Voglia di gridare…

luglio 19, 2009

manifesto-gati-light

È passato del tempo dall’ultima volta che ho scritto. È passato del tempo dall’ultima volta che, piena di delusione e rabbia, ho scritto qualcosa che sentivo di dover far conoscere a quei pochi amici che di tanto in tanto mi leggono. E oggi vedendo i miei ultimi post mi sento una stupida, preoccupata a redigere una specie di diario personale mentre sono circondata dai gridi disperati di tutte le verità che si cercano di soffocare.

Oggi per la prima volta ho conosciuto Giuseppe Gatì. Giuseppe aveva 24 anni, era di Capobello di Licata, in provincia di Agrigento e combatteva la mafia con tutte le energie della sua giovane età, di chi sa di essere nel giusto e con tutta la determinazione di chi ama la Sicilia e vuole difendere e riprendersi la sua terra:

Qualche anno fa non vedevo l’ora di compiere 18 anni per prendere il mio diploma e andarmene via dalla Sicilia, perché io odiavo profondamente questa terra. Perché le cose non andavano bene, perché pensavo che la gente la pensasse tutta allo stesso modo, illegalità e malaffare. Poi però mi è successa una cosa strana. Ogni qualvolta uscivo dalla mia terra avevo una sorta di nostalgia, stavo male, come quando si ama una persona e si è lontani. Così ho deciso che non devo essere io ad andare via da qua. Deve andare via chi questa terra l’ha martoriata e continua a martoriarla… Questa è la mia terra e io la voglio difendere.

Tante cose in comune con un altro Giuseppe, il nostro Peppino Impastato, a cui aveva dedicato una lettera pubblicata nel suo Blog la mia terra la difendo. it. Lettera che non ha mai finito, perché come Peppino è morto troppo presto, inaspettatamente e ingiustamente. Sembra che sia stato un incidente (non voglio insinuare dubbi o accendere polemiche al riguardo). Mentre lavorava nel caseificio del padre ha aperto il rubinetto della vasca refrigerante del latte e non si è accorto di un filo scoperto. È morto folgorato. Non bastava lo Stato a prendere le difese della mafia. Ora ci si mette anche il destino.

Era il 29 gennaio 2009. Un mese prima, il 28 dicembre 2008, alla biblioteca Franco  La Rocca di Agrigento, aveva gridato in faccia al sindaco di Salemi  Vittorio Sgarbi (condannato in via definitiva per truffa aggravata ai danni dello Stato e in primo e secondo grado per la diffamazione del giudice Caselli, caduto poi in prescrizione) “VIVA CASELLI, VIVA IL POOL ANTIMAFIA“, nell’indifferenza e nell’ostilità di decine di persone. Era un grido disperato, tenace, pieno di rabbia, quella rabbia che ti fa tremare la voce e che ti riempe gli occhi di lacrime amare. Il grido di Davide contro Golia, in una Sicilia e in “un’Italia alla rovescia“, come ha scritto Beppe Grillo nel suo primo post dell’anno. Un’Italia dove chi difende la legalità viene malmenato dalla polizia, sequestrato e rinchiuso in una stanza, mentre ogni sforzo viene fatto per proteggere un pregiudicato. Il coraggio dei tutori dell’ordine, di chi dovrebbe tutelare, tra le altre cose, anche il rispetto dell’articolo 21 della Costituzione, di chi dovrebbe identificare e portare in questura chi viola la legge e non i cittadini che chiedono conto e ragione di quello che accade, si è manifestato in tutta la sua infimità nei giorni seguenti alla contestazione di Giuseppe e dei suoi amici. La procura della Repubblica di Agrigento contestò i reati di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale ad almeno 5 persone, di cui solo una identificata. Il commissario della polizia municipale Giuseppe Ragusa fu refertato con una prognosi di 3 giorni: “sarebbe stato aggredito da almeno 3 persone mentre tentava di impedire ad una delle manifestanti di riprendere quanto stava accadendo in sala con una telecamera”. Probabilmente si sarà fatto male al collo del piede a furia di darle calci. Giuseppe raccontò delle intimidazioni subite per fargli consegnare il filmato e di un’ultima inquietante frase «Devi capire che ti sei messo contro Sgarbi, che è stato onorevole e ministro…»

E viene davvero voglia di urlare. A pensare a questo ragazzo con un cuore talmente puro e onesto da smuovere con il suo grido tutta la merda di questa società sporca e meschina. Sono troppo pochi i gridi “VIVA CASELLI, VIVA IL POOL ANTIMAFIA”, “LA MAFIA È UNA MONTAGNA DI MERDA”, anzi sono sempre più sussurri a cui si risponde con un sorrisino a metà tra l’imbarazzo e la compassione, come si parlasse di un’allucinazione che vedono solo i malati di mente o i comunisti, o con la schiuma alla bocca come Sgarbi. A poche ore dal 17esimo anniversario della strage di via d’Amelio, non è cambiato niente. Alla manifestazione delle “agende rosse” a Palermo, non ha partecipato nessun rappresentante dello Stato… e io ogni volta mi stupisco del modo vergognoso con cui il nostro Paese non tenta nemmeno di nascondere la sua profonda e radicata collusione con la mafia.

Io non conoscevo Giuseppe Gatì. Non conoscevo il suo atto di coraggio e non sapevo che fosse morto. E non mi do pace. Cercando di ricordare mi è pure venuto in mente che forse avevo sentito la notizia da qualche parte, ma non le avevo dato importanza perché non sapevo niente. Non sapevo dei reati di Sgarbi, non sapevo quale contestazione potesse aver avuto luogo e forse ho addirittura pensato che non fosse qualcosa di importante. Bastava far vedere i filmati, che solo Blob trasmise, e di cui è pieno youtube, o bastava citare quelle 5 parole gridate con disperazione, come uno schiaffo all’indifferenza  “VIVA CASELLI, VIVA IL POOL ANTIMAFIA”… Invece sono state accuratamente celate, come fossero una bestemmia.

… ora che ho conosciuto Giuseppe non lo scorderò più…

Giada

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