Trilogia di Palestina: Thomas Hurndall

aprile 15, 2014

Tom Hurndall

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi
Bertolt Brecht

Tom aveva 21 anni quando è stato colpito alla testa dalle Forze di Difesa Israeliane l’11 aprile 2003, mentre cercava di portare in salvo tre bambini dalle pallottole israeliane che volavano sopra le loro teste.

Tom era un fotografo inglese, un giornalista, uno studente. Un ragazzo. Voleva vedere con i suoi occhi quello che succedeva nelle zone di guerra. Voleva stabilire un contatto con ciò che provava la gente in situazioni così drammatiche. Voleva capire.

Abbiamo guardato avidamente Bush che alle 3 di mattina della notte scorsa dava il suo ultimatum a Bagdad. Era uno di quei momenti che tracciano una linea di demarcazione, che io non dimenticherò mai. E mi domandavo, immaginando di essere nella parte del mondo che stava per subire quella feroce potenza, che questi diceva sarebbe giunta sulla regione. Mi sembrava di poter sentire tutte insieme le grida dei feriti e dei morenti: risultato di quelle pacate e serene parole che questi aveva pronunciato con tale ponderata determinazione. Sebbene sapessi che era tutto nella mia mente, sembrava così vero, e per un attimo ogni argomentazione e giustificazione hanno abbandonato i miei pensieri. Nella mia mente c’era quiete, e tutto ciò che potevo sentire era il pianto di migliaia di persone. Ho dovuto trattenere le lacrime.
Thomas Hurndall

Nel febbraio del 2003 Tom prende parte alla protesta Stop the War e in seguito si unisce agli Scudi Umani a Bagdad. Lavora nel campo profughi di Al Rweished, in Giordania, trasportando attrezzature mediche, e infine si reca nei territori occupati della Striscia di Gaza.
Tom non voleva apprendere le cose dalla tv o dai giornali, non abbracciava una fede o un’ideologia politica che gli indicassero come pensare e come interpretare i fatti. Voleva usare la sua perspicacia e il suo senso critico. Voleva vedere.

Nessuno può dire che non sto vedendo ciò che adesso era necessario vedere 
Thomas Hurndall

Tom, o come lo chiamavano i suoi compagni Tab, arriva a Gaza il 6 Aprile del 2003, poche settimane dopo la morte di Rachel Corrie. Il suo istinto, fin da subito, è quello di andare dove c’è più bisogno, di documentare le zone più pericolose dove l’esercito israeliano spara in continuazione sui civili. Non vuole fare il martire, né tantomeno l’eroe, vuole guardare in faccia la realtà nella sua espressione più cruda e ingiustificabile. Non cerca i “casi umani”, non cerca di far leva sull’emotività, vuole la verità. Tom però ha una sensibilità particolare, nonostante il suo distacco “professionale” di testimone di una vicenda storica e terribile, sente e vede tutto. Percepisce ogni sfumatura, con uno sguardo capisce tutto. Tom ha bisogno di vedere, pensa che il senso della sua vita sia questo. Essere il testimone di coloro che non hanno voce, di cui non si parla mai, perché le vittime civili delle guerre non prendono le prime pagine dei giornali, non hanno nomi e non hanno volti. Quando va bene, sono dei numeri. Ha 21 anni. Mi mette i brividi pensare che un ragazzo così giovane abbia una consapevolezza di se stesso e un senso di giustizia così completo e maturo.

L’11 aprile Tom sta camminando per Rafah con alcuni attivisti dell’ISM che cercano di fermare i soliti bulldozer che distruggono le case dei civili palestinesi. Indossa il giubbotto arancione fosforescente da attivista, riconosciuto a livello internazionale. C’è confusione, le persone gridano, si accalcano, corrono per le strade. Ci sono i carri armati e i cecchini appostati sulle torri che seguono la situazione. Ad un certo punto cominciano a sparare raffiche di proiettili. Tutti scappano. Cercano di mettersi in salvo e di rifugiarsi in ripari lontano dai colpi. Mentre scappa, Tom vede un gruppo di bambini, tra i 4 e i 7 anni, allo scoperto, su un cumulo di macerie, nella traiettoria degli spari. Sono terrorizzati, paralizzati dalla paura, non riescono a muoversi e a seguire gli altri.
Tom torna indietro.
Attraversa la strada sotto gli spari.
Prende in braccio il bambino più piccolo e lo porta in salvo.
Rimangono due bambine.
Tom torna di nuovo indietro.
Non riesce a raggiungere le bambine. Gli sparano dritto in testa.

Tom se ne va quel giorno. La sua vita, che aveva un senso così importante, si interrompe quel giorno. Con il sangue che esce dalla testa, da quel foro di proiettile preciso e micidiale, con i suoi compagni che ancora una volta assistono al massacro di uno di loro.
Perché il corpo di Tom si decida a lasciarlo andare, però, passeranno 9 mesi. 9 mesi di coma, in stato vegetativo. 9 mesi di sofferenza e di impotenza.
Il cuore di Tom smette di battere il 13 gennaio del 2004. Aveva compiuto 22 anni, senza nemmeno saperlo.

Il soldato che ha ucciso Tom Hurndall si chiama Taysir Hayb, è stato condannato dal tribunale militare israeliano a 8 anni di reclusione per omicidio colposo, poi ridotti a 6 anni e mezzo. Hayb è un arabo di origine beduina, ma non credo che sia questo il motivo per cui Israele ha deciso di farne un capro espiatorio.
In effetti risulta molto strano credere alla buona fede di Israele quando nei 3 anni di Intifada sono stati rinviati a giudizio 10 militari israeliani per l’uccisione di civili e nessuno è mai stato condannato. Inoltre, come è stato dichiarato durante il processo di Rachel Corrie, l’esercito è assolto da ogni atto d’accusa perché l’evento si è verificato in tempo di guerra. Perché dunque in questo caso le autorità militari israeliane hanno accelerato le indagini e puntato prontamente il dito nei confronti di Hayb? Il fatto è che Tom era inglese, non americano, e la Gran Bretagna non ha la sudditanza degli Stati Uniti nei confronti di Israele.

La famiglia di Tom ha richiesto subito indagini per appurare la verità e ha fatto effettuare a sue spese una perizia balistica, in tutto ciò è sempre stata sostenuta dal ministro degli esteri inglese Jack Straw.
Hayb è un tiratore scelto e il suo fucile era dotato di mirino telescopico, impossibile che non avesse sparato con la piena consapevolezza della sua azione. In un primo momento sostiene di aver sparato contro un uomo armato. Tom aveva il giubbotto arancione fosforescente e nessuna arma, naturalmente. Stava portando in salvo dei bambini, cristo santo, come si fa a sparare a un ragazzo che sta compiendo il gesto più umano e compassionevole del mondo!
In seguito ammette di aver puntato il fucile vicino alla testa di Tom, scambiato per un palestinese, a scopo deterrente. Inoltre ha ammesso che in quel periodo era prassi comune sparare contro persone disarmate.
La corte di giustizia inglese ha stabilito che Tom è stato ucciso illegalmente, cosa che per Rachel non è mai successa.

Tutte le morti possono essere vissute come ingiuste. Tutte le morti provocano dolore, in qualche modo, per alcuni. Ma ci sono persone che non dovrebbero morire, non in questo modo. Perché senza di loro il mondo è un luogo più brutto e senza speranza.
Ci sono delle vite che servono a tutti noi, che lo sappiamo o no, che hanno un significato universale. E queste vite andrebbero protette, non spezzate. Per la salvezza di tutti e di questo schifo di mondo. Perché abbiamo bisogno di sapere che ci sono persone come Tom, come Rachel, come Vittorio Arrigoni. La loro vita valeva più della nostra e noi non li abbiamo protetti, non li abbiamo difesi.
Non erano lì perché ce li avevano mandati i loro paesi, non difendevano un territorio in nome di un’entità superiore. Erano lì per difendere degli esseri umani. È come se avessero difeso tutti noi.
Queste persone ora non ci sono più, non torneranno più, e non ne nascono tante di persone così.
Saranno sempre meno quelli che prenderanno il loro posto. Sempre meno persone saranno disposte a rischiare così tanto solo per un innato senso di giustizia sociale e di umanità. E solo finché ci saranno persone così possiamo sperare di salvarci, come esseri umani. E possiamo sperare di meritarci di essere salvati. Stiamo lasciando morire, nell’indifferenza generale, quelle uniche vite che ci rendono degni di chiamarci esseri umani.

Giada

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Una Risposta to “Trilogia di Palestina: Thomas Hurndall”

  1. […] le migliaia che andrebbero raccontate. Ho parlato dell’uccisione di due ragazzi Rachel Corrie e Tom Hurndall, stranieri, perché volevo sottolineare quanto ingiustificabile fosse il comportamento […]

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