Raccontami

ottobre 20, 2009

cicogna

«Un uomo che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. Uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno e nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e solo quando ebbe finito se ne tornò a letto.
La mattina dopo, affacciandosi alla finestra vide con sorpresa che le impronte dei suoi piedi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna.
Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò o altri vedranno una cicogna?” si chiede Karen Blixen

Adriana Cavarero,
Filosofia della narrazione.

Forse è questo il senso della vita. La nostra storia, che noi non vedremo mai completata, che viene raccontata e diventa un minuscolo granello che arricchisce la vita di qualcun’altro. Suscita un’emozione, un sorriso, un nodo alla gola o il semplice “rispecchiarsi” nelle parole di chi ci sta di fronte. Ma abbiamo tempo per leggere o ascoltare le storie degli altri? Sappiamo ascoltarle o pensiamo “anche io…” prima che gli altri siano anche solo riusciti ad aprire bocca?
Siamo egocentrici. L’uomo nasce richiamando ogni attenzione su di sé e muore, molto spesso, lamentandosi di non aver avuto abbastanza attenzione da parte degli altri. Ma gli altri siamo noi. E dedicarsi agli altri è un dono, di se stessi e del proprio tempo. Un dono che in egual misura ci torna indietro sotto forma di esperienza e conoscenza. Questa è empatia, che non è un qualche potere paranormale, ma una disposizione dell’anima con precisi fondamenti biologici, processi neurali responsabili dei rapporti tra le persone che rendono indispensabile per la nostra sopravvivenza riconoscere e comprendere le azioni degli altri.

Ma il tempo per ascoltare gli altri ci sfugge, senza considerare il fatto che ci sentiamo perfettamente in grado di distinguere da soli il bene e il male. Non sappiamo forse se una cosa è giusta o sbagliata indipendentemente dalle storie in cui quella cosa si presenta? Quel tempo sarebbe ben investito per la nostra vita, per conoscere quello che ci circonda, per non cadere in depressione non appena ci troviamo ad affrontare un evento che scombina la nostra visione manichea del mondo, per contemplare i disegni della vita cercando di coglierne il significato.

Sono i pregiudizi che cancellano i disegni delle nostre vite. Spesso cancellano gran parte di esse e così se ne va il nostro potere di immaginare, a favore di quello ben più squallido di semplificare. Si, perché nella fretta, in questo tempo inafferrabile, non possiamo permetterci di fermarci a riflettere. Ci basta attaccare un’etichetta. Ma allora come è possibile amare nella nostra società? Amare davvero, non semplicemente decidere di sistemarsi e di mettere su famiglia. Ascoltare qualcuno, osservarlo vivere e vedere come il suo disegno prende forma, indipendentemente da noi, come qualcosa di estremamente prezioso di per sé. Immergersi in lui e nel suo pensiero, continuando ad essere noi stessi, pronti a restargli accanto nei suoi inferni personali e nella gioia spensierata.

È una grande fatica mettere da parte noi stessi per poi tornare ad essere veramente consapevoli di ciò che siamo. E ricevere infine il regalo più grande, di qualcuno che ci guarda negli occhi e ci dice «raccontami».

Giada

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