapevolezza che la giustizia potrebbe non arrivare mai. Sono tanti i nomi chiusi in fascicoli giudiziari con una richiesta di archiviazione che suona come una richiesta ufficiale di insabbiamento. Ci si batte contro i mulini a vento quando chi deve accertare la verità è la stessa istituzione che ne ha provocato la morte. Il PM Petrazzini che ha firmato l’ordine di arresto per il pericoloso criminale Aldo Bianzino è lo stesso che dovrebbe indagare sulla sua morte ed è veramente difficile pensare che non possa essere influenzato da pregiudizi irremovibili sulla sua persona e sulla sua stessa vita. Lui che l’ha mandato a morte, che cercava di estorcergli chissà quale rivelazione su traffici illeciti degni dei più abili boss casalesi, non può provare nessun tipo di pietà per Aldo, per Rudra e per Roberta. L’impunità di cui godono le forze dell’ordine dentro e fuori dai carceri è garantita dall’omertà, da quel silenzio colpevole e ostinato che non conosce crisi di coscienza. Alcuni detenuti dicono di aver sentito Aldo chiedere aiuto, ma non sarà difficile per i secondini mettere a tacere queste testimonianze.

Roberta ha combattuto a lungo contro tutti i muri di gomma che le si paravano davanti. Lo ha fatto per Aldo e per Rudra. Ma tutto questo dolore ha aggravato la sua malattia. Era in attesa di un trapianto di fegato ma il 15 giugno di quest’anno non ce l’ha fatta più. È morta anche lei, senza avere nessuna risposta e prima di vedere approvata la richiesta di archiviazione per omicidio. Adesso però oltre ad appurare la verità su quello che è successo c’è un’altra emergenza: si tratta di Rudra che è rimasto senza genitori, a cui lo stato non ha fornito il minimo aiuto e di fronte al quale si rifiuta di prendersi la sua responsabilità per la morte del padre. Hanno distrutto la vita di un ragazzo di 16 anni, senza nessuno scrupolo o rimpianto.

Beppe Grillo, Jacopo Fo e il Meetup di Perugia hanno lanciato una sottoscrizione per Rudra, per cercare di garantirgli il futuro che hanno provato a strappargli. Il conto è aperto presso Banca Etica, IBAN: IT61R0501812100000000128988 BIC: CCRTIT2T84A intestato a: “PER RUDRA BIANZINO“.

Giada

L'urlo

Stefano Cucchi aveva 31 anni. Viene fermato la notte tra il 15 e il 16 ottobre al parco degli Acquedotti di Roma. Muore all’ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre, dopo 6 giorni di agonia, dopo essere passato per gli ambulatori del tribunale, del carcere di Regina Coeli e dell’ospedale Fatebenefratelli senza avere mai la possibilità di essere visitato dai parenti.

Alcune cose non si riescono a immaginare, si leggono sui giornali, ma sono parole che scorrono, perché probabilmente nella nostra vita non abbiamo mai vissuto e si spera mai vivremo situazioni simili. Eppure basterebbe poco anche solo per avvicinarci a sentire quel dolore che una morte assurda può provocare. Non serve a granché, solo a piangere da soli, in silenzio, perché questa cosa fa paura e fa paura davvero. La rabbia si scioglie per un dolore che da qualunque parte si guardi è il dolore più grande. Morire da soli, lentamente e con grande sofferenza e perdere un figlio. Non si riesce nemmeno a concepire. Probabilmente perché sappiamo che potremmo fare qualunque cosa, per proteggerlo, perché niente è più importante della vita di un figlio per un genitore. Penso ai miei genitori e sono sicura che se morissi loro morirebbero con me. Dentro morirebbero, rimpiangerebbero ogni minuto che non sono potuti stare con me, ogni “no” che mi hanno detto da quando sono nata, rimpiangerebbero quelle foto di quando ero piccola, che sono troppo poche, le volte che ho pianto perché non mi sentivo capita e tutto quello che non ho potuto fare. È solo vita quotidiana, che normalmente scorre, così che nessuna traccia possa diventare ferita. Ma se la vita si ferma, in un attimo si crea un baratro in cui tutto si fossilizza e perdonarsi diventa impossibile. Perdere un figlio da un giorno all’altro. I perché che rimbombano nel cervello, rivolti a Dio o a qualcuno lassù e rivolti alla giustizia. Quel presentimento, quel misto di ansia e incertezza alla notizia del suo ricovero che avevano cercato di scacciare pensando alla solita apprensione da genitori. E il ritrovarsi a combattere con loro stessi, i loro fantasmi interiori e con la giustizia e soprattutto con quel sistema penitenziario e di polizia che mai ha pagato per i suoi errori, per quel cancro che agisce tra il silenzio e l’omertà, nasconde i lividi e le ossa rotte, le urla e le lacrime.

Stefano è stato arrestato per 20 grammi d’erba e 2 di cocaina (pare), processato per direttissima, con la negazione degli arresti domiciliari, e condannato a morte. Si deve essere davvero coraggiosi per ammazzare di botte un ragazzo solo, indifeso, spaventato, disarmato e epilettico. E come lo spieghi a un genitore che suo figlio è morto così? Che lo Stato ha preso in custodia il suo corpo socialmente pericoloso, un corpo esile ma sano, compatibilmente con l’epilessia tenuta sotto controllo dai farmaci,  e che l’ha restituito cadavere? Semplice, non gli si spiega proprio niente. Gli si dice «il pm ha autorizzato l’autopsia sul corpo di tuo figlio» se non è stupido, capisce che quel figlio rinchiuso in modo assurdo in carcere non c’è più. Quel figlio a cui aveva visto gli occhi neri e il volto gonfio il giorno del processo, quel figlio di cui aveva chiesto notizie per 5 giorni fuori dall’ospedale Pertini, sempre respinto senza nemmeno poter parlare con i medici, senza sapere perché fosse ricoverato e quale fosse il suo stato di salute. Dovrebbe essere un diritto per un genitore avere queste informazioni. Anzi dovrebbe essere un dovere dello Stato informare la famiglia in apprensione. Mancavano i permessi. Questi permessi non arrivavano e il quarto giorno finalmente fanno sapere ai genitori che non arrivavano perché erano loro che li dovevano andare a richiedere al giudice per farli poi ancora confermare al Regina Coeli.

E intanto Stefano moriva, da solo. Quanta paura avrà provato? Quanto avrà pianto, per la sofferenza delle sue ossa rotte, per l’umiliazione, per l’ingiustizia, al pensiero del cuore dei suoi genitori che si spezzava per causa sua? È morto lentamente e quello che più mi fa male è che ha avuto tutto il tempo per rendersi conto che stava morendo. Ha chiesto alla volontaria dell’ospedale di dire a sua sorella di prendersi cura del suo cane. Ma non ci credo che volesse morire. Era qualcun altro che ha voluto la sua morte o si è divertito per un po’ a sfogare la sua frustrazione su quel corpo esile. Se (e sottolineo se) ha rifiutato i ricoveri o il cibo è stato perché lo avevano annullato, svilito, svuotato come uomo. Secondo i referti medici dei vari ospedali e le testimonianze dei genitori, si deduce che sia stato picchiato per più giorni. Probabilmente il non poter reagire, il non potersi difendere mentre gli spezzavano la schiena, ha azzerato la sua dignità e la sua volontà. Eppure, nonostante l’apparente rifiuto di tutto, pare che abbia continuato a prendere le medicine per l’epilessia. Segno che non voleva morire, ma che aspettava che qualcuno lo salvasse. Magari che la sua mamma si prendesse cura di lui. Anche Federico Aldrovandi, mentre veniva massacrato a calci e manganellate chiamava sua mamma, prima che le ginocchia di un carabiniere gli facessero collassare i polmoni e poi fermare il cuore. Lo hanno detto alcuni testimoni che quella notte lo hanno sentito urlare. Doveva aver avuto tanta paura, una paura forte e irrazionale che ti fa invocare chi ti ha sempre protetto per quei 18 anni, ma che ora non può arrivare.

Nemmeno i genitori di Stefano sono potuti arrivare, ignari della gravità delle condizioni del figlio. Perché non hanno detto loro che stava morendo? Perché non li hanno avvertiti che le sue condizioni erano serie e lui si rifiutava di farsi curare e di mangiare? Perché dopo averlo ridotto in fin di vita non hanno nemmeno provato a salvarlo? Non ci hanno provato perché è con totale disinteresse che lo Stato si occupa della salute dei detenuti, perché credevano che non avesse una famiglia, ma che fosse uno dei tanti su cui non si fanno domande. Certo nessuno avrebbe mai immaginato che proprio questa volta i mezzi di informazione si interessassero della morte di un carcerato e si mettessero a guardare dentro le sbarre. E invece questo era proprio il momento propizio, ora che “le mele marce” cominciano ad essere identificate e messe sotto accusa: i carabinieri che ricattavano Marrazzo, le condanne per l’omicidio di Gabriele Sandri e di Federico. Condanne sicuramente ridicole rispetto all’atto commesso, che dovrebbe essere ancora più grave proprio perchè compiuto da uomini e donne (che spero non abbiano figli)  in divisa: 6 anni per Spaccarotella, 3 anni e 6 mesi per Forlani, Segatto, Pontani e Pollastrini (che non solo non hanno fatto un giorno di carcere, ma continuano a lavorare in polizia, quindi ad essere pagati con i nostri soldi). Non che questo cambi le cose. Le pene sono ancora talmente esili e le conseguenze per i responsabili così irrisorie da dare di fatto a chi ha una divisa una vera e propria licenza di uccidere. Ma forse queste storie serviranno ugualmente. Serviranno a tutti quei genitori che vengono convinti a denunciare i propri figli in nome della giustizia e con la rassicurazione che verranno protetti, dalla droga o da chi li sfrutta. Servirà a convincere i familiari a fare di tutto per tirare fuori da quelle celle i loro cari, senza aspettare ingenuamente che venga pagato il loro debito con la giustizia, a pretendere di constatare di persona il loro stato di salute e a non fidarsi di nessuno, perché una volta chiusi lì dentro, di loro, non frega più niente a nessuno.

All’indomani della morte di Federico Heidi Giuliani scrisse a Patrizia Aldrovandi dicendole «scusa se non sono riuscita a salvare Federico», le stesse parole che oggi lei rivolge a Rita Cucchi «mi dispiace che non abbiamo impedito questo a Stefano». Dispiace anche a me. Mi dispiace di averne scritto troppo poco sul mio blog, mi dispiace che quello che ho scritto non abbia mai scalfito la coscienza di nessuno, mi dispiace di non essere riuscita a suscitare l’interesse su questi temi mentre riscuote un clamoroso successo il mio post “il principe azzurro”. Mi dispiace per tutte le volte che ho ricopiato gli indirizzi per scrivere a chi era in galera e poi mi sono bloccata perché non sapevo cosa dire, non sapevo come dirlo in modo da non giudicare nessuno.

Mi dispiace.

Eppure finora nessuno tra chi è stato a contatto con questi ragazzi nelle ultime ore della loro vita o rappresentante di quello Stato che ne ha provocato la morte ha avuto il coraggio di rivolgere queste semplici parole alle famiglie, distrutte dal dolore, o a noi, attoniti e spaventati per quello che succederà ancora non appena si spegneranno le telecamere.

Questo è il link del sito su Stefano Cucchi curato dalla coraggiosissima sorella Ilaria.

Giada

Questa è la poesia che un padre scrive alla sua bambina. Un padre lontano, che teme che sua figlia non capisca, che senta la sua mancanza e la scambi per indifferenza…

Ti voglio bene
in qualunque modo
in qualsiasi momento
in ogni luogo
in questo mondo
nell’aldilà
con la pioggia
con il sole
ti voglio bene.

Nel dolore
nel sorriso
nella sofferenza
nella solitudine
con le catene
con le ali
con il vento
con il sereno
ti voglio bene.

Ora che ci sono
quando non ci sarò
sotto le stelle
senza le stelle
con la neve
con la grandine
ti voglio bene.

Con il buio
con la luce
con il rosso
con il blu
sotto la pioggia
con il sole
con amore.
ti voglio bene.

C. M.

È un padre che non può abbracciare sua figlia, non può vederla vivere. E soffre per questo senso di impotenza. Cerca di creare un legame fatto di parole, di racconti, di poesie, di fiabe, perché la sua bambina non si senta sola. È un padre chiuso in carcere. Condannato all’ergastolo. La data per la fine della sua pena è MAI.

Quello del carcere è un argomento difficile perché oggi più che mai chi è chiuso in una cella viene considerato un mostro. E forse, per la tranquillità della nostra coscienza, preferiremmo che quel mostro non fosse in grado di scrivere le parole che abbiamo appena letto, ma che dalla sua bocca e dalla sua penna uscisse solo odio. Che non fosse in grado di provare nessun sentimento, per nessuno… niente di più che una bestia. E invece è una persona. E l’atrocità di un’azione non cancella il fatto di essere una PERSONA.
Quando parliamo di ergastolo è ancora più difficile provare pietà o compassione. Il pensiero comune è che sia una pena commisurata al delitto, in altre parole che i colpevoli se lo meritino, perché se lo sono andato a cercare. Già tanto che non si invoca la pena di morte! Molti condannati invece la preferirebbero. Nel 2007 310 detenuti con sentenza “fine pena mai” si sono rivolti al capo dello Stato per chiedere che la loro pena all’ergastolo venisse tramutata in pena di morte. Nella lettera al presidente Napolitano hanno scritto: «L’ergastolo è l’invenzione di un non-dio di una malvagità che supera l’immaginazione. È una morte bevuta a sorsi. È una vittoria sulla morte perché è più forte della morte stessa».

Non si prova pena (figuriamoci poi indignazione!) per chi sta in carcere e meno che mai per gli ergastolani perché siamo bombardati da una quantità sconcertante di menzogne su questa situazione drammatica. Politici incompetenti, insensibili, vendicativi, che cavalcano il tormentone dell’emergenza sicurezza e della certezza della pena per avere voti, non considerando nemmeno il fatto che da eletti dovrebbero rappresentare anche chi è chiuso in una cella, e persone comuni intervistate al mercato come fossero esperti in materia di giustizia e codice panale. Quel commento a caldo, pilotato da una domanda tendenziosa, che dovrebbe far emergere la cosiddetta “saggezza popolare” (mentre magari chi parla di chiudere in carcere e buttare via la chiave sta crescendo figli che si divertono a marchiare a fuoco i coetanei, a stuprare in branco minorenni, a tirare qualche sasso da un cavalcavia o magari a metterlo sui binari di qualche treno).
Partiamo dalla Costituzione:

ART. 27
[…] Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

La prima finalità della pena, quindi, è rispettare i diritti fondamentali (minimi) della persona; la seconda è tendere al reinserimento sociale del reo. L’ergastolo quindi non è compatibile con ciò che prescrive la Costituzione. Di fatto è INCOSTITUZIONALE. E visto che ultimamente, con piena ragione, ci troviamo ad esaltare questa Carta straordinaria, che dopo più di 60 anni continua ad essere così attuale e ben fatta da difendere, da feroci attacchi, la nostra democrazia, sarebbe opportuno riflettere anche su questo.

L’ergastolo è la massima pena prevista nell’ordinamento giuridico italiano per un delitto. Codice penale ART. 22:
[…] la pena è PERPETUA ed è scontata in uno degli stabilimenti a ciò destinati, con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno […]
Persino l’enciclopedia virtuale Wikipedia, nel definire questa voce si affretta a precisare il carattere “teoricamente” perpetuo della pena:

  • dopo 26 anni il condannato può essere ammesso alla libertà condizionale (sospensione della pena definitiva), qualora venga ritenuto “ravveduto” in base a prove attendibili.
  • anche i condannati all’ergastolo possono godere delle riduzioni previste per buona condotta (45 giorni in meno sulla condanna totale ogni 6 mesi di reclusione).
  • dopo l’espiazione di almeno 10 anni di pena, il condannato può essere ammesso ai permessi premio.
  • dopo 20 anni il condannato può avere diritto alla semilibertà (misura alternativa alla detenzione in cui il condannato trascorre la maggior parte della giornata all’interno dell’istituto di pena e ne esce per partecipare ad attività lavorative, istruttive o utili al reinserimento sociale).

Dalla descrizione di queste attenuazioni della pena emerge con chiarezza che ad essere “teorica” è  la concessione del beneficio e non l’eternità della pena. Tali benefici infatti non scattano automaticamente al decorrere dei termini, ma dipendono da una molteplicità di fattori: dalla benevolenza del giudice, dalla politica di un carcere che può adottare un regime apertamente ostile a tali concessioni, dal modo e dalla forma (espressiva) in cui viene scritta la richiesta di un beneficio o di un permesso (molte richieste vengono respinte perchè non formalmente corrette), dalla capacità di piegarsi e di sottomettersi del detenuto, vero significato di “buona condotta”: questo significa sostanzialmente, non lamentarsi e non fare richieste che possano minimamente impensierire l’istituto carcerario e collaborare, fare nomi e cognomi di persone da rinchiudere a loro volta (talvolta vere e proprie estorsioni di testimonianze già compilate a cui manca solamente una firma), e infine dalla persona e dal reato commesso.

In Italia oggi ci sono circa 1.300 ergastolani reclusi in una cinquantina di istituti differenti. Secondo l’associazione Liberarsi (un po’ più informata della casalinga intervistata al mercato, con tutto il rispetto per la signora, che si agita perché tutti gli assassini escono di galera) solo la metà degli ergastolani reclusi nelle nostre carceri ha accesso a qualche misura alternativa di detenzione. Esiste infatti l’ergastolo ostativo, a cui è condannata l’altra metà dei detenuti, che non prevede nessun beneficio e dunque garantisce che la reclusione del condannato si protragga fino alla sua morte.

Inutile girarci intorno, molti di questi condannati sono mafiosi (molti di più di quei serial killer pedofili che squartano i bambini per poi mangiarseli e sciogliere i resti nell’acido di cui l’immaginario popolare ritiene piene le nostre carceri). E diventa complicato conciliare, giustizia, lotta alla mafia con i diritti dei condannati. Ma dobbiamo farlo, anche perché la lotta alla mafia non si può portare avanti solo con il 41 bis. Non è in carcere, infierendo sulla dignità di quegli uomini che si definiscono “d’onore“, che ci sconfigge Cosa Nostra. E quando è ogni giorno più chiaro non solo che lo stato “tratta” con la mafia, ma che la copre, la difende, la usa per rafforzare le sue posizioni e altre schifezze simili, perché ci illudiamo che il 41 bis serva a qualcosa? La cosa più ovvia del mondo, che mi vergogno quasi a ripetere tanto è diventata un luogo comune, è che la mafia va combattuta innanzi tutto nel suo legame con il potere politico. Fino a che non si applicherà questa VERA lotta, torturare i mafiosi è pura vendetta. Sentimento che può essere comprensibile per le persone comuni, indignate per i meccanismi crudeli e sanguinari di cui le mafie fanno ampio uso, ma che di certo non può appartenere allo Stato.

«Nessuno uccida la speranza, neppure del più feroce assassino, perché ogni uomo è una infinita possibilità»

David Maria Turoldo

L’ergastolo è una tortura, perché toglie la speranza, perché la vita non appartiene più al suo proprietario, ma quello che sarà di lui, se vivrà, se morirà, se verrà curato, o fatto spegnere lentamente, dipende da una quantità di persone e istituzioni a cui spesso non si riesce a far sentire la propria voce.

… Una volta in una parete di una cella di isolamento ho letto: “la vita di un uomo dipende da un altro uomo, cosi anche la sua rovina”. Vero verissimo, il mio pensiero va a quei detenuti che stanno partendo per ignoti confini.
Giuseppe Musumeci Ex detenuto carcere di Pisa – 30/06/06

Non si vive bene in carcere. Non vive bene nemmeno chi non ha mai ucciso nessuno nella sua vita (e cioè la stragrande maggioranza dei detenuti), e la televisione in qualche cella non può certo compensare tutte le sofferenze che un luogo come quello provoca. Il modo migliore per rendersi conto di come vivono o sopravvivono questi uomini e donne, è leggere le loro lettere , i racconti e le poesie:

…Tra di noi, in quella cella, c’erano anche ragazzi stranieri. Poveracci. Sono loro che, senza neanche poter usare la parola, se la vedono peggio. Lì vedi in silenzio per giorni e giorni, poi all’improvviso te li trovi per terra in cella con le braccia tagliate, in una pozza di sangue. In carcere c’è un metodo per tutto, anche per farsi più male con una lametta. Lasciate a bagno con l’aglio per un po’ di ore, le lamette assicurano ferite più sanguinati. E così è…
Mario, carcere di Livorno


Quando sono arrivata in carcere i miei capelli erano lunghi, ma poi hanno cominciato a cadere perché in carcere non era permesso tenere creme e gli oli che noi mettiamo nei capelli, per fortuna io ho i capelli più leggeri di altre e riuscivo a pettinarli e a farmi una pettinatura però mi mancavano quelle creme, creme per corpo perché non sono abituata a usare quelle che vendevano in carcere. Una signora che stava con me in cella aveva dei capelli molto folti, folti e forti, in questi il piccolo pettine che era permesso tenere non riusciva a entrare, lei usava la forchetta per pettinarsi, il carcere dà ad ognuno una forchetta e un cucchiaio, lei mangiava con cucchiaio e si pettinava con forchetta.
Gloria, carcere di Sollicciano

…Non ho più lacrime da versare, sono un uomo forte,
quindi, quando mi danno la mandata al blindo penso: «E’ ferro, ma che fa, sono sempre porte!…»
e quando il cuore batte forte, forte
gli dico:
«Sta buono e dormi, non avere paura,
in fondo sono solo quattro mura
!»…

Nicola Ranieri, carcere di Spoleto

Per ulteriori informazioni visitate il sito dell’ Associazione Pantagruel

Giada

bandiera pace

Il 13 maggio del 1999 mentre nei Balcani c’è  la guerra e l’Italia bombarda la Serbia,  a Firenze c’è uno sciopero dei sindacati di base. Arrivati davanti all’ambasciata americana i manifestanti vengono caricati dalle forze dell’ordine, che nei pressi di questo edificio sono sempre particolarmente ligie al dovere e suscettibili. Morale della favola chi era lì per esprimere la sua contrarietà alla guerra non solo viene bastonato, ma a 9 anni di distanza viene pure condannato a 7 anni di carcere per resistenza a pubblico ufficiale, perchè doveva prendersi le manganellate zitto e buono.

Sono stanca del modo in cui la realtà viene sempre stravolta, a partire ancora una volta dai giornali che chiamano chi si oppone alla guerra NO GLOBAL e non PACIFISTA, come se fosse una posizione estremista e negativa per non dire terroristica l’opporsi alla guerra. Mi sembra che a volte si confonda l’idea del bene e del male, al di là di quelli che sono i comportamenti individuali. Da quando sono nata mi hanno sempre insegnato che la guerra è male. Ora non so se è stato fatto revisionismo storico anche su questo, ma fino a che andavo a scuola io si diceva che bisogna aiutare chi è meno fortunato di noi, che si deve fare qualcosa per i bambini che muoiono di fame, che bisogna essere tolleranti, che siamo tutti uguali, che bisogna trattare bene la terra, non gettare le carte in terra, non sprecare l’acqua… Chi oggi dice queste cose per l’opinione comune (manipolata dai media malati) è un ANARCO-INSURREZIONALISTA. Penso che se qualche giornalista andasse ad intervistare un qualunque bambino di seconda elementare scoprirebbe che le scuole elementari italiane sono piene di SOVVERSIVI!!!!

Poi non riesco a capire, ormai è chiaro che ci sono alcune schegge impazzite tra le forze dell’ordine che pensano di essere le camice nere e ci godono a picchiare a sangue chi non si può difendere. Genova l’abbiamo vista tutti. Ci sono centinaia di ore di filmati in cui la celere massacra indiscriminatamente giovani, meno giovani, donne, uomini, un ragazzino di 16 anni, medici, giornalisti (e un po’ gli stava bene!), cattolici, ecc… nei cortei ma anche a sedere, completamente inoffensivi. Poi ci sono tipo 10 minuti di black block che spaccano una vetrina, una macchina, tirano qualche sasso alla polizia e suonano un tamburello sventolando bandiere nere. E per i media italiani è parcondicio mettere le due cose sullo stesso piano! I 10 minuti di violenza di 15 “manifestanti” e le ORE e giorni (se si considera pure la macelleria messicana Diaz e Bolzaneto) di violenza delle forze dell’ordine, tutte insieme!!! Hanno ammazzato un ragazzo di 21 anni. Ammazzano nelle carceri, per la strada, alle piazzole di sosta dell’autogrill sparando tipo far west da 15 metri di distanza con il rischio di colpire chiunque.

E nonostante questo i cattivi sono sempre quelli che si battono per la pace, per far rispettare i diritti di tutti, per opporre resistenza al fascismo, per salvare il pianeta, per salvare gli animali, senza che mai questo venga messo in dubbio. Senza che si dica che se queste persone rischiano le botte o il carcere, non lo fanno perchè qualcuno li paga, non lo fanno per se stessi, non lo fanno perchè si divertono a “fare casino”, come qualche qualunquista continua a pensare, ma perchè credono che sia un dovere impegnarsi per cambiare le cose, perchè credono in quello che fanno. Ma nessuno li sta ad ascoltare, perchè sono solo confusi casinisti o forse si ha paura di quello che vogliono dire perchè ci fa fatica pensare con la nostra testa e perchè potrebbero avere ragione. E’ molto strano tutto questo. Io nel 1999 non ero ancora a Firenze non lo so cosa è successo, ma so che 7 anni di carcere a 13 persone che manifestano per la pace mi sembra una sentenza vergognosa. Però si grida allo scandalo solo quando gli interessati sono i potenti. A Cuffaro hanno dato solo 5 anni per favoreggiamento!!!!!!!!!! E ci credo che ha festeggiato con i cannoli!!!! Gli dovevano dare l’ergastolo con il 41 bis solo per aver detto a suo tempo che Giovanni Falcone era un giudice corrotto che stava rovinando la Sicilia infangando la classe dirigente democristiana! Questa è l’Italia. Bisognerebbe che ogni giorno dell’anno fosse una giornata della memoria per qualcosa, perchè noi ci scordiamo tutto, sempre troppo presto.

Giada

L’Italia oggi si sente molto orgogliosa per l’approvazione della moratoria contro la pena di morte da parte dell’Onu. Una risoluzione che, forse qualcuno si è dimenticato di dire, non cambierà un accidente di niente perchè non obbligherà nessuno stato ad abolire la pena di morte. Diciamo che per ora 104 membri dell’assemblea generale su 187 si sono messi d’accordo sul fatto che uccidere è sbagliato. E’ già un passo avanti! Ma nell’Italia che ora si sente la paladina della rieducazione morale del mondo, la pena di morte è sempre esistita ed esiste. Esisteva al tempo delle stragi di stato, esisteva quando veniva trovato casualmente morto qualche personaggio scomodo, e esiste oggi quando qualcuno si sente legittimato ad ucciderti dentro un carcere, ad un posto di blocco o ad una manifestazione. Forse non tutti sanno che in Italia c’è la pena di morte se sei un tossicodipendente rinchiuso nel carcere di Livorno, come è successo a Marcello Lonzi morto l’ 11 luglio del 2003 a 29 anni, per una “morte naturale” che miracolosamente gli ha spaccato la testa e fratturato diverse costole. Oppure se torni a casa da solo verso le 6 di mattina dopo essere stato ad una festa ed aver assunto sostanze stupefacenti. Anche in questo caso potresti essere legittimamente giustiziato a colpi di manganello e comprimendoti il torace per diversi minuti fino a farti morire soffocato, come è successo a Federico Aldrovandi, 18 anni, morto il 25 settembre 2005 a Ravenna. Oppure la pena di morte è ancora in vigore per possesso di piantine di marijuana, l’ultimo caso in ordine di tempo è quello di Aldo Bianzino morto il 12 ottobre 2007 a 44 anni nel carcere delle Capanne vicino Perugia, la cui autopsia ha rilevato lesioni non solo compatibili con l’omicidio, ma addirittura con la tortura, per il fatto che non presentavano segni esterni.L’uomo era stato probabilmente scambiato per uno spacciatore internazionale o per un anarchico, cosa che avrebbe sicuramente garantito un assoluto silenzio da parte di tutti gli organi di informazione. Perchè tutti sono tacitamente d’accordo che uccidere un anarchico si può, da Sacco e Vanzetti in poi. Ma pur con le dovute cautele, essendoci qualche sospetto che Aldo fosse una persona perbene, un bravo artigiano e padre di famiglia, qualcuno, tra la notizia dello scandaloso furto di un portafoglio da parte del solito extracomunitario o di qualche emergenza (caldo, freddo, pitbull, rapine, influenza, zanzara tigre…) ha citato quanto successo, certo in modo molto discreto, per timore di risultare invadente, visto che i giornalisti si dimostrano sempre così rispettosi del dolore degli altri! Quindi se non avete mai letto niente di queste persone e delle loro storie è perchè pochi ne hanno parlato, forse perchè non sono state giudicate abbastanza interessanti o perchè c’è la paura che le persone si incazzino e sconvolgano l’ordine mentale e pubblico dei bravi cittadini, cosa che è successa quando è stato ucciso il tifoso laziale Gabriele Sandri (altra vittima del boia). Tristemente c’è da notare che se quella notte Roma non fosse stata messa a ferro e fuoco nessuno il giorno dopo avrebbe preso le distanze dal poliziotto che aveva sparato dicendo addirittura che “aveva sbagliato“. Se il dolore non fosse esploso così violentemente ma fosse stato silenzioso, come succede la maggior parte delle volte, si sarebbe detto che il poliziotto aveva sparato in aria, e che il proiettile era stato deviato da uno stormo di piccioni viaggiatori che si trovavano a transitare proprio sulle teste dei poliziotti nel momento in cui è partito il colpo. Così il colpo che ha ucciso Carlo Giuliani è stato deviato da un sasso, Marcello è stato stroncato da un infarto, Federico è morto per overdose, Aldo…forse una rara malattia genetica che ti stacca contemporaneamente cervello e fegato. Tutto può essere!

E se si riuscisse a dare giustizia solo a Gabriele, l’equazione sarebbe palese, eppure sarebbe già qualcosa.

Giada