La privacy in scatola

gennaio 19, 2010

Solo il primo uomo che è penetrato all’interno della tomba di Tutankhamon potrebbe capire l’emozione di Amelié mentre scopre questa scatola di tesori che un bambino si è curato di nascondere una quarantina di anni fa:

•    un mazzo di 36 carte made in China vinto ad una fiera
•    fischietto in alluminio: rotto
•    una puntata delle avventure di Gaston Choquet: “Le poison qui rends fon”
•    cartoline della Svizzera tedesca
•    una maserati 2,5 litri della scuderia belga
•    una figurina di porcellana
•    biglie
•    una foto di Just Fontaine: capo cannoniere alla coppa del mondo del 1958 in Svezia con tredici gol
•    coltellino a serramanico in madreperla con otto funzioni: cacciavite, apribottiglie, trivello, cavatappi, punteruolo, apriscatole e due lame
•    ciclisti di stagno
•    astragali

“Dimmi papà, se ritrovassi una cosa della tua infanzia a cui tenevi come a un tesoro… come ti sentiresti: felice, triste, nostalgico? come reagiresti?Pensavo a quelle cose che si tengono segrete come se avessero un grande valore…”

In un attimo tutto torna in mente a Bratodeau. La vittoria di Federico Bahamontes al Tour de France… le sottane della zia Josette… e soprattutto quella tragica giornata in cui vinse tutte le biglie dei compagni dei compagni durante la ricreazione…

“Strana la vita, quando uno è piccolo il tempo non passa mai, poi da un giorno all’altro ti ritrovi a cinquant’anni…
e tutto ciò che rimane dell’infanzia sta in una piccola scatola arrugginita….”

Il favoloso mondo di Amelié, Jean Pierre Jeunet

Questo film mi ha fatto riflettere molto su di me e sul mio modo di affrontare la vita. Anch’io da piccola cercavo di proteggere i miei “tesori” e i miei pensieri. Mi sembrava l’unico modo per proteggere la mia libertà, la mia autenticità e i miei errori di fronte a chi secondo me non era in grado di capire, la mia famiglia. Le loro aspettative, lo sentivo, non sempre rispondevano a quello che io volevo, ma stavo crescendo, non sapevo ancora chi ero e chi avrei voluto essere e quindi non avrei saputo difendere a spada tratta il mio modo di essere. Non sapevo se quella strada che i miei cercavano di indicarmi sarei riuscita a seguirla in tutto e per tutto e non sapevo se sarei riuscita a non deluderli mai. Non sapevo se avrei sopportato di scoprirli delusi di me. Nascondevo i miei diari e le mie lettere dove scrivevo quello che per me era importante. Sapevo che erano cose futili, piacere ai ragazzi, le delusioni, sentirsi accettata dalle amiche, rispetto a i sacrifici che i miei facevano per garantirmi quella vita che loro non avevano avuto. Ma mi sentivo sempre spaccata in due: non volevo essere ingrata, ma anche i miei sacrifici mi pesavano, primo fra tutti quello di dover essere responsabile e matura. Sui miei diari però molto spesso si apriva una vera caccia al tesoro e quando ritrovavo quei piccoli lucchetti rotti mi sentivo violata. Mi sforzavo così tanto di fare quello che andava fatto che sui miei pensieri e i miei sfoghi volevo che mi si lasciasse lo spazio di sognare e immaginare una vita diversa, stupida, superficiale che magari non avrei nemmeno voluto realizzare veramente, ma avevo bisogno di metterla alla prova. Questa per me era la privacy, uno spazio dove capire chi ero, di sperimentarmi prima di propormi agli altri. Per tanto tempo la privacy è stata solo nella mia testa e quando sono andata via di casa per l’Università ho finalmente respirato. Non facevo altro che scrivere, riflessioni di ogni genere, riempivo quaderni su quaderni e decidevo io con chi dividere i miei pensieri. Eppure anche questo eccessivo “curarmi di me” ha avuto i suoi effetti perversi. Piano piano quello che vivevo nella mia mente, il mio mondo così poco condiviso si staccava sempre di più da quello reale in cui non mi ritrovavo più. Fino a quando non arriva il momento in cui con la vita ci devi fare i conti per davvero e non la capisci più e non capisci come fanno gli altri a non capirti. Ho chiuso per un po’ i quaderni ed ho guardato fuori. All’inizio non mi piaceva tutto, poi mi sono accorta che la vita vera dava emozioni diverse rispetto a quelle immaginate e me ne sono innamorata così com’era. Ho scoperto gli altri, tutti gli altri, non solo quelli che erano importanti per me, ed ho cominciato ad ascoltare anche loro e non solo me stessa.

Sono rimasta veramente affascinata dal post di Andreas e mi ha fatto pensare “spendere energie nel conservare o proteggere è per me una forma di suicidio, si può conservare e proteggere solo immaginandovi e costruendovi sopra”.
Ho letto queste parole come un qualcosa a cui vorrei arrivare. Una consapevolezza di se stessi che non teme niente ma che si apre alla scoperta e al tempo. Io non mi sento ancora così libera e lo spazio in cui mi sento in assoluto me stessa è ancora quello intimo, nonostante tutto quello che ho imparato e sto imparando dall’incontro  e dalla condivisione con gli altri.
Ed è per questo che credo che la privacy sia ancora un valore che ha senso difendere, specialmente in alcuni momenti della vita in cui si è più fragili o inesperti. Ci siamo accorti del problema del rispetto della privacy essenzialmente con la rivoluzione di Internet, ma la rete non è certo l’unica minaccia. Pensiamo solo al fatto che in ogni angolo delle nostre città è appostata una telecamera. Ci dicono per motivi di sicurezza, anche se sinceramente non credo che la telecamera scoraggi una persona dal compiere un gesto che è comunque intenzionata a fare. L’idea di un occhio che mi osserva mi appare inquietante anche se molti si stupiscono “se non hai nulla da nascondere perchè sentirsi a disagio?”. Vallo a dire a Winston Smith che la telecamera è tanto innocua!! Ma la cosa che più mi stupisce sono le telecamere che con molta fretta si apprestano ad installare in tutti i nuovi edifici universitari. Che bisogno c’è? L’università non è una villa lussuosa né tanto meno una banca e non riesco proprio a immaginare azioni di una gravità tale che il nostro Grande Fratello sia ansioso di registrare tra studenti che si recano a lezione, che escono felici o in lacrime da un esame, segretari che spostano fascicoli, bidelli che puliscono pazientemente i bagni, professori che si prendono un caffè alle macchinette… E che non vengano a raccontare le balle del terrorismo, perchè alla casa dello studente de L’Aquila più che una telecamera sarebbe stato utile quel pilastro portante che si sono scordati di inserire in un’ala dell’edificio. Ma in Italia pensiamo in grande, ci occupiamo di Bin Laden, figuriamoci se abbiamo tempo per controllare la sabbia dentro il cemento per costruire le case!

La grande preoccupazione che ha assalito negli ultimi tempi l’opinione pubblica riguardo alla pericolosità dei social network e di  Facebook in particolare, rivela da una parte l’ignoranza che prevale ancora su questi temi, ma anche una profonda diffidenza nei confronti del “nuovo”. Il punto centrale, secondo me è imparare ad usare i nuovi strumenti così da poterne fare una risorsa che vada oltre la semplice curiosità di sbirciare quello che fanno gli altri. La popolarità di Facebook è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni, ma credo che molti non abbiano ancora capito cosa si trovano di fronte. Innanzi tutto Facebook è uno spazio pubblico con tutte le responsabilità che questo comporta. Si leggono spesso notizie di utenti che ingenuamente pubblicano le foto delle proprie vacanze mentre si sono dati malati a lavoro o di gruppi palesemente offensivi nei confronti dei quali si applicano procedimenti penali. Se mi viene da offendere e lanciare oggetti contro il televisore di casa mia quando un politico dice cose stupide in qualche salotto televisivo, questo non significa che sia legittimata a farlo pubblicamente!

A volte manca un po’ di buon senso. Ognuno è libero di utilizzare il mezzo come meglio crede, ma più si ha consapevolezza di sé e del mezzo stesso e migliore sarà l’uso che se ne farà e magari si eviterà di utilizzare Facebook come una vetrina in cui mostrare noi stessi con l’ossessione di aggiungere costantemente “amici” per essere più popolari. Il problema dell’eccessiva importanza che si dà all’apparire non nasce con Facebook e purtroppo non morirà con lui. È un problema culturale che rivela quanta insicurezza ci sia nelle persone e quanto sia forte il bisogno di modelli da imitare. Se si impongono modelli sbagliati è perché quelli positivi fanno fatica ad emergere o si dà loro poco spazio. È anche perché non si ha tempo o voglia di ascoltare i giovani e i loro bisogni, è perché il nostro sistema educativo è sempre più lontano dalla realtà quotidiana dei ragazzi. L’uso sbagliato o superficiale che si fa di mezzi o prodotti mediali non è una questione di morale (personalmente credo che moralità e immoralità siano unicamente a discrezione del singolo individuo) ma di piccoli passi verso la realizzazione personale e la felicità.

Per quelli che sono i miei interessi e anche il mio stile di vita Facebook non è così indispensabile. Mi consente di risparmiare un bel po’ in bolletta telefonica (e questo non è affatto male), ogni tanto mi fa sorridere, altre volte mi dimostra che con certe persone non è proprio il caso di essere “amici” solo per fare numero. Ho trovato molto interessante aNobii che mi ha ridato la costanza nel leggere, specialmente la sera, invece di addormentarmi davanti alla tv! Ma soprattutto ho scoperto Flixster un social network sul cinema a cui so che mi affezionerò molto presto nonostante l’inglese!

A volte gli altri mi fanno paura, l’aggressività del mondo, l’incertezza mi paralizzano ma si impara in continuazione, si cresce e tutto passa.

Giada

“… ecco, mia piccola Amélie, lei non ha le ossa di vetro. Può scontrarsi con la vita. Se si lascia sfuggire quest’occasione, col tempo, il suo cuore diventerà secco e fragile come il mio scheletro. Allora, si lanci accidenti!”

Il favoloso mondo di Amelié, Jean Pierre Jeunet

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Una Risposta to “La privacy in scatola”

  1. […] sua bella e articolata riflessione… Nella sua bella e articolata riflessione sulla privacy, Giada (Teorie comunicazione), menziona le telecamere negli edifici universitari: […]

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