Istinto e Razionalità

agosto 22, 2014

amore_psiche

Ho sognato una me che non ero io.
Non so dire se fosse come dovrei essere, so per certo che era una parte di me, era una me.
Era l’istinto, il sentimento, priva di qualunque razionalità. Era il mio istinto.
L’ho sognata pochi istanti prima di svegliarmi, in una specie di dormiveglia. C’era una piccola percentuale di coscienza in quel sogno e questo ha permesso il mio sdoppiamento: io (razionale) osservavo la me istinto.
Ho scoperto che l’istinto non ha a che fare solo con pulsioni sessuali, aggressive e antisociali. Chissà perché ero convinta che fosse qualcosa da reprimere. Ora ho capito il vero motivo per cui ho sempre cercato di reprimerlo.
Il mio istinto, o meglio, la mia rappresentazione “umana” dell’istinto, è ingenua, di una ingenuità disarmante e commovente. Appena mi sono svegliata ho sentito la voglia irrefrenabile di piangere. Man mano che ricostruivo il sogno, che riaffioravano le immagini e le parole, mi si riempivano gli occhi di lacrime. Un pianto involontario, senza smorfie di dolore, solo lacrime, tante lacrime. Non so quale delle me stesse realmente piangendo. Potrebbe essere stata Istinto, che una volta sveglia si è sentita intrappolata nel mio corpo e nella mia razionalità. Potrebbe essere stata Razionalità che dopo aver conosciuto Istinto in sogno si è commossa, si è sentita in colpa per averla imprigionata e per non averle concesso la possibilità di vivere. O forse il senso di colpa di Razionalità poteva nascere anche dalla consapevolezza di non aver dato a Istinto la vita che si sarebbe meritata e di averla resa infelice.
Istinto non sa che la sua vita è infelice. È come una bambina, è come una farfalla che sbatte contro un vetro. Istinto desidera una cosa e non riesce a concepire come quella cosa possa non trasformarsi in realtà. Pensa che la Volontà debba essere il mondo intero. Pensa che il suo volere andare al di là della finestra, farà sparire automaticamente il vetro. Istinto non ha memoria, non impara dall’esperienza, per questo la sua ingenuità e la sua volontà rimangono candide e immutate.
Razionalità ha pensato che fosse tutto molto triste, e che Istinto non sappia veramente, non abbia la piena consapevolezza di quanto la vita possa essere crudele.
Forse hanno pianto tutte e due stamattina.

Un sogno in cui si sono condensate immagini e pensieri di questi ultimi giorni. Per Razionalità si è trattato di un sogno vagamente angosciante. Una valigia che rimane nel portabagagli di un autobus, dimenticata. Il percorso per recuperare la valigia. Senza la valigia provo un certo senso di inadeguatezza. Sono inadeguata. Tutti intorno a me sono tranquilli mentre io sbatto dappertutto, sono agitata e questa differenza tra me e gli altri mi fa sentire ridicola. C’è una persona di fronte alla quale non vorrei apparire ridicola, la sua presenza mi tranquillizza, ma non è la sua presenza, è quello spazio tra me e lui.

Prima immagine: io seduta a gambe incrociate, lui con la testa sulle mie gambe, io che lo bacio chinandomi sulle sue labbra. Un bacio, due baci, tre baci. Istinto non vuole lasciare quello spazio. Istinto sta bene lì e ora, non dà significato a nulla, non sa che cosa sia un significato. Non concepisce passato né futuro, rimpianti o conseguenze. Conosce il piacere, il presente, sta bene, questo è tutto (o niente).
Istinto però si ricorda di avere ascoltato delle parole su quello spazio. Non sa cosa volessero dire, non ne capisce il significato, però si ricorda che per questa persona lei non dovrebbe stare in questo spazio da sola con lui. Non sa il perché, non gli interessa, non se lo chiede. Le basta che quelle parole esprimano una Volontà. Volontà è verità per lei. Si fida. Il suo mondo si regola così, semplicemente, senza pensieri. Istinto lascia quello spazio alla persona che lo richiedeva. Rinuncia al suo piacere e si scusa.
Continua il percorso per ritrovare la valigia. Ci sono treni, sentieri nel bosco, mi perdo, mi ritrovo, incontro persone, le perdo, le ritrovo.

Seconda immagine: un sentiero, Istinto, lui e un’altra ragazza. Loro due sono gli adulti, Istinto la bambina. La ragazza c’è e non c’è. È una figura priva di consistenza perché incapace di suscitare piacere. Non crea uno spazio di relazione nell’incontro con Istinto. È una figura vuota. Per Istinto non esiste nemmeno, tanto è inutile una figura così nel mondo che concepisce. Camminano insieme, Istinto e lui. Si ricrea lo spazio, incontro, relazione, piacere. Istinto gli prende la mano. Lui la tiene per mano. Istinto si ricorda le parole. Non sa se lui prova o no piacere. Se non lo provasse gli lascerebbe la mano? Solo così Istinto potrebbe capire. Però ci sono le parole, quelle parole.
Prima di lasciare il suo piacere Istinto chiede «Questo è troppo per il tuo spazio?». Forse non avrebbe dovuto chiederlo, anche queste parole cambiano lo spazio e la sua percezione di piacere (condiviso?). Lo guarda, lui è adulto, lui non è istinto. Lei è sempre bambina. «Sì, te l’ho detto».
Istinto non capisce. Se avesse lasciato la sua mano avrebbe capito, se non fosse stato con la testa sulle sue gambe a chiedere quei baci, avrebbe capito. Volontà e realtà non coincidono. La volontà di lui è contraddittoria e per Istinto inconcepibile. Si sente tradita. No, è stata tradita. Istinto lascia la mano e inizia a correre. Lo lascia con la ragazza che è sempre stata lì con loro. Ora vede il volto di quella figura senza volto, capisce che tipo di figura è: vuota, ma non ridicola, di quelle figure che stanno bene nel mondo perché appaiono nel modo giusto, anche se non danno niente.

Terza immagine: Istinto corre veloce, sembra quasi volare, e non si stanca mai. Si vede correre a rallentatore, tocca a malapena la terra, potrebbe continuare per ore, spinta da quel senso di tradimento. Il tempo è lento ma Istinto sa che è già molto distante da loro due. Questo pensiero la fa fermare su un sentiero bianco e polveroso. Razionalità si sta svegliando. «Se li lasci soli il vostro spazio scomparirà per sempre». Istinto ci ripensa, sta per tornare indietro. Razionalità ha espresso un pensiero logico, immediato e superficiale. Ma ce n’è uno ancora più profondo «E se fosse lei, il vuoto, una lei qualsiasi dalle stesse fattezze, la scelta della sua Volontà?».

Una volta sveglia rispondo che è molto probabile che sia così. Istinto mi ha portata dove non ero mai stata. Mai mi sono ritrovata a farmi questa domanda. Ho provato a chiederle perché ma Istinto non sa rispondere, non sa cosa siano i significati e le spiegazioni. Anche Istinto però è delusa, confusa, frustrata: se la Volontà non cambia il mondo e se il piacere non è la legge regolatrice, come si fa a imparare a vivere?

C’è Razionalità, per questo. È lei che ha il compito di valutare tutte le variabili, di interpretare l’astratto, di costruire significati sopra le cose e le azioni. È lei che ti ricondurrà dentro la stanza prima che tu ti uccida a forza di sbattere contro il vetro per uscire dalla finestra.

ATTENZIONE: il presente post potrebbe contenere un linguaggio non adatto a minori, perbenisti, bigotti e persone inspiegabilmente in pace con il mondo che non comprendono i motivi delle incaz… ops arrabbiature degli altri. Pertanto se ne sconsiglia la lettura alle suddette categorie.

Porca puttana! È un po’ di tempo che evito le trasmissioni di approfondimento perché non sopporto i commenti facili del tipo “i giovani non hanno futuro”. Non ne posso più che si continuino a ripetere cose che tutti noi comuni mortali, che viviamo nel mondo reale, sappiamo benissimo, solo per rivolgersi, evidentemente, a quei privilegiati che non hanno idea nemmeno di quanto costi un litro di latte o una cavolo di camera in affitto. E ce l’ho con tutti: con la destra che mi fa schifo e con la sinistra che continua ad andare dietro ai temi che detta la destra. «Il governo non parla dei problemi degli italiani: la disoccupazione, le fabbriche che chiudono, i giovani poveri sfortunati ecc…». Ma la sinistra con chi sta parlando? Con noi o con il governo? Perché se parla con noi mi sembra idiota e alquanto irritante che continui a ripeterci tutta quelle serie di sfighe che conosciamo benissimo e sarebbe l’ora che ci dicesse come si esce da questa situazione del cavolo. Se invece sta parlando solo con il governo, fregandosene di dare risposta alle nostre perplessità e paure, vaffanculo! E pure i grillini hanno rotto perché è una ripetizione alla terza di cose risapute, con un’aggiunta di qualunquismo e di ignoranza, perché tra le battute e gli spettacoli di satira c’è il mondo vero che va cambiato, tutto, e cambiarlo è difficile e faticoso. Non si cambia facendo ridere perché i tempi dello spettacolo e quelli della realtà sono ben diversi.

E questa era la premessa…

Stasera io volevo andare a mangiare un bel gelatino al festival del gelato e invece, porca miseria, mi hanno dato buca e mi sono trovata a guardare Anno Zero. Un dialogo tra sordi. Non si dice niente, non serve a niente parlare in questo modo, solo a far morire dentro chi vive questa situazione. Hanno intervistato un lavoratore della Fincantieri di Castellammare, che sta chiudendo. Ha detto che la sua più grande preoccupazione, nel perdere il lavoro, è l’esempio che darà ai suoi figli di 17 e 19 anni. Ai loro occhi, lui che si è fatto il culo, che ha sempre lavorato duro e onestamente, sarà un fallito, perché non sarà più in grado di provvedere alla famiglia. Ed ha paura che loro possano fare qualcosa di stupido, di illegale e soprattutto di pericoloso, per portare i soldi a casa, qualcosa che comprometterà irrimediabilmente il loro futuro e la loro vita. Mi sono sentita morire… perché non si può riempirsi la bocca di come sia ovvio e logico essere contro tutte le mafie, quando si toglie il lavoro in zone come la Campania, cancellando di fatto la libertà di scelta di chi ci vive.

Passiamo ai giovani. Secondo le statistiche solo 1 giovane su 4, tra i 16 e i 24 anni ha un lavoro in Italia. Ma che cazzo di statistica è? A parte il fatto che io, a 29 anni, per la statistica, sono vecchia, senza speranza e fallita. Ma mi sforzerò di non essere così egoista, da pensare solo alla mia situazione personale. A 16 anni è bene che gli adolescenti (così ci si chiama a quell’età) siano a scuola, finiscano le superiori e non abbiano la preoccupazione di portare i soldi a casa o mettere su famiglia (per carità di dio). Ma poi, che lavoro si può fare a 16 anni? Per la maggior parte dei lavori è necessaria la maggiore età, in pochi si prendono la responsabilità di assumere un minorenne, e ci sono anche ragioni di sicurezza. Sicuramente ci sono situazioni economiche che richiedono che anche i minori lavorino, ma a parte il fatto che personalmente non lo trovo uno strumento educativo, ma semmai una necessità, spero che siano situazioni eccezionali e non la normalità. Perché, a parte i casi in cui i ragazzi anche a 16 anni hanno una grande maturità e senso di responsabilità, credo che il tempo di un sedicenne potrebbe essere impiegato in centomila attività più belle e proficue per la sua crescita, che cominciare a sgobbare a servizio di qualcuno.

Augurandoci che tutti i giovani arrivino almeno al diploma, non per il titolo in sé ma per l’importanza cruciale che ha nella vita di ognuno l’istruzione e l’esperienza scolastica come palestra di vita, circa il 50% dei ragazzi dopo la scuola superiore si iscrive all’Università. A 24 anni, se uno è stato particolarmente bravo e diligente, ha appena finito un corso di studi 3+2, nemmeno il tempo di cominciare a cercare lavoro che è già fuori dalla statistica, già senza speranza per il futuro. Questa statistica andrebbe riposizionata per il caso italiano almeno tra i 18 e i 30 anni (e io sarei comunque vicino al punto di non ritorno!). Probabilmente è stata scopiazzata da qualche altro studio europeo non considerando che l’Italia ha caratteristiche strutturali diverse dagli altri stati. Innanzi tutto la scuola primaria e secondaria da noi dura di più e non assomiglia lontanamente a quella che vediamo nei telefilm americani. Si esce dalle superiori a 19 anni e l’università, diciamolo, in Italia è più impegnativa. Non a caso i laureati che sono costretti ad emigrare all’estero sono tra i più preparati al mondo. Probabilmente la mia visone è parziale, perché non ho una conoscenza approfondita di tutte le università italiane, ma la mia esperienza, avvalorata da diverse testimonianze, mi fa propendere per il fatto che la maggior parte dei nostri esami sono molto più difficili, senza entrare nel merito se questo sia giusto/utile o meno.

Altra osservazione interessante è quella che vedrebbe tutti i giovani universitari come mantenuti che non hanno voglia di lavorare. Manteniamo la calma… Ci sono tantissimi studenti che con un sacco di sacrifici studiano e lavorano, nella maggior parte dei casi in nero, ed è per questo che non rientrano in quelle belle e utili statistiche. Si fanno un gran culo, prendono una miseria e danno pure gli esami, come se anche questo non fosse un lavoro! In più, ci sono i tirocini formativi obbligatori, non retribuiti, che sono un lavoro a tutti gli effetti per quanto riguarda l’impegno e l’impiego di tempo. Ogni anno circa 20.000 ragazzi tra i 18 e i 28 anni svolgono servizio civile nazionale (a cui negli ultimi anni sono aumentate le ore per la stessa cifra di rimborso spese… fico no?). Senza contare tutti quelli che fanno volontariato autonomamente. Ma siamo comunque dei fancazzisti. Si perché il lavoro nobilita l’uomo, ed è proprio piacevole sentirselo dire da chi guada 10.000 euro al mese.

Continuando con i giovani, sempre dal dibattito della trasmissione, emerge che la ragione di questa statistica, ovviamente per il governo, è che i giovani sono un po’ snob e non si accontentano più di fare lavori manuali più umili, per i quali vengono invece assunti gli stranieri. Qui c’è un grosso problema. Come prima cosa c’è da considerare il fatto che per molti di questi lavori gli stipendi sono da fame e il livello di sfruttamento sempre più alto. Poi vediamo che chiudono anche le fabbriche dove non credo si faccia filosofia, le piccole aziende falliscono e quindi imparare un “mestiere” non è comunque un’assicurazione per il futuro. Ma poi, secondo voi teste di cazzo, io mi sono fatta il culo tutti questi anni a studiare, ho fatto spendere un sacco di soldi ai miei genitori che si auguravamo per me un lavoro migliore del loro, mi sono laureata con 110 e lode, mi sono data da fare per migliorarmi dal punto di vista culturale e personale per andare a fare cosa? Le pulizie? Servire ai tavoli? Il mio desiderio di rifiutare questi lavori non viene dalla mia puzza sotto il naso, ma dall’impegno che ho messo in questi anni per fare quello che andava fatto, dai sacrifici miei e di tutta la mia famiglia. Da quell’insensata convinzione che forse, a questa società , potrei dare di più, potrei fare la mia parte in ciò che so fare meglio. Ho pagato migliaia di euro di tasse universitarie per l’opportunità di un lavoro diverso e visto che lo Stato i miei soldi se li è presi, ora il lavoro per cui ho studiato me lo merito. Lo Stato mi deve quanto meno una tutela e senza ombra di dubbio mi deve RISPETTO. E basta con le prese per il culo. Basta dare la colpa a noi. Perché io la cameriera l’ho fatta e non avevo bisogno della laurea. Ho fatto, e continuo a fare, le promozioni tutto il giorno in piedi con un sorriso idiota in faccia. Ho fatto, e continuo a fare, la hostess, accettando senza fiatare che le persone mi considerino solo una presenza vuota, buona solo a stare in piedi in tailleur e tacchi. Ho accettato i rimproveri perché le persone, che si ritenevano importanti, si lamentavano di non essere state riconosciute e riverite all’istante, mentre loro nemmeno si degnavano di salutare. Sarei voluta sprofondare tutte le volte che incontravo qualcuno che conoscevo, colleghi giornalisti o vecchi compagni di università, perché mi vergognavo di me stessa. Non del lavoro che stavo facendo, ma del mio fallimento. Della mia incapacità di continuare nel lavoro che volevo fare, dell’inutilità di tutti i miei 30 che in fondo non mi avevano dato niente.

Stavo per accettare un lavoro truffa che mi avrebbe fatto andare 9 ore al giorno porta a porta, su e giù per le case di tutti i quartieri e dove mi avrebbero pagato solo in base alle vendite, solo per non sentirmi una che non voleva fare niente e che non valeva niente. Poi sono tornata a casa e ho pianto. Ho pianto perché ero stanca, perché mi facevano male le gambe, perché mi sentivo frustrata e umiliata, perché quel giorno di prova massacrante non me lo avrebbe ridato (né rimborsato) nessuno, perché avrei preferito lavorare in fabbrica piuttosto che truffare le persone con ambigui contratti Enel (non so se erano truffe, ma da come erano incazzate alcune persone che si erano trovate bollette spropositate, penso di si). Perché gli altri venditori parlavano come se qualcuno avesse inculcato nel loro cervello parole a caso di statistica, filosofie di vendita senza la minima morale o rispetto per le persone,  e tutto questo era molto triste.

Sono questi i lavori che nobilitano l’uomo? È sulla fatica e sulla sofferenza che si basa la nobiltà e il valore di una persona? Vogliamo veramente parlare di quanto siano soddisfacenti e pieni di gratificazione i lavori “manuali”? Bene, chiedamolo alle famiglie di quei 246 morti per infortuni sul lavoro solamente quest’anno (490 se si aggiungono i lavoratori deceduti sulle strade ed in itinere). Il 25,7% in più rispetto all’anno scorso.  E che lavoro facevano queste vittime “bianche”? I medici? Gli architetti? I politici? Il 30,2% lavorava nell’edilizia, il 28% nell’agricoltura, il 10,8% nell’industria, il 7,7% negli autotrasporti. Scommetto che la loro nobiltà se la sono proprio goduta. Cercano di farci sentire in colpa anche per quei sogni e per quelle speranze che avevamo, come se non fossimo riconoscenti nei confronti di chi si spezza la schiena ogni giorno.

Ora basta, non continuatemi a ripetere che non ho futuro, che non avrò mai la possibilità di avere figli, perché sarei licenziata o comunque non potrei garantire loro una vita dignitosa, che non avrò mai una casa né una pensione. Non continuatemi a dire che continuerò per sempre a sentirmi un peso per i miei genitori. Voglio sapere che cosa dobbiamo fare per cambiare le cose. E voglio smettere di sentirmi a tratti vittima, a tratti un’incapace.

Giada

Eccoci qui.

Con un po’ di imbarazzo, per aver trascurato per così tanto tempo questo blog, ma con qualche idea nuova per ricominciare. Visto che il mio percorso universitario è ormai finito ho deciso tenere una sorta di diario da laureata neo-precaria. Da studenti ci lamentiamo sempre della cattiva organizzazione delle nostre università, ma solo perchè abbiamo poca esperienza del caos assoluto che regna nel mondo del lavoro! Sarà colpa della crisi, della mancanza di fondi, delle idee poco chiare delle aziende che dovrebbero assumerci, o della totale incoerenza delle stesse, ancora non mi è molto chiaro. Fatto sta che consultando varie agenzie del lavoro e sostenendo i primi colloqui, mi sono accorta che la situazione è a tratti grottesca.

Ma partiamo dall’inizio.

  • CURRICULUM (quello che non presenterò mai ad un datore di lavoro) e possibili obbiezioni.

Sono laureata in Comunicazione. È abbastanza inutile che mi metta ad elencare i corsi di laurea di triennale e specialistica e le facoltà di riferimento, tanto sempre di Comunicazione si tratta. E già questo fa sorridere sotto i baffi i potenziali lettori della mia biografia, perché pensano «un’altra che si laurea in una di quelle facoltà farsa che non servono a niente». Si perché sono tutti convinti di essere dei grandi comunicatori, che il comunicare sia una struttura innata del nostro cervello come il linguaggio e invece c’è una bella differenza. Basta dare un’occhiata alle mail di risposta che ti mandano, o che non ti mandano affatto, per capire che di una persona come te avrebbero un bisogno disperato, non solo nel lavoro, ma nella vita quotidiana.

Mi sono laureata con 110 e lode. Sembra facile, e forse per qualcuno lo è, i voti non sono mai troppo bassi e la mole di lavoro non è eccessiva, ma io ho scelto la mia facoltà perché mi interessa e mi piace. Non ho mai dato niente per scontato, non mi sono mai presentata ad un esame “tanto per provare”, perché in tutte le materie che ho studiato ho trovato cose che non conoscevo e che ero felice di approfondire.

Tra i 2 curricula che il mio corso metteva a disposizione ho scelto quello più teorico. Il futuro è nella pratica? Cazzate. Il futuro è nella sostanza, nel contenuto, nel sapere quello che si sta dicendo e perché si sta dicendo, nel sapere le obbiezioni che potrebbero essere mosse alle tue tesi e nel saperne dare una spiegazione non solo convincente, ma coerente. Per essere coerenti bisogna sapere quali sono le origini del nostro pensiero, bisogna essere consapevoli del perché si sceglie un punto di vista piuttosto che un altro e questo non si impara facendo pratica. Si impara con la vita, in parte, ma si consolida con la filosofia, con la pedagogia, con la sociologia, con la psicologia, con la letteratura, con l’arte… e con tante cose che non riuscirò mai a studiare. Poi quando mando il curriculum per un banale lavoro da hostess mi chiedono:

«ma lei ha esperienza di assegnazione crediti ECM?»

«Mi sta chiedendo se so leggere i nomi di una lista, consegnare una cartellina e un attestato alla fine del corso? Credo di potercela fare! Per fare questo lavoro non ci vuole esperienza pregressa, basta avere una licenza elementare!».

Io non so tutto e non so fare tutto. Quello che ho è una mente elastica e ben allenata. E se qualcuno sapesse veramente cos’è la Comunicazione e quanto è importante, saprebbe che non è un aspetto da sottovalutare.

La mia tesi di laurea in linguistica e semiotica aveva come argomento il linguaggio della fiction televisiva (non quella italiana che non è abbastanza interessante, salvo poche eccezioni tipo Boris e Romanzo criminale). I radical chic non guardano la televisione, solo ogni tanto rai 3 e Santoro. Io credo di essere stata parcheggiata davanti alla televisione da quando il mio cervello ha imparato a distinguere le figure sullo sfondo da quelle in primo piano. L’effetto che ha prodotto in me è stata la ricerca di storie, prima con i libri, poi anche con il cinema e oggi si aggiungono anche le serie tv. I difetti peggiori non credo siano colpa della televisione!

Il problema non è la tv, ma cosa si guarda, come si guarda e cosa si fa nel tempo restante. Se si sta su facebook a inserire link pseudosovversivi, non c’è un gran guadagno. Io sento di mantenere la mia integrità intellettuale anche se guardo Grey’s Anatomy!

  • ESPERIENZE (pagina in perenne costruzione).

Ho lavorato in radio, ho fatto la giornalista ed ho vissuto. Ho intervistato Don Luigi Ciotti, la madre di una bambina a cui era stato diagnosticato il disturbo dell’attenzione, Simone Cristicchi per il suo spettacolo contro la psichiatria, Jovanotti, giovani attivisti, immigrati, persone comuni, attori di teatro, artisti. Ho ascoltato Ascanio Celestini, Giovanni Impastato, Marco Paolini. Ho ascoltato e trascritto una bellissima intervista fatta a Tiziano Terzani. Ho accudito e svezzato 11 cuccioli. Ho pulito non so quanti chilometri di spiagge che la gente incivile contamina con ogni tipo di spazzatura. Ho imparato ad accendere il fuoco e a fare i dolci.

Mi piace scrivere, mi piace leggere, mi piace farmi un’idea del mondo. Mi piace capire le persone, mi piace ascoltare e mi piace ridere. Mi piace prendere le cose seriamente e trovare il lato positivo in tutte le esperienze. Non mi piacciono le frasi fatte, i pregiudizi, il poco approfondimento, la banalità, la superficialità, la fretta.

Non autorizzo il trattamento dei dati personali contenuti nel mio curriculum vitae in base art.13  del D. legs 196/2003!!!!

Giada

Tirando le somme

febbraio 7, 2010

Forse è il momento di fare un po’  un bilancio di tutte le varie strade che si sono incrociate in questo blog negli ultimi 2 anni. Di cose ne sono successe tante, alcune forse si sono percepite dai post altre dai periodi di silenzio, in cui la voglia di scrivere proprio non c’era. Ho aperto questo blog sotto consiglio di un mio amico che forse pensava che avessi qualcosa da dire. Inizialmente ero diffidente perché ho sempre pensato che scrivere fosse qualcosa di molto importante. La parola per me ha qualcosa di sacro, il significato che racchiude si fonde con la persona che la pronuncia o la scrive, con le sue intenzioni e con il contesto che li circonda. Le parole non sono slegate dalla vita, ma la rappresentano. Non c’è un altro modo per raccontare e raccontare è tutto, è capire, è tessere una storia, la nostra storia è scoprirsi parte del mondo. Io mi chiedevo se nelle mie parole ci fosse qualcosa che valesse la pena di essere raccontato, perché se così non fosse stato sarebbe stato poco utile unirmi al rumore di fondo, ad una specie di moda che unisce il diario ad un’agenda impersonale. Troppe volte si sottovaluta l’importanza e il peso che hanno le parole come se fossero qualcosa che fuoriesce da noi e su cui non possiamo avere un totale controllo. Invece io credo che tutti noi abbiamo il controllo dei nostri pensieri, che non sono appendici invisibili del nostro corpo ma scaturiscono dalla nostra volontà che è la parte più intima di noi.

Parallelamente alla nascita del blog è cominciata la mia esperienza nel corso di laurea in Teorie della Comunicazione che ora sta per terminare. Venuta da una facoltà come Media e Giornalismo, abbastanza impersonale, salvo rare eccezioni, sono stata molto felice di ritrovarmi in un corso che mette al centro le “persone”, nella loro totalità e umanità e non dati da osservare, studiare, categorizzare e in un certo modo manipolare. Mi sono scelta il curriculum meno popolare, Scenari e Modelli, quello più teorico dove quasi nessuno mi diceva come si fanno le cose ma perché si fanno. Il mio desiderio è sempre stato quello di conoscere, prima di saper fare, forse anche per la mia innata paura di misurarmi con la realtà. Non si può conoscere tutto, lo so, però si può imparare a pensare, in un modo solido e coerente e che non sia solo istintivo. Una volta imparato questo si possono fare molte più cose, cose che non si riducono ad una lista di procedure, ma che hanno a che fare con uno scopo che ha la stessa importanza all’esterno e all’interno di noi.

Non mi piacciono le delusioni, come più o meno a tutti. Forse io sono appena appena più orgogliosa della media, per cui delusione significa fallimento ma soprattutto aver sbagliato. Io non voglio sbagliare quasi mai e anche questo forse riguarda la maggior parte delle persone, ma il motivo è molto lontano da una pura ed egocentrica pretesa di perfezione. Scoprirmi fallibile non apre una breccia nella mia autodifesa, ma la fa saltare in aria tutta quanta come per una carica di tritolo. È un effetto a catena per cui tutte le certezze mi si sgretolano sotto i piedi. Questo perché non sono in grado di concepire separatamente i vari aspetti della mia vita, è un unicum, una moltiplicazione in cui una volta introdotto lo zero, ogni numero fa zero. Ci sono diversi stratagemmi per evitare le delusioni: 1) non lasciarsi coinvolgere, troppo 2) un pessimismo cosmico “aspettati il meglio preparati al peggio” 3) cercare sempre il lato positivo delle cose e ciò che di buono può arrivare anche laddove ci sembra impensabile. Io cerco di applicare la tattica n 3! Non sono un’ingenua né una sadica e nemmeno molto credente è solo che ho bisogno di imparare dalle cose e non solo catalogarle come errori e voltare pagina.

Anche per la mia facoltà ho dovuto applicare questo metodo. Perché le “persone” nella loro umanità sono sì oggetto di studio, ma non sono l’oggetto dell’organizzazione universitaria. Noi studenti siamo ancora considerati numeri (matricole) a cui vengono assegnati altri numeri (voti) che poi verranno sommati insieme e divisi per dare come risultato quello che siamo e quello che abbiamo imparato, per decidere a quale numero di livello ci collocheremo nella società. Questo è un problema che riguarda l’intero sistema scolastico e universitario e non solo la mia facoltà. Non sono contraria alla valutazione di per sé, che ritengo indispensabile ad ogni livello di comunicazione umana (quello che noi comunicatori chiamiamo feedback!). È grazie alla valutazione che molto spesso abbiamo la possibilità di migliorarci, ma la maggior parte delle volte al voto non corrisponde una descrizione intellegibile né una spiegazione delle insufficienze.
L’aspetto su cui ho avuto più difficoltà a trovare i lati positivi è stato, manco a dirlo, la comunicazione tra consiglio di laurea, professori, segreterie e studenti. Questa piramide sembra fatta apposta per schiacciare ogni nostra opinione su un possibile miglioramento del corso di laurea. Quando poi ci apprestiamo a chiedere educatamente spiegazioni o chiarimenti alle segreterie riguardo alle decisioni che il consiglio di laurea prende su di noi e le nostre carriere, veniamo trattati come piccoli insetti fastidiosi, piccoli figli di papà impazienti e viziati che credono che tutto sia loro dovuto, catastrofisti e inutilmente angosciati e per l’ansia di sventolare un titolo che ci farà sentire importanti.

Il fatto è che la situazione qui non è peggiore che altrove, anzi, Media e Giornalismo da questo punto di vista  non ha mai avuto la minima intezione di farci partecipare al corso di laurea. Nel corso dove mi trovo ora per lo meno abbiamo la possibilità di stabilire un rapporto, la maggior parte delle volte anche molto proficuo, con i professori che ci ascoltano e ci seguono. Se sembro così ingrata nei confronti di Teorie della Comunicazione, nonostante qualcosa di buono me l’abbia inevitabilmente lasciata è perché sono più grande che alla triennale e vedo con più chiarezza difetti strutturali che condizionano la nostra vita in questa facoltà

Se non possiamo cambiare l’organizzazione delle nostre facoltà o i nostri corsi (cosa che non dobbiamo stancarci di provare a fare) la nostra formazione può comunque andare avanti. Non serve lamentarsi del fatto che non si impara abbastanza nelle nostre università, specie in queste nuove lauree (tra cui la mia è sempre una delle prime citate) dove non serve studiare perché i voti sono comunque alti per tutti. Mi stupisco quando sento gli stessi studenti lamentarsi di questo perché non capisco cosa impedisca loro di imparare invece di andare sempre avanti con l’arte di arrangiarsi.

Ho letto con molto interesse l’articolo del The Chronicl of Higer Education e credo che le Open Educational Resoureces possano essere veramente un valido strumento per un apprendimento che non si limiti alle aule scolastiche ma che proceda al di fuori e per tutto il corso della vita. Per quanto riguarda noi studenti spesso insoddisfatti di quello che studiamo, per la poca chiarezza dei professori o la loro incapacità di risvegliare il nostro interesse, credo che le risorse online siano un supporto utile che permette di usufruire di una formazione personalizzata e meno strutturata parallelamente ai corsi tradizionali. Questo tipo di insegnamento favorisce anche un maggiore confronto con gli altri e la creazione di comunità dove si possa discutere dei temi su cui si hanno maggiori difficoltà in modo da non sentirsi isolati.

Anche sotto questo aspetto la stessa architettura delle nuove facoltà non favorisce l’incontro e la socializzazione, tanto meno l’aiuto reciproco tra studenti, ma al contrario un’accesa competizione. Rimpiango la decadente struttura di via del Parione, carica di storia, dove il portico costituiva il fulcro centrale della vita universitaria. Ci sedevamo lì a discutere, a leggere e a ripetere o a metterci d’accordo su dove andare a fare l’aperitivo! Avevamo davanti un piccolo quadrato verde e sopra le nostre teste uno squarcio di cielo che ci faceva respirare l’aria vera e non quella condizionata degli spazi chiusi. Adesso non abbiamo uno spazio in cui sederci e parlare che non siano corridoi e scale. I posti a sedere, esterni alle aule, si contano sulla punta delle dita e sono collocati tutti in fila così che si può parlare solo con il vicino. Biblioteca e aula studio sono molto più belle, ma lì si può studiare solo in solitudine. E poi ci lamentiamo che i giovani d’oggi interagiscano solo tramite Internet? Era stato fatto un tentativo di rendere la struttura più viva e più “nostra” aprendo, in una stanza inutilizzata, un piccolo bar autogestito che rendeva anche più vivibile quel minuscolo spazio aperto che ricorda quello dell’ora d’aria di alcuni pessimi carceri. Ma questo è un grave reato, e la possibilità di poter prendere un caffè scambiando due chiacchere con amici e colleghi invece che davanti ad una fredda macchinetta è inaccetabile per il decoro di una facoltà! Hanno murato l’entrata e ora rimane solo la colorata insegna “Bar fuori corso” che per lo meno dà un po’ di colore e fa sorridere per il gioco di parole. Ordine, ordine, ordine, non interessa nient’altro, né quello di cui abbiamo bisogno, né quello che ci farebbe sentire meglio.

Non so come da tutto questo possa essere emerso un corso come Tecnologia della comunicazione online, uno dei pochi dove siamo persone e non verbali. L’idea del blog credo sia un perfetto incontro tra la cura di sé e l’insegnamento, non solo con spunti e riflessioni ma anche con tante cose da imparare e non solo dal professore, ma anche tra di noi. Il mio blog giaceva un po’ a corto di parole ripiegato su delusioni da cui non riuscivo a riprendermi e anche il mio primo interesse che mi aveva spinto ad aprirlo si era un po’ spento. Forse cercavo nuove parole o un nuovo impulso che mi aiutasse a trovare il giusto compromesso tra la vta fuori e dentro la scrittura. Credo di averlo ritrovato!

Giada

La privacy in scatola

gennaio 19, 2010

Solo il primo uomo che è penetrato all’interno della tomba di Tutankhamon potrebbe capire l’emozione di Amelié mentre scopre questa scatola di tesori che un bambino si è curato di nascondere una quarantina di anni fa:

•    un mazzo di 36 carte made in China vinto ad una fiera
•    fischietto in alluminio: rotto
•    una puntata delle avventure di Gaston Choquet: “Le poison qui rends fon”
•    cartoline della Svizzera tedesca
•    una maserati 2,5 litri della scuderia belga
•    una figurina di porcellana
•    biglie
•    una foto di Just Fontaine: capo cannoniere alla coppa del mondo del 1958 in Svezia con tredici gol
•    coltellino a serramanico in madreperla con otto funzioni: cacciavite, apribottiglie, trivello, cavatappi, punteruolo, apriscatole e due lame
•    ciclisti di stagno
•    astragali

“Dimmi papà, se ritrovassi una cosa della tua infanzia a cui tenevi come a un tesoro… come ti sentiresti: felice, triste, nostalgico? come reagiresti?Pensavo a quelle cose che si tengono segrete come se avessero un grande valore…”

In un attimo tutto torna in mente a Bratodeau. La vittoria di Federico Bahamontes al Tour de France… le sottane della zia Josette… e soprattutto quella tragica giornata in cui vinse tutte le biglie dei compagni dei compagni durante la ricreazione…

“Strana la vita, quando uno è piccolo il tempo non passa mai, poi da un giorno all’altro ti ritrovi a cinquant’anni…
e tutto ciò che rimane dell’infanzia sta in una piccola scatola arrugginita….”

Il favoloso mondo di Amelié, Jean Pierre Jeunet

Questo film mi ha fatto riflettere molto su di me e sul mio modo di affrontare la vita. Anch’io da piccola cercavo di proteggere i miei “tesori” e i miei pensieri. Mi sembrava l’unico modo per proteggere la mia libertà, la mia autenticità e i miei errori di fronte a chi secondo me non era in grado di capire, la mia famiglia. Le loro aspettative, lo sentivo, non sempre rispondevano a quello che io volevo, ma stavo crescendo, non sapevo ancora chi ero e chi avrei voluto essere e quindi non avrei saputo difendere a spada tratta il mio modo di essere. Non sapevo se quella strada che i miei cercavano di indicarmi sarei riuscita a seguirla in tutto e per tutto e non sapevo se sarei riuscita a non deluderli mai. Non sapevo se avrei sopportato di scoprirli delusi di me. Nascondevo i miei diari e le mie lettere dove scrivevo quello che per me era importante. Sapevo che erano cose futili, piacere ai ragazzi, le delusioni, sentirsi accettata dalle amiche, rispetto a i sacrifici che i miei facevano per garantirmi quella vita che loro non avevano avuto. Ma mi sentivo sempre spaccata in due: non volevo essere ingrata, ma anche i miei sacrifici mi pesavano, primo fra tutti quello di dover essere responsabile e matura. Sui miei diari però molto spesso si apriva una vera caccia al tesoro e quando ritrovavo quei piccoli lucchetti rotti mi sentivo violata. Mi sforzavo così tanto di fare quello che andava fatto che sui miei pensieri e i miei sfoghi volevo che mi si lasciasse lo spazio di sognare e immaginare una vita diversa, stupida, superficiale che magari non avrei nemmeno voluto realizzare veramente, ma avevo bisogno di metterla alla prova. Questa per me era la privacy, uno spazio dove capire chi ero, di sperimentarmi prima di propormi agli altri. Per tanto tempo la privacy è stata solo nella mia testa e quando sono andata via di casa per l’Università ho finalmente respirato. Non facevo altro che scrivere, riflessioni di ogni genere, riempivo quaderni su quaderni e decidevo io con chi dividere i miei pensieri. Eppure anche questo eccessivo “curarmi di me” ha avuto i suoi effetti perversi. Piano piano quello che vivevo nella mia mente, il mio mondo così poco condiviso si staccava sempre di più da quello reale in cui non mi ritrovavo più. Fino a quando non arriva il momento in cui con la vita ci devi fare i conti per davvero e non la capisci più e non capisci come fanno gli altri a non capirti. Ho chiuso per un po’ i quaderni ed ho guardato fuori. All’inizio non mi piaceva tutto, poi mi sono accorta che la vita vera dava emozioni diverse rispetto a quelle immaginate e me ne sono innamorata così com’era. Ho scoperto gli altri, tutti gli altri, non solo quelli che erano importanti per me, ed ho cominciato ad ascoltare anche loro e non solo me stessa.

Sono rimasta veramente affascinata dal post di Andreas e mi ha fatto pensare “spendere energie nel conservare o proteggere è per me una forma di suicidio, si può conservare e proteggere solo immaginandovi e costruendovi sopra”.
Ho letto queste parole come un qualcosa a cui vorrei arrivare. Una consapevolezza di se stessi che non teme niente ma che si apre alla scoperta e al tempo. Io non mi sento ancora così libera e lo spazio in cui mi sento in assoluto me stessa è ancora quello intimo, nonostante tutto quello che ho imparato e sto imparando dall’incontro  e dalla condivisione con gli altri.
Ed è per questo che credo che la privacy sia ancora un valore che ha senso difendere, specialmente in alcuni momenti della vita in cui si è più fragili o inesperti. Ci siamo accorti del problema del rispetto della privacy essenzialmente con la rivoluzione di Internet, ma la rete non è certo l’unica minaccia. Pensiamo solo al fatto che in ogni angolo delle nostre città è appostata una telecamera. Ci dicono per motivi di sicurezza, anche se sinceramente non credo che la telecamera scoraggi una persona dal compiere un gesto che è comunque intenzionata a fare. L’idea di un occhio che mi osserva mi appare inquietante anche se molti si stupiscono “se non hai nulla da nascondere perchè sentirsi a disagio?”. Vallo a dire a Winston Smith che la telecamera è tanto innocua!! Ma la cosa che più mi stupisce sono le telecamere che con molta fretta si apprestano ad installare in tutti i nuovi edifici universitari. Che bisogno c’è? L’università non è una villa lussuosa né tanto meno una banca e non riesco proprio a immaginare azioni di una gravità tale che il nostro Grande Fratello sia ansioso di registrare tra studenti che si recano a lezione, che escono felici o in lacrime da un esame, segretari che spostano fascicoli, bidelli che puliscono pazientemente i bagni, professori che si prendono un caffè alle macchinette… E che non vengano a raccontare le balle del terrorismo, perchè alla casa dello studente de L’Aquila più che una telecamera sarebbe stato utile quel pilastro portante che si sono scordati di inserire in un’ala dell’edificio. Ma in Italia pensiamo in grande, ci occupiamo di Bin Laden, figuriamoci se abbiamo tempo per controllare la sabbia dentro il cemento per costruire le case!

La grande preoccupazione che ha assalito negli ultimi tempi l’opinione pubblica riguardo alla pericolosità dei social network e di  Facebook in particolare, rivela da una parte l’ignoranza che prevale ancora su questi temi, ma anche una profonda diffidenza nei confronti del “nuovo”. Il punto centrale, secondo me è imparare ad usare i nuovi strumenti così da poterne fare una risorsa che vada oltre la semplice curiosità di sbirciare quello che fanno gli altri. La popolarità di Facebook è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni, ma credo che molti non abbiano ancora capito cosa si trovano di fronte. Innanzi tutto Facebook è uno spazio pubblico con tutte le responsabilità che questo comporta. Si leggono spesso notizie di utenti che ingenuamente pubblicano le foto delle proprie vacanze mentre si sono dati malati a lavoro o di gruppi palesemente offensivi nei confronti dei quali si applicano procedimenti penali. Se mi viene da offendere e lanciare oggetti contro il televisore di casa mia quando un politico dice cose stupide in qualche salotto televisivo, questo non significa che sia legittimata a farlo pubblicamente!

A volte manca un po’ di buon senso. Ognuno è libero di utilizzare il mezzo come meglio crede, ma più si ha consapevolezza di sé e del mezzo stesso e migliore sarà l’uso che se ne farà e magari si eviterà di utilizzare Facebook come una vetrina in cui mostrare noi stessi con l’ossessione di aggiungere costantemente “amici” per essere più popolari. Il problema dell’eccessiva importanza che si dà all’apparire non nasce con Facebook e purtroppo non morirà con lui. È un problema culturale che rivela quanta insicurezza ci sia nelle persone e quanto sia forte il bisogno di modelli da imitare. Se si impongono modelli sbagliati è perché quelli positivi fanno fatica ad emergere o si dà loro poco spazio. È anche perché non si ha tempo o voglia di ascoltare i giovani e i loro bisogni, è perché il nostro sistema educativo è sempre più lontano dalla realtà quotidiana dei ragazzi. L’uso sbagliato o superficiale che si fa di mezzi o prodotti mediali non è una questione di morale (personalmente credo che moralità e immoralità siano unicamente a discrezione del singolo individuo) ma di piccoli passi verso la realizzazione personale e la felicità.

Per quelli che sono i miei interessi e anche il mio stile di vita Facebook non è così indispensabile. Mi consente di risparmiare un bel po’ in bolletta telefonica (e questo non è affatto male), ogni tanto mi fa sorridere, altre volte mi dimostra che con certe persone non è proprio il caso di essere “amici” solo per fare numero. Ho trovato molto interessante aNobii che mi ha ridato la costanza nel leggere, specialmente la sera, invece di addormentarmi davanti alla tv! Ma soprattutto ho scoperto Flixster un social network sul cinema a cui so che mi affezionerò molto presto nonostante l’inglese!

A volte gli altri mi fanno paura, l’aggressività del mondo, l’incertezza mi paralizzano ma si impara in continuazione, si cresce e tutto passa.

Giada

“… ecco, mia piccola Amélie, lei non ha le ossa di vetro. Può scontrarsi con la vita. Se si lascia sfuggire quest’occasione, col tempo, il suo cuore diventerà secco e fragile come il mio scheletro. Allora, si lanci accidenti!”

Il favoloso mondo di Amelié, Jean Pierre Jeunet

Non è come sembra

aprile 10, 2009

man-ray

Sembra che se qualcosa non si riesce a spiegare con le parole allora non esiste. Se le cose le spiego con le parole, non esce lo stesso pensiero che c’è nella mia testa e non ci posso fare niente. Nella mia testa ci sono sensazioni e sentimenti. Tutti fanno finta di avere un nome preciso per ogni sensazione e sentimento, ma io non ci credo perché un nome solo non basta mai. A volte usano il nome ancora prima del sentimento e poi dicono a me che sono confusa!
Sembra che mi piaccia soffrire o che permetta troppo facilmente alle persone di farmi male e ultimamente sembra che sia anche io quella che usa gli altri e i loro sentimenti o che non rispetta le loro scelte.

Credo che ognuno abbia il diritto di cercare la sua felicità e questa bastarda non si sa dove si nasconda. Io la cerco nelle persone e nelle emozioni che queste mi danno, perché se la felicità esiste, anche per noi comuni mortali, è una questione di attimi. Per questo per me è così difficile scegliere, perché non riesco mai a vedere dove è il confine: tra l’amore e l’orgoglio, tra la fiducia e la speranza, tra la paura e la verità, tra l’affetto e l’egoismo. E forse il confine non c’è ma è solo vita che oscilla, che quando ti trovi davanti qualcuno si ferma un attimo per darti una parziale verità. E a me piace quando si ferma, quando non penso al significato delle cose perché il significato è già in un gesto, in un abbraccio, in un massaggino, in un film che rimane a metà. Il significato è già lì, in un attimo che non avrà un futuro perché il futuro non esiste, nessuno l’ha mai visto o vissuto eppure ci preoccupa così tanto da condizionare le nostre scelte. E anche se esistesse perché solo il futuro dovrebbe avere il diritto di dare un significato a quello che facciamo o che sentiamo?

Io credo ancora nei sentimenti degli altri anche se non credo più molto nelle loro azioni o nelle loro parole perché sono queste che tradiscono (in molti modi) la maggior parte delle volte. Credo che ci sia qualcuno che mi vuole bene semplicemente perché non è umano non volere bene a qualcuno con cui si è condiviso qualcosa anche se sembra tutto sbagliato. Credo che quell’affetto mi abbia dato tante cose: in certi momenti la sensazione di essere speciale, in altri la convinzione che talvolta per continuare a volersi bene c’è bisogno di stare lontani. E anche se sembra assurdo, si può credere anche e solo nel presente.

Ch-Ch-Ch-Changesss

marzo 6, 2009

“Non so ancora cosa stavo aspettando
E il mio tempo passava irruento
Un milione di vicoli ciechi
Ogni volta che pensavo di avercela fatta
Sembrava che il sapore
non fosse così dolce
mi sono voltato per guardarmi
ma non ho colto il minimo accenno
di come gli altri vedono uno che finge
sono troppo veloce per quella prova

Continuo a odiare i cambiamenti…
Questa casa vuota e i ricordi che cercano uno spazio nuovo che è ancora troppo confuso. Eppure c’è chi riesce ad abituarsi a ogni situazione e ritrova se stesso anche nei cambiamenti. A me sembra di riuscire a trovarmi solo in ciò che conosco e mi sembra così difficile dormire in un letto nuovo senza qualcuno acconto che mi ricorda che non è la mia vita a cambiare ma solo la sua forma. Mi faccio forza e cerco di non piangere solo perché so che non sono più una bambina. Penso che la mia nuova stanza non rimarrà vuota ancora per molto e che presto sarà piena delle persone di sempre o magari di altre… Intanto mi sembra di lasciare tutto qui: il senso del mio sentirmi a casa, al sicuro, protetta. Vorrei riuscire a dare un nome a quello che mi manca e che mi mancherà. Vorrei che questo nome fosse Giada perché chiamando almeno avrei una risposta e saprei come raggiungermi. Per tutti gli altri nomi non c’è questa sicurezza perché corrispondono a vite che si sono allontanate dalla mia o che si stanno allontanando. Mi fa ancora incazzare questo fatto. Mi piacerebbe conoscere il futuro per essere sicura di non sbagliare, ma so che la mia testa è sempre troppo dura… e vorrei andare incontro a ciò che non conosco come fosse una sfida che posso vincere, invece guardo indietro, come a contemplare la visione di un un futuro parallelo e penso “poteva essere bello”!

Giada

La spirale

gennaio 31, 2009

spirale

L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell’imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l’abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all’infinito! Che significato ha questo folle mito?
Il mito dell’eterno ritorno afferma, per negazione che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile ad un’ ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che sia stata essa terribile o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla…
… Diciamo quindi che l’idea dell’eterno ritorno indica una prospettiva dalla quale le parole appaiono prive della circostanza attenuante che ci impedisce infatti di pronunciare un qualsiasi verdetto. Si può condannare ciò che è effimero?

L’insostenibile leggerezza dell’essere, Milan Kundera

È la nostalgia che ci frega. Quando vediamo partire un amico o quando ci dobbiamo allontanare da qualcuno fisicamente o solo con i sentimenti. Ma i sentimenti tornano e visto che noi in fondo non cambiamo mai, tornano anche le stesse situazioni che quei sentimenti hanno visti nascere. Succede anche con persone diverse e anche con chi non pensavi di sentire così dentro. Succede che soffriamo allo stesso modo perché viviamo i sentimenti allo stesso modo e allora diciamo “mi innamoro sempre degli stronzi”. Ma il circolo dell’eterno ritorno non riguarda gli “stronzi”, riguarda noi e il nostro modo d’amare. E nessuno è stronzo, ma siamo noi ad essere innamorati dell’amore.
Succede che il dolore unisca e che quest’unione dia il via ad un’altra nascita. Succede che questa rinascita divida le vite, ma non i sentimenti. Succede che i sentimenti si scindano: amicizia, amore. E allora comincia la spirale: chi insegue l’amore e chi insegue chi insegue l’amore. A vederla da fuori è una situazione paradossale: storie che si ripetono e non si incontrano mai. A vederla da fuori uno pensa che sarebbe più semplice che i treni invece che sui binari viaggiassero sui roller blade. Ma il cuore non è fuori e a volte non ci sa nemmeno guardare, fuori dal suo mondo.

Vista da fuori sono due persone che vivono i sentimenti allo stesso modo e che condividono le regole dell’amore, anche quelle scritte sui baci perugina. Ma da dentro succede che le leggi non valgano per ogni situazione e che talvolta si escludano a vicenda. La spirale si fa sempre più contorta. Chi scappa fa giri sempre più stretti, per disorientare chi segue, che è cieco, e quindi non si può perdere perché non usa gli occhi per seguire la strada, ma il cuore. Qualcuno ci ha insegnato che bisogna lottare per amore, qualcuno lo ha scritto. Qualcuno che non sapeva che esistono i cerchi paralleli, le spirali o addirittura i vortici. O qualcuno che nel vortice ci s’è buttato e ne è riemerso con il suo desiderio tra le mani. C’è da scommetterci che tutti pensano di essere quest’ultimo qualcuno. Ma se fosse così vedremmo tutte le persone illuminate dal loro desiderio raggiunto. Invece succede che il desiderio non sia qualcosa che ci appartiene, quando questo desiderio è la vita di un altro. Un altro che desidera la vita di un altro che desidera… altro. La spirale si avvolge ancora e quello che credevamo essere il superpotere dell’amore si sgretola e diventa quel puntino lontano che chiamiamo infinito.

E non è colpa di nessuno, se non di quella forza primordiale che ha dato vita al MOVIMENTO!

Succede che l’unica cosa che possa trasformare la spirale in cerchio sia l’amicizia.

Giada

una vita felice…

gennaio 6, 2009

bosch

C’è chi lo chiama pessimismo, ma per come la vedo io la felicità non appartiene agli esseri umani. Potremmo discutere su cosa si intende per felicità e allora puntualizzerei che non condanno l’umanità a un destino di tristezza e miseria ma semplicemente pretenderei meno dagli esseri umani e darei loro obiettivi molto più raggiungibili: serenità e gioia. Difficile, a mio modo di vedere, averle entrambe nello stesso momento. Per raggiungere la gioia si deve passare attraverso un percorso più o meno breve di difficoltà o dolore, fisico o morale, e questo è tutt’altro che sereno. La serenità è uno stato prolungato di benessere, un equilibrio tra se stessi e ciò che ci circonda. Non c’è la “necessità” di qualcosa al di fuori di ciò che abbiamo o che possiamo avere (cosa che potrebbe portarci gioia). È un appagamento.

La felicità è troppo per noi. È uno stato di grazia che dovrebbe durare tutta la vita e dovrebbe pervaderla tutta. E come si fa a essere felici per tutta la vita? Non che creda in qualcosa tipo Inferno o Paradiso dopo la morte, ma felicità e vita per me si escludono a vicenda. La vita è dubbio, curiosità, ricerca, desiderio… Se gli uomini fossero felici non avrebbero più desideri, smetterebbero di sognare e di vivere. Forse non è stata poi una cattiva idea mangiare quella mela che dal Paradiso terrestre ci ha fatto scaraventare sulla Terra. E non a caso quest’idea l’ha avuta una donna!

Abbiamo bisogno di qualcosa a cui tendere, di obiettivi, per questo facciamo e disfaciamo, roviniamo cose belle perché abbiamo bisogno di “altro”, di sentirci più liberi, più appagati, diversi o uguali. Poi rimpiangiamo gli errori, il passato, dicendoci che impareremo da quegli errori, ma non lo facciamo, perché ci sono degli istinti, comuni a tutti gli uomini, che non si possono dominare. Primo fra tutti l’amore. Abbiamo bisogno di amare e anche se l’amore ci incatena, non possiamo farne a meno. La grande condanna dell’umanità è che l’amore non basta a se stesso, per questo l’uomo lo distrugge così spesso. Lo maltratta, lo sminuisce e lo tradisce, perché non può farne a meno, perché non può far altro che scappare, perché non può far altro che continuare a sentire che c’è “altro”. Altro amore forse, o altra gioia. Non ci basta nemmeno l’unico senso che la nostra vita può avere per essere felici. E non lo saremo mai.

Cosa cerchiamo? Tutto quello che non abbiamo o non possiamo avere. Tutto quello che hanno gli altri. Tutto quello che ci rende uguali agli altri. Non sappiamo distinguere l’orgoglio dalla soddisfazione. Siamo dei pazzi schizzofrenici che non sanno trovare pace. E nessuno ci insega a trovarla. Forse le religioni possono acquietare l’animo di qualcuno, ma mi sembra sempre che scordino il “mondo”, tutto il resto, l’altro, il diverso, il contesto in cui viviamo che è una delle fonti dei nostri difetti peggiori. E come si fa a dimenticare il mondo, pensando solo a sé e alle svariate preghiere? Il mondo cambia e cambiamo noi. Quello che ci rendeva “felici”, o meglio, soddisfatti, non ci basta più perché siamo in continuo movimento e in continua scoperta. Chi si ferma, forse, può trovare pace, ma dimentica gli altri. È difficile camminare insieme, essere coerenti, rispettarsi e l’amore non ci aiuta perché ci cambia.

Nella nostra imperfezione c’è qualcosa di romantico, qualcosa che ci identifica e che ci rende diversi e speciali. Dovremmo saperla accettare, con la consapevolezza che ci potrà allontanare da chi amiamo o da quello in cui abbiamo creduto. Ma la vita va avanti, e il bello è questo, che anche se per noi non esiste il per sempre, ci sarà sempre “altro”, perché il passato non può tenerci bloccati se smettiamo di identificarlo con la nostra storia e lo cogliamo invece nel suo significato: ciò che si trova alle nostre spalle.

Giada

La sensazione

dicembre 26, 2008

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Hai mai la sensazione che ci sia qualche tempo che sta per scadere?

La netta precisa sensazione che hai sbagliato tutto, che non sei più forte del resto del mondo e non ce la fai a continuare a dire “non me ne frega niente”. “Non me ne frega niente”, ma c’è un’altra storia già scritta e già raccontata, su di te. La sensazione che non ti permetteranno di cambiare mai una virgola. La sensazione che tutti ti volessero in un certo modo, ma non per il tuo bene, solo per poterti controllare da vicino, perché la loro storia potesse continuare ad avere un senso.

Hai mai la sensazione che di te non gliene freghi niente a nessuno? Che potresti prendere una a una tutte le persone a cui vuoi bene e dirgli dove e come ti hanno fatto male, e loro risponderebbero comunque “ma non è colpa mia!”?  La sensazione che c’è sempre qualcuno o qualcosa di più importante di te o che viene prima?

Hai mai la sensazione che avresti dovuto vivere secondo il gusto degli altri? Divertirti quando tutti si divertono e dove tutti si divertono, innamorarti di chi ti merita, e non stare mai mai da solo nemmeno per un minuto, nemmeno se non hai voglia di vedere nessuno?

Hai mai la sensazione di essere escluso da qualcosa, che non ti ha mai attirato, ma che ti doveva interessare? La sensazione che non puoi essere come vuoi, che non puoi guardare negli occhi la persona che ami e credergli, e credergli ancora, perché ti ricordano in continuazione tutti gli errori che hai subito tu ma che giudicano gli altri? E ti spaventano…

Hai mai la sensazione che potrebbe non bastare l’amore alla tua vita? Che non lo saprai gestire, che non saprai farti amare, perché è diventato talmente stancante spiegarti tutte le volte?

Hai mai la sensazione che ci sia qualcosa dentro di te che grida ma nessuno lo sente?

Giada