L’arte di dare consigli

agosto 17, 2014

Siamo tutti bravi a farci un’idea di cosa è giusto o sbagliato… quando si tratta degli altri! La nostra vita è un casino, la nostra famiglia è squilibrata, la nostra casa un delirio, ma sappiamo perfettamente che tipo di fidanzata/o va bene per i nostri amici/he, dove sbagliano i loro genitori e di che colore devono comprare le tende perché si abbinino con il divano.
Ci sono consigli che possono essere più o meno innocui, tipo, “quei pantaloni ti ingrassano”, “quel colore ti sbatte”, “quella minigonna di pelle è da mignotta”, e altri sui quali si dovrebbe andare con i piedi di piombo tipo, “manda in culo il tuo capo”, “lascia il tuo fidanzato”, “molla tutto e apri un chiosco in spiaggia a Fuerteventura”.

Quando ci troviamo davanti a un amico in crisi ci sono alcune cose che dobbiamo tenere presenti prima di aprire bocca ed elargire perle di saggezza.

 

#1 Chi è il nostro amico?

Si tratta di una persona razionale o emotiva? è un tipo disinvolto e risoluto o è un insicuro?
A seconda di come rispondiamo a questa domanda possiamo mettere a punto la nostra strategia retorica. In nessun caso i consigli e il modo di esporli possono essere gli stessi per tipi umani antitetici.
Se il nostro amico è razionale e risoluto possiamo evitare di concentrarci troppo sull’aspetto formale del nostro ragionamento. La persona razionale generalmente coglie il concetto e non si lascia spaventare eccessivamente dalle parole. Capisce il punto della questione e probabilmente ha già un’idea di cosa fare, gli serve solo qualcuno che appoggi quello che già, in fondo, ha scelto.
Per la persona emotiva e tendenzialmente insicura vale l’esatto opposto. Tenderà a presentare qualunque problema nel modo più drammatico possibile, userà termini apocalittici, darà l’impressione di aver perso la voglia di vivere. In questi casi MAI assecondare un emotivo perché si tratta di una trappola: l’emotivo cerca di estorcervi il giudizio più infimo sulla sua persona. Cercherà dunque di analizzare ogni parola del vostro discorso e la userà impietosamente contro di voi.
Mai dire a un emotivo “fai quello che senti” perché equivale a dire “imbottisciti di tritolo e fatti saltare in aria nel tram”. La strategia migliore è riportare l’emotivo alla realtà, sdrammatizzare. Non prenderlo assolutamente sul serio quando dipinge come il male assoluto chiunque lo circondi, quando cerca di impietosirvi facendo la vittima e quando descrive la sua vita come un inferno. Tendenzialmente il consiglio giusto è l’esatto opposto di quello che l’emotivo crede di avere in mente. Questo non significa che dobbiate sminuire i suoi problemi. Anche se il continuo bisogno di rassicurazione vi snerva, il momento di difficoltà non è di certo piacevole nemmeno per lui. Per quanto vi sembri stupido un problema non avete il diritto di far sentire stupido il vostro amico.

 

#2 Chi sono io per pensare “poverino”?

Detto in altri termini: il bue che dà del cornuto all’asino. Prima di dare qualunque consiglio cercate di essere per lo meno sicuri che nella situazione del vostro amico anche voi fareste quello che consigliate. Se non sapete quello che fareste nei suoi panni, ammettete pure di non sapere. In nessun caso è accettabile provare pietà e compassione per un amico e pensare “poverino”. Voi ne avete passate di peggio, avete fatto più schifezze di lui (magari di tipo diverso, ma sempre non elogiabili), siete scesi, almeno qualche volta, a compromessi peggiori… insomma non siete dei santi dalla vita perfetta e irreprensibile. Se scavate dentro di voi trovate sicuramente più di una cosa di cui vergognarvi, quindi non salite su un piedistallo solo perché qualcuno vi chiede un’opinione.

 

#3 Niente moralismi

Se dovete snocciolare il decalogo di quello che si fa o non si fa, di quello che sta bene o male, che è morale o immorale è meglio che teniate la bocca chiusa. Ogni consiglio deve essere il risultato di un ragionamento logico, non di precetti morali calati dall’alto, di cui non si sa dare la minima spiegazione.
Condoglianze al malcapitato che vi ha scelto come amico.

 

#4 Niente illusioni

Parliamoci chiaro: la vita di nessuno è tutta rose e fiori, quindi garantire un futuro di pace e serenità è alquanto scorretto. Se la persona che avete davanti non si è mai trovata in situazioni di sofferenza o difficoltà la cosa più onesta da fare è farle presente che tutto si supera e non che una determinata scelta o azione sia la migliore per una vita felice. La vita è bella, ma non è per niente facile.

 

#5 Essere sinceri non vuol dire essere crudeli

Qui vale il #1. Tenete sempre presente chi avete davanti e il grado di difficoltà in cui si trova. Se un’amica vi esprime un dubbio sulla fedeltà del fidanzato evitate di sbattergli in faccia che secondo voi si fa tutte quelle che incontra. Ci vuole un minimo di tatto e di intelligenza. Se una persona è vulnerabile potreste farle più male voi con i vostri consigli pieni di biasimo, che il problema in sé. Questo non significa non essere sinceri, ma mettere al centro della vostra attenzione l’altro e non l’idea che avete di cosa è giusto o sbagliato. Per dire quello che pensiamo bisogna trovare il modo giusto. Se l’altra persona sembra non voler capire quello che dite, probabilmente è perché non è in grado di accettarlo, quindi non insistete. Non tirate fuori il discorsetto patetico “ti dico questo perché ti voglio bene” ed evitate accuratamente di spazientirvi se l’altro non vi crede. Qui non è in gioco il vostro orgoglio e la vostra parola ferita. C’è un tempo e un modo per tutto.

 

#6 Tutto è relativo

Voi non siete il vostro amico. Quello che è giusto per voi non significa che lo sia anche per lui. Non cercate di infondere sull’altro il vostro sistema di valori. Confrontatevi, cercate di capire quello che pensa e che vuole.

 

#7 Niente giudizi

Se volete allontanare una persona il più velocemente possibile, nel momento di difficoltà ricordatele tutto quello che secondo voi ha sbagliato. A nessuno piace essere giudicato, soprattutto quando cerca comprensione. Ogni intervento che, per forza di cose, richiede un giudizio, deve essere sempre accompagnato da un buono e giusto “secondo me”. Perché in fondo, della vita, ne sapete quanto lui. Quindi siate umili, non siete i detentori della verità.

 

#8 Verità

Toglietevi dalla testa che state dicendo la Verità. Un fatto può essere vero, un ragionamento può essere vero in logica o in matematica, ma non se si parla della vita. Generalmente quando si è convinti di dire la Verità si esprimono giudizi. Voi non sapete cosa è vero e cosa no. Vi state semplicemente facendo un’idea sulla base di quello che vi dice l’altro.

 

#9 Empatia

Molto spesso il ruolo dell’amico non è quello di dare consigli, ma di stare semplicemente vicino all’altro, dimostrare comprensione, non farlo sentire solo. Tenete presente quello di cui avete bisogno voi quando state male perché attraversate un periodo difficile. Non dovete immedesimarvi nell’altro, perché la sofferenza merita sempre rispetto e non invadenza. Mantenete la giusta distanza: il vostro tempo e la vostra attenzione devono essere focalizzati sull’altro e non su voi stessi.

 

#10 Tutti hanno il diritto di sbagliare.

Bandite frasi del tipo “te lo dico per il tuo bene”, “un giorno te ne pentirai”, “che vita pensi che farai se continui così” e la peggiore di tutti “te l’avevo detto”. Tutti hanno il sacrosanto diritto di sbattere la testa da qualche parte, solo così si impara quando e dove fermarsi per non farsi troppo male. Il senso del limite non è lo stesso per tutti, si impara solo con l’esperienza. E se uno sbaglia, prende una cantonata, pace! Non succede niente, la vita va avanti anche se si deve fare qualche passo indietro e ricominciare. Sono poche le situazioni davvero irreparabili, per fortuna.

palestina bambini

Con questo post termina il primo viaggio attraverso la Palestina.

Ho provato a raccontare due storie, tra le migliaia che andrebbero raccontate. Ho parlato dell’uccisione di due ragazzi Rachel Corrie e Tom Hurndall, stranieri, perché volevo sottolineare quanto ingiustificabile fosse il comportamento dell’esercito israeliano, che se non si fa scrupoli a uccidere cittadini stranieri, possiamo soltanto immaginare cosa possa infliggere ai civili palestinesi.

Mi sembra giusto però concludere parlando dei palestinesi, il vero obiettivo di questa continua guerra da parte di Israele. E vorrei parlare delle prime vittime, innocenti per loro natura: i bambini.

Tom è stato freddato da una pallottola sparata da un cecchino, mentre cercava di portare al riparo 3 bambini, esposti al fuoco israeliano. Il soldato, con il suo fucile dotato di mirino telescopico ha seguito la corsa di Tom. Lo ha visto portare in salvo il primo bambino, ma non gli ha permesso di raggiungere le altre due bimbe. Lo ha centrato in testa.

Perché il cecchino non ha colto l’umanità del gesto di Tom? Perché per i soldati i bambini palestinesi sono piccoli terroristi, non sono bambini. Evidentemente pensano che più ne uccidono, più i cittadini israeliani saranno al sicuro, perché ci saranno meno futuri terroristi. L’unico motivo per cui non si sono ancora decisi a fare una definitiva e mirata strage degli innocenti è che qualche Osservatorio internazionale, ogni tanto rompe le scatole, ricordando quelle fastidiose Convenzioni come quella sui Diritti dell’Infanzia del 1989 o quella contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti del 1984.

Sicuramente questi Osservatori fanno tutto il possibile, in situazioni oggettivamente difficili, per regolamentare il trattamento dei minori. Fatto sta che leggere alcuni dossier, in particolare quello dell’Unicef del 6 marzo 2013, riguardanti la condizione dei bambini palestinesi, e in particolare le raccomandazioni e i consigli che vengono dati a Israele, è davvero grottesco.

Il documento dell’Unicef si basa su oltre 400 casi documentati di detenzioni e maltrattamenti su giovani detenuti e raccomanda una serie di misure concrete (14 per la precisione) per migliorare la protezione dei bambini all’interno del sistema giudiziario israeliano. Migliorare? Come a dire arrestateli pure se lanciano i sassi, ma fatelo almeno con gentilezza! Il documento invita Israele a rispettare le norme internazionali vigenti. Ora, io suppongo che gli israeliani abbiano liberamente accesso ai documenti ufficiali e alle Convenzioni dei vari Osservatori, se hanno deciso di ignorarli non credo che un invito possa cambiare le cose. E se questo garbato invito venisse declinato, cosa dovremmo fare? Ci voltiamo dall’altra parte dicendo che almeno ci abbiamo provato?

Ecco alcune informazioni tratte dal documento dell’Unicef:

  • Lo stato di Israele arresta 700 bambini ogni anno, una media di 2 bambini al giorno per un totale di 7.000 bambini negli ultimi 10 anni
  • I bambini hanno dai 12 ai 17 anni
  • La maggior parte viene arrestata con l’accusa di “lancio di sassi” che prevede fino a 6 mesi di reclusione per i bambini dai 12 ai 13 anni e fino a 10 anni dai 14 anni in poi
  • Se il sasso era indirizzato verso un veicolo la pena raddoppia, nel qual caso un bambino di 14 anni può essere condannato a 20 anni di carcere
  • I bambini vengono prelevati durante la notte, con irruzioni violente dei soldati armati, e sono accompagnate da minacce e spesso dalla devastazione dell’immobile
  • I familiari non vengono informati su dove il bambino verrà condotto, con quale accusa e per quanto tempo
  • I bambini vengono portati nei centri di detenzione bendati e legati, e vengono fatti sdraiare a terra, nel veicolo. Il viaggio può durare alcune ore, ma anche un’intera giornata, nel tragitto non viene loro garantita né l’acqua né servizi igienici
  • A volte vengono effettuate soste per far visitare i bambini dal personale medico. La visita dura pochi minuti e le richieste di aiuto dei bambini vengono costantemente ignorate anche nel caso in cui presentino evidenti segni di percosse e abusi
  • L’interrogazione dell’imputato-bambino avviene con lo stesso legato a una sedia senza un avvocato o un genitore e senza la supervisione di un organo indipendente, come invece è imposto dalle norme internazionali. In particolare l’articolo 37 (d) della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia prevede che “ Ogni bambino privato della sua libertà deve avere diritto a rapido accesso ad assistenza legale o ogni altra assistenza adeguata”
  • Al bambino non vengono mai spiegati i propri diritti. Scopo dell’interrogatorio è giungere a un’auto-incriminazione
  • Per ottenere una confessione vengono usate intimidazioni e minacce di isolamento, di morte e di violenza sessuale (contro il bambino o la sua famiglia)
  • Alla fine del procedimento quasi tutti i bambini confessano e firmano i documenti scritti in lingua ebraica, sconosciuta alla maggior parte dei detenuti
  • L’isolamento in carcere di un bambino può durare da un giorno a un mese, prima dell’inizio del processo, mentre il diritto internazionale impone che i bambini vengano processati entro 24 ore dall’arresto. L’Unicef afferma che in queste celle i bambini sono trattati in modo “crudele” e “disumano
  • L’isolamento può portare insonnia, allucinazioni e malattie mentali. A causa dell’impatto negativo della pratica dell’isolamento sul benessere psicologico di un bambino, la Commissione sui Diritti dell’Infanzia ha imposto il più severo divieto a tale trattamento
  • I bambini vengono presentati alla corte in manette e con delle catene legate alle gambe, in contravvenzione delle Regole Minime per il Trattamento dei Detenuti del 1987
  • Il periodo di detenzione durante il processo può essere esteso a 188 giorni e le cauzioni vengono quasi sempre negate, anche in questo caso in violazione della Convenzione sui Diritti per l’Infanzia
  • Gli avvocati arabi non hanno un facile accesso alla documentazione militare e alla legislazione militare di Israele perché disponibile esclusivamente in lingua ebraica, contrariamente a quanto prevede il diritto internazionale. Questo può compromettere la possibilità di un processo equo per un bambino palestinese
  • 2 bambini su 3 vengono detenuti in Israele. Questo rende molto difficili, se non impossibili, le visite dei familiari, a causa dei regolamenti che vietano ai palestinesi di viaggiare all’interno di Israele e del tempo necessario per rilasciare un permesso. Secondo l’articolo 37 (c) della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, un bambino “ha il diritto di mantenere i contatti con la sua famiglia per mezzo di corrispondenza e visite, tranne che in circostanze eccezionali”
  • La carcerazione dei piccoli prigionieri ha effetti deleteri nel lungo termine. Strappando un bambino alla sua famiglia si crea un profondo stress emotivo, oltre a violare il diritto del giovane ad avere un’istruzione
  • I bambini palestinesi, contrariamente ai loro coetanei israeliani che fruiscono del diritto penale e civile, vengono processati da tribunali militari ai sensi della legislazione militare israeliana

Il Rapporto dell’Unicef conclude affermando che “il maltrattamento dei bambini palestinesi nel sistema di detenzione militare israeliana appare diffuso, sistematico e istituzionalizzato. Quanto descritto si basa sulle ripetute denunce avvenute nel corso degli ultimi 10 anni, sulla loro entità e persistenza. Tale conclusione è sostenuta anche dall’esame dei casi documentati attraverso un sistema di monitoraggio e reporting di gravi violazioni dei diritti dei bambini, così come dalle interviste condotte con avvocati israeliani e palestinesi e con bambini palestinesi”.

Seguono le 14 raccomandazioni (pagina 14 del documento Unicef) che, si precisa, tengono conto del diritto di Israele di salvaguardare la propria sicurezza e di proteggere i propri cittadini da ogni forma di violenza.

È così che si proteggono i bambini? Li si lascia marcire in carcere per 10 o 20 anni perché così Israele si sente al sicuro e può dormire sonni tranquilli? Che uomini saranno quei bambini quando usciranno dal carcere?

Non voglio nascondermi dietro un dito, sono consapevole che i bambini palestinesi non sono come gli altri bambini, sono molto più consapevoli della situazione politica del loro Paese. Cercano di prenderne parte. Alcuni di loro sognano di diventare martiri della Palestina. Talvolta vengono strumentalizzati dagli adulti o influenzati da quello che vedono in tv e sognano di diventare gli eroi della loro Terra.

Quello che vorrei che fosse chiaro è che se anche è vero tutto questo, e se anche valesse per tutti i bambini palestinesi, non è colpa loro. Non hanno colpa se è stata loro negata l’infanzia, se invece di pensare a giocare sono costretti a pensare a come difendere la loro casa e la loro famiglia. Non è colpa loro se lo stato di terrore e di umiliazione continuo in cui sono costretti a vivere li traumatizza. Non è colpa loro se l’esperienza quotidiana della morte e della violenza li rendono insensibili al valore della vita umana. Non hanno nessuna colpa. Non hanno chiesto loro di vivere così. Non si divertono a tirare sassi, è che non sanno cosa significa essere bambini. Ma loro sono dei bambini, vogliono essere bambini, hanno il diritto di essere bambini. Alcuni di loro crescono con il sogno di diventare martiri. Non vedono niente in questa vita per cui valga la pena di vivere. Non concepiscono nemmeno che la vita possa essere bella e possa valere la pena di essere vissuta. La loro vita non ha niente di bello, l’unica speranza che hanno è quella del Paradiso.

C’è un dato di fatto che credo sia valido sempre. Chi vive certe situazioni, così totalizzanti e ristrette, in cui non si ha modo di confrontarsi con altre realtà, non può sapere fino in fondo cosa è bene o male. È tutto relativo. I singoli individui possono avere colpa fino a un certo punto. È il contesto che è sbagliato. L’influenza del contesto nella vita delle persone è fondamentale, per questo credo, e non per fare retorica, che sia necessario fare tutto il possibile per eliminare le differenze e dare a tutti le stesse possibilità di partenza. Se questo discorso è valido per gli adulti, dovrebbe essere obbligatorio verso i bambini. L’infanzia è un’età della vita alla quale tutti devono avere diritto. È l’unico momento in cui le persone possono sentirsi felici. La purezza della felicità di un bambino nessun adulto potrà mai raggiungerla, nemmeno se riuscirà a realizzare tutto quello che avrebbe potuto volere dalla vita. Con il tempo ci si rende sempre più conto di quanto la vita sia complessa, di quanto pesi il mondo intorno a noi e la felicità totale, spensierata, non sarà più possibile, se non per brevi, rari istanti. È inumano negare ai bambini l’infanzia. È inumano non proteggerli dall’orrore del mondo. È inumano strappargli fin da subito la speranza, la capacità di immaginare la loro vita. Lo scopo della vita di ogni uomo credo sia essere felice. Ma se non si ha idea di cosa sia la felicità che valore possiamo dare alla vita?

Giada

Tom Hurndall

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi
Bertolt Brecht

Tom aveva 21 anni quando è stato colpito alla testa dalle Forze di Difesa Israeliane l’11 aprile 2003, mentre cercava di portare in salvo tre bambini dalle pallottole israeliane che volavano sopra le loro teste.

Tom era un fotografo inglese, un giornalista, uno studente. Un ragazzo. Voleva vedere con i suoi occhi quello che succedeva nelle zone di guerra. Voleva stabilire un contatto con ciò che provava la gente in situazioni così drammatiche. Voleva capire.

Abbiamo guardato avidamente Bush che alle 3 di mattina della notte scorsa dava il suo ultimatum a Bagdad. Era uno di quei momenti che tracciano una linea di demarcazione, che io non dimenticherò mai. E mi domandavo, immaginando di essere nella parte del mondo che stava per subire quella feroce potenza, che questi diceva sarebbe giunta sulla regione. Mi sembrava di poter sentire tutte insieme le grida dei feriti e dei morenti: risultato di quelle pacate e serene parole che questi aveva pronunciato con tale ponderata determinazione. Sebbene sapessi che era tutto nella mia mente, sembrava così vero, e per un attimo ogni argomentazione e giustificazione hanno abbandonato i miei pensieri. Nella mia mente c’era quiete, e tutto ciò che potevo sentire era il pianto di migliaia di persone. Ho dovuto trattenere le lacrime.
Thomas Hurndall

Nel febbraio del 2003 Tom prende parte alla protesta Stop the War e in seguito si unisce agli Scudi Umani a Bagdad. Lavora nel campo profughi di Al Rweished, in Giordania, trasportando attrezzature mediche, e infine si reca nei territori occupati della Striscia di Gaza.
Tom non voleva apprendere le cose dalla tv o dai giornali, non abbracciava una fede o un’ideologia politica che gli indicassero come pensare e come interpretare i fatti. Voleva usare la sua perspicacia e il suo senso critico. Voleva vedere.

Nessuno può dire che non sto vedendo ciò che adesso era necessario vedere 
Thomas Hurndall

Tom, o come lo chiamavano i suoi compagni Tab, arriva a Gaza il 6 Aprile del 2003, poche settimane dopo la morte di Rachel Corrie. Il suo istinto, fin da subito, è quello di andare dove c’è più bisogno, di documentare le zone più pericolose dove l’esercito israeliano spara in continuazione sui civili. Non vuole fare il martire, né tantomeno l’eroe, vuole guardare in faccia la realtà nella sua espressione più cruda e ingiustificabile. Non cerca i “casi umani”, non cerca di far leva sull’emotività, vuole la verità. Tom però ha una sensibilità particolare, nonostante il suo distacco “professionale” di testimone di una vicenda storica e terribile, sente e vede tutto. Percepisce ogni sfumatura, con uno sguardo capisce tutto. Tom ha bisogno di vedere, pensa che il senso della sua vita sia questo. Essere il testimone di coloro che non hanno voce, di cui non si parla mai, perché le vittime civili delle guerre non prendono le prime pagine dei giornali, non hanno nomi e non hanno volti. Quando va bene, sono dei numeri. Ha 21 anni. Mi mette i brividi pensare che un ragazzo così giovane abbia una consapevolezza di se stesso e un senso di giustizia così completo e maturo.

L’11 aprile Tom sta camminando per Rafah con alcuni attivisti dell’ISM che cercano di fermare i soliti bulldozer che distruggono le case dei civili palestinesi. Indossa il giubbotto arancione fosforescente da attivista, riconosciuto a livello internazionale. C’è confusione, le persone gridano, si accalcano, corrono per le strade. Ci sono i carri armati e i cecchini appostati sulle torri che seguono la situazione. Ad un certo punto cominciano a sparare raffiche di proiettili. Tutti scappano. Cercano di mettersi in salvo e di rifugiarsi in ripari lontano dai colpi. Mentre scappa, Tom vede un gruppo di bambini, tra i 4 e i 7 anni, allo scoperto, su un cumulo di macerie, nella traiettoria degli spari. Sono terrorizzati, paralizzati dalla paura, non riescono a muoversi e a seguire gli altri.
Tom torna indietro.
Attraversa la strada sotto gli spari.
Prende in braccio il bambino più piccolo e lo porta in salvo.
Rimangono due bambine.
Tom torna di nuovo indietro.
Non riesce a raggiungere le bambine. Gli sparano dritto in testa.

Tom se ne va quel giorno. La sua vita, che aveva un senso così importante, si interrompe quel giorno. Con il sangue che esce dalla testa, da quel foro di proiettile preciso e micidiale, con i suoi compagni che ancora una volta assistono al massacro di uno di loro.
Perché il corpo di Tom si decida a lasciarlo andare, però, passeranno 9 mesi. 9 mesi di coma, in stato vegetativo. 9 mesi di sofferenza e di impotenza.
Il cuore di Tom smette di battere il 13 gennaio del 2004. Aveva compiuto 22 anni, senza nemmeno saperlo.

Il soldato che ha ucciso Tom Hurndall si chiama Taysir Hayb, è stato condannato dal tribunale militare israeliano a 8 anni di reclusione per omicidio colposo, poi ridotti a 6 anni e mezzo. Hayb è un arabo di origine beduina, ma non credo che sia questo il motivo per cui Israele ha deciso di farne un capro espiatorio.
In effetti risulta molto strano credere alla buona fede di Israele quando nei 3 anni di Intifada sono stati rinviati a giudizio 10 militari israeliani per l’uccisione di civili e nessuno è mai stato condannato. Inoltre, come è stato dichiarato durante il processo di Rachel Corrie, l’esercito è assolto da ogni atto d’accusa perché l’evento si è verificato in tempo di guerra. Perché dunque in questo caso le autorità militari israeliane hanno accelerato le indagini e puntato prontamente il dito nei confronti di Hayb? Il fatto è che Tom era inglese, non americano, e la Gran Bretagna non ha la sudditanza degli Stati Uniti nei confronti di Israele.

La famiglia di Tom ha richiesto subito indagini per appurare la verità e ha fatto effettuare a sue spese una perizia balistica, in tutto ciò è sempre stata sostenuta dal ministro degli esteri inglese Jack Straw.
Hayb è un tiratore scelto e il suo fucile era dotato di mirino telescopico, impossibile che non avesse sparato con la piena consapevolezza della sua azione. In un primo momento sostiene di aver sparato contro un uomo armato. Tom aveva il giubbotto arancione fosforescente e nessuna arma, naturalmente. Stava portando in salvo dei bambini, cristo santo, come si fa a sparare a un ragazzo che sta compiendo il gesto più umano e compassionevole del mondo!
In seguito ammette di aver puntato il fucile vicino alla testa di Tom, scambiato per un palestinese, a scopo deterrente. Inoltre ha ammesso che in quel periodo era prassi comune sparare contro persone disarmate.
La corte di giustizia inglese ha stabilito che Tom è stato ucciso illegalmente, cosa che per Rachel non è mai successa.

Tutte le morti possono essere vissute come ingiuste. Tutte le morti provocano dolore, in qualche modo, per alcuni. Ma ci sono persone che non dovrebbero morire, non in questo modo. Perché senza di loro il mondo è un luogo più brutto e senza speranza.
Ci sono delle vite che servono a tutti noi, che lo sappiamo o no, che hanno un significato universale. E queste vite andrebbero protette, non spezzate. Per la salvezza di tutti e di questo schifo di mondo. Perché abbiamo bisogno di sapere che ci sono persone come Tom, come Rachel, come Vittorio Arrigoni. La loro vita valeva più della nostra e noi non li abbiamo protetti, non li abbiamo difesi.
Non erano lì perché ce li avevano mandati i loro paesi, non difendevano un territorio in nome di un’entità superiore. Erano lì per difendere degli esseri umani. È come se avessero difeso tutti noi.
Queste persone ora non ci sono più, non torneranno più, e non ne nascono tante di persone così.
Saranno sempre meno quelli che prenderanno il loro posto. Sempre meno persone saranno disposte a rischiare così tanto solo per un innato senso di giustizia sociale e di umanità. E solo finché ci saranno persone così possiamo sperare di salvarci, come esseri umani. E possiamo sperare di meritarci di essere salvati. Stiamo lasciando morire, nell’indifferenza generale, quelle uniche vite che ci rendono degni di chiamarci esseri umani.

Giada

Rachel Corrie

Rachel Corrie,

volevo parlare di lei. Di questa ragazza di 24 anni, americana, attivista dellInternational Solidarity Movement, uccisa il 16 marzo del 2003 da un Caterpillar israeliano, a Rafah, nella striscia di Gaza, mentre cercava di impedire la demolizione di alcune case di civili palestinesi.
Volevo tralasciare il punto di vista prettamente politico ma il post sembra volersi scrivere da solo.

Di cose ne sono successe tante in Palestina dal 1946 a oggi. Devo scegliere cosa raccontare e come raccontare Rachel. E allora ripercorro tutto il filo di pensieri che in questi giorni hanno mosso le mie ricerche, partendo dalla più facile e banale indignazione per l’omicidio di una ragazza appartenente a un’organizzazione assolutamente pacifica, armata solo di megafono e giubbottino arancione fosforescente, da parte di un esercito armato di tutto punto.

Guardo le foto, prima, durante e dopo la sua morte e mi chiedo: come si fa a mettersi davanti a un bulldozer corazzato israeliano, mentre procede per buttare giù una casa? Come fa una ragazza americana a trovarsi lì?

Vivere in Occidente è molto comodo. Puoi scegliere cosa ti sembra giusto o sbagliato, puoi scegliere su cosa informarti, cosa conoscere e approfondire, per cosa lottare. Puoi scegliere quale verità scoprire. E Rachel aveva scelto. Aveva scoperto la verità su quello che succedeva e succede in Palestina. Si è opposta. E ha lottato. Con tutta la sua ingenuità e indignazione, con il suo senso di giustizia e di valore umano.

Ciao amici e famiglia e tutti gli altri,
sono in Palestina da due settimane e un’ora e non ho ancora parole per descrivere ciò che vedo. È difficilissimo per me pensare a cosa sta succedendo qui quando mi siedo per scrivere alle persone care negli Stati Uniti. È come aprire una porta virtuale verso il lusso. Non so se molti bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei proiettili dei carri armati sui muri delle case e le torri di un esercito che occupa la città che li sorveglia costantemente da vicino. Penso, sebbene non ne sia del tutto sicura, che anche il più piccolo di questi bambini capisca che la vita non è così in ogni angolo del mondo. Un bambino di otto anni è stato colpito e ucciso da un carro armato israeliano due giorni prima che arrivassi qui e molti bambini mi sussurrano il suo nome – Alì – o indicano i manifesti che lo ritraggono sui muri. […]
Tuttavia, nessuna lettura, conferenza, documentario o passaparola avrebbe potuto prepararmi alla realtà della situazione che ho trovato qui. Non si può immaginare a meno di vederlo, e anche allora si è sempre più consapevoli che l’esperienza stessa non corrisponde affatto alla realtà: pensate alle difficoltà che dovrebbe affrontare l’esercito israeliano se sparasse a un cittadino statunitense disarmato, o al fatto che io ho il denaro per acquistare l’acqua mentre l’esercito distrugge i pozzi e naturalmente al fatto che io posso scegliere di andarmene.
Rachel, 7 febbraio 2003

Partiamo dall’inizio.
Rachel arriva nella striscia di Gaza il 18 gennaio del 2003, nel bel mezzo della Seconda Intifada, iniziata nel 2000. Non è una sprovveduta, è stata addestrata sulle tecniche di resistenza non violenta e, con gli altri attivisti dell’ISM, sanno come muoversi. Però c’è una guerra in corso, anzi un assedio, o come Rachel stessa lo definisce “un genocidio”. Tanto per farci un’idea Israele ha uno degli eserciti più forniti e all’avanguardia del mondo. I Palestinesi hanno razzi e sassi. Alla fine della Seconda Intifada, nel 2008 i morti israeliani saranno 1084, quelli palestinesi tra i 4000 e i 5000.

L’esercito israeliano utilizza la pratica della distruzione delle case dei Palestinesi tramite Caterpillar americani, appositamente modificati, come più volte hanno denunciato le organizzazioni umanitarie. La giustificazione che danno è che si tratta di case di terroristi e che hanno bisogno di lasciare libera l’area di confine, la cosiddetta buffer zone. In realtà si tratta chiaramente di ritorsioni, di punizioni collettive, di atti intimidatori e dimostrazioni di forza nei confronti di tutta la popolazione civile. Questa pratica è stata più volte condannata a livello internazionale perché la distruzione della proprietà civile è vietata e considerata crimine di guerra ai sensi dell’articolo 53 e 147 della IV Convenzione di Ginevra. A Israele non importa, ha violato 73 risoluzioni dell’ONU, senza nessun tipo di conseguenza. Di fatto gode di un’assoluta impunità riguardo ad azioni, violazioni e crimini commessi dal suo esercito. Ma c’è di più. Israele non riconosce i Palestinesi come esseri umani. Non vede uomini, donne e bambini, tanti bambini. Vede terroristi, complici di terroristi e futuri terroristi, tanti futuri terroristi. Vanno annientati, eliminati, rinchiusi perché non costituiscano un pericolo alla loro sicurezza.

L’esercito israeliano non distrugge solo le case. Come molte volte è successo nella storia, il più forte afferma il suo potere sugli altri non solo con l’occupazione e la sottomissione, ma privando il “nemico” della dignità di essere umano.
Questo aspetto mi spaventa molto, anche se so che è riduttivo sottolineare questo rispetto alla drammaticità della situazione generale. Mi spaventa quando si parla delle vittime come “danni collaterali”. Significa che quelle particolari vite umane non sono abbastanza importanti da essere tutelate, non valgono abbastanza. Significa che per quelle persone non è garantito il diritto alla vita, perché c’è qualcun altro che decide se sono sacrificabili, per interessi più alti, per la sicurezza di un unico paese. E la cosa più terribile è che la possibilità della loro morte viene ponderata, decisa, pianificata, tramite un lucido ragionamento, da una logica costi/benefici. La vita di una persona che nasce in Palestina non ha lo stesso valore di quella di una persona che nasce in Israele. Anzi, secondo i dati sui decessi durante la Seconda Intifada, per ogni israeliano ucciso, si ammazzano quasi 5 palestinesi.
I palestinesi devono sapere che se provano ad alzare la testa verranno schiacciati. Come è stata schiacciata Rachel.

L’esercito distrugge i campi coltivati, le piantagioni e i pozzi dell’acqua. I palestinesi non devono avere mezzi di sussistenza, per loro deve essere difficile anche sopravvivere, così non avranno più le forze per opporsi.

Ho proprio paura per la gente qui. Ieri ho visto un padre che portava fuori i suoi bambini piccoli, tenendoli per mano, alla vista dei carri armati e di una torre di cecchini e di bulldozer e di jeep, perché pensava che stessero per fargli saltare in aria la casa. In realtà, l’esercito israeliano in quel momento faceva detonare un esplosivo nel terreno vicino, un esplosivo piantato, a quanto pare, dalla resistenza palestinese. L’esplosivo si trovava nella stessa zona in cui circa 150 uomini sono stati rastrellati la scorsa domenica e confinati fuori dall’insediamento mentre si sparava sopra le loro teste e attorno a loro, e mentre i carri armati e i bulldozer distruggevano 25 serre, che davano da vivere a 300 persone. L’esplosivo era proprio davanti alle serre, proprio nel punto in cui i carri armati sarebbero entrati, se fossero tornati. Mi spaventava pensare che per quest’uomo, era meno rischioso camminare in piena vista dei carri armati che restare in casa. Avevo proprio paura che li avrebbero fucilati tutti, e ho cercato di mettermi in mezzo, tra loro e il carro armato. Questo succede tutti i giorni […]
Rachel, 27 febbraio 2003

Il 16 marzo del 2003, intorno alle 14,45, l’esercito israeliano sta tentando di distruggere con due bulldozer le case di alcuni civili a Rafah, nel distretto Hyy Es Salam. Una di queste non è una casa come tutte le altre, è la casa di un medico palestinese che, insieme alla sua famiglia, sta ospitando Rachel e i suoi compagni. Non ci sono armi in casa e non si tratta di terroristi. Semplicemente la casa si trova nella buffer zone a 100 metri dal confine con l’Egitto, dove è stato deciso che deve sorgere il nuovo muro di separazione tra i due stati e quindi va buttata giù. Le autorità israeliane, più tardi, negheranno questa circostanza, affermando che i 2 Caterpillar D9R, detti Teddy bear, si trovavano lì per eliminare la sterpaglia della zona.
Rachel e altri sei compagni cercano di impedire la demolizione per due ore e mezzo, mettendosi davanti alle traiettorie dei bulldozer e gridando con il megafono. Gridano il loro nome, la loro età, da dove vengono. Gridano che quello che stanno facendo è illegittimo. Gridano i nomi di uomini, donne e bambini che vivono in quelle case.  C’è anche un carro armato nelle vicinanze che tiene d’occhio la scena. I bulldozer non si fermano, sono i ragazzi che devono scappare all’ultimo istante per non essere travolti. Vengono sparati anche dei gas lacrimogeni per disperderli, ma loro sono determinati a impedire questo ennesimo, inutile atto di violenza. Un bulldozer inizia a distruggere una casa vuota e alcuni dimostranti corrono dentro per impedirgli di proseguire. L’altro si dirige verso la casa del dottor Samir e Rachel decide di fermarlo. Una delle tecniche di boicottaggio usate dall’ISM consiste nel salire sui cumuli di terra creati dai bulldozer, in modo da posizionarsi oltre il livello della lama e farsi vedere chiaramente dal manovratore. Rachel decide così di guardare in faccia chi l’avrebbe uccisa. È una ragazza, bianca, americana, Rachel è convinta che si fermerà, perché “l’esercito israeliano avrebbe dei fastidi se uccidesse cittadini americani disarmati”. Indossa il giubbetto arancione fosforescente, il manovratore l’ha vista, ma anche se non l’avesse vista (circostanza smentita da tutti i testimoni) sa che lì ci sono sette ragazzi che da più di due ore gli stanno gridando di fermarsi. E lo sanno anche i soldati nel carro armato. L’operatore della macchina sa che ogni centimetro che percorre, potrebbe uccidere qualcuno. Forse l’operatore non è tanto diverso dalla macchina che manovra, perché pur guardando in faccia Rachel non si ferma. Lei è sicura, risoluta, si mette in ginocchio come a dimostrare che non ha intenzione di muoversi di lì.
Lui non si ferma e continua a spingere, iniziando a coprirla di terra.
Rachel si spaventa.
Perde l’equilibrio.
Cade.
Tutti i ragazzi corrono verso di lui gridandogli di fermarsi.
Lui non si ferma.
La colpisce con la lama.
Non si ferma.
Le passa sopra, la travolge.
Si ferma per qualche istante.
Fa marcia indietro.
E le passa sopra una seconda volta.
I suoi amici la raggiungono, capiscono subito che la situazione è disperata. Cercano di non farle perdere conoscenza, le chiedono come si chiama, ma dopo pochi secondi Rachel non risponde più.
Morirà 20 minuti più tardi, intorno alle 17,00, sull’ambulanza che corre verso l’ospedale.

Inutile dire come è andato il processo che i genitori di Rachel hanno intentato nei confronti di Tel Aviv. Secondo il giudice Oded Gershon lo Stato non è responsabile per “nessun danno causato” perché si è trattato solo di “uno spiacevole incidente”. Il manovratore del bulldozer non l’aveva vista e Rachel è la sola responsabile della sua morte perché si trovava in una zona dove c’era “attività di combattimento” e “non ha lasciato l’area come qualunque persona di buonsenso avrebbe fatto”. Secondo la legge israeliana l’esercito è assolto da ogni atto d’accusa perché l’evento si è verificato “in tempo di guerra”.
Capisco i genitori di Rachel. Capisco la loro buona fede nell’intentare questo processo dall’esito già scritto. Essere americani, come pensava Rachel, può essere un vantaggio nell’avere giustizia o quantomeno nel puntare i riflettori su quello che succede in Palestina.
Però mi irrita quella falsa indignazione che leggo nei giornali che la ricordano. Indignarsi perché lo Stato israeliano si è auto-assolto, significa non aver capito quello che succedeva e succede ancora in quella zona. Significa aver fiducia nel senso di giustizia di un paese che tutti i giorni pratica atti di violenza su un popolo, ormai totalmente confinato dentro ghetti.

Bisogna che finisca. Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca. Non penso più che sia una cosa da estremisti. Voglio davvero andare a ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare fumetti per quelli che lavorano con me. Ma voglio anche che questo finisca. Quello che provo è incredulità mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi rendo conto che questa è la realtà di base del nostro mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi. Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in cui tu e papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso di farmi nascere. Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo, “questo è il vasto mondo e sto arrivando!” Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio.
Rachel, 27 febbraio 2003

Ciò che toglie ogni speranza è che nessuno mai alzerà la voce nei confronti di Israele in difesa dei palestinesi. Per questo compiono gesti disperati e si fanno saltare in aria. Israele non ha capito che togliendogli tutto, non hanno più niente da perdere.

In passato ho scritto tanto sulla delusione di scoprire, in qualche misura direttamente, di quanta malignità siamo ancora capaci. Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che sto anche scoprendo una forza straordinaria e una straordinaria capacità elementare dell’essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili – anche di questo non avevo mai fatto esperienza in modo così forte. Credo che la parola giusta sia dignità.
Rachel, 28 febbraio 2003

Nel marzo del 2013 il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si trovava in visita all’Università di Gerusalemme. Uno studente di 22 anni di origine palestinese, Rabie Aid, ha preso la parola chiedendo al capo della Casa Bianca “Conosci Rachel Corrie? L’americana uccisa con le armi regalate da Washington a Israele?”.
Obama non ha risposto.
Rabie è stato subito trascinato via dagli agenti della polizia israeliana.
“Sei venuto qui per la pace o per dare più armi a Israele?”, ha fatto in tempo a dire prima di essere arrestato.

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L’Italia introduce il reato di tortura.

Le persone che leggono i giornali sono felici e soddisfatte, io invece sono perplessa. Come è possibile che in Italia non si considerasse la tortura un reato? Cosa pensavano che fosse, un gioco erotico? Come è possibile che non si concepisse questa pratica in modo a sé stante, diverso e specifico, rispetto a ogni altra forma di violenza? Chi pratica la tortura ha una mente diversa dal comune aggressore, una mente perversa. C’è una lucidità raccapricciante e un senso di piacere, collegato all’eccitamento sessuale, che si definisce sadismo. Chi subisce tortura ha ripercussioni diverse da ogni altra vittima, fisiche e psicologiche.

“Meglio tardi che mai”, penserà qualcuno. E invece no. Chi ha stravolto il disegno di legge di Luigi Manconi ha fatto in modo che il reato di tortura non fosse collegato all’abuso di potere. Questo non solo esclude il contesto più comune entro cui si pratica, ma cambia addirittura il significato della parola “tortura”.

Dal vocabolario Treccani:

tortura s. f. [dal lat. tardo tortura, propr. «torcimento», der. di torquēre«torcere», part. pass. tortus]. –
1. Ant. nel sign. etimologico di torcimento o torcitura, per indicare sia l’atto del torcere sia il punto in cui qualche cosa è torta, piegata in curva o a gomito […].
2.
a. L’azione, il fatto di torcere le membra a un imputato o a un reo, per indurlo a confessare o per punizione. Per estens., t. legale o giudiziaria, e istituto giuridico della t., attuati dall’antichità fino all’Ottocento (oggi ripudiati, almeno formalmente, da tutti gli stati), e consistenti in varie forme di coercizione fisica applicate a un imputato, più di rado a un testimone o ad altro soggetto processuale, allo scopo di estorcere loro una confessione o altra dichiarazione utile all’accertamento di fatti non altrimenti accertati, dei quali si debba tener conto nel definire il giudizio […].
b. estens. e fig. Qualsiasi forma di coercizione, anche solo morale, avente gli stessi scopi […]; oppure, qualsiasi violenta coercizione per ottenere indicazioni di vario genere, fuori dell’àmbito giudiziario […] o ancora, qualsiasi sevizia o atto di crudeltà, o come fine a sé stessi, per mera brutalità, o come forma legale di pena corporale […]. Con uso fig., grave e prolungato patimento fisico o morale (cfr. tormento), o, per iperbole, molestia assai grave […].

Se pensiamo alla tortura ci vengono in mente l’Inquisizione, i campi di concentramento nazisti, Abu Ghraib e Guantanamo (tanto per citare fatti su cui tutti sono d’accordo). Potrebbero però anche venirci in mente Dexter, Criminal Minds o altri telefilm del genere, in cui abbondano serial killer assetati di sangue.

Ecco la legge italiana non si è basata sul significato originale di tortura (significato a.), ma ha deciso di perseguire, in modo forte e risoluto, i personaggi dei telefilm (significato b.).

Non è una differenza da poco. Si sono addirittura inventati una nuova definizione di tortura: più atti di violenza o minaccia. Dunque se torturo qualcuno solo per qualche ora, non è tortura. Capite che qui la lingua italiana si trova in difficoltà, per lo meno fino a quando non sarà completato il bipensiero orwelliano.

Il reato di tortura è generico e non specifico per un pubblico ufficiale. Ciò che rendeva questa legge estremamente urgente era difendere i detenuti o le persone momentaneamente private della libertà dagli abusi dei corpi di polizia. Era avere giustizia per Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Francesco Mastrogiovanni, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva e tanti, troppi altri. Era poter finalmente chiamare criminali i responsabili dei fatti di Genova del 2001, in particolare della Diaz e di Bolzaneto. Era fare in modo che tutto questo non potesse più accadere. Invece accadrà di nuovo, perché chi tortura o uccide, con una divisa addosso, resta impunito. Questa ostinata difesa da parte dello Stato di personaggi violenti e socialmente pericolosi infetterà tutto il sistema e non metterà mai gli organismi di polizia nella condizione di farsi un esame di coscienza.

Alcuni estratti delle non torture operate a Bolzaneto:

Quella notte il cancello si apriva in continuazione. Dai furgoni scendevano quei ragazzi e giù botte. Li hanno fatti stare in piedi. Una volta all’interno gli sbattevano la testa contro il muro. A qualcuno hanno pisciato addosso, altri colpi se non cantavano faccetta nera. Una ragazza vomitava sangue e le kapò dei Gom la stavano a guardare. Alle ragazze minacciavano di stuprarle con i manganelli
da La Repubblica, 26 luglio 2001

Ancora con le mani legate venivamo scaraventati fuori dall’autobus e manganellati e picchiati tutti, chi più chi meno. Lì erano presenti militi di ogni tipo: poliziotti penitenziari, carabinieri e finanzieri, che erano i più violenti di tutti. Dopo averci slegato le mani e consegnato il documento d’identità, veniamo introdotti in un edificio con un corridoio centrale e diverse celle enormi ai lati, con alcuni manifestanti appoggiati faccia al muro. Ci fanno stare in piedi con la faccia contro il muro, le gambe divaricate e le braccia larghe alzate. Chiunque mostrasse segni di debolezza, lasciava scendere le braccia, staccava lo sguardo dal muro o stringeva le gambe veniva puntualmente percosso con schiaffi alla nuca, calci ai piedi o alle tibie, pugni ai fianchi o al ventre. In quella posizione ci hanno fatto stare diverse ore (nel mio caso 15 circa, dalle 17 di sabato alle 8 di domenica).
R.V. Bologna

Sono rimasto in quella posizione per 4 o 5 ore. Ci colpivano regolarmente sulle ferite, in modo da non aggiungere tracce a quelle riscontrate in ospedale. Ci sbattevano la testa contro il muro, vedevo il mio sangue colare.
Vincent Bonnecase
da Liberation 27 luglio 2001

Donne in via d’estinzione

novembre 25, 2012

 

Oggi è la Giornata contro la violenza sulle donne. Un’altra giornata “a tema” per mostrare che si è consapevoli di un problema e lo si sta affrontando.

Si parlerà di femminicidio: 113 donne dall’inizio dell’anno, in aumento rispetto allo scorso anno, 73 uccise dai loro compagni o ex compagni, una donna uccisa ogni 2 giorni, di prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni. Tutti si scandalizzeranno. Ma lo guarderanno come un problema di altri, di altre soprattutto. Ascolteranno, tra sé e sé penseranno che l’aver ascoltato li rende solidali e cosa si può chiedere più della solidarietà per qualcosa di così lontano dalla nostra vita? Proporranno di cambiare le leggi, si indigneranno per le scarcerazioni facili, tutti insieme diranno, «Si deve fare qualcosa, dobbiamo intervenire, è inaccettabile…». Si cercheranno colpevoli tra gli uomini, dentro la religione e la cultura, nella società… e non in noi stessi. Finché rimarrà una giornata che riguarda altre donne, altri uomini, non potrà cambiare niente.

Oggi è la giornata dedicata alle vittime della violenza degli uomini. Le vittime saranno le protagoniste, per “non dimenticare”, ma come si può dimenticare? Possiamo abituarci all’idea di essere massacrate ogni due giorni, possiamo assuefarci all’idea di un piccolo sterminio, possiamo arrivare a pensare che sia la normale vita, cose che succedono, cose che le donne per natura sono portate a sopportare per il bene della famiglia, ma non possiamo dimenticare.

Gli uomini oggi è meglio che restino in casa a guardare le partite perché saranno i primi a essere additati. In fondo se la meritano una giornata di punizione e di occhiate in cagnesco, un po’ come me quando guardo “Amore Criminale”. Poco male, tanto gli uomini sono biologicamente immuni a ogni senso di colpa.

I colpevoli, gli assassini sono gli uomini. Si dirà che sono uomini che confondono l’amore con il possesso, che non sanno amare, uomini che all’inizio si presentavano in un certo modo e poi sono improvvisamente cambiati. Uomini insicuri che non riescono ad accettare l’indipendenza e l’emancipazione delle donne. Uomini che non riescono a sopportare l’onta dell’abbandono, uomini che non possono permettere che una donna metta loro i piedi in testa.

Ci sono uomini così. E non sono solo i 73 che hanno ucciso quest’anno. Diranno che sono pazzi, sono malati, sono degli animali. Nessuno di questi termini a mio avviso è dispregiativo, perché nessuna delle categorie citate ha l’abitudine di compiere questi crimini, di cui è pienamente capace l’essere umano ritenuto “normale”.

Vorrei provare a fare un percorso a ritroso per arrivare al nocciolo del problema.

Gli uomini che commettono violenza sulle donne, nella stragrande maggioranza dei casi sono normalissimi con vite normalissime. La società li accetta e li integra, non perché questi uomini siano bravi a dissimulare le loro “debolezze”, ma perché non sono considerate cose gravi. Il controllo, la gelosia, le frasi dette al bar del tipo «se mi fa le corna l’ammazzo» e giù grandi risate… In realtà la nostra società, con le sue 113 vittime, non dovrebbe proprio permettersi di ridere o sorridere, ma dovrebbe mettersi in allarme.

Il primo passo è renderci conto e ammettere che il problema riguarda tutti noi, uomini e donne. Non il rapporto tra uomo e donna, un rapporto malato dove non si conosce l’amore e il rispetto, ma l’essere umano uomo e l’essere umano donna. Dobbiamo distruggere una volta per tutte i ruoli sociali, che sono un abominio, e concentrarci sugli esseri umani. Non esiste un capo famiglia, un uomo che ha il compito di proteggere la famiglia, di portare i soldi a casa, di vegliare sulla moralità e la sacralità del focolare domestico. Ogni essere umano deve essere responsabile per se stesso e per i figli quando sono piccoli. Io vengo ancora percorsa da un brivido quando sento le donne dirsi realizzate e appagate nel matrimonio e nella famiglia. Non sono mai stata totalmente appagata in famiglia come figlia e non credo che potrei esserlo come moglie. E con questo non voglio dire che non ci si debba sposare o fare una famiglia, ma che la vita continua anche dopo! Dopo non c’è solo la vita di coppia o familiare, dopo ci sono ancora dei singoli esseri umani che non essendo stati fatti con lo stampino hanno per forza di cose, gusti, bisogni e desideri che non coincidono. Per quanto una coppia possa essere affiatata e una famiglia possa essere “mulino bianco” è sano e giusto che ognuno abbia i suoi spazi per prendersi cura di sé come essere umano, anche per non impazzire e per non sentirsi soffocare. Condividere è una scelta e non una costrizione.

Infine arriviamo ad analizzare il problema di fondo: la differenza di educazione dei maschi e delle femmine. Quando sono piccoli ai bambini è permesso quasi tutto, è tollerato quasi tutto perché i maschi sono più vivaci, sono più irruenti, più difficili da gestire e hanno maggiore bisogno di sfogarsi. Le bambine invece devono essere, brave, carine ed educate.

Tante mamme italiane hanno creato dei mostri, e nemmeno tanto in senso figurato. Hanno insegnato ai maschi a fare le cose dei maschi e alle femmine a fare le cose da femmine. E non era così 100 anni fa, è ancora così. Se così tanti uomini sono ancora convinti di potere o dovere controllare la vita delle loro donne, deciderne il destino, che il compito di uomo è proteggere la donna in quanto sesso debole, vuol dire che la nostra società e le loro famiglie hanno sbagliato a crescere questi figli.

Consideriamo lo stupro. Quante mamme di stupratori hanno dichiarato «Mio figlio è un bravo ragazzo». Forse tutte quelle a cui la cronaca ha dato risalto. Vogliamo inasprire le leggi per la violenza contro le donne? Cominciamo ad arrestare queste madri. Perché se ci sarà mai una speranza di recuperare e rieducare un uomo sarà lontano da madri e famiglie come queste.

Non ci dovrebbe essere differenza tra uomini e donne. Le donne oggi non vanno difese in quanto donne, non vanno tutelate come un animale in via d’estinzione. Le donne devono cominciare a essere concepite come esseri umani e basta. Non ci servono leggi speciali, decenni di carcere, nuovi reati, ci serve che la nostra vita sia considerata come quella degli uomini e non alle loro dipendenze. Ci serve che la società smetta di volerci solo madri di famiglia, un ruolo che ci sta troppo stretto e ci rende delle martiri pronte a sacrificare la propria vita per i figli. Vogliamo dire che non è giusto, che nessuna donna si dovrebbe sacrificare per nessuno, ma che soprattutto il sacrificio non deve essere un’imposizione della società. Abbiamo bisogno di libertà, che ogni nostra scelta o non scelta non ricada sotto un giudizio che suona come una sentenza. Non sbagliano solo gli uomini. Gli uomini uccidono perché sono stupidi, perché vengono viziati dalla società che li adula e promette loro che se nella vita saranno degli incapaci non c’è problema, perché saranno sempre i capi e signori di una donna, di una famiglia.

Ma siamo noi donne che partoriamo gli assassini e vorrei tanto che qualcuno in questa giornata mi insegnasse cosa si deve fare per non generare degli assassini seriali.

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Quest’anno è diverso. L’attesa è troppo pesante per lasciare spazio all’emozione. C’è un vuoto che rende difficile aspettarsi un campionato di lotte, di sfide, di sorprese. E c’è una paura mai provata veramente, mai sentita se non accompagnata dal brivido del sorpasso perfetto e preciso o azzardato e cattivo, per ogni curva dei primi giri. C’è la voglia di chiudere gli occhi per quei primi minuti, così difficili e pericolosi sui quali si gioca, alla fine, tutta la gara. Perché se non sei apposto con la moto o la tua moto non va come le altre, sono i primi giri quelli decisivi, quelli dove sono tutti vicini, le gomme sono fredde, dove non si deve perdere troppo tempo nei sorpassi, ma ci si deve buttare, per non lasciare scappare gli altri, e provare a fare la differenza con la personalità e la voglia di vincere. Non era così che avrei immaginato che potesse iniziare un nuovo motomondiale. Questo sarebbe stato l’anno del Sic, era così che lo immaginavo. Sarebbe stato il più forte di tutti, avrebbe fatto delle gare spettacolari e delle rimonte da “tutti in piedi sul divano”. Perché sulla carta c’era comunque chi era più forte: c’è Stoner che sembra uno di quei pupazzini a cui dai la carica e che lasci andare, e lui va, fino al traguardo. Niente sorpassi, niente bagarre, pochi decimi di secondo di differenza nei giri, sempre al massimo e sinceramente, per me, una noia mortale. C’è Lorenzo che è furbo, è un calcolatore. Marco è diverso, Marco è come Vale. Per me che non ci capisco quasi niente di meccanica e di cose tecniche, in comune hanno soprattutto il fatto di non voler star dietro e di provarci sempre. È per questo che ho iniziato a seguire il motomondiale. Per i sorpassi e per le staccate di Vale che toglievano il fiato, per il fatto di non accontentarsi mai, fino al gradino più alto del podio. E il Sic era così in gara, si buttava dentro che faceva paura, dietro non ci voleva stare perché se perdi tempo quelli lì non li riprendi più. Dicevano che faceva sorpassi pericolosi. Tutti i sorpassi sono pericolosi i primi anni in MotoGp, specie se una moto ufficiale ancora non ce l’hai. Si prendono più rischi perché non si conosce con precisione il limite. Non è cattiveria, è voglia di vincere, e se non ce l’hai è inutile che tu salga su quella moto. È stato un anno di inferno. I signorini della MotoGp si sono lamentati come mai era successo, anzi si sono coalizzati contro Marco, hanno cercato di isolarlo, di smontare il suo entusiasmo. Con la Ducati fuori dai giochi, avrebbero preferito una pista solo per loro 3 o 4, uno sport elegante, da signori. E invece a noi piaceva il cuore. E Marco ce lo metteva tutto e noi gli volevamo bene per questo. Non so spiegare bene che cos’ha per me il motociclismo in più degli altri sport. Non so perché è nata questa passione, ma sono quasi certa che se non ci fosse stato Vale, mai mi sarei svegliata alle 6:45 la domenica mattina per seguire una gara dall’altra parte del mondo. Mi ha sempre dato l’impressione di essere uno sport più spontaneo, con meno sovrastrutture e con un rapporto molto più diretto con i piloti in gara. Non tutti i piloti, perché gli italiani hanno una marcia in più. Quando Vale spiegava come era andata una gara i problemi che c’erano stati o che avevano risolto, io capivo. Ma soprattutto vedevo l’entusiasmo e la soddisfazione e sentivo di farne parte. Quando, appena sceso da una moto, un pilota dice “che bello, che gara”, sai che è il cuore che parla, non la testa alla classifica o al numero dei podi. È quel singolo momento, è il fatto che ami quello che fai. E Marco era così. Mi faceva tanto ridere perché aveva una sincerità disarmante, era autoironico, non si nascondeva dietro a niente, nemmeno nei momenti difficili. Quando cadeva perché spingeva troppo, ed è caduto tante volte, senza farsi mai un graffio. Si rialzava, andava da Paolo Beltramo e diceva “Dio bò mi dispiace, poteva essere una bella gara”. Con Valentino in difficoltà il tifo a ogni gara è stato tutto per lui. L’unico in grado di farti emozionare davvero, che si buttava in mezzo, cercando di lasciarsi alle spalle tutte le polemiche, l’unico che dopo la gara avrebbe comunicato senza nessun filtro, tutta la sua felicità o la sua delusione. Per questo gli eravamo vicini, perché ci rendeva partecipi, e ci faceva divertire, sempre, in moto o davanti a un microfono. Quest’anno avrebbe vinto lui, ne sono convinta. Aveva il cuore e le capacità per farlo, avrebbe imparato a “stare in piedi”, a calcolare il limite e a misurare i rischi. Sarebbero arrivate le moto mille di cilindrata, e finalmente la sua stazza non sarebbe più stata un problema. Avrebbe messo sotto pressione Stoner e Lorenzo, li avrebbe fatti impazzire, e io sarei impazzita di gioia a vederlo davanti a tutti. E avrebbe vinto anche quella gara, il 23 ottobre. Stava bene, ha fatto subito spettacolo, e poi la curva numero 11.

Avevo acceso il televisore verso le 7 di mattina, perché incredibilmente per le gare di Motegi, Philip Island e Sepang non ho mai imparato il giusto fuso orario e continuo a confondermi. Solo che era veramente troppo presto e mi sono riaddormentanta. Poi arriva la chiamata di mio padre “Stai vedendo? Simoncelli ha fatto un incidente è finito in mezzo alla pista, ha perso il casco”. Il casco? Come si fa a perdere il casco? Ho guardato lo schermo, la pista era vuota. Ma come sta? Sta bene? “Non hanno detto ancora niente”. Sono salita in pigiama in casa dei miei genitori. E lì ho visto le immagini. Mi è uscito un urlo, un po’ soffocato, ancora prima di riuscire a capire la dinamica dell’accaduto. La bagarre con Bautista, l’entusiasmo nella voce di Meda e di Reggiani, la scivolata, il tentativo di tenere su la moto perché, deve avere pensato, “oggi no, non posso cadere”, la moto che torna verso il centro della pista, l’impatto con Edwards e con Valentino. Il corpo di Marco, immobile, sulla pista con quel cesto di capelli inconfondibile e un braccio alzato. Ho pensato tante cose, ma che fosse morto non ci volevo credere. In telecronaca continuano a parlare di Franco Uncini, che dopo un brutto incidente simile a questo si è svegliato dal coma e si è ripreso, io invece penso all’incidente di Tomizawa a Misano. Ma voglio credere al miracolo di Uncini. Che il casco si possa staccare anche per motivi di sicurezza, che non significa niente. Poi le immagini del paddock. Capirossi che va da Vale e lui sembra spiegargli che se l’è ritrovato sotto alle gomme e che era impossibile evitarlo. Guarda lo schermo, ed è come se non riuscisse a sostenere l’immagine dell’impatto, scuote la testa con le labbra tirate, forse perché non vuole piangere. Se Vale fa così, penso, è finita. Non dicono ancora niente, se ci fosse un briciolo di speranza cercherebbero subito di tranquillizzare gli amici e la famiglia a casa, la mamma e la sorella Martina, quella che nel 2009 si mangiava le unghie e le mani mentre seguiva la bellissima sfida al Mugello sotto l’acqua tra Marco e Mattia Pasini. Perché non lo portano via con l’elicottero, che stanno aspettando? L’elicottero arriva e si ferma. E io lo so, so che stanno cercando di stabilizzarlo, che probabilmente è da quasi un’ora che gli stanno facendo il massaggio cardiaco cercando di fargli ripartire il cuore, ma aspetto che le pale di quell’elicottero si rimettano in moto, non può finire così, non Marco, lui si rialza sempre, lui non si rompe mai. “Non riescono a rianimarlo, vero?” Lo chiedo a mio padre perché lui segue le gare da tanto più di me, lui di incidenti ne ha visti. Siamo attaccati al televisore vediamo il papà Paolo, Pernat, i ragazzi del team, Paolo Beltramo che abbraccia Kate e che vuole stare davanti alla clinica mobile ma cercano di allontanarlo. Lui in questo momento non è lì come giornalista, lui è amico di Marco. Dicono che Marco ha un segno sul collo, gli sono passati sopra nell’unico punto del corpo che non può essere protetto. È passato troppo tempo, ormai la speranza ha mollato la presa, sappiamo tutti quello che stanno per dirci. Ancora Paolo Beltramo, che qualche secondo prima dell’annuncio ufficiale dice “Non so come dirlo, per me Marco è come un fratello, un nipote. È finita, Marco non c’è più”. Ricordo di aver preso a calci il divano e ho pianto, ho pianto tanto.

Non doveva andare così. Non dovrebbe succedere mai una cosa del genere, ma perdere il Sic… è difficile da spiegare. Ho ripensato tanto a quel giorno, forse perché volevo arrogarmi il diritto di soffrire. Si sa che è uno sport pericoloso, però è difficile razionalizzare e pensare che quel pericolo può portare alla morte dei piloti che segui e a cui ti sei affezionato. Il pericolo più grande che riuscivo a concepire era la rottura di una clavicola, o di tibia e perone. Non ho mai pensato, prima di una gara “ecco, oggi può morire qualcuno” e ora riuscirò a non pensarlo? Riuscirò a guardare le gare aspettando quei sorpassi che ti fanno trattenere il fiato? Io non sono una sportiva, è difficile per me accettare che “sono cose che capitano”, il mio tifo è per gran parte umano. Un’altra cosa a cui non penso mai è che la gran parte dei piloti ha poco più di 20 anni. Vederli là sopra li fa sembrare dei giganti, uomini maturi con esperienza e professionalità. Al funerale del Sic mi sono sembrati tutti dei bambini, impauriti e vulnerabili. Lorenzo e Dovizioso soprattutto. Il Dovi di scaramucce con Marco ne aveva avute tante, eppure lì davanti al papà di Marco mi sembrava così piccolo e così commosso. Paolo gli ha scompigliato i capelli, con un gesto d’affetto. Mi ha fatto un’immensa tenerezza.

Stasera alle 21 il si ricomincia dal Qatar, una pista che non mi piace particolarmente perché poco “guidata” e troppo vip. La Ducati di Valentino sta facendo ancora troppa fatica, ma la gara è un’altra cosa rispetto ai test o alle prove e io di Vale mi fido perché rivoglio le mie emozioni. Sembra impossibile che Marco non sia lì. Ieri la scivolata di Ben Spies durante le prove ufficiali ha fatto sobbalzare tutti. La moto che va via di lato e il braccio che rimane attaccato nel tentativo di tenerla su. Sia qui a casa mia che in televisione tutti hanno gridato “lasciala!”. Non era la gara, non c’era nessuno dietro… se Marco avesse lasciato quella moto…

In memoria: Ernst Lossa

febbraio 7, 2012

Ernst Lossa

Ernst Lossa nasce ad Augusta il 1° novembre del 1929. Proviene da una famiglia Jenische, zingari ibridi li chiamano, di costume nomade, con una forte tradizione artistica. I suoi genitori oggi si chiamerebbero madonnari, dipingono figure religiose di città in città, viaggiando nella Germania meridionale. Ma gli zingari sono zingari, oggi come ieri, in Germania come in Italia, durante il nazismo come nelle civilissime democrazie. Il governo della Baviera nel 1905 inserisce i Lossa nello zigeuner book, il libro degli zingari, e con la salita al potere di Hitler la vita per queste famiglie diventa drammatica. Ernest è il maggiore di tre figli. I suoi genitori sono costretti a enormi sacrifici per mantenere la famiglia: ogni possibilità di vivere onestamente viene sconvolta dagli ordini di polizia nazisti che li perseguitano in quanto zingari e venditori ambulanti. La nascita del quarto figlio, nel mese di giugno, aggrava la situazione. Le autorità intervengono per spezzare la famiglia, togliendo ai genitori la patria potestà. Ernst ha 4 anni. La madre è già gravemente malata e di lì a poco morirà di tubercolosi. Il padre viene internato a Dachau e morirà nel campo di concentramento di Flossenburg. Ernst e le due sorelle vengono mandati nell’orfanotrofio di Augusta, sono etichettati come figli di zingari, quindi predisposti a turbe psichiche, e non si nutre la minima speranza di educare i bambini come buoni cittadini tedeschi produttivi e di domare la loro indole vivace e ribelle. Ernst però è un bambino dalle mille risorse, con un forte senso dell’adattamento e inizia a rifugiarsi in un mondo tutto suo fatto di sogni e di immaginazione. Per far fronte alle ingiustizie subite quotidianamente impara a mentire e a rubacchiare ciò di cui ha bisogno per sopravvivere, per giocare e per mantenere vivo il suo piccolo mondo di fantasia.

Nel 1940 le suore perdono la pazienza e la pietà che il loro abito imporrebbe. A soli 10 anni Lossa viene mandato in riformatorio: «Si tratta senza dubbio di uno psicopatico. È di buon cuore ma privo di volontà, instabile. Mentalmente quasi normodotato, ma impulsivo. Non potrà più migliorare in modo sostanziale». A 13 anni viene sottoposto alla perizia di un medico del Kaiser Wilhelm Institute di Antropologia, Ereditarietà umana ed Eugenetica: «Possiede capacità medie, non si lava ed è disordinato, gli manca quasi totalmente il senso dell’igiene sia per quanto riguarda il corpo sia per gli abiti; la sua ossessione a rubare sembra patologica, porta via, senza riflettere e senza un motivo, tutto quello che vede. Sue caratteristiche tipiche sono la chiusura e la falsità. In un interrogatorio sono stati osservati soprattutto il suo portamento non eretto e il suo sguardo sempre in agguato. A lui non manca la buona volontà. Dopo ogni guaio lui promette di migliorare, ma la sua buona volontà è troppo debole nei confronti della forza delle sue inclinazioni negative. Tramite il racconto di cose oscene, mette in pericolo i ragazzi del suo gruppo. Il lavoro manuale riesce a svolgerlo bene solo se viene osservato, appena ci si gira abbandona il lavoro ed inizia a fare delle scemenze. Questo giovane senza controllo è un pericolo per tutti e per questo deve essere rinchiuso. Non è possibile sopportarlo in un normale istituto, perché tutto l’ordinato lavoro di educazione di un intero gruppo soffre della presenza di un ragazzo anormale e asociale, per il quale non ci sono possibilità di un successo educativo». Il 20 aprile 1942 Lossa viene trasferito nel reparto pediatrico del Kaufbeuren Institute. Nella cartella clinica, così come nella diagnosi, non sono riportate le informazioni biografiche e manca totalmente l’anamnesi.

Valentin Faltlhauser era il direttore della clinica. In passato era stato uno psichiatra progressista. Kaufbeuren, insieme ad Hadamar, Grafeneck, Brandenburg e Hartheim ed altri, era un ospedale psichiatrico in cui si praticava l’eutanasia secondo il progetto di Aktion T4. Il progetto non era una delle tante assurdità del nazismo, ma al contrario era il risultato delle più avanzate ricerche in campo medico-scientifico ed economico. Non era attuato da quei nazisti pazzi e sanguinari che vediamo nei film il Giorno della Memoria, ma da medici, psichiatri, luminari che seguivano un ragionamento drammaticamente logico, rivolto soprattutto ai propri cittadini: migliorare la nazione tedesca e da lì il genere umano eliminando “chi rallenta la marcia”, chi è portatore di malattie ereditarie, soprattutto mentali, handicap per cui non esiste cura. Queste persone risultavano a carico dello Stato senza essere produttive, senza dare alcun contributo alla crescita e al miglioramento del Paese. Sacrificare pochi esseri imperfetti per il bene di tutti. Se vi sembra un ragionamento già sentito, da qualche politico o da qualche uomo comune, preoccupatevi pure perché è proprio così. I principi dell’eugenetica, che avevano già portato alla sterilizzazione di “malati” in tutto il mondo nei primi decenni del Novecento, con l’America a fare da apripista, si erano evoluti in esperimenti su cavie umane e inconsapevoli e in eutanasia. Nel 1941 il programma ufficiale di eutanasia (quella che si faceva nelle camere a gas e nei forni crematori) venne sospeso, ma al suo posto si iniziò a svolgere l’eutanasia selvaggia. In un modo o nell’altro queste persone dovevano morire. Faltlhauser negli anni Venti e Trenta aveva creato degli ambulatori esemplari e si era dichiarato contrario all’eutanasia, ma vedendo i risultati di Aktion T4 e come questa avesse diminuito le spese dello Stato, decise di darsi da fare. Inventò così la Dieta E: tutti quei pazienti che prima sarebbero stati sottoposti al “trattamento” dell’eutanasia, venivano alimentati con una dieta «assolutamente povera di grassi». Entro 3 mesi i pazienti morivano di edema da fame. La mortalità negli ospedali psichiatrici aumentò esponenzialmente fino alla fine della guerra e anche dopo, almeno fino al 1947.

Ernst Lossa viene internato proprio a Kaufbeuren e sottoposto alla Dieta E. Ma Lossa è un bambino speciale. Viene trasferito ancora alla filiale di Irsee, il braccio della morte di Kaufbeuren. Qui si resiste 3 settimane al massimo: se non muori di fame ti fanno un’iniezione letale di barbiturici o morfina. Ma la sua voglia di vivere è talmente forte che Lossa resiste un anno e mezzo, aggrappato alla vita con le unghie e con i denti come solo un bambino può fare in una situazione tanto orribile e ingiusta. Dai rapporti della cartella clinica:

10.06.1943: «È un ragazzo vivace, scaltro, pieno di piccole malvagità e cattiverie, se si cerca di prendere il sopravvento su di lui è arrogante e monello. È incline alla scontentezza ed alla ribellione. Ha bisogno di un trattamento energico, ritiene la bontà debolezza.»

25.7.1943: «Facilmente irritabile, collabora con gli infermieri svolgendo piccole commissioni ma non in modo costante. A volte è vivace, altre irritato e scontroso, ha un’essenza irrequieta, ruba tutto quello che vede, spia le piccole debolezze che lo circondano, difficile da trattare.»

9.12.1943: «I1 tentativo intrapreso poco tempo fa di farlo lavorare fallisce. L. rubava tutto quello che poteva, particolarmente le chiavi; riuscito ad entrare nella dispensa delle mele le ha spartite con gli altri pazienti. Bugiardo, ladresco, brutale. Per la sua evidente tendenza antisociale non può più essere inserito nel gruppo di lavoro della casa.»

9.8.1944: «È fallito un nuovo tentativo di lavoro. L. ha iniziato a rubare, si nascondeva, creava difficoltà, fa delle scemenze.»

 Secondo le testimonianze di ex dipendenti della struttura sanitaria Lossa si era reso conto delle uccisioni mirate nell’istituto e probabilmente fu proprio questo che spinse il direttore amministrativo Joseph Frick e Valentin Faltlhauser ad accelerare la morte di Lossa. Lossa sapeva che sarebbe morto presto, aveva capito tutto. Quel pomeriggio lasciò a un infermiere una sua foto con scritto in memoria. «Spero di morire quando sei di turno tu, così mi metti bene nella bara».

9.8.1944: «Exitus: eutanatizzato». Lossa viene ucciso da un’infermiera di nome Pauline Kneissler con un’iniezione di morfina-scopolamina. A lui avevano detto che era un vaccino contro il tifo. Non facciamoci ingannare dal nome dolce di “buona morte”, l’eutanasia praticata in questi ospedali di dolce non aveva proprio niente, ma si avvicinava molto di più alla tortura. I pazienti, molto spesso bambini, a cui veniva fatta l’iniezione impiegavano dalle 3 ore a diversi giorni, come nel caso di Lossa, per morire. L’infermiera Kneissler era stata chiamata in quanto specializzata nell’attuazione dell’eutanasia. «Mi era chiaro che l’unico scopo era quello di uccidere i soprannominati pazienti. Ricevevo il compito di svolgere l’eutanasia dal direttore durante la visita o dall’ufficio dell’ispettore dell’amministrazione». Pauline Kneissler, andata a processo per aver eutanatizzato 250 bambini, ha verbalizzato più volte che la morte inferta per pietà è quella forma di morte che si concede anche a qualunque animale. Valentin Faltlhauser, come motivazione, ha nominato in primo luogo la compassione per giustificare la sua partecipazione. Nel suo processo penale egli affermava: «In ogni caso ho agito non con l’intenzione di compiere un delitto, ma al contrario permeato dalla consapevolezza di agire in modo misericordioso verso questi esseri infelici, con l’intenzione di liberarli dalla loro sofferenza per la quale oggi non esiste salvezza con i mezzi a noi conosciuti e non esiste sollievo, quindi con la consapevolezza di agire come medico autentico e cosciente

Consiglio la visione di Ausmerzen, spettacolo di Marco Paolini andato in onda in diretta su La7 il 27.01.2011.

Non siamo innocenti

dicembre 15, 2011

razzismo-fascista

Torino, 11 dicembre – Il campo rom nell’area della Continassa di Torino viene bruciato da alcune persone che partecipavano alla manifestazione di protesta per lo stupro, da parte di due zingari, di una ragazza di 16 anni. Lo stupro si è scoperto poi essere una tragica bugia. Il gip di Torino, Silvia Salvadori, ha convalidato gli arresti di Guido Di Vito, 59 anni, e Luca Oliva, 20 anni, in carcere da sabato scorso con l’accusa di aver partecipato al raid incendiario contro il campo rom abusivo. Sono stati inoltre trasmessi alla procura dei minori gli atti del procedimento contro la sedicenne che, per paura di confessare di aver perso la verginità, aveva raccontato di essere stata violentata mercoledì pomeriggio: gli inquirenti stanno decidendo se procedere o meno con l’accusa di simulazione di reato.

Firenze, 13 dicembre – Gianluca Casseri, cinquantenne di origini pistoiesi, militante di estrema destra e frequentatore di CasaPound, arriva al mercato di piazza Dalmazia impugnando una Smith & Wesson calibro 357 magnum e spara a Samb Modou, 40 anni, senegalese e a Diop Mor, 54 anni, stessa nazionalità, uccidendoli sul colpo. Riparte poi alla caccia di altri immigrati, dirigendosi questa volta al mercato di San Lorenzo, dove comincia a sparare tra la folla. Alla fine i feriti saranno 3: Sougou Mor, 32 anni, colpito al torace, Mbenghe Cheike, 42 anni e Moustapha Dieng, 37 anni, colpito alla colonna vertebrale.

 Non chiamiamoli giorni di ordinaria follia perché qui di folle non c’è niente. C’è il razzismo, c’è la violenza. E non mettiamo le mani avanti dissociandoci da quello che sta succedendo come se non ci appartenesse. Perché è anche colpa nostra, di tutti noi. Non difendiamo le nostre città, il nostro Paese, le nostre famiglie, ma facciamoci un esame di coscienza, se veramente ci importa qualcosa. E parliamo di questo. Affrontiamolo a viso aperto il problema, senza sviare l’attenzione con argomenti da salotto televisivo. A Torino sembra che la tragedia sia la ragazzina imbecille che ha perso la verginità. Se proprio dobbiamo individuare un problema collaterale andiamo a vedere la famiglia di questa giovane imbecille, perché se a 16 anni è così idiota la colpa è sicuramente dei genitori. Non voglio entrare nel merito della religione, della promessa strappata di arrivare vergine al matrimonio, dell’innato senso di colpa su cui si fonda il cattolicesimo e che questi genitori devono avere inevitabilmente fomentato. Quello che mi lascia perplessa e demoralizzata è la totale indifferenza per ciò che è giusto o sbagliato. Invece di sprecare tempo ad insegnare l’importanza di rimanere illibate per non dispiacere a dio, avrebbero potuto insegnarle cos’è l’istigazione alla violenza e quali conseguenze ha… facile dare la colpa a chi non si può difendere, perché considerato, senza appello, fonte principale dei mali della società. E poi ci sono i giustizieri della notte, vigliacchi bastardi, che avrebbero potuto, e probabilmente voluto, fare una strage. Hanno bruciato le case dei rom e tutto quello che avevano. Ma per l’opinione pubblica non è così grave perché non percepisce quel campo come la “casa di qualcuno”, ma come un insieme di baracche. Non può essere tanto grave dare fuoco ad un mucchio di stracci e materassi sgangherati.

 Ci sentiamo tanto diversi da questi pazzi, ma non siamo diversi per niente. Siamo violenti ogni giorno quando al bar o sull’autobus ci escono fuori parole immonde di cui nemmeno ci rendiamo conto. Gli extracomunitari che prima ci rubavano il lavoro, ora, anche se puliscono e guardano gli anziani di cui non ci vogliamo più occupare, ci rubano le case popolari e i contributi di solidarietà. In modo inconcepibile riusciamo a provare invidia e rabbia verso chi sta peggio di noi. Invece di incazzarci con chi ruba, non i 20 euro dal portafoglio, ma i milioni di euro. Con chi si compra le barche e i macchinoni grazie all’evasione fiscale, con chi truffa gli investitori come Don Callisto, con chi non regolarizza i dipendenti per non pagare le tasse e i contributi, con chi non viene mai punito perché magicamente sa sempre il giorno in cui la finanza andrà a fare i controlli, ce la prendiamo con chi ogni giorno cerca di sopravvivere come può. Questa è l’Italia. Quello che percepiamo come problema o disagio sono  principalmente gli stranieri. Non tolleriamo niente di quello che fanno. Ci infastidiscono perché spacciano, perché si ubriacano, perché ascoltano la musica ad alto volume, perché cucinano troppo speziato, perché vivono in troppi in minuscoli appartamenti, perché i loro bambini piangono troppo forte, perché sporcano le strade, perché ci puliscono i vetri delle auto, perché ci chiedono gli spiccioli… Come se niente di tutto questo appartenesse anche agli italiani, ai francesi, ai tedeschi, agli olandesi, agli americani, agli spagnoli… Vediamo quello che fanno alcuni e, per estensione, è colpa di tutti, del loro paese di origine, della loro religione.

Ieri gli ambulanti del mercato di San Lorenzo a Firenze hanno tenuto chiuse le loro bancarelle in segno di lutto per quello che è successo martedì. Voglio credere alle loro buone intenzioni, voglio credere che siano veramente e sinceramente dispiaciuti. Ma qualche anno fa le proteste di chi viveva e lavorava nel quartiere sono state molto pesanti. Ci sono state manifestazioni al grido di “tornatevene a casa vostra”. Io ho fatto molte interviste per il mercatino e alcuni commenti erano veramente imbarazzanti. Si parlava di degrado, di quartiere in mano agli immigrati, a cui, evidentemente, qualche ricco fiorentino aveva affittato negozi e appartamenti. Ma nessuno si poneva il problema che qualche illustre concittadino guadagnasse, e anche tanto, su quegli affitti. Il pensiero comune era che lì non ci dovevano stare e che il comune, in un modo o nell’altro, doveva mandarli via non importava dove e a quali condizioni. La presenza degli stranieri per loro era indice di mancata sicurezza. Bisognava impedirgli di arrivare nel nostro Paese e non avevano nessun pudore a dirlo, persino a me, che avevo un microfono e registravo tutto. Oggi esprimono solidarietà. Magari si sono accorti a cosa può portare quell’odio che anche loro provavano. Magari, feriti e stesi a terra, non hanno potuto non riconoscerli come esseri umani. Magari non sanno perché provano dispiacere, ma si fermano per rispetto e per pensare.

E io spero tanto che la gente pensi in questi giorni. Che pensi che il male non viene da fuori, ma ce lo portiamo noi dentro, con le nostre parole cariche di violenza e di disprezzo verso tutti. Quando diciamo che non ci importa niente dei carcerati ammassati come le bestie dentro le celle, tanto sono assassini, quando vorremmo ammazzare i vicini che fanno casino, quando vorremmo picchiare i tifosi della squadra avversaria o chi non ci dà la precedenza in strada. Quando imprechiamo e mandiamo gli accidenti, quando litighiamo sputando odio e ci giustifichiamo dicendo che non pensavamo quello che c’è uscito dalla bocca. Forse non lo abbiamo elaborato coscientemente e forse il filtro inibitore nel nostro cervello ha aperto il rubinetto, ma quelle cose erano comunque dentro di noi e non dentro qualcun altro. Sono nostre, ci appartengono. Pensiamo all’uso che facciamo delle parole. E se non riusciamo a cambiare il modo di pensare, proviamo intanto ad usare bene le parole. Proviamo a non sottovalutarle. E smettiamola di pensare di risolvere le situazioni allontanandole dai nostri occhi. 5 corpi erano stesi per le strade di Firenze, ora che li abbiamo visti non possiamo continuare a ripeterci che non siamo un Paese razzista. Perché quel fascista sarà stato pure un solitario, ma di sicuro avrà parlato con qualcuno (tanti a CasaPound) che la pensava come lui. E qualcuno magari avrà sorriso delle sue intenzioni, avrà condiviso il suo odio. E penso a quell’ambulante di piazza Dalmazia, con cui Casseri aveva scambiato qualche parola prima di dire “ora a questi ci penso io” e andare a prendere la pistola. La mia sensazione è che l’ambulante abbia intavolato una conversazione di quelle che tutti i giorni si sentono al bar o sugli autobus sugli extracomunitari. Una stupida conversazione razzista, ma di senso comune del tipo “non se ne può più”…. Chi poteva immaginare che portasse a questo?

 C’è dentro di noi e nelle nostre città un razzismo quotidiano, che prende spunto da quei fastidi comuni che facilmente imputiamo agli stranieri, ai diversi. Abbiamo il coraggio di ripeterci che siamo troppo buoni e che gli immigrati se ne approfittano! Ne parliamo come se niente fosse, perché è socialmente accettato generalizzare. Ne parliamo e intanto l’intolleranza e il clima di tensione comincia piano piano a salire. Ne parliamo e qualcuno prova sempre più fastidio per gli atteggiamenti di alcuni stranieri e comincia a parlarne con più enfasi al bar o sull’autobus. Ne parliamo e ci sentiamo dare ragione e raccontare altri episodi “che schifo”. Ne parliamo e qualcuno comincia a pensare che aveva ragione quel politico che voleva sparare ai barconi degli immigrati e quasi quasi alle prossime elezioni lo vota. Ne parliamo e intanto una realtà alternativa si è ormai instaurata: noi e loro, loro tolgono qualcosa a noi. Dalle parole, che si insinuano ogni giorno nella nostra coscienza e nel nostro cervello atrofizzato, la società si sveglia come ci svegliamo noi oggi. Razzisti e violenti.

Siamo ancora convinti di essere innocenti?

“Anche se avete chiuso le vostre porte sul nostro muso

la notte che le pantere ci mordevano il sedere,

lasciandoci in buona fede massacrare sui marciapiedi,

anche se ora ve ne fregate, voi quella notte, voi c’eravate.

Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”.

F. De André

La canzone del maggio

ATTENZIONE: il presente post potrebbe contenere un linguaggio non adatto a minori, perbenisti, bigotti e persone inspiegabilmente in pace con il mondo che non comprendono i motivi delle incaz… ops arrabbiature degli altri. Pertanto se ne sconsiglia la lettura alle suddette categorie.

Porca puttana! È un po’ di tempo che evito le trasmissioni di approfondimento perché non sopporto i commenti facili del tipo “i giovani non hanno futuro”. Non ne posso più che si continuino a ripetere cose che tutti noi comuni mortali, che viviamo nel mondo reale, sappiamo benissimo, solo per rivolgersi, evidentemente, a quei privilegiati che non hanno idea nemmeno di quanto costi un litro di latte o una cavolo di camera in affitto. E ce l’ho con tutti: con la destra che mi fa schifo e con la sinistra che continua ad andare dietro ai temi che detta la destra. «Il governo non parla dei problemi degli italiani: la disoccupazione, le fabbriche che chiudono, i giovani poveri sfortunati ecc…». Ma la sinistra con chi sta parlando? Con noi o con il governo? Perché se parla con noi mi sembra idiota e alquanto irritante che continui a ripeterci tutta quelle serie di sfighe che conosciamo benissimo e sarebbe l’ora che ci dicesse come si esce da questa situazione del cavolo. Se invece sta parlando solo con il governo, fregandosene di dare risposta alle nostre perplessità e paure, vaffanculo! E pure i grillini hanno rotto perché è una ripetizione alla terza di cose risapute, con un’aggiunta di qualunquismo e di ignoranza, perché tra le battute e gli spettacoli di satira c’è il mondo vero che va cambiato, tutto, e cambiarlo è difficile e faticoso. Non si cambia facendo ridere perché i tempi dello spettacolo e quelli della realtà sono ben diversi.

E questa era la premessa…

Stasera io volevo andare a mangiare un bel gelatino al festival del gelato e invece, porca miseria, mi hanno dato buca e mi sono trovata a guardare Anno Zero. Un dialogo tra sordi. Non si dice niente, non serve a niente parlare in questo modo, solo a far morire dentro chi vive questa situazione. Hanno intervistato un lavoratore della Fincantieri di Castellammare, che sta chiudendo. Ha detto che la sua più grande preoccupazione, nel perdere il lavoro, è l’esempio che darà ai suoi figli di 17 e 19 anni. Ai loro occhi, lui che si è fatto il culo, che ha sempre lavorato duro e onestamente, sarà un fallito, perché non sarà più in grado di provvedere alla famiglia. Ed ha paura che loro possano fare qualcosa di stupido, di illegale e soprattutto di pericoloso, per portare i soldi a casa, qualcosa che comprometterà irrimediabilmente il loro futuro e la loro vita. Mi sono sentita morire… perché non si può riempirsi la bocca di come sia ovvio e logico essere contro tutte le mafie, quando si toglie il lavoro in zone come la Campania, cancellando di fatto la libertà di scelta di chi ci vive.

Passiamo ai giovani. Secondo le statistiche solo 1 giovane su 4, tra i 16 e i 24 anni ha un lavoro in Italia. Ma che cazzo di statistica è? A parte il fatto che io, a 29 anni, per la statistica, sono vecchia, senza speranza e fallita. Ma mi sforzerò di non essere così egoista, da pensare solo alla mia situazione personale. A 16 anni è bene che gli adolescenti (così ci si chiama a quell’età) siano a scuola, finiscano le superiori e non abbiano la preoccupazione di portare i soldi a casa o mettere su famiglia (per carità di dio). Ma poi, che lavoro si può fare a 16 anni? Per la maggior parte dei lavori è necessaria la maggiore età, in pochi si prendono la responsabilità di assumere un minorenne, e ci sono anche ragioni di sicurezza. Sicuramente ci sono situazioni economiche che richiedono che anche i minori lavorino, ma a parte il fatto che personalmente non lo trovo uno strumento educativo, ma semmai una necessità, spero che siano situazioni eccezionali e non la normalità. Perché, a parte i casi in cui i ragazzi anche a 16 anni hanno una grande maturità e senso di responsabilità, credo che il tempo di un sedicenne potrebbe essere impiegato in centomila attività più belle e proficue per la sua crescita, che cominciare a sgobbare a servizio di qualcuno.

Augurandoci che tutti i giovani arrivino almeno al diploma, non per il titolo in sé ma per l’importanza cruciale che ha nella vita di ognuno l’istruzione e l’esperienza scolastica come palestra di vita, circa il 50% dei ragazzi dopo la scuola superiore si iscrive all’Università. A 24 anni, se uno è stato particolarmente bravo e diligente, ha appena finito un corso di studi 3+2, nemmeno il tempo di cominciare a cercare lavoro che è già fuori dalla statistica, già senza speranza per il futuro. Questa statistica andrebbe riposizionata per il caso italiano almeno tra i 18 e i 30 anni (e io sarei comunque vicino al punto di non ritorno!). Probabilmente è stata scopiazzata da qualche altro studio europeo non considerando che l’Italia ha caratteristiche strutturali diverse dagli altri stati. Innanzi tutto la scuola primaria e secondaria da noi dura di più e non assomiglia lontanamente a quella che vediamo nei telefilm americani. Si esce dalle superiori a 19 anni e l’università, diciamolo, in Italia è più impegnativa. Non a caso i laureati che sono costretti ad emigrare all’estero sono tra i più preparati al mondo. Probabilmente la mia visone è parziale, perché non ho una conoscenza approfondita di tutte le università italiane, ma la mia esperienza, avvalorata da diverse testimonianze, mi fa propendere per il fatto che la maggior parte dei nostri esami sono molto più difficili, senza entrare nel merito se questo sia giusto/utile o meno.

Altra osservazione interessante è quella che vedrebbe tutti i giovani universitari come mantenuti che non hanno voglia di lavorare. Manteniamo la calma… Ci sono tantissimi studenti che con un sacco di sacrifici studiano e lavorano, nella maggior parte dei casi in nero, ed è per questo che non rientrano in quelle belle e utili statistiche. Si fanno un gran culo, prendono una miseria e danno pure gli esami, come se anche questo non fosse un lavoro! In più, ci sono i tirocini formativi obbligatori, non retribuiti, che sono un lavoro a tutti gli effetti per quanto riguarda l’impegno e l’impiego di tempo. Ogni anno circa 20.000 ragazzi tra i 18 e i 28 anni svolgono servizio civile nazionale (a cui negli ultimi anni sono aumentate le ore per la stessa cifra di rimborso spese… fico no?). Senza contare tutti quelli che fanno volontariato autonomamente. Ma siamo comunque dei fancazzisti. Si perché il lavoro nobilita l’uomo, ed è proprio piacevole sentirselo dire da chi guada 10.000 euro al mese.

Continuando con i giovani, sempre dal dibattito della trasmissione, emerge che la ragione di questa statistica, ovviamente per il governo, è che i giovani sono un po’ snob e non si accontentano più di fare lavori manuali più umili, per i quali vengono invece assunti gli stranieri. Qui c’è un grosso problema. Come prima cosa c’è da considerare il fatto che per molti di questi lavori gli stipendi sono da fame e il livello di sfruttamento sempre più alto. Poi vediamo che chiudono anche le fabbriche dove non credo si faccia filosofia, le piccole aziende falliscono e quindi imparare un “mestiere” non è comunque un’assicurazione per il futuro. Ma poi, secondo voi teste di cazzo, io mi sono fatta il culo tutti questi anni a studiare, ho fatto spendere un sacco di soldi ai miei genitori che si auguravamo per me un lavoro migliore del loro, mi sono laureata con 110 e lode, mi sono data da fare per migliorarmi dal punto di vista culturale e personale per andare a fare cosa? Le pulizie? Servire ai tavoli? Il mio desiderio di rifiutare questi lavori non viene dalla mia puzza sotto il naso, ma dall’impegno che ho messo in questi anni per fare quello che andava fatto, dai sacrifici miei e di tutta la mia famiglia. Da quell’insensata convinzione che forse, a questa società , potrei dare di più, potrei fare la mia parte in ciò che so fare meglio. Ho pagato migliaia di euro di tasse universitarie per l’opportunità di un lavoro diverso e visto che lo Stato i miei soldi se li è presi, ora il lavoro per cui ho studiato me lo merito. Lo Stato mi deve quanto meno una tutela e senza ombra di dubbio mi deve RISPETTO. E basta con le prese per il culo. Basta dare la colpa a noi. Perché io la cameriera l’ho fatta e non avevo bisogno della laurea. Ho fatto, e continuo a fare, le promozioni tutto il giorno in piedi con un sorriso idiota in faccia. Ho fatto, e continuo a fare, la hostess, accettando senza fiatare che le persone mi considerino solo una presenza vuota, buona solo a stare in piedi in tailleur e tacchi. Ho accettato i rimproveri perché le persone, che si ritenevano importanti, si lamentavano di non essere state riconosciute e riverite all’istante, mentre loro nemmeno si degnavano di salutare. Sarei voluta sprofondare tutte le volte che incontravo qualcuno che conoscevo, colleghi giornalisti o vecchi compagni di università, perché mi vergognavo di me stessa. Non del lavoro che stavo facendo, ma del mio fallimento. Della mia incapacità di continuare nel lavoro che volevo fare, dell’inutilità di tutti i miei 30 che in fondo non mi avevano dato niente.

Stavo per accettare un lavoro truffa che mi avrebbe fatto andare 9 ore al giorno porta a porta, su e giù per le case di tutti i quartieri e dove mi avrebbero pagato solo in base alle vendite, solo per non sentirmi una che non voleva fare niente e che non valeva niente. Poi sono tornata a casa e ho pianto. Ho pianto perché ero stanca, perché mi facevano male le gambe, perché mi sentivo frustrata e umiliata, perché quel giorno di prova massacrante non me lo avrebbe ridato (né rimborsato) nessuno, perché avrei preferito lavorare in fabbrica piuttosto che truffare le persone con ambigui contratti Enel (non so se erano truffe, ma da come erano incazzate alcune persone che si erano trovate bollette spropositate, penso di si). Perché gli altri venditori parlavano come se qualcuno avesse inculcato nel loro cervello parole a caso di statistica, filosofie di vendita senza la minima morale o rispetto per le persone,  e tutto questo era molto triste.

Sono questi i lavori che nobilitano l’uomo? È sulla fatica e sulla sofferenza che si basa la nobiltà e il valore di una persona? Vogliamo veramente parlare di quanto siano soddisfacenti e pieni di gratificazione i lavori “manuali”? Bene, chiedamolo alle famiglie di quei 246 morti per infortuni sul lavoro solamente quest’anno (490 se si aggiungono i lavoratori deceduti sulle strade ed in itinere). Il 25,7% in più rispetto all’anno scorso.  E che lavoro facevano queste vittime “bianche”? I medici? Gli architetti? I politici? Il 30,2% lavorava nell’edilizia, il 28% nell’agricoltura, il 10,8% nell’industria, il 7,7% negli autotrasporti. Scommetto che la loro nobiltà se la sono proprio goduta. Cercano di farci sentire in colpa anche per quei sogni e per quelle speranze che avevamo, come se non fossimo riconoscenti nei confronti di chi si spezza la schiena ogni giorno.

Ora basta, non continuatemi a ripetere che non ho futuro, che non avrò mai la possibilità di avere figli, perché sarei licenziata o comunque non potrei garantire loro una vita dignitosa, che non avrò mai una casa né una pensione. Non continuatemi a dire che continuerò per sempre a sentirmi un peso per i miei genitori. Voglio sapere che cosa dobbiamo fare per cambiare le cose. E voglio smettere di sentirmi a tratti vittima, a tratti un’incapace.

Giada