Senza coscienza: l’omicidio di Aldo Bianzino

dicembre 25, 2009

Rudra ha 16 anni. Fino a due anni fa viveva con la madre, il padre e la nonna in un casolare a Pietralunga, in provincia di Città di Castello. Una vita tranquilla che però non pesava a Rudra che, a differenza di molti suoi coetanei non sentiva il bisogno della città, con i suoi molti svaghi e rituali di aggregazione. La sua famiglia dava a Rudra la serenità necessaria per apprezzare tutto quello che aveva. Rudra è un ragazzino intelligente, molto educato e maturo che ha dovuto imparare la crudeltà degli uomini, l’ipocrisia della legge, l’irrazionalità della giustizia.
Suo padre Aldo Bianzino aveva 44 anni, faceva il falegname e suonava l’armonium. Era arrivato in Umbria una ventina di anni prima dal Piemonte, dopo un’esperienza spirituale in India che lo aveva portato a ricercare un luogo tranquillo in cui vivere in pace con la sua famiglia. Era mite, pacifista, naturalmente incensurato, anche se questo non cambia le cose. Era una persona colta che seguiva i comandamenti di verità, semplicità e amore. E non poteva essere altrimenti vedendo il modo splendido in cui Rudra è cresciuto.

Il 12 ottobre 2007 è ancora notte quando poliziotti e Guardia di finanza, con l’ordinanza del PM Petrazzini,  perquisiscono la casa dei Bianzino, con tanto di cane antidroga. Rudra ha 14 anni. Nel casolare non viene ritrovato nulla, ma fuori, in un cespuglio vengono ritrovate alcune piante di marijuana. Aldo dichiara immediatamente che le piantine sono per suo uso personale e che la sua compagna non c’entra nulla. Ma non importa a nessuno. Aldo e Roberta Radice, madre di Rudra, vengono arrestati e trasportati al carcere di Capanne di Perugia, mentre il ragazzo rimane solo in casa con la nonna novantenne, senza che nessuno si preoccupi per loro. Quella è stata l’ultima volta che Rudra ha visto suo padre vivo. Quella stessa notte tra il 13 e il 14 ottobre Aldo muore, nella cella numero 20 del carcere di Capanne, sdraiato sul pavimento, nudo, con solo una maglietta addosso (non sua, affermano i familiari) e con la finestra aperta, nonostante il freddo. Strano no? Un uomo perfettamente sano entra in carcere e ne esce morto. Strano no, che si cerchi di giustificare il tutto come “morte naturale per arresto cardiaco” come se esistesse una morte che non ti ferma il cuore…? Nessuno viene messo al corrente della sua condizione, nemmeno Roberta, che mentre firma i fogli per scarcerazione chiede con insistenza come stia il marito. Nessuno dei due si è mai trovato in una situazione simile, in più Aldo è in isolamento. Quando si ama qualcuno ci si preoccupa per lui. È normale. Eppure troppo spesso la prima preoccupazione di guardie carcerarie e simili è quella di umiliare e calpestare i sentimenti dei detenuti. A Roberta chiedono se Aldo soffra di cuore, se fosse mai svenuto. No, nessuna malattia, ma perché questa domanda? Le dicono che stanno portando Aldo in ospedale, ma non aggiungono altro, sono scostanti, infastiditi, maleducati e crudeli. Quando Roberta, dopo essere stata scarcerata, chiede ancora quando potrà vedere Aldo le rispondono «martedì, dopo l’autopsia».

Si può venire a sapere in questo modo della morte della persona che ami? Possono violentare così in profondità i tuoi sentimenti più intimi, in cui risiede una delle tue ragioni di vita? Si può non possedere fino a questo punto umanità e poi magari tornare la sera da tua moglie e dai tuoi figli senza mai vomitare quella bestia nera che schiaccia e maltratta chi non si può difendere? Si. E si può fare di peggio. Si può picchiare a morte un indifeso solo perché si ha la possibilità di farlo restando impuniti. Si può colpire, forte, ripetutamente ma non come in un pestaggio, ma con colpi mirati, con una tecnica scientifica, insegnata negli addestramenti militari, che mira a distruggere gli organi vitali senza lasciare segni esteriori. Il fegato di Aldo si stacca e si spappola, una emorragia nella milza, quattro emorragie cerebrali senza nemmeno un livido. È spaventoso. È spaventoso che qualcuno voglia far credere che si sia trattato di una tragica fatalità: un aneurisma cerebrale, già evento raro in un soggetto giovane e in salute, e in più il distaccamento del fegato durate il tentativo di rianimazione fatto con massaggio cardiaco (che le stesse dottoresse intervenute a soccorrerlo escludono), evento ancora più raro, specie se fatto da professionisti, come nel caso di Aldo. Spaventoso per un figlio e una compagna dover accettare una tale immotivata violenza.

È una grande fatica cercare di far emergere la verità quando si ha la consapevolezza che la giustizia potrebbe non arrivare mai. Sono tanti i nomi chiusi in fascicoli giudiziari con una richiesta di archiviazione che suona come una richiesta ufficiale di insabbiamento. Ci si batte contro i mulini a vento quando chi deve accertare la verità è la stessa istituzione che ne ha provocato la morte. Il PM Petrazzini che ha firmato l’ordine di arresto per il pericoloso criminale Aldo Bianzino è lo stesso che dovrebbe indagare sulla sua morte ed è veramente difficile pensare che non possa essere influenzato da pregiudizi irremovibili sulla sua persona e sulla sua stessa vita. Lui che l’ha mandato a morte, che cercava di estorcergli chissà quale rivelazione su traffici illeciti degni dei più abili boss casalesi, non può provare nessun tipo di pietà per Aldo, per Rudra e per Roberta. L’impunità di cui godono le forze dell’ordine dentro e fuori dai carceri è garantita dall’omertà, da quel silenzio colpevole e ostinato che non conosce crisi di coscienza. Alcuni detenuti dicono di aver sentito Aldo chiedere aiuto, ma non sarà difficile per i secondini mettere a tacere queste testimonianze.

Roberta ha combattuto a lungo contro tutti i muri di gomma che le si paravano davanti. Lo ha fatto per Aldo e per Rudra. Ma tutto questo dolore ha aggravato la sua malattia. Era in attesa di un trapianto di fegato ma il 15 giugno di quest’anno non ce l’ha fatta più. È morta anche lei, senza avere nessuna risposta e prima di vedere approvata la richiesta di archiviazione per omicidio. Adesso però oltre ad appurare la verità su quello che è successo c’è un’altra emergenza: si tratta di Rudra che è rimasto senza genitori, a cui lo stato non ha fornito il minimo aiuto e di fronte al quale si rifiuta di prendersi la sua responsabilità per la morte del padre. Hanno distrutto la vita di un ragazzo di 16 anni, senza nessuno scrupolo o rimpianto.

Beppe Grillo, Jacopo Fo e il Meetup di Perugia hanno lanciato una sottoscrizione per Rudra, per cercare di garantirgli il futuro che hanno provato a strappargli. Il conto è aperto presso Banca Etica, IBAN: IT61R0501812100000000128988 BIC: CCRTIT2T84A intestato a: “PER RUDRA BIANZINO“.

Giada

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: