Trilogia di Palestina: i bambini

maggio 10, 2014

palestina bambini

Con questo post termina il primo viaggio attraverso la Palestina.

Ho provato a raccontare due storie, tra le migliaia che andrebbero raccontate. Ho parlato dell’uccisione di due ragazzi Rachel Corrie e Tom Hurndall, stranieri, perché volevo sottolineare quanto ingiustificabile fosse il comportamento dell’esercito israeliano, che se non si fa scrupoli a uccidere cittadini stranieri, possiamo soltanto immaginare cosa possa infliggere ai civili palestinesi.

Mi sembra giusto però concludere parlando dei palestinesi, il vero obiettivo di questa continua guerra da parte di Israele. E vorrei parlare delle prime vittime, innocenti per loro natura: i bambini.

Tom è stato freddato da una pallottola sparata da un cecchino, mentre cercava di portare al riparo 3 bambini, esposti al fuoco israeliano. Il soldato, con il suo fucile dotato di mirino telescopico ha seguito la corsa di Tom. Lo ha visto portare in salvo il primo bambino, ma non gli ha permesso di raggiungere le altre due bimbe. Lo ha centrato in testa.

Perché il cecchino non ha colto l’umanità del gesto di Tom? Perché per i soldati i bambini palestinesi sono piccoli terroristi, non sono bambini. Evidentemente pensano che più ne uccidono, più i cittadini israeliani saranno al sicuro, perché ci saranno meno futuri terroristi. L’unico motivo per cui non si sono ancora decisi a fare una definitiva e mirata strage degli innocenti è che qualche Osservatorio internazionale, ogni tanto rompe le scatole, ricordando quelle fastidiose Convenzioni come quella sui Diritti dell’Infanzia del 1989 o quella contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti del 1984.

Sicuramente questi Osservatori fanno tutto il possibile, in situazioni oggettivamente difficili, per regolamentare il trattamento dei minori. Fatto sta che leggere alcuni dossier, in particolare quello dell’Unicef del 6 marzo 2013, riguardanti la condizione dei bambini palestinesi, e in particolare le raccomandazioni e i consigli che vengono dati a Israele, è davvero grottesco.

Il documento dell’Unicef si basa su oltre 400 casi documentati di detenzioni e maltrattamenti su giovani detenuti e raccomanda una serie di misure concrete (14 per la precisione) per migliorare la protezione dei bambini all’interno del sistema giudiziario israeliano. Migliorare? Come a dire arrestateli pure se lanciano i sassi, ma fatelo almeno con gentilezza! Il documento invita Israele a rispettare le norme internazionali vigenti. Ora, io suppongo che gli israeliani abbiano liberamente accesso ai documenti ufficiali e alle Convenzioni dei vari Osservatori, se hanno deciso di ignorarli non credo che un invito possa cambiare le cose. E se questo garbato invito venisse declinato, cosa dovremmo fare? Ci voltiamo dall’altra parte dicendo che almeno ci abbiamo provato?

Ecco alcune informazioni tratte dal documento dell’Unicef:

  • Lo stato di Israele arresta 700 bambini ogni anno, una media di 2 bambini al giorno per un totale di 7.000 bambini negli ultimi 10 anni
  • I bambini hanno dai 12 ai 17 anni
  • La maggior parte viene arrestata con l’accusa di “lancio di sassi” che prevede fino a 6 mesi di reclusione per i bambini dai 12 ai 13 anni e fino a 10 anni dai 14 anni in poi
  • Se il sasso era indirizzato verso un veicolo la pena raddoppia, nel qual caso un bambino di 14 anni può essere condannato a 20 anni di carcere
  • I bambini vengono prelevati durante la notte, con irruzioni violente dei soldati armati, e sono accompagnate da minacce e spesso dalla devastazione dell’immobile
  • I familiari non vengono informati su dove il bambino verrà condotto, con quale accusa e per quanto tempo
  • I bambini vengono portati nei centri di detenzione bendati e legati, e vengono fatti sdraiare a terra, nel veicolo. Il viaggio può durare alcune ore, ma anche un’intera giornata, nel tragitto non viene loro garantita né l’acqua né servizi igienici
  • A volte vengono effettuate soste per far visitare i bambini dal personale medico. La visita dura pochi minuti e le richieste di aiuto dei bambini vengono costantemente ignorate anche nel caso in cui presentino evidenti segni di percosse e abusi
  • L’interrogazione dell’imputato-bambino avviene con lo stesso legato a una sedia senza un avvocato o un genitore e senza la supervisione di un organo indipendente, come invece è imposto dalle norme internazionali. In particolare l’articolo 37 (d) della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia prevede che “ Ogni bambino privato della sua libertà deve avere diritto a rapido accesso ad assistenza legale o ogni altra assistenza adeguata”
  • Al bambino non vengono mai spiegati i propri diritti. Scopo dell’interrogatorio è giungere a un’auto-incriminazione
  • Per ottenere una confessione vengono usate intimidazioni e minacce di isolamento, di morte e di violenza sessuale (contro il bambino o la sua famiglia)
  • Alla fine del procedimento quasi tutti i bambini confessano e firmano i documenti scritti in lingua ebraica, sconosciuta alla maggior parte dei detenuti
  • L’isolamento in carcere di un bambino può durare da un giorno a un mese, prima dell’inizio del processo, mentre il diritto internazionale impone che i bambini vengano processati entro 24 ore dall’arresto. L’Unicef afferma che in queste celle i bambini sono trattati in modo “crudele” e “disumano
  • L’isolamento può portare insonnia, allucinazioni e malattie mentali. A causa dell’impatto negativo della pratica dell’isolamento sul benessere psicologico di un bambino, la Commissione sui Diritti dell’Infanzia ha imposto il più severo divieto a tale trattamento
  • I bambini vengono presentati alla corte in manette e con delle catene legate alle gambe, in contravvenzione delle Regole Minime per il Trattamento dei Detenuti del 1987
  • Il periodo di detenzione durante il processo può essere esteso a 188 giorni e le cauzioni vengono quasi sempre negate, anche in questo caso in violazione della Convenzione sui Diritti per l’Infanzia
  • Gli avvocati arabi non hanno un facile accesso alla documentazione militare e alla legislazione militare di Israele perché disponibile esclusivamente in lingua ebraica, contrariamente a quanto prevede il diritto internazionale. Questo può compromettere la possibilità di un processo equo per un bambino palestinese
  • 2 bambini su 3 vengono detenuti in Israele. Questo rende molto difficili, se non impossibili, le visite dei familiari, a causa dei regolamenti che vietano ai palestinesi di viaggiare all’interno di Israele e del tempo necessario per rilasciare un permesso. Secondo l’articolo 37 (c) della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, un bambino “ha il diritto di mantenere i contatti con la sua famiglia per mezzo di corrispondenza e visite, tranne che in circostanze eccezionali”
  • La carcerazione dei piccoli prigionieri ha effetti deleteri nel lungo termine. Strappando un bambino alla sua famiglia si crea un profondo stress emotivo, oltre a violare il diritto del giovane ad avere un’istruzione
  • I bambini palestinesi, contrariamente ai loro coetanei israeliani che fruiscono del diritto penale e civile, vengono processati da tribunali militari ai sensi della legislazione militare israeliana

Il Rapporto dell’Unicef conclude affermando che “il maltrattamento dei bambini palestinesi nel sistema di detenzione militare israeliana appare diffuso, sistematico e istituzionalizzato. Quanto descritto si basa sulle ripetute denunce avvenute nel corso degli ultimi 10 anni, sulla loro entità e persistenza. Tale conclusione è sostenuta anche dall’esame dei casi documentati attraverso un sistema di monitoraggio e reporting di gravi violazioni dei diritti dei bambini, così come dalle interviste condotte con avvocati israeliani e palestinesi e con bambini palestinesi”.

Seguono le 14 raccomandazioni (pagina 14 del documento Unicef) che, si precisa, tengono conto del diritto di Israele di salvaguardare la propria sicurezza e di proteggere i propri cittadini da ogni forma di violenza.

È così che si proteggono i bambini? Li si lascia marcire in carcere per 10 o 20 anni perché così Israele si sente al sicuro e può dormire sonni tranquilli? Che uomini saranno quei bambini quando usciranno dal carcere?

Non voglio nascondermi dietro un dito, sono consapevole che i bambini palestinesi non sono come gli altri bambini, sono molto più consapevoli della situazione politica del loro Paese. Cercano di prenderne parte. Alcuni di loro sognano di diventare martiri della Palestina. Talvolta vengono strumentalizzati dagli adulti o influenzati da quello che vedono in tv e sognano di diventare gli eroi della loro Terra.

Quello che vorrei che fosse chiaro è che se anche è vero tutto questo, e se anche valesse per tutti i bambini palestinesi, non è colpa loro. Non hanno colpa se è stata loro negata l’infanzia, se invece di pensare a giocare sono costretti a pensare a come difendere la loro casa e la loro famiglia. Non è colpa loro se lo stato di terrore e di umiliazione continuo in cui sono costretti a vivere li traumatizza. Non è colpa loro se l’esperienza quotidiana della morte e della violenza li rendono insensibili al valore della vita umana. Non hanno nessuna colpa. Non hanno chiesto loro di vivere così. Non si divertono a tirare sassi, è che non sanno cosa significa essere bambini. Ma loro sono dei bambini, vogliono essere bambini, hanno il diritto di essere bambini. Alcuni di loro crescono con il sogno di diventare martiri. Non vedono niente in questa vita per cui valga la pena di vivere. Non concepiscono nemmeno che la vita possa essere bella e possa valere la pena di essere vissuta. La loro vita non ha niente di bello, l’unica speranza che hanno è quella del Paradiso.

C’è un dato di fatto che credo sia valido sempre. Chi vive certe situazioni, così totalizzanti e ristrette, in cui non si ha modo di confrontarsi con altre realtà, non può sapere fino in fondo cosa è bene o male. È tutto relativo. I singoli individui possono avere colpa fino a un certo punto. È il contesto che è sbagliato. L’influenza del contesto nella vita delle persone è fondamentale, per questo credo, e non per fare retorica, che sia necessario fare tutto il possibile per eliminare le differenze e dare a tutti le stesse possibilità di partenza. Se questo discorso è valido per gli adulti, dovrebbe essere obbligatorio verso i bambini. L’infanzia è un’età della vita alla quale tutti devono avere diritto. È l’unico momento in cui le persone possono sentirsi felici. La purezza della felicità di un bambino nessun adulto potrà mai raggiungerla, nemmeno se riuscirà a realizzare tutto quello che avrebbe potuto volere dalla vita. Con il tempo ci si rende sempre più conto di quanto la vita sia complessa, di quanto pesi il mondo intorno a noi e la felicità totale, spensierata, non sarà più possibile, se non per brevi, rari istanti. È inumano negare ai bambini l’infanzia. È inumano non proteggerli dall’orrore del mondo. È inumano strappargli fin da subito la speranza, la capacità di immaginare la loro vita. Lo scopo della vita di ogni uomo credo sia essere felice. Ma se non si ha idea di cosa sia la felicità che valore possiamo dare alla vita?

Giada

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