Tirando le somme

febbraio 7, 2010

Forse è il momento di fare un po’  un bilancio di tutte le varie strade che si sono incrociate in questo blog negli ultimi 2 anni. Di cose ne sono successe tante, alcune forse si sono percepite dai post altre dai periodi di silenzio, in cui la voglia di scrivere proprio non c’era. Ho aperto questo blog sotto consiglio di un mio amico che forse pensava che avessi qualcosa da dire. Inizialmente ero diffidente perché ho sempre pensato che scrivere fosse qualcosa di molto importante. La parola per me ha qualcosa di sacro, il significato che racchiude si fonde con la persona che la pronuncia o la scrive, con le sue intenzioni e con il contesto che li circonda. Le parole non sono slegate dalla vita, ma la rappresentano. Non c’è un altro modo per raccontare e raccontare è tutto, è capire, è tessere una storia, la nostra storia è scoprirsi parte del mondo. Io mi chiedevo se nelle mie parole ci fosse qualcosa che valesse la pena di essere raccontato, perché se così non fosse stato sarebbe stato poco utile unirmi al rumore di fondo, ad una specie di moda che unisce il diario ad un’agenda impersonale. Troppe volte si sottovaluta l’importanza e il peso che hanno le parole come se fossero qualcosa che fuoriesce da noi e su cui non possiamo avere un totale controllo. Invece io credo che tutti noi abbiamo il controllo dei nostri pensieri, che non sono appendici invisibili del nostro corpo ma scaturiscono dalla nostra volontà che è la parte più intima di noi.

Parallelamente alla nascita del blog è cominciata la mia esperienza nel corso di laurea in Teorie della Comunicazione che ora sta per terminare. Venuta da una facoltà come Media e Giornalismo, abbastanza impersonale, salvo rare eccezioni, sono stata molto felice di ritrovarmi in un corso che mette al centro le “persone”, nella loro totalità e umanità e non dati da osservare, studiare, categorizzare e in un certo modo manipolare. Mi sono scelta il curriculum meno popolare, Scenari e Modelli, quello più teorico dove quasi nessuno mi diceva come si fanno le cose ma perché si fanno. Il mio desiderio è sempre stato quello di conoscere, prima di saper fare, forse anche per la mia innata paura di misurarmi con la realtà. Non si può conoscere tutto, lo so, però si può imparare a pensare, in un modo solido e coerente e che non sia solo istintivo. Una volta imparato questo si possono fare molte più cose, cose che non si riducono ad una lista di procedure, ma che hanno a che fare con uno scopo che ha la stessa importanza all’esterno e all’interno di noi.

Non mi piacciono le delusioni, come più o meno a tutti. Forse io sono appena appena più orgogliosa della media, per cui delusione significa fallimento ma soprattutto aver sbagliato. Io non voglio sbagliare quasi mai e anche questo forse riguarda la maggior parte delle persone, ma il motivo è molto lontano da una pura ed egocentrica pretesa di perfezione. Scoprirmi fallibile non apre una breccia nella mia autodifesa, ma la fa saltare in aria tutta quanta come per una carica di tritolo. È un effetto a catena per cui tutte le certezze mi si sgretolano sotto i piedi. Questo perché non sono in grado di concepire separatamente i vari aspetti della mia vita, è un unicum, una moltiplicazione in cui una volta introdotto lo zero, ogni numero fa zero. Ci sono diversi stratagemmi per evitare le delusioni: 1) non lasciarsi coinvolgere, troppo 2) un pessimismo cosmico “aspettati il meglio preparati al peggio” 3) cercare sempre il lato positivo delle cose e ciò che di buono può arrivare anche laddove ci sembra impensabile. Io cerco di applicare la tattica n 3! Non sono un’ingenua né una sadica e nemmeno molto credente è solo che ho bisogno di imparare dalle cose e non solo catalogarle come errori e voltare pagina.

Anche per la mia facoltà ho dovuto applicare questo metodo. Perché le “persone” nella loro umanità sono sì oggetto di studio, ma non sono l’oggetto dell’organizzazione universitaria. Noi studenti siamo ancora considerati numeri (matricole) a cui vengono assegnati altri numeri (voti) che poi verranno sommati insieme e divisi per dare come risultato quello che siamo e quello che abbiamo imparato, per decidere a quale numero di livello ci collocheremo nella società. Questo è un problema che riguarda l’intero sistema scolastico e universitario e non solo la mia facoltà. Non sono contraria alla valutazione di per sé, che ritengo indispensabile ad ogni livello di comunicazione umana (quello che noi comunicatori chiamiamo feedback!). È grazie alla valutazione che molto spesso abbiamo la possibilità di migliorarci, ma la maggior parte delle volte al voto non corrisponde una descrizione intellegibile né una spiegazione delle insufficienze.
L’aspetto su cui ho avuto più difficoltà a trovare i lati positivi è stato, manco a dirlo, la comunicazione tra consiglio di laurea, professori, segreterie e studenti. Questa piramide sembra fatta apposta per schiacciare ogni nostra opinione su un possibile miglioramento del corso di laurea. Quando poi ci apprestiamo a chiedere educatamente spiegazioni o chiarimenti alle segreterie riguardo alle decisioni che il consiglio di laurea prende su di noi e le nostre carriere, veniamo trattati come piccoli insetti fastidiosi, piccoli figli di papà impazienti e viziati che credono che tutto sia loro dovuto, catastrofisti e inutilmente angosciati e per l’ansia di sventolare un titolo che ci farà sentire importanti.

Il fatto è che la situazione qui non è peggiore che altrove, anzi, Media e Giornalismo da questo punto di vista  non ha mai avuto la minima intezione di farci partecipare al corso di laurea. Nel corso dove mi trovo ora per lo meno abbiamo la possibilità di stabilire un rapporto, la maggior parte delle volte anche molto proficuo, con i professori che ci ascoltano e ci seguono. Se sembro così ingrata nei confronti di Teorie della Comunicazione, nonostante qualcosa di buono me l’abbia inevitabilmente lasciata è perché sono più grande che alla triennale e vedo con più chiarezza difetti strutturali che condizionano la nostra vita in questa facoltà

Se non possiamo cambiare l’organizzazione delle nostre facoltà o i nostri corsi (cosa che non dobbiamo stancarci di provare a fare) la nostra formazione può comunque andare avanti. Non serve lamentarsi del fatto che non si impara abbastanza nelle nostre università, specie in queste nuove lauree (tra cui la mia è sempre una delle prime citate) dove non serve studiare perché i voti sono comunque alti per tutti. Mi stupisco quando sento gli stessi studenti lamentarsi di questo perché non capisco cosa impedisca loro di imparare invece di andare sempre avanti con l’arte di arrangiarsi.

Ho letto con molto interesse l’articolo del The Chronicl of Higer Education e credo che le Open Educational Resoureces possano essere veramente un valido strumento per un apprendimento che non si limiti alle aule scolastiche ma che proceda al di fuori e per tutto il corso della vita. Per quanto riguarda noi studenti spesso insoddisfatti di quello che studiamo, per la poca chiarezza dei professori o la loro incapacità di risvegliare il nostro interesse, credo che le risorse online siano un supporto utile che permette di usufruire di una formazione personalizzata e meno strutturata parallelamente ai corsi tradizionali. Questo tipo di insegnamento favorisce anche un maggiore confronto con gli altri e la creazione di comunità dove si possa discutere dei temi su cui si hanno maggiori difficoltà in modo da non sentirsi isolati.

Anche sotto questo aspetto la stessa architettura delle nuove facoltà non favorisce l’incontro e la socializzazione, tanto meno l’aiuto reciproco tra studenti, ma al contrario un’accesa competizione. Rimpiango la decadente struttura di via del Parione, carica di storia, dove il portico costituiva il fulcro centrale della vita universitaria. Ci sedevamo lì a discutere, a leggere e a ripetere o a metterci d’accordo su dove andare a fare l’aperitivo! Avevamo davanti un piccolo quadrato verde e sopra le nostre teste uno squarcio di cielo che ci faceva respirare l’aria vera e non quella condizionata degli spazi chiusi. Adesso non abbiamo uno spazio in cui sederci e parlare che non siano corridoi e scale. I posti a sedere, esterni alle aule, si contano sulla punta delle dita e sono collocati tutti in fila così che si può parlare solo con il vicino. Biblioteca e aula studio sono molto più belle, ma lì si può studiare solo in solitudine. E poi ci lamentiamo che i giovani d’oggi interagiscano solo tramite Internet? Era stato fatto un tentativo di rendere la struttura più viva e più “nostra” aprendo, in una stanza inutilizzata, un piccolo bar autogestito che rendeva anche più vivibile quel minuscolo spazio aperto che ricorda quello dell’ora d’aria di alcuni pessimi carceri. Ma questo è un grave reato, e la possibilità di poter prendere un caffè scambiando due chiacchere con amici e colleghi invece che davanti ad una fredda macchinetta è inaccetabile per il decoro di una facoltà! Hanno murato l’entrata e ora rimane solo la colorata insegna “Bar fuori corso” che per lo meno dà un po’ di colore e fa sorridere per il gioco di parole. Ordine, ordine, ordine, non interessa nient’altro, né quello di cui abbiamo bisogno, né quello che ci farebbe sentire meglio.

Non so come da tutto questo possa essere emerso un corso come Tecnologia della comunicazione online, uno dei pochi dove siamo persone e non verbali. L’idea del blog credo sia un perfetto incontro tra la cura di sé e l’insegnamento, non solo con spunti e riflessioni ma anche con tante cose da imparare e non solo dal professore, ma anche tra di noi. Il mio blog giaceva un po’ a corto di parole ripiegato su delusioni da cui non riuscivo a riprendermi e anche il mio primo interesse che mi aveva spinto ad aprirlo si era un po’ spento. Forse cercavo nuove parole o un nuovo impulso che mi aiutasse a trovare il giusto compromesso tra la vta fuori e dentro la scrittura. Credo di averlo ritrovato!

Giada

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2 Risposte to “Tirando le somme”

  1. iamarf said

    sempre densi e articolati i tuoi post 🙂

    conoscere prima di fare … sì ma non troppo e tutto prima … conoscenza e azione si alimentano l’uno dell’altro … grazie all’errore, primaria fonte di conoscenza … solo gli errori danno informazioni certe … chi esplora rischia e gli errori sono il suo pane quotidiano, che si tratti di pittura, scultura, poesia, scrittura, scienza, alpinismo o altro

    poiché tu mi sembri assai incline all’esplorazione mi azzardo a dire che dovresti prendere un po’ più di confidenza con l’errore 🙂

    oh quanto sono d’accordo sulla mancanza di spazi vivibili in via Laura … mi viene la claustrofobia lì dentro, anche se c’è tanto spazio …

    anch’io non so come da tutto questo possa essere emerso un corso come Tecnologia della comunicazione online … non ne ho la più pallida idea perché di questa istituzione che mi ospita non ho ancora capito quasi nulla … mi ospita ma non so per quanto …

    stammi bene Giada
    af

  2. giadinskj said

    Grazie Andreas,
    penso anch’io che sia arrivato il momento di avere meno paura degli errori. Credo che sia un retaggio della scolarizzazione che non è mai stata molto indulgente con gli sbagli. Visto che sto cercando di guardare con occhio critico tutte le forme precostituite dovrò necessariamente mettere in discussione anche questo limite!
    Ci vediamo domani nella fredda e claustrofobica via laura!

    Giada

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