Il RAZZISMO tra cani e la DISCRIMINAZIONE del televoto

marzo 19, 2010

Le parole hanno un peso e questo peso corrisponde al loro significato. Forma e sostanza non sono due cose distinte, se lo fossero non esisterebbero la linguistica, la semiotica, la filosofia del linguaggio e io mi starei laureando con una tesi in una materia che suonerebbe un po’ così: «Il fatto che io dica questa cosa non significa che io pensi questo». «Perché allora non ti stai zitta?”» sarebbe la risposta più ovvia, ma in realtà ce n’è una che va ancora più di moda di questi tempi: «Perché democrazia significa libertà di espressione». Per questo si parla, si parla senza sapere quello che stiamo dicendo solo perché è nostro diritto parlare ma non è nostro dovere sapere quello che stiamo dicendo. E la cosa non sarebbe tanto grave se fossimo in grado di distinguere la democrazia, dal calderone televisivo e dal televoto e se fossimo in grado di fare una giusta distinzione tra chi parla con cognizione di causa e chi… no. La televisione con quel rompimento immane di palle che si chiama REALITY ci ha convinto che il niente vale quanto il senso, che il fatto di essere come siamo sia un merito, un valore aggiunto più che sufficiente non solo per apparire in spazi pubblici ma anche per essere ascoltati (ammirati, imitati). E da buoni palloni gonfiati nessuno si tira indietro dal dire la sua verità, anche se nessuno gliel’ha chiesta.

E in questo clima confuso dove la mia opinione sul cinema vale quanto quella di Kubrick, dove la parola cantautore accomuna Fabrizio De André e qualche ragazzino di Amici, noi, non solo invece di tendere agli alti livelli dei grandi personaggi li affondiamo nel nostro qualunquismo (ricordiamo che una trasmissione ha aperto un televoto per decidere chi tra Laura Pausini, Falcone e Borsellino e Leonardo da Vinci fosse “Il più grande”!), ma cambiamo radicalmente la funzione del linguaggio che non è più quella di comunicare ma di riempire spazi.

Abbiamo svuotato le parole del loro significato, come se questo potesse essere intercambiabile, come se fossero nate prima le parole e poi, con calma, qualcuno avesse loro assegnato dei significati, dei concetti. Togli oggi, togli domani, finisce che alcune parole non hanno più un significato, un concetto che le identifichi, che ne permetta l’utilizzo in un discorso corrente. Una di queste è RAZZISMO: convinzione che la specie umana sia suddivisa in razze biologicamente distinte e caratterizzate da diversi tratti somatici e diverse capacità intellettive, e la conseguente idea che sia possibile determinare una gerarchia di valore secondo cui una particolare razza possa essere definita “superiore” o “inferiore” a un’altra. Un’altra, direttamente connessa a questa è DISCRIMINAZIONE: trattamento non paritario attuato nei confronti di un individuo o un gruppo di individui in virtù della loro appartenenza ad una particolare categoria definita da razza, sesso, cultura, inclinazioni sessuali, credenze religiose.
Per l’opinione comune l’ultima volta che queste parole hanno avuto significato è stato durante l’invasione della Germania nazista. Di fronte a questo paragone forse, si spera, difficilmente eguagliabile, ogni altra manifestazione che rispetti le suddette definizioni viene relativizzata. Oggi non è razzismo affermare che i rom appartengono ad un’etnia dedita all’illegalità, al furto e al rapimento di bambini e che non possono convivere con noi per loro stessa scelta, è “esperienza comune”. Non è razzismo malmenare selvaggiamente gli stranieri e devastare i loro negozi e le loro botteghe, ma sono gesta di qualche decine (centinaia) di idioti. Non è razzismo schiavizzare centinaia di lavoratori extracomunitari, sono imprenditori senza scrupoli. D’altronde viviamo in un Paese che ha raggiunto un così alto livello di civiltà che mai accetterebbe un’involuzione ad una tale barbarie, non come nei Paesi musulmani dove le donne vengono ancora lapidate e i dissidenti imprigionati e torturati! (ci risiamo!)

Che ne vogliamo fare di queste parole? Le cancelliamo dal vocabolario? Le consideriamo ufficialmente debellate come il vaiolo? Le vogliamo tenere solo per parlare, tante volte dovesse servire, degli altri, di quei popoli incivili e così lontani da noi? Come succede a chiunque abbia una dipendenza, il primo passo da fare sarebbe renderci conto che abbiamo un problema, senza aspettare che venga pubblicato e magari inserito come testo scolastico un nuovo Mein Kampf. Sono certa che qualcosina, prima di arrivare a questi livelli si possa fare. Perché il razzismo e la discriminazione si respirano nelle nostre città, ci conviviamo, senza dargli peso perché consideriamo ogni quotidiano episodio come isolato, impedendoci di metterlo in relazione con i tanti, troppi altri.
Qualche mese fa dei ragazzi (non ricordo più in quale città forse in provincia di Venezia) verso le 11 di sera hanno picchiato e dato fuoco ad un barbone che dormiva, riducendolo in fin di vita. Una signora del posto intervistata prontamente dalla televisione si è detta INDIGNATA (e io ho tirato un sospiro di sollievo) per i genitori che permettevano ai figli minorenni di stare in giro fino alle 11 della sera…  Come sono superficiale! Ovvio che il problema più urgente è insegnare ai giovani a rincasare prima la sera e rispettare il coprifuoco dei genitori e non insegnare ai monelli a non bruciare le persone! Sono questi discorsi, queste piccole frasi, dette a caldo, senza pensarci troppo che mi spaventano di più, perché danno l’idea di un veleno che ormai si è insinuato nel nostro sangue e che non ci permette più di distinguere nell’immediatezza il bene dal male, la realtà dall’immaginazione e dal pregiudizio. Un altro inquietante esempio, a mio avviso, viene dal film Genitori e figli. Agitare prima dell’uso di Giovanni Veronesi, un affresco leggero e simpatico di alcune dinamiche familiari in cui è facile identificarsi. Di per sé il film non è male: bravi attori, battute divertenti, anche se la storia è un po’ sconnessa e inconcludente. Ma c’è un episodio in particolare che mi ha lasciata di stucco. Un bambino, i cui genitori si stanno separando, comincia a dare problemi a scuola per atti di intolleranza verso i suoi compagni stranieri. Prima si tratta di un compito dal titolo come hai trascorso le vacanze di Pasqua dove il bambino parla del suo compagno rom che puzza e degli altri alunni neri della scuola che rubano le merende agli altri bambini. I genitori imbarazzati cercano di affrontare il problema con punizioni e rimproveri, ma non sanno bene come comportarsi. Arriva poi l’episodio grave in cui il bambino (tra le risate del pubblico), appuntata una matita, la infila nel collo del bambino rom che viene ricoverato in ospedale e a cui vengono messi diversi punti sulla ferita. La madre, Luciana Littizzetto, avvilita va al campo rom per chiedere scusa ai genitori del bambino ed è qui che la scelta del regista non mi è piaciuta per niente. Mentre Luciana si scusa, il padre del bambino rom, mostrando la ferita del figlio le chiede dei soldi per le cure, secondo lo stereotipo tipico del rom accattone che non ha la minima cura per la salute del figlio ma la userebbe solo per suscitare  pietà e carità. Scelta decisamente fuori luogo perché minimizza in gesto violento e pericoloso del bambino razzista (è lui stesso che si definisce così dimostrando ai genitori di conoscere bene anche il significato di questa parola). A riprova di questa mia impressione (cioè dell’intenzione di minimizzare), che fino all’ultimo speravo venisse smentita, c’è il fatto che la questione finisce qui. Nessun tentativo di rieducare il bambino, di fargli capire che ha sbagliato, nessuna risoluzione del problema che invece avrebbe potuto dare spunti interessanti e anche un po’ di consolazione. La famiglia si rassegna al carattere del figlio, quasi il film ci volesse dire che queste cose, di così poco conto, passano da sole, col tempo, e se non passano che sarà mai, tanto gli altri sono uguali (se non peggio).

È umano cercare di negare i problemi per paura di affrontarli. Un genitore che vede sua figlia adolescente non mangiare per un giorno pensa che non ha fame, se la vede vomitare il secondo giorno pensa che sia un’indigestione, se non mangia ancora il terzo è perché è ancora scombussolata dalla malattia, se dopo un mese ha perso 10 chili bisogna che cerchi di aiutare sua figlia a guarire dall’anoressia. Ed è così che bisogna aiutare la nostra società non ad essere tollerante ma RISPETTOSA degli altri.
Un ultimo esempio di “comune” razzismo viene ancora dalla televisione ed in particolare dalla trasmissione Forum che mio malgrado mi sono trovata a seguire (visto il volume decisamente elevato a cui mia nonna, quasi del tutto sorda, tiene la Tv). Un rom, con regolare lavoro, citava il proprietario di un bar che si ostinava a servirgli il caffè nel bicchiere di plastica, umiliandolo così ogni giorno. Il signore con i capelli rossi della trasmissione (di cui non so il nome, ma so solo che un centinaio di chili fa faceva  I ragazzi della terza C) blaterava che in realtà era il rom a mancare di rispetto al proprietario del bar e ai suoi clienti chiedendo la tazzina di ceramica visto che, essendo rom e arrivando dal lavoro, era sporco. Fortunatamente anche la presentatrice lo ha ripreso dicendo che stava dicendo delle assurdità, ma quando è arrivato il momento di leggere le mail della gente da casa è stato di nuovo il dramma. È venuta fuori ogni forma di risentimento e pregiudizio possibile, le leggende metropolitane dei bambini rubati, i furti, l’insicurezza dovuta al fatto che fanno tutti schifo perché hanno le bmw e i bracciali d’oro e nessuno che fosse in grado di vedere che la situazione che era stata presentata era diversa da tutto quello che avevano sempre immaginato nella loro totale ignoranza. Il signore infatti, molto gentilmente, aveva risposto a tutte le domande maligne e tendenziose che le erano state rivolte, senza alcuna relazione con la causa in corso, sulla sua vita privata, sul suo matrimonio, su sua moglie e sua figlia, spiegando che il suo non era stato un matrimonio deciso dalle famiglie, che era avvenuto in età matura e per amore, che nessuno gli aveva mai impedito di lavorare in modo regolare e che viveva in armonia con la cultura del suo popolo. È stato molto triste vedere come le persone nemmeno di fronte all’evidenza della situazione fossero disposte a mettere in discussione i loro pregiudizi. Finalmente la decisione del giudice: 500 euro di risarcimento e l’obbligo di servire il signore con un rispetto pari ad ogni altro cliente.

La legge ci dice che siamo razzisti, anche se difendiamo le ragazzate dei nostri figli piromani e violenti, anche se ci difendiamo dicendo in modo contraddittorio che gli stranieri o ci rubano il lavoro o che non vogliono lavorare, o altre stronzate simili. Addirittura è stato coniato un neologismo, la razzismofobia, per designare la tendenza a voler chiamare le cose e i reati con i loro nomi visto che le parole nascono legate al loro significato. Vorrei tanto sapere da questi avanguardisti della lingua italiana quali azioni deve fare una persona per commettere DISCRIMINAZIONE, quali parole esatte deve pronunciare per essere a ragione definita RAZZISTA. Se non esistono pensieri, parole e azioni razziste e discriminanti nella nostra società superiore che propongano la revisione della lingua Italiana e una divisione della stessa in ARCHEOLINGUA e NEOLINGUA. Come ci ha insegnato Orwell prima di arrivare alla lingua “perfetta” sarà tollerato l’uso di alcune parole dell’archeolingua, ma solo quelle il cui significato è approvato dalla Comunità. Nel Socing si poteva ancora dire “il giardino è libero da erbacce” ma la parola libero non poteva più essere usata con l’antico significato di intellettualmente o politicamente libero, semplicemente perché questa condizione non esisteva più. Allo stesso modo noi possiamo dire “affermare che i chiwawa sono più stupidi dei pastori tedeschi è RAZZISMO, oppure “il televoto a pagamento DISCRIMINA chi ha finito i soldi nel cellulare”

Ma si, lasciamo cadere in disuso le parole RAZZISMO e DISCRIMINAZIONE, così come è toccato ad altre vecchie parole quali ardiglione, dolco, murcido, doprace.

Georges Perec ne La vita, istruzioni per l’uso descrive un personaggio che di mestiere cancella le parole dai vocabolari. Mentre i colleghi più intraprendenti e creativi creano neologismi, lui rilegge il vocabolario alla ricerca di termini che non vale più la pena cercare perché troppo difficili, caduti in disuso, o perché nominano azioni e oggetti che non si compiono più, ma anche perché troppo precisi in un epoca in cui non si presta molta attenzione alle sottigliezze.

E come ha detto Stefano Bartezzaghi in un vecchio articolo di Repubblica, di questi termini morenti potremmo ancora avere bisogno.

Giada

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: