Bartleboom

settembre 21, 2008

Ha 38 anni Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere nelle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle, “Ti aspettavo”. Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà leggerà le lettere, ad una ad una, e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni, i giorni, gli istanti che quell’uomo, prima ancora di conoscerla, già le aveva regalato. O forse più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere, sorriderà, dicendo a quell’uomo “Tu sei matto”.

E per sempre lo amerà.

… «Uno si costruisce grandi storie, questo è il fatto, e può andare avanti anni a crederci, non importa quanto pazze sono, e inverosimili, se le porta addosso, e basta. Si è anche felici, di cose del genere. Felici. E potrebbe non finire mai. Poi, un giorno, succede che si rompe qualcosa, nel cuore del gran marchingegno fantastico, tac, senza nessuna ragione, si rompe all’improvviso e tu rimani lì, senza capire come mai tutta quella favolosa storia non ce l’hai più addosso, ma davanti, come fosse la follia di un altro, e quell’altro sei tu. Tac. Alle volte basta un niente. Anche solo una domanda che affiora. Basta quello.

Madame Deveirà… io come farò a riconoscerla, quella donna, la mia, quando la incontrerò?»

Anche solo una domanda elementare che affiora dalle tane sotterranee in cui la si era sepolta. Basta quello.

“Come farò a riconoscerla, quando la incontrerò?”

Già

«Ma in tutti questi anni non ve lo siete mai domandato?»

«No. Sapevo che l’avrei riconosciuta, tutto qui. Ma adesso, ho paura. Ho paura che non sarò capace di capire. E lei passerà. E io la perderò».

Ha davvero addosso tutta la pena del mondo, il professor Bartleboom.

«Insegnatemelo voi, madame Deveirà, come farò a riconoscerla, quando la vedrò?»

Dorme, Elisewin, alla luce di una candela e di una bambina. E padre Pluche, tra le sue preghiere, e Plasson, nel bianco dei suoi quadri. Forse dorme perfino Adams, l’animale in caccia. Dorme la locanda Almayer, cullata dall’oceano mare.

«Chiudete gli occhi, Bartleboom, e datemi le vostre mani».

Bartleboom ubbidisce. E subito sente sotto le sue mani il volto di quella donna, e le labbra che giocano con le sue dita, e poi il collo sottile e la camicia che si apre, le mani di lei che guidano le sue lungo quella pelle calda e morbidissima, e se le stringono addosso, a sentire i segreti di quel corpo sconosciuto, a stringere quel calore, per poi risalire sulle spalle, tra i capelli, e di nuovo tra le labbra, dove le labbra scivolano avanti e indietro fino a quando non arriva una voce a fermarle e a scrivere nel silenzio:

«Guardatemi, Bartleboom”»

La camicia le è scesa sul grembo. Gli occhi le sorridono senza nessun imbarazzo.

«Un giorno vedrete una donna e sentirete tutto questo senza nemmeno toccarla. Datele le vostre lettere. Le avete scritte per lei».

Ronzano mille cose, nella testa di Bartleboom, mentre ritrae le mani, tenendole aperte, come se a chiuderle scappasse tutto…

Alessandro Baricco, Oceano mare.

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