Ripensare la narrativa umana

maggio 24, 2011

neuroni specchio

L’anno scorso, in un post ispirato ad un articolo di Stephen Downes, ho messo in relazione la rete di connessioni creata dalle nuove tecnologie, con una pratica, su più larga scala, dell’empatia. Ho sempre creduto che l’empatia fosse uno strumento fondamentale dell’essere umano, sia per vivere con gli altri che per compiere scelte che non ledano il diritto alla vita di nessuno. Qualche mese fa ho scoperto, grazie ad un documentario di Current tv (che purtroppo sembra essersi volatilizzato dalla rete), che l’empatia non è una disposizione dell’animo umano, ma della natura umana, che trova il suo fondamento biologico nei neuroni specchio. Questo gruppo di neuroni sono diventati famosi tra noi comuni mortali soprattutto perché “rischiano” di far vincere il Nobel a Giacomo Rizzolatti, coordinatore di un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma… una gran bella soddisfazione! La scoperta, inoltre è accompagnata da un divertente aneddoto, in quanto avvenuta per serendipity, per caso, come in passato è successo per i riflessi condizionati di Pavlov, per la colla dei Post-it e per il Viagra. Un gruppo di neuroscienziati aveva collegato un’unità di risonanza magnetica su un macaco che mangiava delle noccioline. Erano già giunti ad una scoperta interessante e cioè che quelli che credevano essere dei moto-neuroni non si attivavano in relazione ad un dato movimento (chiudere la mano piegare il braccio ecc…), ma in relazione allo scopo (come afferrare un oggetto), quando un uomo entra nel laboratorio e mangia una nocciolina del macaco, che lo osserva, probabilmente anche un po’ irritato. I ricercatori che guardano lo scanner della risonanza notano così che gli stessi neuroni che si attivavano quando la scimmia mangiava le noccioline, si attivano anche adesso che la scimmia osserva la stessa azione compiuta dall’essere umano.

Vilayanur S. Ramachandran, neurologo indiano, esperto di neuroscienza del comportamento e di psicofisica, ha affermato che i neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il dna è stato per la biologia ed io sono estremamente affascinata dalle implicazioni che questa scoperta porta con sé. Perché è evidente che quando osserviamo un’emozione particolarmente intensa in qualcuno, ne veniamo coinvolti. Una sera stavo guardando una bellissima intervista a Miloud Oukili, che ha dedicato la sua vita al recupero dei bambini e dei ragazzi che vivono nei sotterranei di Bucarest, attraverso la fondazione PARADA, che organizza spettacoli per le strade e le piazze delle città. Miloud, persona straordinaria, di un’umiltà disarmante, di fronte al racconto dell’intervistatrice, Camila Raznovich, continuava a ripetere che lui non aveva fatto niente di eccezionale, ma che era solo un clown. Camila, visibilmente commossa, con la voce rotta dall’emozione dice «ma tu hai fatto uscire questi bambini dalle fogne e hai dato loro un futuro». In quel preciso momento anche i miei occhi si sono riempiti di lacrime e, guardando la mia coinquilina che sedeva accanto a me, mi sono accorta che anche a lei, in quello stesso istante, erano venute le lacrime agli occhi. In realtà ci sarebbero altri milioni di esempi (quando ci commuoviamo per un film, ci impressioniamo per atti di violenza o ci arrabbiamo per una partita di calcio), ma quell’occasione fu particolare proprio per la velocità della reazione.

La ricerca sui neuroni specchio è solo agli inizi, e in realtà c’è già chi la confuta, ma la cosa straordinaria di questo studio è che porterebbe alla luce il fatto che, in realtà, gli esseri umani non sono programmati per l’aggressione, la violenza, l’egoismo e l’utilitarismo, ma per sentire i disagi altrui come se fossero i propri, per la propensione all’altro, per la socievolezza. Jeremy Rifkin nella Civiltà dell’empatia afferma che siamo homo empaticus, che il nostro impulso primario è quello di appartenere. E si pone una domanda interessante: è possibile estendere la nostra empatia all’intero genere umano, come famiglia estesa, e ai nostri compagni animali come parte della nostra famiglia evolutiva o alla biosfera come nostra comunità condivisa? «L’empatia è la mano invisibile, è ciò che permette alla nostra sensibilità di allinearsi a quella altrui formando unità sociali più estese. Empatizzare è civilizzare, civilizzare è empatizzare». A questo punto Rifkin propone un excursus storico del nostro sentire empatico:

Nelle società primitive l’empatia si esprimeva solo tra consanguinei. Con l’avvento delle grandi civiltà idraulico-agricole e con l’invenzione della scrittura ci siamo de-tribalizzati, è arrivata la coscienza teologica e l’empatia ha cambiato espressione, andandosi a basare su legami religiosi. Nel XIX secolo, la rivoluzione industriale estende i nostri mercati ad altre aree e inventiamo gli Stati Nazione che ci permettono di costruire relazioni e identità basate sulle nuove e complesse rivoluzioni energetiche e informatiche che abbattono il tempo e lo spazio. Ma se siamo arrivati all’empatia basata sull’identificazione nazionale perché fermarci? Secondo Rifkin le nuove tecnologie di ICT permettono di estendere il nostro sistema nervoso e di pensarci visceralmente come una famiglia, non solo razionalmente. Lo abbiamo sperimentato con le grandi tragedie di questi ultimi tempi, dal terremoto di Haiti, allo tsunami in Giappone. Nel giro di poche  ore, grazie alla rete, l’intero pianeta ha abbracciato empaticamente questi paesi, con un sostegno materiale e morale. Dobbiamo allargare il nostro senso di identità e ripensare la narrativa umana. Che non significa rinunciare alle vecchie identità nazionali, religiose e parentali. Nessuno dice che per essere «altamente connessi», come dice Downes, bisogna rinunciare ad uscire con il fidanzato o a coltivare amicizie “reali”. Abbiamo tempo e risorse per tutto. «Se reprimiamo questa essenza come genitori, educatori, lavoratori e governanti – dice Rifkin – le pulsioni secondarie si fanno avanti: il narcisismo, il materialismo, la violenza, l’aggressione».

Per la prima volta scopro che c’è una base biologica che ci può permettere di cambiare veramente le cose. E mi vengono in mente le parole di un ragazzo straordinario, Vittorio Arrigoni, che sintetizzava così tutto quello che ho cercato di spiegare: RESTIAMO UMANI.

Giada

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Una Risposta to “Ripensare la narrativa umana”

  1. roberto said

    molto interessante: l’ho copiato su
    https://groups.google.com/forum/?hl=it&fromgroups#!forum/gap_alba
    grazie Giada, spero tu non me ne abbia
    roberto

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