Strano hotel a 5 stelle

gennaio 18, 2010

Il carcere è da sempre un luogo oscuro di cui non si sa molto ma su cui si parla in abbondanza, la maggior parte delle volte a sproposito. I diritti dei detenuti, la loro salute, la loro morte sono l’ultimo dei nostri problemi, in fondo sono delinquenti, se si fossero comportati bene non starebbero dove sono. Siamo sempre bravi a giudicare gli altri, cosa che per altro nessuno ci chiede di fare. Ma dimentichiamoci per un attimo del reato, perché il fine della giustizia non è, o meglio non dovrebbe essere, la vendetta, che è una debolezza tutta umana, ma il ristabilirsi di un equilibrio sociale attraverso il recupero e il reinserimento di chi commette un reato. Dovremmo semplicemente osservare le condizioni in cui vivono i detenuti e chiederci se la sofferenza e il disagio fisico e psicologico possono essere di qualche utilità per qualcuno. Personalmente credo che la paura ed il dolore non possano essere i principi su cui fondare l’ordine sociale e la convivenza civile.

Vorrei iniziare cercando di sfatare alcune leggende metropolitane che riguardano l’hotel a 5 stelle “Carcere”.

1) Vitto e alloggio gratis

I detenuti dopo la carcerazione devono pagare 60 euro al mese per le spese di mantenimento in carcere: 1 anno avrà un costo di 720 euro, 2 anni 1.440 euro, 3 anni 2.160 euro ecc…. Se durante la reclusione il detenuto ha la possibilità di lavorare la quota viene sottratta direttamente dalla busta paga, in caso contrario la richiesta di spese pregresse viene notificata al domicilio dell’ex detenuto.
Ma queste non sono le uniche spese a carico del detenuto e dei suoi familiari.

2) Il cibo che passa il convento

Il Vitto è il cibo per i detenuti contemplato dalle tabelle del Ministero della Giustizia. Generalmente viene diviso in tradizionale, islamico (carne sostituita con un pezzo di formaggio) e per malati. Solo nelle carceri più grandi c’è la possibilità di avere il vitto semiliquido per i tanti detenuti che hanno problemi di denti o li hanno persi. Il menù prevede: poca verdura (soprattutto patate), cibo di scarsa qualità (esempi di Milano, Lanciano (CH), Firenze), ripetizione quasi ossessiva delle vivande (vedi le patate), per non parlare dei vegetariani che rifiutando la carne possono ritrovarsi nel piatto fino a 12 uova a settimana. Per quanto riguarda la colazione è generalmente a base di caffè d’orzo (quello nero “normale” deve essere comprato nel sopravvitto) e latte, o tè. Le tabelle ministeriali non prevedono niente da mangiare: hanno diritto a fare colazione anche con qualcosa di solido solo i detenuti fino a 24 anni.

3) Sopravvitto e pacco

Per i detenuti con una famiglia alle spalle c’è la possibilità di variare questa dieta che pone più di un dubbio circa  la sua salubrità: con la spesa che i detenuti possono ordinare allo spaccio interno 2 volte a settimana, oppure con il pacco che si può ricevere dall’esterno. Il pacco può contenere generi di abbigliamento e alimentari per un massimo di 20 kg al mese in 4 volte. Tutti gli alimenti contenuti nel pacco vengono ispezionati. Alcuni carceri per evitare di controllare, sminuzzare e rimestare ogni alimento vietano a priori l’introduzione di alcune vivande come insalata, sughi, polpette e le famose arance che nell’immaginario comune sono il cibo classico da portare ai carcerati. Sono inoltre vietati cd non originali, pile e tutta una serie di prodotti che non hanno una motivazione se non quella di arricchire lo spaccio interno.

Ogni sezione ha la propria lista di ciò che può essere comprato allo spaccio, il sopravvitto, che comprende tutto ciò che non passa il carcere e che è a carico del detenuto. Per altri prodotti non compresi nella lista si può chiedere l’acquisto tramite “domandina”, che però può essere autorizzata solo in presenza di motivi particolari. I detenuti hanno la possibilità di cucinarsi da soli direttamente in cella con dei fornellini a gas da campeggio, anche questi comprati da loro. Purtroppo i fornellini  anche se necessari non sono molto sicuri, specialmente in spazi così piccoli e tragicamente spesso diventano il modo più indolore per togliersi la vita.

I generi più acquistati sono caffè, zucchero, acqua in bottiglia, prodotti per l’igiene personale, detersivi per lavare, sigarette, francobolli, buste, block notes, olio per cucinare, assorbenti igienici: il ministero ne passa un pacco di 10 al mese, fatti di cellulosa scadente che fa spesso irritazione. Naturalmente i prezzi interni al carcere sono maggiorati rispetto a quelli del supermarket, nonostante l’articolo 9 della legge 26 luglio 1975, n.354 reciti che «I prezzi non possono essere superiori a quelli comunemente praticati nel luogo in cui è sito l’Istituto». Alcuni esempi tratti dal carcere milanese di Bollate: petto di pollo +44,5%, bistecca di manzo +61,8%, busta di rucola +130,5%, pan carré San Carlo +40,62%, dadi Star +49,3%, caffè +5,8%, bagnodoccia Intesa +28%, bagno schiuma Nidra +15%, deodorante Intesa +13%, cipolle +12,65%, yogurt +25%, mezzo coniglio +42,8%. In tutta Italia si susseguono le proteste sui prezzi maggiorati del sopravvitto e i detenuti rivendicano il diritto alla consapevolezza di ciò che comprano e quindi che il prodotto da loro scelto non sia sostituito, come di solito accade, da sottomarche. Le cifre sono imposte dalla ditta che ha l’appalto del servizio e dovrebbero essere controllate da una commissione composta da detenuti e direzione del carcere. Naturalmente chi protesta può essere sottoposto a sanzioni disciplinari, con tutto ciò che queste comportano.

4) Lavoro: obbligo o diritto?

Storicamente il lavoro penitenziario nasce in funzione strettamente punitiva. Sia il codice penale del 1889 che il regolamento penitenziario del 1931 consideravano il lavoro come elemento della pena e modalità di esecuzione della stessa. Traendo origine da un obbligo legale non era applicabile la legislazione del lavoro e questo giustificava un trattamento diverso e peggiorativo del detenuto lavoratore. Negli anni Settanta, in seguito ad agitazioni carcerarie e in particolar modo alla messa in questione dell’attività rieducativa del carcere prevista dalla Costituzione, le cose cambiano, ma solo come dichiarazione di principio e non di fatto. Il lavoro sostanzialmente non cambia, solo che anziché afflittivo viene considerato rieducativo e quindi indispensabile per il futuro rinserimento nella società del detenuto.
Il lavoro è di fatto obbligatorio per tutti i detenuti: i condannati e i sottoposti alle misure di sicurezza della casa lavoro o della colonia agricola non hanno possibilità di scelta. Per gli altri o si tiene conto delle attività svolte in precedenza o sono comunque «tenuti a svolgere un’altra attività lavorativa tra quelle organizzate dell’istituto». Il lavoro concretizza la regolare condotta che conduce alla remissione del debito, permette la concessione di ricompense ed è anche uno degli elementi determinanti per ammettere il detenuto al regime di semilibertà. Il lavoro però non è un diritto per il detenuto, ma un ricatto. Il lavoro infatti viene concepito come un premio da cui si può essere esclusi sulla base di un giudizio dato dall’amministrazione penitenziaria sul comportamento del detenuto.
Il lavoro carcerario, poichè non trae origine da un contratto ma da un obbligo legale non può ridursi allo schema del comune rapporto di lavoro. Si estende comunque al lavoratore detenuto la legislazione vigente in materia di durata massima dell’orario giornalliero, riposo festivo, tutela assicurativa e previdenziale, assegni familiari, tacendo invece sull’indennità di anzianità e sulle ferie retribuite.

La legge assimila il lavoro penitenziario a quello libero ma non in materia retributiva. L’ordinamento penitenziario stabilisce che il lavoro penitenziario è remunerato, ma non afferma che il lavoratore ha diritto ad una retribuzione in proporzione alla quantità e qualità del suo lavoro. Più che di una retribuzione si tratta di un “compenso”, cioè di un’attribuzione patrimoniale non coordinata alla prestazione  di lavoro. L’equiparazione tra lavoro carcerario e lavoro libero avrebbe comportato per le prestazioni lavorative nelle carceri una retribuzione che rispettasse i minimi salariali previsti per i contratti collettivi applicati alle corrispondenti categorie di lavoratori liberi. Al contrario, l’art. 22, 1° comma, Ord. Penit., dispone che “le mercedi per ciascuna categoria di lavoratori in relazione alla quantità e qualità del lavoro effettivamente prestato, all’organizzazione e al tipo di lavoro del detenuto sono equamente stabilite in misura non inferiore ai due terzi delle tariffe sindacali…”. La retribuzione è poi sottoposta ad un complesso di trattenute e prelievi tanto che si calcola che la somma percepita dal lavoratore sia pari al 40% delle retribuzioni esterne. Le detenute della Casa di custodia attenuata del Pozzale, struttura  che per ammissione delle stesse detenute ha aspetti più positivi rispetto ad altre carceri ordinarie, nella loro rivista “Ragazze fuori” fanno sapere che nella loro struttura la paga più alta è di 2,50 euro all’ora.

Quello che mi chiedo è il carcere così come è strutturato è una necessità o è utile a qualcuno? È forse utile a dimenticare chi sta lì dentro per tenere lontano dagli occhi e dall’opinione pubblica la sofferenza che quelle mura nascondono?

Detto questo cosa aggiungere? l’hotel a 5 stelle “Carcere” è aperto a tutti, provare per credere!

Giada

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