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L’Italia introduce il reato di tortura.

Le persone che leggono i giornali sono felici e soddisfatte, io invece sono perplessa. Come è possibile che in Italia non si considerasse la tortura un reato? Cosa pensavano che fosse, un gioco erotico? Come è possibile che non si concepisse questa pratica in modo a sé stante, diverso e specifico, rispetto a ogni altra forma di violenza? Chi pratica la tortura ha una mente diversa dal comune aggressore, una mente perversa. C’è una lucidità raccapricciante e un senso di piacere, collegato all’eccitamento sessuale, che si definisce sadismo. Chi subisce tortura ha ripercussioni diverse da ogni altra vittima, fisiche e psicologiche.

“Meglio tardi che mai”, penserà qualcuno. E invece no. Chi ha stravolto il disegno di legge di Luigi Manconi ha fatto in modo che il reato di tortura non fosse collegato all’abuso di potere. Questo non solo esclude il contesto più comune entro cui si pratica, ma cambia addirittura il significato della parola “tortura”.

Dal vocabolario Treccani:

tortura s. f. [dal lat. tardo tortura, propr. «torcimento», der. di torquēre«torcere», part. pass. tortus]. –
1. Ant. nel sign. etimologico di torcimento o torcitura, per indicare sia l’atto del torcere sia il punto in cui qualche cosa è torta, piegata in curva o a gomito […].
2.
a. L’azione, il fatto di torcere le membra a un imputato o a un reo, per indurlo a confessare o per punizione. Per estens., t. legale o giudiziaria, e istituto giuridico della t., attuati dall’antichità fino all’Ottocento (oggi ripudiati, almeno formalmente, da tutti gli stati), e consistenti in varie forme di coercizione fisica applicate a un imputato, più di rado a un testimone o ad altro soggetto processuale, allo scopo di estorcere loro una confessione o altra dichiarazione utile all’accertamento di fatti non altrimenti accertati, dei quali si debba tener conto nel definire il giudizio […].
b. estens. e fig. Qualsiasi forma di coercizione, anche solo morale, avente gli stessi scopi […]; oppure, qualsiasi violenta coercizione per ottenere indicazioni di vario genere, fuori dell’àmbito giudiziario […] o ancora, qualsiasi sevizia o atto di crudeltà, o come fine a sé stessi, per mera brutalità, o come forma legale di pena corporale […]. Con uso fig., grave e prolungato patimento fisico o morale (cfr. tormento), o, per iperbole, molestia assai grave […].

Se pensiamo alla tortura ci vengono in mente l’Inquisizione, i campi di concentramento nazisti, Abu Ghraib e Guantanamo (tanto per citare fatti su cui tutti sono d’accordo). Potrebbero però anche venirci in mente Dexter, Criminal Minds o altri telefilm del genere, in cui abbondano serial killer assetati di sangue.

Ecco la legge italiana non si è basata sul significato originale di tortura (significato a.), ma ha deciso di perseguire, in modo forte e risoluto, i personaggi dei telefilm (significato b.).

Non è una differenza da poco. Si sono addirittura inventati una nuova definizione di tortura: più atti di violenza o minaccia. Dunque se torturo qualcuno solo per qualche ora, non è tortura. Capite che qui la lingua italiana si trova in difficoltà, per lo meno fino a quando non sarà completato il bipensiero orwelliano.

Il reato di tortura è generico e non specifico per un pubblico ufficiale. Ciò che rendeva questa legge estremamente urgente era difendere i detenuti o le persone momentaneamente private della libertà dagli abusi dei corpi di polizia. Era avere giustizia per Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Francesco Mastrogiovanni, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva e tanti, troppi altri. Era poter finalmente chiamare criminali i responsabili dei fatti di Genova del 2001, in particolare della Diaz e di Bolzaneto. Era fare in modo che tutto questo non potesse più accadere. Invece accadrà di nuovo, perché chi tortura o uccide, con una divisa addosso, resta impunito. Questa ostinata difesa da parte dello Stato di personaggi violenti e socialmente pericolosi infetterà tutto il sistema e non metterà mai gli organismi di polizia nella condizione di farsi un esame di coscienza.

Alcuni estratti delle non torture operate a Bolzaneto:

Quella notte il cancello si apriva in continuazione. Dai furgoni scendevano quei ragazzi e giù botte. Li hanno fatti stare in piedi. Una volta all’interno gli sbattevano la testa contro il muro. A qualcuno hanno pisciato addosso, altri colpi se non cantavano faccetta nera. Una ragazza vomitava sangue e le kapò dei Gom la stavano a guardare. Alle ragazze minacciavano di stuprarle con i manganelli
da La Repubblica, 26 luglio 2001

Ancora con le mani legate venivamo scaraventati fuori dall’autobus e manganellati e picchiati tutti, chi più chi meno. Lì erano presenti militi di ogni tipo: poliziotti penitenziari, carabinieri e finanzieri, che erano i più violenti di tutti. Dopo averci slegato le mani e consegnato il documento d’identità, veniamo introdotti in un edificio con un corridoio centrale e diverse celle enormi ai lati, con alcuni manifestanti appoggiati faccia al muro. Ci fanno stare in piedi con la faccia contro il muro, le gambe divaricate e le braccia larghe alzate. Chiunque mostrasse segni di debolezza, lasciava scendere le braccia, staccava lo sguardo dal muro o stringeva le gambe veniva puntualmente percosso con schiaffi alla nuca, calci ai piedi o alle tibie, pugni ai fianchi o al ventre. In quella posizione ci hanno fatto stare diverse ore (nel mio caso 15 circa, dalle 17 di sabato alle 8 di domenica).
R.V. Bologna

Sono rimasto in quella posizione per 4 o 5 ore. Ci colpivano regolarmente sulle ferite, in modo da non aggiungere tracce a quelle riscontrate in ospedale. Ci sbattevano la testa contro il muro, vedevo il mio sangue colare.
Vincent Bonnecase
da Liberation 27 luglio 2001

Donne in via d’estinzione

novembre 25, 2012

 

Oggi è la Giornata contro la violenza sulle donne. Un’altra giornata “a tema” per mostrare che si è consapevoli di un problema e lo si sta affrontando.

Si parlerà di femminicidio: 113 donne dall’inizio dell’anno, in aumento rispetto allo scorso anno, 73 uccise dai loro compagni o ex compagni, una donna uccisa ogni 2 giorni, di prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni. Tutti si scandalizzeranno. Ma lo guarderanno come un problema di altri, di altre soprattutto. Ascolteranno, tra sé e sé penseranno che l’aver ascoltato li rende solidali e cosa si può chiedere più della solidarietà per qualcosa di così lontano dalla nostra vita? Proporranno di cambiare le leggi, si indigneranno per le scarcerazioni facili, tutti insieme diranno, «Si deve fare qualcosa, dobbiamo intervenire, è inaccettabile…». Si cercheranno colpevoli tra gli uomini, dentro la religione e la cultura, nella società… e non in noi stessi. Finché rimarrà una giornata che riguarda altre donne, altri uomini, non potrà cambiare niente.

Oggi è la giornata dedicata alle vittime della violenza degli uomini. Le vittime saranno le protagoniste, per “non dimenticare”, ma come si può dimenticare? Possiamo abituarci all’idea di essere massacrate ogni due giorni, possiamo assuefarci all’idea di un piccolo sterminio, possiamo arrivare a pensare che sia la normale vita, cose che succedono, cose che le donne per natura sono portate a sopportare per il bene della famiglia, ma non possiamo dimenticare.

Gli uomini oggi è meglio che restino in casa a guardare le partite perché saranno i primi a essere additati. In fondo se la meritano una giornata di punizione e di occhiate in cagnesco, un po’ come me quando guardo “Amore Criminale”. Poco male, tanto gli uomini sono biologicamente immuni a ogni senso di colpa.

I colpevoli, gli assassini sono gli uomini. Si dirà che sono uomini che confondono l’amore con il possesso, che non sanno amare, uomini che all’inizio si presentavano in un certo modo e poi sono improvvisamente cambiati. Uomini insicuri che non riescono ad accettare l’indipendenza e l’emancipazione delle donne. Uomini che non riescono a sopportare l’onta dell’abbandono, uomini che non possono permettere che una donna metta loro i piedi in testa.

Ci sono uomini così. E non sono solo i 73 che hanno ucciso quest’anno. Diranno che sono pazzi, sono malati, sono degli animali. Nessuno di questi termini a mio avviso è dispregiativo, perché nessuna delle categorie citate ha l’abitudine di compiere questi crimini, di cui è pienamente capace l’essere umano ritenuto “normale”.

Vorrei provare a fare un percorso a ritroso per arrivare al nocciolo del problema.

Gli uomini che commettono violenza sulle donne, nella stragrande maggioranza dei casi sono normalissimi con vite normalissime. La società li accetta e li integra, non perché questi uomini siano bravi a dissimulare le loro “debolezze”, ma perché non sono considerate cose gravi. Il controllo, la gelosia, le frasi dette al bar del tipo «se mi fa le corna l’ammazzo» e giù grandi risate… In realtà la nostra società, con le sue 113 vittime, non dovrebbe proprio permettersi di ridere o sorridere, ma dovrebbe mettersi in allarme.

Il primo passo è renderci conto e ammettere che il problema riguarda tutti noi, uomini e donne. Non il rapporto tra uomo e donna, un rapporto malato dove non si conosce l’amore e il rispetto, ma l’essere umano uomo e l’essere umano donna. Dobbiamo distruggere una volta per tutte i ruoli sociali, che sono un abominio, e concentrarci sugli esseri umani. Non esiste un capo famiglia, un uomo che ha il compito di proteggere la famiglia, di portare i soldi a casa, di vegliare sulla moralità e la sacralità del focolare domestico. Ogni essere umano deve essere responsabile per se stesso e per i figli quando sono piccoli. Io vengo ancora percorsa da un brivido quando sento le donne dirsi realizzate e appagate nel matrimonio e nella famiglia. Non sono mai stata totalmente appagata in famiglia come figlia e non credo che potrei esserlo come moglie. E con questo non voglio dire che non ci si debba sposare o fare una famiglia, ma che la vita continua anche dopo! Dopo non c’è solo la vita di coppia o familiare, dopo ci sono ancora dei singoli esseri umani che non essendo stati fatti con lo stampino hanno per forza di cose, gusti, bisogni e desideri che non coincidono. Per quanto una coppia possa essere affiatata e una famiglia possa essere “mulino bianco” è sano e giusto che ognuno abbia i suoi spazi per prendersi cura di sé come essere umano, anche per non impazzire e per non sentirsi soffocare. Condividere è una scelta e non una costrizione.

Infine arriviamo ad analizzare il problema di fondo: la differenza di educazione dei maschi e delle femmine. Quando sono piccoli ai bambini è permesso quasi tutto, è tollerato quasi tutto perché i maschi sono più vivaci, sono più irruenti, più difficili da gestire e hanno maggiore bisogno di sfogarsi. Le bambine invece devono essere, brave, carine ed educate.

Tante mamme italiane hanno creato dei mostri, e nemmeno tanto in senso figurato. Hanno insegnato ai maschi a fare le cose dei maschi e alle femmine a fare le cose da femmine. E non era così 100 anni fa, è ancora così. Se così tanti uomini sono ancora convinti di potere o dovere controllare la vita delle loro donne, deciderne il destino, che il compito di uomo è proteggere la donna in quanto sesso debole, vuol dire che la nostra società e le loro famiglie hanno sbagliato a crescere questi figli.

Consideriamo lo stupro. Quante mamme di stupratori hanno dichiarato «Mio figlio è un bravo ragazzo». Forse tutte quelle a cui la cronaca ha dato risalto. Vogliamo inasprire le leggi per la violenza contro le donne? Cominciamo ad arrestare queste madri. Perché se ci sarà mai una speranza di recuperare e rieducare un uomo sarà lontano da madri e famiglie come queste.

Non ci dovrebbe essere differenza tra uomini e donne. Le donne oggi non vanno difese in quanto donne, non vanno tutelate come un animale in via d’estinzione. Le donne devono cominciare a essere concepite come esseri umani e basta. Non ci servono leggi speciali, decenni di carcere, nuovi reati, ci serve che la nostra vita sia considerata come quella degli uomini e non alle loro dipendenze. Ci serve che la società smetta di volerci solo madri di famiglia, un ruolo che ci sta troppo stretto e ci rende delle martiri pronte a sacrificare la propria vita per i figli. Vogliamo dire che non è giusto, che nessuna donna si dovrebbe sacrificare per nessuno, ma che soprattutto il sacrificio non deve essere un’imposizione della società. Abbiamo bisogno di libertà, che ogni nostra scelta o non scelta non ricada sotto un giudizio che suona come una sentenza. Non sbagliano solo gli uomini. Gli uomini uccidono perché sono stupidi, perché vengono viziati dalla società che li adula e promette loro che se nella vita saranno degli incapaci non c’è problema, perché saranno sempre i capi e signori di una donna, di una famiglia.

Ma siamo noi donne che partoriamo gli assassini e vorrei tanto che qualcuno in questa giornata mi insegnasse cosa si deve fare per non generare degli assassini seriali.

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Quest’anno è diverso. L’attesa è troppo pesante per lasciare spazio all’emozione. C’è un vuoto che rende difficile aspettarsi un campionato di lotte, di sfide, di sorprese. E c’è una paura mai provata veramente, mai sentita se non accompagnata dal brivido del sorpasso perfetto e preciso o azzardato e cattivo, per ogni curva dei primi giri. C’è la voglia di chiudere gli occhi per quei primi minuti, così difficili e pericolosi sui quali si gioca, alla fine, tutta la gara. Perché se non sei apposto con la moto o la tua moto non va come le altre, sono i primi giri quelli decisivi, quelli dove sono tutti vicini, le gomme sono fredde, dove non si deve perdere troppo tempo nei sorpassi, ma ci si deve buttare, per non lasciare scappare gli altri, e provare a fare la differenza con la personalità e la voglia di vincere. Non era così che avrei immaginato che potesse iniziare un nuovo motomondiale. Questo sarebbe stato l’anno del Sic, era così che lo immaginavo. Sarebbe stato il più forte di tutti, avrebbe fatto delle gare spettacolari e delle rimonte da “tutti in piedi sul divano”. Perché sulla carta c’era comunque chi era più forte: c’è Stoner che sembra uno di quei pupazzini a cui dai la carica e che lasci andare, e lui va, fino al traguardo. Niente sorpassi, niente bagarre, pochi decimi di secondo di differenza nei giri, sempre al massimo e sinceramente, per me, una noia mortale. C’è Lorenzo che è furbo, è un calcolatore. Marco è diverso, Marco è come Vale. Per me che non ci capisco quasi niente di meccanica e di cose tecniche, in comune hanno soprattutto il fatto di non voler star dietro e di provarci sempre. È per questo che ho iniziato a seguire il motomondiale. Per i sorpassi e per le staccate di Vale che toglievano il fiato, per il fatto di non accontentarsi mai, fino al gradino più alto del podio. E il Sic era così in gara, si buttava dentro che faceva paura, dietro non ci voleva stare perché se perdi tempo quelli lì non li riprendi più. Dicevano che faceva sorpassi pericolosi. Tutti i sorpassi sono pericolosi i primi anni in MotoGp, specie se una moto ufficiale ancora non ce l’hai. Si prendono più rischi perché non si conosce con precisione il limite. Non è cattiveria, è voglia di vincere, e se non ce l’hai è inutile che tu salga su quella moto. È stato un anno di inferno. I signorini della MotoGp si sono lamentati come mai era successo, anzi si sono coalizzati contro Marco, hanno cercato di isolarlo, di smontare il suo entusiasmo. Con la Ducati fuori dai giochi, avrebbero preferito una pista solo per loro 3 o 4, uno sport elegante, da signori. E invece a noi piaceva il cuore. E Marco ce lo metteva tutto e noi gli volevamo bene per questo. Non so spiegare bene che cos’ha per me il motociclismo in più degli altri sport. Non so perché è nata questa passione, ma sono quasi certa che se non ci fosse stato Vale, mai mi sarei svegliata alle 6:45 la domenica mattina per seguire una gara dall’altra parte del mondo. Mi ha sempre dato l’impressione di essere uno sport più spontaneo, con meno sovrastrutture e con un rapporto molto più diretto con i piloti in gara. Non tutti i piloti, perché gli italiani hanno una marcia in più. Quando Vale spiegava come era andata una gara i problemi che c’erano stati o che avevano risolto, io capivo. Ma soprattutto vedevo l’entusiasmo e la soddisfazione e sentivo di farne parte. Quando, appena sceso da una moto, un pilota dice “che bello, che gara”, sai che è il cuore che parla, non la testa alla classifica o al numero dei podi. È quel singolo momento, è il fatto che ami quello che fai. E Marco era così. Mi faceva tanto ridere perché aveva una sincerità disarmante, era autoironico, non si nascondeva dietro a niente, nemmeno nei momenti difficili. Quando cadeva perché spingeva troppo, ed è caduto tante volte, senza farsi mai un graffio. Si rialzava, andava da Paolo Beltramo e diceva “Dio bò mi dispiace, poteva essere una bella gara”. Con Valentino in difficoltà il tifo a ogni gara è stato tutto per lui. L’unico in grado di farti emozionare davvero, che si buttava in mezzo, cercando di lasciarsi alle spalle tutte le polemiche, l’unico che dopo la gara avrebbe comunicato senza nessun filtro, tutta la sua felicità o la sua delusione. Per questo gli eravamo vicini, perché ci rendeva partecipi, e ci faceva divertire, sempre, in moto o davanti a un microfono. Quest’anno avrebbe vinto lui, ne sono convinta. Aveva il cuore e le capacità per farlo, avrebbe imparato a “stare in piedi”, a calcolare il limite e a misurare i rischi. Sarebbero arrivate le moto mille di cilindrata, e finalmente la sua stazza non sarebbe più stata un problema. Avrebbe messo sotto pressione Stoner e Lorenzo, li avrebbe fatti impazzire, e io sarei impazzita di gioia a vederlo davanti a tutti. E avrebbe vinto anche quella gara, il 23 ottobre. Stava bene, ha fatto subito spettacolo, e poi la curva numero 11.

Avevo acceso il televisore verso le 7 di mattina, perché incredibilmente per le gare di Motegi, Philip Island e Sepang non ho mai imparato il giusto fuso orario e continuo a confondermi. Solo che era veramente troppo presto e mi sono riaddormentanta. Poi arriva la chiamata di mio padre “Stai vedendo? Simoncelli ha fatto un incidente è finito in mezzo alla pista, ha perso il casco”. Il casco? Come si fa a perdere il casco? Ho guardato lo schermo, la pista era vuota. Ma come sta? Sta bene? “Non hanno detto ancora niente”. Sono salita in pigiama in casa dei miei genitori. E lì ho visto le immagini. Mi è uscito un urlo, un po’ soffocato, ancora prima di riuscire a capire la dinamica dell’accaduto. La bagarre con Bautista, l’entusiasmo nella voce di Meda e di Reggiani, la scivolata, il tentativo di tenere su la moto perché, deve avere pensato, “oggi no, non posso cadere”, la moto che torna verso il centro della pista, l’impatto con Edwards e con Valentino. Il corpo di Marco, immobile, sulla pista con quel cesto di capelli inconfondibile e un braccio alzato. Ho pensato tante cose, ma che fosse morto non ci volevo credere. In telecronaca continuano a parlare di Franco Uncini, che dopo un brutto incidente simile a questo si è svegliato dal coma e si è ripreso, io invece penso all’incidente di Tomizawa a Misano. Ma voglio credere al miracolo di Uncini. Che il casco si possa staccare anche per motivi di sicurezza, che non significa niente. Poi le immagini del paddock. Capirossi che va da Vale e lui sembra spiegargli che se l’è ritrovato sotto alle gomme e che era impossibile evitarlo. Guarda lo schermo, ed è come se non riuscisse a sostenere l’immagine dell’impatto, scuote la testa con le labbra tirate, forse perché non vuole piangere. Se Vale fa così, penso, è finita. Non dicono ancora niente, se ci fosse un briciolo di speranza cercherebbero subito di tranquillizzare gli amici e la famiglia a casa, la mamma e la sorella Martina, quella che nel 2009 si mangiava le unghie e le mani mentre seguiva la bellissima sfida al Mugello sotto l’acqua tra Marco e Mattia Pasini. Perché non lo portano via con l’elicottero, che stanno aspettando? L’elicottero arriva e si ferma. E io lo so, so che stanno cercando di stabilizzarlo, che probabilmente è da quasi un’ora che gli stanno facendo il massaggio cardiaco cercando di fargli ripartire il cuore, ma aspetto che le pale di quell’elicottero si rimettano in moto, non può finire così, non Marco, lui si rialza sempre, lui non si rompe mai. “Non riescono a rianimarlo, vero?” Lo chiedo a mio padre perché lui segue le gare da tanto più di me, lui di incidenti ne ha visti. Siamo attaccati al televisore vediamo il papà Paolo, Pernat, i ragazzi del team, Paolo Beltramo che abbraccia Kate e che vuole stare davanti alla clinica mobile ma cercano di allontanarlo. Lui in questo momento non è lì come giornalista, lui è amico di Marco. Dicono che Marco ha un segno sul collo, gli sono passati sopra nell’unico punto del corpo che non può essere protetto. È passato troppo tempo, ormai la speranza ha mollato la presa, sappiamo tutti quello che stanno per dirci. Ancora Paolo Beltramo, che qualche secondo prima dell’annuncio ufficiale dice “Non so come dirlo, per me Marco è come un fratello, un nipote. È finita, Marco non c’è più”. Ricordo di aver preso a calci il divano e ho pianto, ho pianto tanto.

Non doveva andare così. Non dovrebbe succedere mai una cosa del genere, ma perdere il Sic… è difficile da spiegare. Ho ripensato tanto a quel giorno, forse perché volevo arrogarmi il diritto di soffrire. Si sa che è uno sport pericoloso, però è difficile razionalizzare e pensare che quel pericolo può portare alla morte dei piloti che segui e a cui ti sei affezionato. Il pericolo più grande che riuscivo a concepire era la rottura di una clavicola, o di tibia e perone. Non ho mai pensato, prima di una gara “ecco, oggi può morire qualcuno” e ora riuscirò a non pensarlo? Riuscirò a guardare le gare aspettando quei sorpassi che ti fanno trattenere il fiato? Io non sono una sportiva, è difficile per me accettare che “sono cose che capitano”, il mio tifo è per gran parte umano. Un’altra cosa a cui non penso mai è che la gran parte dei piloti ha poco più di 20 anni. Vederli là sopra li fa sembrare dei giganti, uomini maturi con esperienza e professionalità. Al funerale del Sic mi sono sembrati tutti dei bambini, impauriti e vulnerabili. Lorenzo e Dovizioso soprattutto. Il Dovi di scaramucce con Marco ne aveva avute tante, eppure lì davanti al papà di Marco mi sembrava così piccolo e così commosso. Paolo gli ha scompigliato i capelli, con un gesto d’affetto. Mi ha fatto un’immensa tenerezza.

Stasera alle 21 il si ricomincia dal Qatar, una pista che non mi piace particolarmente perché poco “guidata” e troppo vip. La Ducati di Valentino sta facendo ancora troppa fatica, ma la gara è un’altra cosa rispetto ai test o alle prove e io di Vale mi fido perché rivoglio le mie emozioni. Sembra impossibile che Marco non sia lì. Ieri la scivolata di Ben Spies durante le prove ufficiali ha fatto sobbalzare tutti. La moto che va via di lato e il braccio che rimane attaccato nel tentativo di tenerla su. Sia qui a casa mia che in televisione tutti hanno gridato “lasciala!”. Non era la gara, non c’era nessuno dietro… se Marco avesse lasciato quella moto…

Non siamo innocenti

dicembre 15, 2011

razzismo-fascista

Torino, 11 dicembre – Il campo rom nell’area della Continassa di Torino viene bruciato da alcune persone che partecipavano alla manifestazione di protesta per lo stupro, da parte di due zingari, di una ragazza di 16 anni. Lo stupro si è scoperto poi essere una tragica bugia. Il gip di Torino, Silvia Salvadori, ha convalidato gli arresti di Guido Di Vito, 59 anni, e Luca Oliva, 20 anni, in carcere da sabato scorso con l’accusa di aver partecipato al raid incendiario contro il campo rom abusivo. Sono stati inoltre trasmessi alla procura dei minori gli atti del procedimento contro la sedicenne che, per paura di confessare di aver perso la verginità, aveva raccontato di essere stata violentata mercoledì pomeriggio: gli inquirenti stanno decidendo se procedere o meno con l’accusa di simulazione di reato.

Firenze, 13 dicembre – Gianluca Casseri, cinquantenne di origini pistoiesi, militante di estrema destra e frequentatore di CasaPound, arriva al mercato di piazza Dalmazia impugnando una Smith & Wesson calibro 357 magnum e spara a Samb Modou, 40 anni, senegalese e a Diop Mor, 54 anni, stessa nazionalità, uccidendoli sul colpo. Riparte poi alla caccia di altri immigrati, dirigendosi questa volta al mercato di San Lorenzo, dove comincia a sparare tra la folla. Alla fine i feriti saranno 3: Sougou Mor, 32 anni, colpito al torace, Mbenghe Cheike, 42 anni e Moustapha Dieng, 37 anni, colpito alla colonna vertebrale.

 Non chiamiamoli giorni di ordinaria follia perché qui di folle non c’è niente. C’è il razzismo, c’è la violenza. E non mettiamo le mani avanti dissociandoci da quello che sta succedendo come se non ci appartenesse. Perché è anche colpa nostra, di tutti noi. Non difendiamo le nostre città, il nostro Paese, le nostre famiglie, ma facciamoci un esame di coscienza, se veramente ci importa qualcosa. E parliamo di questo. Affrontiamolo a viso aperto il problema, senza sviare l’attenzione con argomenti da salotto televisivo. A Torino sembra che la tragedia sia la ragazzina imbecille che ha perso la verginità. Se proprio dobbiamo individuare un problema collaterale andiamo a vedere la famiglia di questa giovane imbecille, perché se a 16 anni è così idiota la colpa è sicuramente dei genitori. Non voglio entrare nel merito della religione, della promessa strappata di arrivare vergine al matrimonio, dell’innato senso di colpa su cui si fonda il cattolicesimo e che questi genitori devono avere inevitabilmente fomentato. Quello che mi lascia perplessa e demoralizzata è la totale indifferenza per ciò che è giusto o sbagliato. Invece di sprecare tempo ad insegnare l’importanza di rimanere illibate per non dispiacere a dio, avrebbero potuto insegnarle cos’è l’istigazione alla violenza e quali conseguenze ha… facile dare la colpa a chi non si può difendere, perché considerato, senza appello, fonte principale dei mali della società. E poi ci sono i giustizieri della notte, vigliacchi bastardi, che avrebbero potuto, e probabilmente voluto, fare una strage. Hanno bruciato le case dei rom e tutto quello che avevano. Ma per l’opinione pubblica non è così grave perché non percepisce quel campo come la “casa di qualcuno”, ma come un insieme di baracche. Non può essere tanto grave dare fuoco ad un mucchio di stracci e materassi sgangherati.

 Ci sentiamo tanto diversi da questi pazzi, ma non siamo diversi per niente. Siamo violenti ogni giorno quando al bar o sull’autobus ci escono fuori parole immonde di cui nemmeno ci rendiamo conto. Gli extracomunitari che prima ci rubavano il lavoro, ora, anche se puliscono e guardano gli anziani di cui non ci vogliamo più occupare, ci rubano le case popolari e i contributi di solidarietà. In modo inconcepibile riusciamo a provare invidia e rabbia verso chi sta peggio di noi. Invece di incazzarci con chi ruba, non i 20 euro dal portafoglio, ma i milioni di euro. Con chi si compra le barche e i macchinoni grazie all’evasione fiscale, con chi truffa gli investitori come Don Callisto, con chi non regolarizza i dipendenti per non pagare le tasse e i contributi, con chi non viene mai punito perché magicamente sa sempre il giorno in cui la finanza andrà a fare i controlli, ce la prendiamo con chi ogni giorno cerca di sopravvivere come può. Questa è l’Italia. Quello che percepiamo come problema o disagio sono  principalmente gli stranieri. Non tolleriamo niente di quello che fanno. Ci infastidiscono perché spacciano, perché si ubriacano, perché ascoltano la musica ad alto volume, perché cucinano troppo speziato, perché vivono in troppi in minuscoli appartamenti, perché i loro bambini piangono troppo forte, perché sporcano le strade, perché ci puliscono i vetri delle auto, perché ci chiedono gli spiccioli… Come se niente di tutto questo appartenesse anche agli italiani, ai francesi, ai tedeschi, agli olandesi, agli americani, agli spagnoli… Vediamo quello che fanno alcuni e, per estensione, è colpa di tutti, del loro paese di origine, della loro religione.

Ieri gli ambulanti del mercato di San Lorenzo a Firenze hanno tenuto chiuse le loro bancarelle in segno di lutto per quello che è successo martedì. Voglio credere alle loro buone intenzioni, voglio credere che siano veramente e sinceramente dispiaciuti. Ma qualche anno fa le proteste di chi viveva e lavorava nel quartiere sono state molto pesanti. Ci sono state manifestazioni al grido di “tornatevene a casa vostra”. Io ho fatto molte interviste per il mercatino e alcuni commenti erano veramente imbarazzanti. Si parlava di degrado, di quartiere in mano agli immigrati, a cui, evidentemente, qualche ricco fiorentino aveva affittato negozi e appartamenti. Ma nessuno si poneva il problema che qualche illustre concittadino guadagnasse, e anche tanto, su quegli affitti. Il pensiero comune era che lì non ci dovevano stare e che il comune, in un modo o nell’altro, doveva mandarli via non importava dove e a quali condizioni. La presenza degli stranieri per loro era indice di mancata sicurezza. Bisognava impedirgli di arrivare nel nostro Paese e non avevano nessun pudore a dirlo, persino a me, che avevo un microfono e registravo tutto. Oggi esprimono solidarietà. Magari si sono accorti a cosa può portare quell’odio che anche loro provavano. Magari, feriti e stesi a terra, non hanno potuto non riconoscerli come esseri umani. Magari non sanno perché provano dispiacere, ma si fermano per rispetto e per pensare.

E io spero tanto che la gente pensi in questi giorni. Che pensi che il male non viene da fuori, ma ce lo portiamo noi dentro, con le nostre parole cariche di violenza e di disprezzo verso tutti. Quando diciamo che non ci importa niente dei carcerati ammassati come le bestie dentro le celle, tanto sono assassini, quando vorremmo ammazzare i vicini che fanno casino, quando vorremmo picchiare i tifosi della squadra avversaria o chi non ci dà la precedenza in strada. Quando imprechiamo e mandiamo gli accidenti, quando litighiamo sputando odio e ci giustifichiamo dicendo che non pensavamo quello che c’è uscito dalla bocca. Forse non lo abbiamo elaborato coscientemente e forse il filtro inibitore nel nostro cervello ha aperto il rubinetto, ma quelle cose erano comunque dentro di noi e non dentro qualcun altro. Sono nostre, ci appartengono. Pensiamo all’uso che facciamo delle parole. E se non riusciamo a cambiare il modo di pensare, proviamo intanto ad usare bene le parole. Proviamo a non sottovalutarle. E smettiamola di pensare di risolvere le situazioni allontanandole dai nostri occhi. 5 corpi erano stesi per le strade di Firenze, ora che li abbiamo visti non possiamo continuare a ripeterci che non siamo un Paese razzista. Perché quel fascista sarà stato pure un solitario, ma di sicuro avrà parlato con qualcuno (tanti a CasaPound) che la pensava come lui. E qualcuno magari avrà sorriso delle sue intenzioni, avrà condiviso il suo odio. E penso a quell’ambulante di piazza Dalmazia, con cui Casseri aveva scambiato qualche parola prima di dire “ora a questi ci penso io” e andare a prendere la pistola. La mia sensazione è che l’ambulante abbia intavolato una conversazione di quelle che tutti i giorni si sentono al bar o sugli autobus sugli extracomunitari. Una stupida conversazione razzista, ma di senso comune del tipo “non se ne può più”…. Chi poteva immaginare che portasse a questo?

 C’è dentro di noi e nelle nostre città un razzismo quotidiano, che prende spunto da quei fastidi comuni che facilmente imputiamo agli stranieri, ai diversi. Abbiamo il coraggio di ripeterci che siamo troppo buoni e che gli immigrati se ne approfittano! Ne parliamo come se niente fosse, perché è socialmente accettato generalizzare. Ne parliamo e intanto l’intolleranza e il clima di tensione comincia piano piano a salire. Ne parliamo e qualcuno prova sempre più fastidio per gli atteggiamenti di alcuni stranieri e comincia a parlarne con più enfasi al bar o sull’autobus. Ne parliamo e ci sentiamo dare ragione e raccontare altri episodi “che schifo”. Ne parliamo e qualcuno comincia a pensare che aveva ragione quel politico che voleva sparare ai barconi degli immigrati e quasi quasi alle prossime elezioni lo vota. Ne parliamo e intanto una realtà alternativa si è ormai instaurata: noi e loro, loro tolgono qualcosa a noi. Dalle parole, che si insinuano ogni giorno nella nostra coscienza e nel nostro cervello atrofizzato, la società si sveglia come ci svegliamo noi oggi. Razzisti e violenti.

Siamo ancora convinti di essere innocenti?

“Anche se avete chiuso le vostre porte sul nostro muso

la notte che le pantere ci mordevano il sedere,

lasciandoci in buona fede massacrare sui marciapiedi,

anche se ora ve ne fregate, voi quella notte, voi c’eravate.

Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”.

F. De André

La canzone del maggio

ATTENZIONE: il presente post potrebbe contenere un linguaggio non adatto a minori, perbenisti, bigotti e persone inspiegabilmente in pace con il mondo che non comprendono i motivi delle incaz… ops arrabbiature degli altri. Pertanto se ne sconsiglia la lettura alle suddette categorie.

Porca puttana! È un po’ di tempo che evito le trasmissioni di approfondimento perché non sopporto i commenti facili del tipo “i giovani non hanno futuro”. Non ne posso più che si continuino a ripetere cose che tutti noi comuni mortali, che viviamo nel mondo reale, sappiamo benissimo, solo per rivolgersi, evidentemente, a quei privilegiati che non hanno idea nemmeno di quanto costi un litro di latte o una cavolo di camera in affitto. E ce l’ho con tutti: con la destra che mi fa schifo e con la sinistra che continua ad andare dietro ai temi che detta la destra. «Il governo non parla dei problemi degli italiani: la disoccupazione, le fabbriche che chiudono, i giovani poveri sfortunati ecc…». Ma la sinistra con chi sta parlando? Con noi o con il governo? Perché se parla con noi mi sembra idiota e alquanto irritante che continui a ripeterci tutta quelle serie di sfighe che conosciamo benissimo e sarebbe l’ora che ci dicesse come si esce da questa situazione del cavolo. Se invece sta parlando solo con il governo, fregandosene di dare risposta alle nostre perplessità e paure, vaffanculo! E pure i grillini hanno rotto perché è una ripetizione alla terza di cose risapute, con un’aggiunta di qualunquismo e di ignoranza, perché tra le battute e gli spettacoli di satira c’è il mondo vero che va cambiato, tutto, e cambiarlo è difficile e faticoso. Non si cambia facendo ridere perché i tempi dello spettacolo e quelli della realtà sono ben diversi.

E questa era la premessa…

Stasera io volevo andare a mangiare un bel gelatino al festival del gelato e invece, porca miseria, mi hanno dato buca e mi sono trovata a guardare Anno Zero. Un dialogo tra sordi. Non si dice niente, non serve a niente parlare in questo modo, solo a far morire dentro chi vive questa situazione. Hanno intervistato un lavoratore della Fincantieri di Castellammare, che sta chiudendo. Ha detto che la sua più grande preoccupazione, nel perdere il lavoro, è l’esempio che darà ai suoi figli di 17 e 19 anni. Ai loro occhi, lui che si è fatto il culo, che ha sempre lavorato duro e onestamente, sarà un fallito, perché non sarà più in grado di provvedere alla famiglia. Ed ha paura che loro possano fare qualcosa di stupido, di illegale e soprattutto di pericoloso, per portare i soldi a casa, qualcosa che comprometterà irrimediabilmente il loro futuro e la loro vita. Mi sono sentita morire… perché non si può riempirsi la bocca di come sia ovvio e logico essere contro tutte le mafie, quando si toglie il lavoro in zone come la Campania, cancellando di fatto la libertà di scelta di chi ci vive.

Passiamo ai giovani. Secondo le statistiche solo 1 giovane su 4, tra i 16 e i 24 anni ha un lavoro in Italia. Ma che cazzo di statistica è? A parte il fatto che io, a 29 anni, per la statistica, sono vecchia, senza speranza e fallita. Ma mi sforzerò di non essere così egoista, da pensare solo alla mia situazione personale. A 16 anni è bene che gli adolescenti (così ci si chiama a quell’età) siano a scuola, finiscano le superiori e non abbiano la preoccupazione di portare i soldi a casa o mettere su famiglia (per carità di dio). Ma poi, che lavoro si può fare a 16 anni? Per la maggior parte dei lavori è necessaria la maggiore età, in pochi si prendono la responsabilità di assumere un minorenne, e ci sono anche ragioni di sicurezza. Sicuramente ci sono situazioni economiche che richiedono che anche i minori lavorino, ma a parte il fatto che personalmente non lo trovo uno strumento educativo, ma semmai una necessità, spero che siano situazioni eccezionali e non la normalità. Perché, a parte i casi in cui i ragazzi anche a 16 anni hanno una grande maturità e senso di responsabilità, credo che il tempo di un sedicenne potrebbe essere impiegato in centomila attività più belle e proficue per la sua crescita, che cominciare a sgobbare a servizio di qualcuno.

Augurandoci che tutti i giovani arrivino almeno al diploma, non per il titolo in sé ma per l’importanza cruciale che ha nella vita di ognuno l’istruzione e l’esperienza scolastica come palestra di vita, circa il 50% dei ragazzi dopo la scuola superiore si iscrive all’Università. A 24 anni, se uno è stato particolarmente bravo e diligente, ha appena finito un corso di studi 3+2, nemmeno il tempo di cominciare a cercare lavoro che è già fuori dalla statistica, già senza speranza per il futuro. Questa statistica andrebbe riposizionata per il caso italiano almeno tra i 18 e i 30 anni (e io sarei comunque vicino al punto di non ritorno!). Probabilmente è stata scopiazzata da qualche altro studio europeo non considerando che l’Italia ha caratteristiche strutturali diverse dagli altri stati. Innanzi tutto la scuola primaria e secondaria da noi dura di più e non assomiglia lontanamente a quella che vediamo nei telefilm americani. Si esce dalle superiori a 19 anni e l’università, diciamolo, in Italia è più impegnativa. Non a caso i laureati che sono costretti ad emigrare all’estero sono tra i più preparati al mondo. Probabilmente la mia visone è parziale, perché non ho una conoscenza approfondita di tutte le università italiane, ma la mia esperienza, avvalorata da diverse testimonianze, mi fa propendere per il fatto che la maggior parte dei nostri esami sono molto più difficili, senza entrare nel merito se questo sia giusto/utile o meno.

Altra osservazione interessante è quella che vedrebbe tutti i giovani universitari come mantenuti che non hanno voglia di lavorare. Manteniamo la calma… Ci sono tantissimi studenti che con un sacco di sacrifici studiano e lavorano, nella maggior parte dei casi in nero, ed è per questo che non rientrano in quelle belle e utili statistiche. Si fanno un gran culo, prendono una miseria e danno pure gli esami, come se anche questo non fosse un lavoro! In più, ci sono i tirocini formativi obbligatori, non retribuiti, che sono un lavoro a tutti gli effetti per quanto riguarda l’impegno e l’impiego di tempo. Ogni anno circa 20.000 ragazzi tra i 18 e i 28 anni svolgono servizio civile nazionale (a cui negli ultimi anni sono aumentate le ore per la stessa cifra di rimborso spese… fico no?). Senza contare tutti quelli che fanno volontariato autonomamente. Ma siamo comunque dei fancazzisti. Si perché il lavoro nobilita l’uomo, ed è proprio piacevole sentirselo dire da chi guada 10.000 euro al mese.

Continuando con i giovani, sempre dal dibattito della trasmissione, emerge che la ragione di questa statistica, ovviamente per il governo, è che i giovani sono un po’ snob e non si accontentano più di fare lavori manuali più umili, per i quali vengono invece assunti gli stranieri. Qui c’è un grosso problema. Come prima cosa c’è da considerare il fatto che per molti di questi lavori gli stipendi sono da fame e il livello di sfruttamento sempre più alto. Poi vediamo che chiudono anche le fabbriche dove non credo si faccia filosofia, le piccole aziende falliscono e quindi imparare un “mestiere” non è comunque un’assicurazione per il futuro. Ma poi, secondo voi teste di cazzo, io mi sono fatta il culo tutti questi anni a studiare, ho fatto spendere un sacco di soldi ai miei genitori che si auguravamo per me un lavoro migliore del loro, mi sono laureata con 110 e lode, mi sono data da fare per migliorarmi dal punto di vista culturale e personale per andare a fare cosa? Le pulizie? Servire ai tavoli? Il mio desiderio di rifiutare questi lavori non viene dalla mia puzza sotto il naso, ma dall’impegno che ho messo in questi anni per fare quello che andava fatto, dai sacrifici miei e di tutta la mia famiglia. Da quell’insensata convinzione che forse, a questa società , potrei dare di più, potrei fare la mia parte in ciò che so fare meglio. Ho pagato migliaia di euro di tasse universitarie per l’opportunità di un lavoro diverso e visto che lo Stato i miei soldi se li è presi, ora il lavoro per cui ho studiato me lo merito. Lo Stato mi deve quanto meno una tutela e senza ombra di dubbio mi deve RISPETTO. E basta con le prese per il culo. Basta dare la colpa a noi. Perché io la cameriera l’ho fatta e non avevo bisogno della laurea. Ho fatto, e continuo a fare, le promozioni tutto il giorno in piedi con un sorriso idiota in faccia. Ho fatto, e continuo a fare, la hostess, accettando senza fiatare che le persone mi considerino solo una presenza vuota, buona solo a stare in piedi in tailleur e tacchi. Ho accettato i rimproveri perché le persone, che si ritenevano importanti, si lamentavano di non essere state riconosciute e riverite all’istante, mentre loro nemmeno si degnavano di salutare. Sarei voluta sprofondare tutte le volte che incontravo qualcuno che conoscevo, colleghi giornalisti o vecchi compagni di università, perché mi vergognavo di me stessa. Non del lavoro che stavo facendo, ma del mio fallimento. Della mia incapacità di continuare nel lavoro che volevo fare, dell’inutilità di tutti i miei 30 che in fondo non mi avevano dato niente.

Stavo per accettare un lavoro truffa che mi avrebbe fatto andare 9 ore al giorno porta a porta, su e giù per le case di tutti i quartieri e dove mi avrebbero pagato solo in base alle vendite, solo per non sentirmi una che non voleva fare niente e che non valeva niente. Poi sono tornata a casa e ho pianto. Ho pianto perché ero stanca, perché mi facevano male le gambe, perché mi sentivo frustrata e umiliata, perché quel giorno di prova massacrante non me lo avrebbe ridato (né rimborsato) nessuno, perché avrei preferito lavorare in fabbrica piuttosto che truffare le persone con ambigui contratti Enel (non so se erano truffe, ma da come erano incazzate alcune persone che si erano trovate bollette spropositate, penso di si). Perché gli altri venditori parlavano come se qualcuno avesse inculcato nel loro cervello parole a caso di statistica, filosofie di vendita senza la minima morale o rispetto per le persone,  e tutto questo era molto triste.

Sono questi i lavori che nobilitano l’uomo? È sulla fatica e sulla sofferenza che si basa la nobiltà e il valore di una persona? Vogliamo veramente parlare di quanto siano soddisfacenti e pieni di gratificazione i lavori “manuali”? Bene, chiedamolo alle famiglie di quei 246 morti per infortuni sul lavoro solamente quest’anno (490 se si aggiungono i lavoratori deceduti sulle strade ed in itinere). Il 25,7% in più rispetto all’anno scorso.  E che lavoro facevano queste vittime “bianche”? I medici? Gli architetti? I politici? Il 30,2% lavorava nell’edilizia, il 28% nell’agricoltura, il 10,8% nell’industria, il 7,7% negli autotrasporti. Scommetto che la loro nobiltà se la sono proprio goduta. Cercano di farci sentire in colpa anche per quei sogni e per quelle speranze che avevamo, come se non fossimo riconoscenti nei confronti di chi si spezza la schiena ogni giorno.

Ora basta, non continuatemi a ripetere che non ho futuro, che non avrò mai la possibilità di avere figli, perché sarei licenziata o comunque non potrei garantire loro una vita dignitosa, che non avrò mai una casa né una pensione. Non continuatemi a dire che continuerò per sempre a sentirmi un peso per i miei genitori. Voglio sapere che cosa dobbiamo fare per cambiare le cose. E voglio smettere di sentirmi a tratti vittima, a tratti un’incapace.

Giada

neuroni specchio

L’anno scorso, in un post ispirato ad un articolo di Stephen Downes, ho messo in relazione la rete di connessioni creata dalle nuove tecnologie, con una pratica, su più larga scala, dell’empatia. Ho sempre creduto che l’empatia fosse uno strumento fondamentale dell’essere umano, sia per vivere con gli altri che per compiere scelte che non ledano il diritto alla vita di nessuno. Qualche mese fa ho scoperto, grazie ad un documentario di Current tv (che purtroppo sembra essersi volatilizzato dalla rete), che l’empatia non è una disposizione dell’animo umano, ma della natura umana, che trova il suo fondamento biologico nei neuroni specchio. Questo gruppo di neuroni sono diventati famosi tra noi comuni mortali soprattutto perché “rischiano” di far vincere il Nobel a Giacomo Rizzolatti, coordinatore di un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma… una gran bella soddisfazione! La scoperta, inoltre è accompagnata da un divertente aneddoto, in quanto avvenuta per serendipity, per caso, come in passato è successo per i riflessi condizionati di Pavlov, per la colla dei Post-it e per il Viagra. Un gruppo di neuroscienziati aveva collegato un’unità di risonanza magnetica su un macaco che mangiava delle noccioline. Erano già giunti ad una scoperta interessante e cioè che quelli che credevano essere dei moto-neuroni non si attivavano in relazione ad un dato movimento (chiudere la mano piegare il braccio ecc…), ma in relazione allo scopo (come afferrare un oggetto), quando un uomo entra nel laboratorio e mangia una nocciolina del macaco, che lo osserva, probabilmente anche un po’ irritato. I ricercatori che guardano lo scanner della risonanza notano così che gli stessi neuroni che si attivavano quando la scimmia mangiava le noccioline, si attivano anche adesso che la scimmia osserva la stessa azione compiuta dall’essere umano.

Vilayanur S. Ramachandran, neurologo indiano, esperto di neuroscienza del comportamento e di psicofisica, ha affermato che i neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il dna è stato per la biologia ed io sono estremamente affascinata dalle implicazioni che questa scoperta porta con sé. Perché è evidente che quando osserviamo un’emozione particolarmente intensa in qualcuno, ne veniamo coinvolti. Una sera stavo guardando una bellissima intervista a Miloud Oukili, che ha dedicato la sua vita al recupero dei bambini e dei ragazzi che vivono nei sotterranei di Bucarest, attraverso la fondazione PARADA, che organizza spettacoli per le strade e le piazze delle città. Miloud, persona straordinaria, di un’umiltà disarmante, di fronte al racconto dell’intervistatrice, Camila Raznovich, continuava a ripetere che lui non aveva fatto niente di eccezionale, ma che era solo un clown. Camila, visibilmente commossa, con la voce rotta dall’emozione dice «ma tu hai fatto uscire questi bambini dalle fogne e hai dato loro un futuro». In quel preciso momento anche i miei occhi si sono riempiti di lacrime e, guardando la mia coinquilina che sedeva accanto a me, mi sono accorta che anche a lei, in quello stesso istante, erano venute le lacrime agli occhi. In realtà ci sarebbero altri milioni di esempi (quando ci commuoviamo per un film, ci impressioniamo per atti di violenza o ci arrabbiamo per una partita di calcio), ma quell’occasione fu particolare proprio per la velocità della reazione.

La ricerca sui neuroni specchio è solo agli inizi, e in realtà c’è già chi la confuta, ma la cosa straordinaria di questo studio è che porterebbe alla luce il fatto che, in realtà, gli esseri umani non sono programmati per l’aggressione, la violenza, l’egoismo e l’utilitarismo, ma per sentire i disagi altrui come se fossero i propri, per la propensione all’altro, per la socievolezza. Jeremy Rifkin nella Civiltà dell’empatia afferma che siamo homo empaticus, che il nostro impulso primario è quello di appartenere. E si pone una domanda interessante: è possibile estendere la nostra empatia all’intero genere umano, come famiglia estesa, e ai nostri compagni animali come parte della nostra famiglia evolutiva o alla biosfera come nostra comunità condivisa? «L’empatia è la mano invisibile, è ciò che permette alla nostra sensibilità di allinearsi a quella altrui formando unità sociali più estese. Empatizzare è civilizzare, civilizzare è empatizzare». A questo punto Rifkin propone un excursus storico del nostro sentire empatico:

Nelle società primitive l’empatia si esprimeva solo tra consanguinei. Con l’avvento delle grandi civiltà idraulico-agricole e con l’invenzione della scrittura ci siamo de-tribalizzati, è arrivata la coscienza teologica e l’empatia ha cambiato espressione, andandosi a basare su legami religiosi. Nel XIX secolo, la rivoluzione industriale estende i nostri mercati ad altre aree e inventiamo gli Stati Nazione che ci permettono di costruire relazioni e identità basate sulle nuove e complesse rivoluzioni energetiche e informatiche che abbattono il tempo e lo spazio. Ma se siamo arrivati all’empatia basata sull’identificazione nazionale perché fermarci? Secondo Rifkin le nuove tecnologie di ICT permettono di estendere il nostro sistema nervoso e di pensarci visceralmente come una famiglia, non solo razionalmente. Lo abbiamo sperimentato con le grandi tragedie di questi ultimi tempi, dal terremoto di Haiti, allo tsunami in Giappone. Nel giro di poche  ore, grazie alla rete, l’intero pianeta ha abbracciato empaticamente questi paesi, con un sostegno materiale e morale. Dobbiamo allargare il nostro senso di identità e ripensare la narrativa umana. Che non significa rinunciare alle vecchie identità nazionali, religiose e parentali. Nessuno dice che per essere «altamente connessi», come dice Downes, bisogna rinunciare ad uscire con il fidanzato o a coltivare amicizie “reali”. Abbiamo tempo e risorse per tutto. «Se reprimiamo questa essenza come genitori, educatori, lavoratori e governanti – dice Rifkin – le pulsioni secondarie si fanno avanti: il narcisismo, il materialismo, la violenza, l’aggressione».

Per la prima volta scopro che c’è una base biologica che ci può permettere di cambiare veramente le cose. E mi vengono in mente le parole di un ragazzo straordinario, Vittorio Arrigoni, che sintetizzava così tutto quello che ho cercato di spiegare: RESTIAMO UMANI.

Giada

Le parole hanno un peso e questo peso corrisponde al loro significato. Forma e sostanza non sono due cose distinte, se lo fossero non esisterebbero la linguistica, la semiotica, la filosofia del linguaggio e io mi starei laureando con una tesi in una materia che suonerebbe un po’ così: «Il fatto che io dica questa cosa non significa che io pensi questo». «Perché allora non ti stai zitta?”» sarebbe la risposta più ovvia, ma in realtà ce n’è una che va ancora più di moda di questi tempi: «Perché democrazia significa libertà di espressione». Per questo si parla, si parla senza sapere quello che stiamo dicendo solo perché è nostro diritto parlare ma non è nostro dovere sapere quello che stiamo dicendo. E la cosa non sarebbe tanto grave se fossimo in grado di distinguere la democrazia, dal calderone televisivo e dal televoto e se fossimo in grado di fare una giusta distinzione tra chi parla con cognizione di causa e chi… no. La televisione con quel rompimento immane di palle che si chiama REALITY ci ha convinto che il niente vale quanto il senso, che il fatto di essere come siamo sia un merito, un valore aggiunto più che sufficiente non solo per apparire in spazi pubblici ma anche per essere ascoltati (ammirati, imitati). E da buoni palloni gonfiati nessuno si tira indietro dal dire la sua verità, anche se nessuno gliel’ha chiesta.

E in questo clima confuso dove la mia opinione sul cinema vale quanto quella di Kubrick, dove la parola cantautore accomuna Fabrizio De André e qualche ragazzino di Amici, noi, non solo invece di tendere agli alti livelli dei grandi personaggi li affondiamo nel nostro qualunquismo (ricordiamo che una trasmissione ha aperto un televoto per decidere chi tra Laura Pausini, Falcone e Borsellino e Leonardo da Vinci fosse “Il più grande”!), ma cambiamo radicalmente la funzione del linguaggio che non è più quella di comunicare ma di riempire spazi.

Abbiamo svuotato le parole del loro significato, come se questo potesse essere intercambiabile, come se fossero nate prima le parole e poi, con calma, qualcuno avesse loro assegnato dei significati, dei concetti. Togli oggi, togli domani, finisce che alcune parole non hanno più un significato, un concetto che le identifichi, che ne permetta l’utilizzo in un discorso corrente. Una di queste è RAZZISMO: convinzione che la specie umana sia suddivisa in razze biologicamente distinte e caratterizzate da diversi tratti somatici e diverse capacità intellettive, e la conseguente idea che sia possibile determinare una gerarchia di valore secondo cui una particolare razza possa essere definita “superiore” o “inferiore” a un’altra. Un’altra, direttamente connessa a questa è DISCRIMINAZIONE: trattamento non paritario attuato nei confronti di un individuo o un gruppo di individui in virtù della loro appartenenza ad una particolare categoria definita da razza, sesso, cultura, inclinazioni sessuali, credenze religiose.
Per l’opinione comune l’ultima volta che queste parole hanno avuto significato è stato durante l’invasione della Germania nazista. Di fronte a questo paragone forse, si spera, difficilmente eguagliabile, ogni altra manifestazione che rispetti le suddette definizioni viene relativizzata. Oggi non è razzismo affermare che i rom appartengono ad un’etnia dedita all’illegalità, al furto e al rapimento di bambini e che non possono convivere con noi per loro stessa scelta, è “esperienza comune”. Non è razzismo malmenare selvaggiamente gli stranieri e devastare i loro negozi e le loro botteghe, ma sono gesta di qualche decine (centinaia) di idioti. Non è razzismo schiavizzare centinaia di lavoratori extracomunitari, sono imprenditori senza scrupoli. D’altronde viviamo in un Paese che ha raggiunto un così alto livello di civiltà che mai accetterebbe un’involuzione ad una tale barbarie, non come nei Paesi musulmani dove le donne vengono ancora lapidate e i dissidenti imprigionati e torturati! (ci risiamo!)

Che ne vogliamo fare di queste parole? Le cancelliamo dal vocabolario? Le consideriamo ufficialmente debellate come il vaiolo? Le vogliamo tenere solo per parlare, tante volte dovesse servire, degli altri, di quei popoli incivili e così lontani da noi? Come succede a chiunque abbia una dipendenza, il primo passo da fare sarebbe renderci conto che abbiamo un problema, senza aspettare che venga pubblicato e magari inserito come testo scolastico un nuovo Mein Kampf. Sono certa che qualcosina, prima di arrivare a questi livelli si possa fare. Perché il razzismo e la discriminazione si respirano nelle nostre città, ci conviviamo, senza dargli peso perché consideriamo ogni quotidiano episodio come isolato, impedendoci di metterlo in relazione con i tanti, troppi altri.
Qualche mese fa dei ragazzi (non ricordo più in quale città forse in provincia di Venezia) verso le 11 di sera hanno picchiato e dato fuoco ad un barbone che dormiva, riducendolo in fin di vita. Una signora del posto intervistata prontamente dalla televisione si è detta INDIGNATA (e io ho tirato un sospiro di sollievo) per i genitori che permettevano ai figli minorenni di stare in giro fino alle 11 della sera…  Come sono superficiale! Ovvio che il problema più urgente è insegnare ai giovani a rincasare prima la sera e rispettare il coprifuoco dei genitori e non insegnare ai monelli a non bruciare le persone! Sono questi discorsi, queste piccole frasi, dette a caldo, senza pensarci troppo che mi spaventano di più, perché danno l’idea di un veleno che ormai si è insinuato nel nostro sangue e che non ci permette più di distinguere nell’immediatezza il bene dal male, la realtà dall’immaginazione e dal pregiudizio. Un altro inquietante esempio, a mio avviso, viene dal film Genitori e figli. Agitare prima dell’uso di Giovanni Veronesi, un affresco leggero e simpatico di alcune dinamiche familiari in cui è facile identificarsi. Di per sé il film non è male: bravi attori, battute divertenti, anche se la storia è un po’ sconnessa e inconcludente. Ma c’è un episodio in particolare che mi ha lasciata di stucco. Un bambino, i cui genitori si stanno separando, comincia a dare problemi a scuola per atti di intolleranza verso i suoi compagni stranieri. Prima si tratta di un compito dal titolo come hai trascorso le vacanze di Pasqua dove il bambino parla del suo compagno rom che puzza e degli altri alunni neri della scuola che rubano le merende agli altri bambini. I genitori imbarazzati cercano di affrontare il problema con punizioni e rimproveri, ma non sanno bene come comportarsi. Arriva poi l’episodio grave in cui il bambino (tra le risate del pubblico), appuntata una matita, la infila nel collo del bambino rom che viene ricoverato in ospedale e a cui vengono messi diversi punti sulla ferita. La madre, Luciana Littizzetto, avvilita va al campo rom per chiedere scusa ai genitori del bambino ed è qui che la scelta del regista non mi è piaciuta per niente. Mentre Luciana si scusa, il padre del bambino rom, mostrando la ferita del figlio le chiede dei soldi per le cure, secondo lo stereotipo tipico del rom accattone che non ha la minima cura per la salute del figlio ma la userebbe solo per suscitare  pietà e carità. Scelta decisamente fuori luogo perché minimizza in gesto violento e pericoloso del bambino razzista (è lui stesso che si definisce così dimostrando ai genitori di conoscere bene anche il significato di questa parola). A riprova di questa mia impressione (cioè dell’intenzione di minimizzare), che fino all’ultimo speravo venisse smentita, c’è il fatto che la questione finisce qui. Nessun tentativo di rieducare il bambino, di fargli capire che ha sbagliato, nessuna risoluzione del problema che invece avrebbe potuto dare spunti interessanti e anche un po’ di consolazione. La famiglia si rassegna al carattere del figlio, quasi il film ci volesse dire che queste cose, di così poco conto, passano da sole, col tempo, e se non passano che sarà mai, tanto gli altri sono uguali (se non peggio).

È umano cercare di negare i problemi per paura di affrontarli. Un genitore che vede sua figlia adolescente non mangiare per un giorno pensa che non ha fame, se la vede vomitare il secondo giorno pensa che sia un’indigestione, se non mangia ancora il terzo è perché è ancora scombussolata dalla malattia, se dopo un mese ha perso 10 chili bisogna che cerchi di aiutare sua figlia a guarire dall’anoressia. Ed è così che bisogna aiutare la nostra società non ad essere tollerante ma RISPETTOSA degli altri.
Un ultimo esempio di “comune” razzismo viene ancora dalla televisione ed in particolare dalla trasmissione Forum che mio malgrado mi sono trovata a seguire (visto il volume decisamente elevato a cui mia nonna, quasi del tutto sorda, tiene la Tv). Un rom, con regolare lavoro, citava il proprietario di un bar che si ostinava a servirgli il caffè nel bicchiere di plastica, umiliandolo così ogni giorno. Il signore con i capelli rossi della trasmissione (di cui non so il nome, ma so solo che un centinaio di chili fa faceva  I ragazzi della terza C) blaterava che in realtà era il rom a mancare di rispetto al proprietario del bar e ai suoi clienti chiedendo la tazzina di ceramica visto che, essendo rom e arrivando dal lavoro, era sporco. Fortunatamente anche la presentatrice lo ha ripreso dicendo che stava dicendo delle assurdità, ma quando è arrivato il momento di leggere le mail della gente da casa è stato di nuovo il dramma. È venuta fuori ogni forma di risentimento e pregiudizio possibile, le leggende metropolitane dei bambini rubati, i furti, l’insicurezza dovuta al fatto che fanno tutti schifo perché hanno le bmw e i bracciali d’oro e nessuno che fosse in grado di vedere che la situazione che era stata presentata era diversa da tutto quello che avevano sempre immaginato nella loro totale ignoranza. Il signore infatti, molto gentilmente, aveva risposto a tutte le domande maligne e tendenziose che le erano state rivolte, senza alcuna relazione con la causa in corso, sulla sua vita privata, sul suo matrimonio, su sua moglie e sua figlia, spiegando che il suo non era stato un matrimonio deciso dalle famiglie, che era avvenuto in età matura e per amore, che nessuno gli aveva mai impedito di lavorare in modo regolare e che viveva in armonia con la cultura del suo popolo. È stato molto triste vedere come le persone nemmeno di fronte all’evidenza della situazione fossero disposte a mettere in discussione i loro pregiudizi. Finalmente la decisione del giudice: 500 euro di risarcimento e l’obbligo di servire il signore con un rispetto pari ad ogni altro cliente.

La legge ci dice che siamo razzisti, anche se difendiamo le ragazzate dei nostri figli piromani e violenti, anche se ci difendiamo dicendo in modo contraddittorio che gli stranieri o ci rubano il lavoro o che non vogliono lavorare, o altre stronzate simili. Addirittura è stato coniato un neologismo, la razzismofobia, per designare la tendenza a voler chiamare le cose e i reati con i loro nomi visto che le parole nascono legate al loro significato. Vorrei tanto sapere da questi avanguardisti della lingua italiana quali azioni deve fare una persona per commettere DISCRIMINAZIONE, quali parole esatte deve pronunciare per essere a ragione definita RAZZISTA. Se non esistono pensieri, parole e azioni razziste e discriminanti nella nostra società superiore che propongano la revisione della lingua Italiana e una divisione della stessa in ARCHEOLINGUA e NEOLINGUA. Come ci ha insegnato Orwell prima di arrivare alla lingua “perfetta” sarà tollerato l’uso di alcune parole dell’archeolingua, ma solo quelle il cui significato è approvato dalla Comunità. Nel Socing si poteva ancora dire “il giardino è libero da erbacce” ma la parola libero non poteva più essere usata con l’antico significato di intellettualmente o politicamente libero, semplicemente perché questa condizione non esisteva più. Allo stesso modo noi possiamo dire “affermare che i chiwawa sono più stupidi dei pastori tedeschi è RAZZISMO, oppure “il televoto a pagamento DISCRIMINA chi ha finito i soldi nel cellulare”

Ma si, lasciamo cadere in disuso le parole RAZZISMO e DISCRIMINAZIONE, così come è toccato ad altre vecchie parole quali ardiglione, dolco, murcido, doprace.

Georges Perec ne La vita, istruzioni per l’uso descrive un personaggio che di mestiere cancella le parole dai vocabolari. Mentre i colleghi più intraprendenti e creativi creano neologismi, lui rilegge il vocabolario alla ricerca di termini che non vale più la pena cercare perché troppo difficili, caduti in disuso, o perché nominano azioni e oggetti che non si compiono più, ma anche perché troppo precisi in un epoca in cui non si presta molta attenzione alle sottigliezze.

E come ha detto Stefano Bartezzaghi in un vecchio articolo di Repubblica, di questi termini morenti potremmo ancora avere bisogno.

Giada

Bolle di sapone

ottobre 14, 2009

BolleSapone

La situazione sta peggiorando. E se da una parte mi diverto a vedere tutta questa agitazione per le bolle di sapone, ogni tanto purtroppo mi rendo conto che vivo anch’io in mezzo a questa gigantesca vasca da bagno … e c’è poco da ridere!
L’Italia, ahimè, è un paese non solo che non ha memoria, ma che comincia pure a sviluppare quel bipensiero che, come ci insegna Orwell, è il più grande successo, e nello stesso tempo garanzia, del potere dittatoriale che opprime un popolo. Piano piano il mondo si sta rivelando tutto il contrario di quello che avevamo immaginato eppure non ci svegliamo dal sonno profondo, ma continuiamo come tanti sonnambuli nella stessa direzione. Tutto sta cambiando, le nostre parole stanno cambiando perché hanno acquisito la possibilità di designare una cosa e il suo opposto. Così si sdoppia il pensiero che diventa incapace di riconoscere le contraddizioni. Obama vince il nobel per la pace. La gente esulta entusiasta di quest’uomo che diventa migliore di giorno in giorno, ma non si chiede perché ha vinto? Cosa ha fatto per meritare un premio così importante? Ha parlato di pace e di dialogo tra i popoli. In base a queste motivazioni non solo anche io potevo prendere il nobel per la pace, ma penso a persone come Teresa e Gino Strada, Don Luigi Ciotti, associazioni come Amnesty International o Medici Senza Frontiere che non hanno solo parlato ma hanno agito e continuano ad agire, a dedicare la loro vita agli altri. Il presidente degli Stati Uniti, fresco di nobel per la pace, manda 13 mila soldati in più in Afghanistan! E nessuno si incazza perché ormai è un simbolo. E se è simbolo è simbolo! Anche se è l’unico simbolo, nobel per la pace, impegnato contemporaneamente in 2 guerre. E nessuno ha il coraggio di criticarlo perché significherebbe essere contro non solo tutte le buone riforme che sta portando avanti, ma anche contro di lui come persona. Tutti concordano con il fatto che Obama sia il presidente migliore che gli americani potessero avere, ma questo non significa che ogni sua decisione è o sarà giusta. Si alzano le bolle di sapone e si affossa il nostro spirito critico.

Per tornare in Italia, abbiamo così tanta informazione e controinformazione a nostra disposizione, che siamo aggiornati ogni 30 secondi della situazione del pianeta (anche se in modo frettoloso e talvolta superficiale). Certo, noi ci preoccupiamo sempre per gli altri, per quella parte che rimane nell’ignoranza perché non ha Internet o perché si lascia abbagliare dalle lucette degli studi televisivi (per non dire da tette e culi). Come se fossero solo questi, poveri disgraziati, ad aver votato per questa maggioranza parlamentare, e come se noi avessimo qualcosa di così radicalmente diverso da proporre…! Noi magari ce l’avremmo pure, ognuno sicuramente ha la sua idea di cosa servirebbe per migliorare la situazione del nostro Paese, peccato che non ce l’abbiano i nostri “portavoce” (che se portassero veramente la nostra voce non tradurrebbero le sedute parlamentari in altro che turpiloqui), che sono stati così uniti, saldi e irremovibili nell’opporsi allo scudo fiscale, da scordarsi di andare alla votazione! Cose che capitano: quando uno è troppo impegnato a far vedere come si oppone in televisione, poi si scorda di opporsi veramente in parlamento! Ma noi continuiamo ad essere fiduciosi di fronte alle “mille bolle blu” che si alzano in questo momento: le minorenni, le escort, i festini che fanno invidia ai rave meglio organizzati, il lodo Alfano, i continui crolli di nervi e lapsus di Berlusconi… Forse si tratta solo di un calcolo di probabilità: tra tutte queste ci sarà pure una bolla che non sarà di sapone ma di marmo??

Eppure io mi ricordo un vecchietto simile, appena un po’ più ricurvo in avanti, che ha governato quasi ininterrottamente per 20 anni, guidando l’Italia tra stragi di stato, servizi segreti deviati, tentativi di colpi di stato, aerei colpiti da missili (americani? libici?), accordi con la mafia suggellati da passionali baci, suicidi illustri, omicidi misteriosi…. eppure oggi, il vecchietto, non si trova né in galera né in un ospizio. Assolto (o prescritto) da ogni accusa, innocente come un bambino, se ne sta ancora seduto in parlamento (quando non rimane imbambolato in qualche show televisivo). E il tutto senza possedere nemmeno una televisione o un giornale! Oggi invece uno degli strumenti di lotta più estremi è spegnere la tv e dimostrare in questo modo di essere individui pensanti e indipendenti. In molti blog si moltiplicano gli interventi di chi è orgoglioso di fare a meno del mass media più conformista e omologante e soprattutto quasi interamente controllato dal presidente del Consiglio, direttamente o meno. Però poi si sta attaccati a Internet dalla mattina alla sera: metà del tempo lo si passa su Facebook e l’altra metà a scaricare le trasmissioni che ci interesserebbero ma che non “possiamo” vedere. Alla fine dei giochi ad essere messo sotto accusa è il televisore come elettrodomestico e non il suo contenuto e domani potremmo diventare ancora più estremisti staccando tutte le lavatrici! Se invece quello che stiamo mettendo in atto è un boicottaggio, benvenga, ma allora va allargato a Mondadori (e a quegli scrittori di sinistra che pubblicano con questo editore), a Medusa (e a tutti quei registi di sinistra che distribuiscono con questa etichetta), Endemol ecc.. ecc… e infine chi tifa per il Milan bisogna che diventi interista!

Le bolle di sapone ci fanno stare con il naso all’insù invece di guardare noi stessi. Ci fanno allungare le braccia al cielo invece di impegnarle in un lavoro costruttivo. Negli ultimi anni abbiamo lasciato morire valori, idee, buonsenso, per seguire solo la logica del potere. È l’ora di tornare tutti a scuola.

Giada

aeroplanino

Sono shoccata dall’ipocrisia del mondo in cui viviamo. Shoccata dal moltiplicarsi di manifestazioni che provino la fondatezza e l’ineluttabilità di queste ipocrisie. Dai film, dai libri, dalla pubblicità, dalle trasmissioni, dalle riviste, dalle persone… che non dicono niente. L’era della multimedialità, delle comunicazioni, è l’era della comunicazione del NULLA. In ogni ambito ormai è solo la forma che conta, una forma che sia il più facile e digeribile possibile per chi è destinato a riceverla. E non importa quanto sia stata masticata prima, purché sia diluita abbastanza da non far fare al ricevente la fatica di PENSARE. Ed ecco che questa semplice verità viene mascherata con l’ ipocrisia numero 1: fidarsi dell’istinto. Miliardi di anni di evoluzione per poi basare la vita sull’istinto!! Tanto valeva rimanere scimmie!! Qualcuno deve dirci che noi non abbiamo nessun istinto, che qualunque atavico residuo di esso sparisce non appena cominciamo a comprendere e a usare il linguaggio. Tutti i nostri bisogni sono indotti, dalla nostra famiglia, dagli amici, dalla pubblicità, dalle serie televisive e dai film americani, per non parlare di religioni varie, partiti politici, lavoro, insomma di società. No, nemmeno nei sentimenti c’è spazio per l’istinto e per un motivo molto semplice: l’istinto non porta mai all’autodistruzione (a meno che non ci sia qualche disfunzione cerebrale). Quando si schiudono le uova nella sabbia, l’istinto non guida le tartarughe marine ad arrampicarsi sugli alberi, ma ad andare verso il mare. Se la scelta di un compagno fosse un fatto d’istinto, tutti avremmo l’uomo o la donna perfetti per noi, cosa alquanto improbabile! Nel momento stesso in cui ci siamo resi conto di avere una scelta, che ci portava a valutare tutta una serie di fattori (pro, contro, cause, effetti), abbiamo preferito la razionalità all’istinto.
Non appena il pensiero razionale si è impossessato di noi ed abbiamo cominciato i nostri interminabili monologhi interiori, l’istinto si è assopito. Si è operata la scissione tra noi e il mondo, tra interno ed esterno ed abbiamo cominciato a porci domande mettendo in dubbio tutto quello che vedevamo, che sentivamo, la realtà o noi stessi. Così è nata la nostra coscienza. L’evoluzione ci avrebbe dunque portato a diventare degli insicuri, eterni insoddisfatti… gran bel lavoro che ha fatto la Natura! Ma questi siamo noi.

Tutto quello che vediamo oggi o che leggiamo ci vuole far credere che possiamo fidarci solo dell’istinto senza il bisogno e la scocciatura di dover pensare. Ma se da ciò che siamo togliamo il pensiero non torniamo all’istinto originario, ma abbiamo il NULLA. Vale a dire la società di oggi. Una società dove le persone si nascondono dietro alla scusa (anche fondata) della cattiva informazione per giustificare la mancanza di voglia di sapere e di capire, perché poi questo comporterebbe il dover prendere una posizione, costruirsi un’opinione e magari dover anche fare qualcosa. Potremmo avere ciascuno un premio Pulitzer a testa che viene a spiegarci cosa succede nel mondo, ma non avremmo lo stesso voglia di pensare. E allora c’è bisogno di qualcuno che pensi per noi e ci spiattelli le cose come stanno, meglio se in modo simpatico e divertente, perché se troppo serio facciamo fatica a seguire e ci annoiamo. Così pendiamo dalle labbra di comici come Beppe Grillo, Sabina Guzzanti, o giornalisti che tra i discorsi troppo difficili mettono qualche battutina come Marco Travaglio. Come quando la mamma per far mangiare le verdure al bambino gli dice “apri la bocca che arriva l’areoplanino“. E noi tutti lì con la bocca spalancata a credere che l’informazione, come la conoscenza debba essere una cosa che fa ridere.

Giusto o sbagliato che sia quello che diconoi questi personaggi diventati così popolari da qualche anno a questa parte, quello che più mi spaventa, anche in questo caso è l’assenza di senso critico di chi sta a bocca aperta aspettando l’areoplanino. Perché se ci pensiamo bene, c’è sempre meno differenza tra i mediocri che votano Berlusconi, vanno ai suoi meeting e lo difendono qualunque cosa faccia (cose per cui ultimamente diventa sempre più difficile trovare aggettivi) perché è carismatico e simpatico e quelli che ricercano le stesse caratteristiche in personaggi anche opposti per quanto riguarda il credo politico, l’etica o la lealtà. La buona fede con cui Grillo o Sabina facevano i loro spettacoli, li portava a credere che il potere della satira e della risata potesse risvegliare le persone. Ma non avevano fatto i conti con una popolazione afflitta dalla “sindrome del balcone“, che si sta sempre più trasformando in “sindrome dell’areoplanino“. Infatti se prima il senso critico poteva essere sacrificato in nome della speranza, ora viene ritenuto semplicemente inutile. Ci ritroviamo a bocca aperta di fronte ad una forma accattivante e divertente il cui contenuto è ridotto a qualche slogan facilmente ricordabile ma che sapremmo a malapena spiegare.

Siamo vulnerabili. Perché con il cervello fuori uso è chiaro che può succederci qualunque cosa. Siamo in balia delle opinioni comuni di qualunque genere e argomento. Opinioni che sono spesso anche contraddittorie, ma quando sono accompagnate da immagini sgargianti non ce ne rendiamo nemmeno conto. Il mondo in cui viviamo viene ovunque descritto come terribile, violento, insicuro, spietato, immorale, ma contemporaneamente ci viene vomitato addosso quel melenso ottimismo che dice che posso farcela, che i miei sogni si avvereranno (basta crederci), che avrò un un lavoro che mi farà indossare fantastici tailleur di Chanel, un marito bellissimo che mi aiuterà a lavare i piatti, due bambini perfettamente educati che la domenica mattina mi porteranno la colazione con pane e nutella a letto, un divano bianco, che rimarrà bianco per sempre senza sporcarsi, una macchina che sfreccerà su ogni strada senza mai incontrare traffico….. Basta crederci?! Basta volerlo?! Basta non arrendersi?! Questa è l’ipocrisia numero 2: la nostra mente può influenzare solo i nostri pensieri, non può certo manipolare la realtà.

… to be continued

Giada

Con i piedi per terra…

aprile 6, 2009

terremoto

In giornate come questa ci si rende conto di quanto la nostra mente giri a vuoto ogni tanto, di quanto spesso siamo così occupati a pensare a cose che non sono reali, che non appartengono alla terra, alla strada, al sangue, al dolore vero, quello che sui corpi delle persone ci rimane. Vediamo la guerra e pensiamo ” è lontana” senza sforzarci più nemmeno di capire cosa sia e perché succeda. E pensiamo che sia più urgente per la nostra vita interrogarci su “chiamo io o aspetto che mi chiami lui?“. Siamo dei piccoli esserini patetici, troppo stanchi per interessarsi, che un giorno si svegliano e si rendono conto che succedono cose che spazzano via ogni castello in aria, perché spazzano via la vita, in un modo inspiegabile, senza poter trovare nessuno a cui dare la colpa. E allora non si ha più voglia di pensare ai compleanni, alle giornate splendide e assolate trascorse il giorno prima o a cosa fare a pasquetta. Non ci si ferma a pensare “mi devo ancora fidare di lui?“, “sta cambiando qualcosa o cambierà?“, perché sembra tutto così piccolo e insignificante. Tutte le preghiere, laiche o cristiane che rivolgiamo a qualcuno che confidiamo ci ascolti, per le cose più sciocche… poi un terremoto inghiotte paesi e città. E dov’erano tutti i nostri dei, santi, spiriti, forze…? Possono aver ascoltato i miei tormenti, le mie lacrimucce spaurite, se poi succede questo? E chi è che la sera pregherà perchè non ci sia un terremoto che gli butti giù la casa?
Siamo delle formichine che lavorano senza sosta nel loro formicaio senza pensare a cosa c’è sopra di loro, anche se prima o poi ci sarà un bambino stronzo che in quel formicaio ci butterà un fiammifero acceso e se ne starà lì a divertirsi, guardando tutte le formichine che scappano disperate. Non fa molta differenza che non esista un bambino stronzo gigante che se la prende anche con noi. La colpa non è di nessuno. E questo ci rende ancora più minuscoli e impotenti. Ed è difficile per il modo in cui concepiamo la nostra vita, superare il dolore senza poterci vendicare. Siamo abituati a cercare la vendetta o sotto le vesti di giustizia penale, divina, o di eterno castigo, di ordine delle cose che farà vivere il colpevole in una vita di rimorsi e miserie. Ma qui, c’è una causa senza colpa, e noi non siamo onnipotenti, niente è fatto solo per noi: il mare non è fatto per farci fare il bagno, il sole non è fatto per farci abbronzare, i boschi non sono fatti per farci trovare i funghi, le colline non sono fatte per le scampagnate della domenica… E noi che ci preoccupiamo delle cose più stupide, convincendoci che il pensiero nobilita l’uomo, senza essere capaci mai di stare con i piedi per terra.