In fondo son solo quattro mura…

ottobre 25, 2009

Questa è la poesia che un padre scrive alla sua bambina. Un padre lontano, che teme che sua figlia non capisca, che senta la sua mancanza e la scambi per indifferenza…

Ti voglio bene
in qualunque modo
in qualsiasi momento
in ogni luogo
in questo mondo
nell’aldilà
con la pioggia
con il sole
ti voglio bene.

Nel dolore
nel sorriso
nella sofferenza
nella solitudine
con le catene
con le ali
con il vento
con il sereno
ti voglio bene.

Ora che ci sono
quando non ci sarò
sotto le stelle
senza le stelle
con la neve
con la grandine
ti voglio bene.

Con il buio
con la luce
con il rosso
con il blu
sotto la pioggia
con il sole
con amore.
ti voglio bene.

C. M.

È un padre che non può abbracciare sua figlia, non può vederla vivere. E soffre per questo senso di impotenza. Cerca di creare un legame fatto di parole, di racconti, di poesie, di fiabe, perché la sua bambina non si senta sola. È un padre chiuso in carcere. Condannato all’ergastolo. La data per la fine della sua pena è MAI.

Quello del carcere è un argomento difficile perché oggi più che mai chi è chiuso in una cella viene considerato un mostro. E forse, per la tranquillità della nostra coscienza, preferiremmo che quel mostro non fosse in grado di scrivere le parole che abbiamo appena letto, ma che dalla sua bocca e dalla sua penna uscisse solo odio. Che non fosse in grado di provare nessun sentimento, per nessuno… niente di più che una bestia. E invece è una persona. E l’atrocità di un’azione non cancella il fatto di essere una PERSONA.
Quando parliamo di ergastolo è ancora più difficile provare pietà o compassione. Il pensiero comune è che sia una pena commisurata al delitto, in altre parole che i colpevoli se lo meritino, perché se lo sono andato a cercare. Già tanto che non si invoca la pena di morte! Molti condannati invece la preferirebbero. Nel 2007 310 detenuti con sentenza “fine pena mai” si sono rivolti al capo dello Stato per chiedere che la loro pena all’ergastolo venisse tramutata in pena di morte. Nella lettera al presidente Napolitano hanno scritto: «L’ergastolo è l’invenzione di un non-dio di una malvagità che supera l’immaginazione. È una morte bevuta a sorsi. È una vittoria sulla morte perché è più forte della morte stessa».

Non si prova pena (figuriamoci poi indignazione!) per chi sta in carcere e meno che mai per gli ergastolani perché siamo bombardati da una quantità sconcertante di menzogne su questa situazione drammatica. Politici incompetenti, insensibili, vendicativi, che cavalcano il tormentone dell’emergenza sicurezza e della certezza della pena per avere voti, non considerando nemmeno il fatto che da eletti dovrebbero rappresentare anche chi è chiuso in una cella, e persone comuni intervistate al mercato come fossero esperti in materia di giustizia e codice panale. Quel commento a caldo, pilotato da una domanda tendenziosa, che dovrebbe far emergere la cosiddetta “saggezza popolare” (mentre magari chi parla di chiudere in carcere e buttare via la chiave sta crescendo figli che si divertono a marchiare a fuoco i coetanei, a stuprare in branco minorenni, a tirare qualche sasso da un cavalcavia o magari a metterlo sui binari di qualche treno).
Partiamo dalla Costituzione:

ART. 27
[…] Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

La prima finalità della pena, quindi, è rispettare i diritti fondamentali (minimi) della persona; la seconda è tendere al reinserimento sociale del reo. L’ergastolo quindi non è compatibile con ciò che prescrive la Costituzione. Di fatto è INCOSTITUZIONALE. E visto che ultimamente, con piena ragione, ci troviamo ad esaltare questa Carta straordinaria, che dopo più di 60 anni continua ad essere così attuale e ben fatta da difendere, da feroci attacchi, la nostra democrazia, sarebbe opportuno riflettere anche su questo.

L’ergastolo è la massima pena prevista nell’ordinamento giuridico italiano per un delitto. Codice penale ART. 22:
[…] la pena è PERPETUA ed è scontata in uno degli stabilimenti a ciò destinati, con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno […]
Persino l’enciclopedia virtuale Wikipedia, nel definire questa voce si affretta a precisare il carattere “teoricamente” perpetuo della pena:

  • dopo 26 anni il condannato può essere ammesso alla libertà condizionale (sospensione della pena definitiva), qualora venga ritenuto “ravveduto” in base a prove attendibili.
  • anche i condannati all’ergastolo possono godere delle riduzioni previste per buona condotta (45 giorni in meno sulla condanna totale ogni 6 mesi di reclusione).
  • dopo l’espiazione di almeno 10 anni di pena, il condannato può essere ammesso ai permessi premio.
  • dopo 20 anni il condannato può avere diritto alla semilibertà (misura alternativa alla detenzione in cui il condannato trascorre la maggior parte della giornata all’interno dell’istituto di pena e ne esce per partecipare ad attività lavorative, istruttive o utili al reinserimento sociale).

Dalla descrizione di queste attenuazioni della pena emerge con chiarezza che ad essere “teorica” è  la concessione del beneficio e non l’eternità della pena. Tali benefici infatti non scattano automaticamente al decorrere dei termini, ma dipendono da una molteplicità di fattori: dalla benevolenza del giudice, dalla politica di un carcere che può adottare un regime apertamente ostile a tali concessioni, dal modo e dalla forma (espressiva) in cui viene scritta la richiesta di un beneficio o di un permesso (molte richieste vengono respinte perchè non formalmente corrette), dalla capacità di piegarsi e di sottomettersi del detenuto, vero significato di “buona condotta”: questo significa sostanzialmente, non lamentarsi e non fare richieste che possano minimamente impensierire l’istituto carcerario e collaborare, fare nomi e cognomi di persone da rinchiudere a loro volta (talvolta vere e proprie estorsioni di testimonianze già compilate a cui manca solamente una firma), e infine dalla persona e dal reato commesso.

In Italia oggi ci sono circa 1.300 ergastolani reclusi in una cinquantina di istituti differenti. Secondo l’associazione Liberarsi (un po’ più informata della casalinga intervistata al mercato, con tutto il rispetto per la signora, che si agita perché tutti gli assassini escono di galera) solo la metà degli ergastolani reclusi nelle nostre carceri ha accesso a qualche misura alternativa di detenzione. Esiste infatti l’ergastolo ostativo, a cui è condannata l’altra metà dei detenuti, che non prevede nessun beneficio e dunque garantisce che la reclusione del condannato si protragga fino alla sua morte.

Inutile girarci intorno, molti di questi condannati sono mafiosi (molti di più di quei serial killer pedofili che squartano i bambini per poi mangiarseli e sciogliere i resti nell’acido di cui l’immaginario popolare ritiene piene le nostre carceri). E diventa complicato conciliare, giustizia, lotta alla mafia con i diritti dei condannati. Ma dobbiamo farlo, anche perché la lotta alla mafia non si può portare avanti solo con il 41 bis. Non è in carcere, infierendo sulla dignità di quegli uomini che si definiscono “d’onore“, che ci sconfigge Cosa Nostra. E quando è ogni giorno più chiaro non solo che lo stato “tratta” con la mafia, ma che la copre, la difende, la usa per rafforzare le sue posizioni e altre schifezze simili, perché ci illudiamo che il 41 bis serva a qualcosa? La cosa più ovvia del mondo, che mi vergogno quasi a ripetere tanto è diventata un luogo comune, è che la mafia va combattuta innanzi tutto nel suo legame con il potere politico. Fino a che non si applicherà questa VERA lotta, torturare i mafiosi è pura vendetta. Sentimento che può essere comprensibile per le persone comuni, indignate per i meccanismi crudeli e sanguinari di cui le mafie fanno ampio uso, ma che di certo non può appartenere allo Stato.

«Nessuno uccida la speranza, neppure del più feroce assassino, perché ogni uomo è una infinita possibilità»

David Maria Turoldo

L’ergastolo è una tortura, perché toglie la speranza, perché la vita non appartiene più al suo proprietario, ma quello che sarà di lui, se vivrà, se morirà, se verrà curato, o fatto spegnere lentamente, dipende da una quantità di persone e istituzioni a cui spesso non si riesce a far sentire la propria voce.

… Una volta in una parete di una cella di isolamento ho letto: “la vita di un uomo dipende da un altro uomo, cosi anche la sua rovina”. Vero verissimo, il mio pensiero va a quei detenuti che stanno partendo per ignoti confini.
Giuseppe Musumeci Ex detenuto carcere di Pisa – 30/06/06

Non si vive bene in carcere. Non vive bene nemmeno chi non ha mai ucciso nessuno nella sua vita (e cioè la stragrande maggioranza dei detenuti), e la televisione in qualche cella non può certo compensare tutte le sofferenze che un luogo come quello provoca. Il modo migliore per rendersi conto di come vivono o sopravvivono questi uomini e donne, è leggere le loro lettere , i racconti e le poesie:

…Tra di noi, in quella cella, c’erano anche ragazzi stranieri. Poveracci. Sono loro che, senza neanche poter usare la parola, se la vedono peggio. Lì vedi in silenzio per giorni e giorni, poi all’improvviso te li trovi per terra in cella con le braccia tagliate, in una pozza di sangue. In carcere c’è un metodo per tutto, anche per farsi più male con una lametta. Lasciate a bagno con l’aglio per un po’ di ore, le lamette assicurano ferite più sanguinati. E così è…
Mario, carcere di Livorno


Quando sono arrivata in carcere i miei capelli erano lunghi, ma poi hanno cominciato a cadere perché in carcere non era permesso tenere creme e gli oli che noi mettiamo nei capelli, per fortuna io ho i capelli più leggeri di altre e riuscivo a pettinarli e a farmi una pettinatura però mi mancavano quelle creme, creme per corpo perché non sono abituata a usare quelle che vendevano in carcere. Una signora che stava con me in cella aveva dei capelli molto folti, folti e forti, in questi il piccolo pettine che era permesso tenere non riusciva a entrare, lei usava la forchetta per pettinarsi, il carcere dà ad ognuno una forchetta e un cucchiaio, lei mangiava con cucchiaio e si pettinava con forchetta.
Gloria, carcere di Sollicciano

…Non ho più lacrime da versare, sono un uomo forte,
quindi, quando mi danno la mandata al blindo penso: «E’ ferro, ma che fa, sono sempre porte!…»
e quando il cuore batte forte, forte
gli dico:
«Sta buono e dormi, non avere paura,
in fondo sono solo quattro mura
!»…

Nicola Ranieri, carcere di Spoleto

Per ulteriori informazioni visitate il sito dell’ Associazione Pantagruel

Giada

Annunci

2 Risposte to “In fondo son solo quattro mura…”

  1. cla said

    La tematica è sicuramente complessa, certo è che in Italia quello che manca da tempo è proprio il sentimento dell’indignazione sociale. Indignazione intesa come voglia di ribellarsi ad uno stato di cose che non ci piacciono, a cui fanno da controaltare le frasi che si sentono sempre più spesso in giro, anche da persone “insospettabili”, del tipo “tanto non cambia mai niente”, oppure “tanto sono tutti uguali”.
    Sociale intesa come un qualcosa che travalica le proprie paure e la propria persona, ma che è volta verso un miglioramento di tutta la società in termini di solidarietà e benessere comune. Ormai ci si indigna solo nei confronti dei “diversi” da noi, intendendo come bene comune esclusivamente quel bene da cui io e quelli come me possono trarre giovamento.
    All’indignazione sociale si sta opponendo sempre di più, quindi, quello che può definirsi come fatalismo egoista. Ben vengano, perciò, tutte le testimonianze che puntano a risvegliare le nostre coscienze troppo spesso, se non addormentate, quantomeno in dormiveglia.
    Brava Giadinskj, continua così!

  2. giadinskj said

    Ciao Cla! hai ragione manca l’indignazione sociale, ma anche il sentimento che la dovrebbe scatenare, la pietà, specie quando parliamo di carcere. Ho scritto questo post prima che si cominciasse a sapere cosa era successo a Stefano Cucchi, perchè la situazione drammatica dei detenuti, compresa la prassi dei pestaggi, c’era prima e continuerà ad asserci anche quando i telegiornali sostituiranno la notizia della morte di Stefano con il calendario 2010 della zoccola di turno. Noi italiani dimentichiamo presto, io voglio provare a tenere sveglia la memoria.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: