Volevo salvarti…

giugno 21, 2008

Pensavo di poterti salvare. E di salvare me stessa, dalla normalità, da tutto quello che gli altri, che non erano noi, non potevano capire. Volevo salvarti e vivere su un’isola, senza bisogno di niente e di nessuno. Pensavo di poter riuscire a farti toccare una parte di vita a cui arrivano in pochi. Pensavo di averti insegnato molte delle cose belle che gli altri vedono in te. Pensavo che amarmi fosse la cosa più facile del mondo. Pensavo che fossimo speciali e non che fosse solo “comodo” stare con me.

The heart asks the plasure frist, Michael Nyman. Colonna sonora di “Lezioni di piano“. Tutte le volte che l’ascolto mi viene in mente questo pezzo di “Oceano mare“, che è uno dei miei preferiti.

Giada

 

«Nelle terre di Carewall, non smetterebbero mai di raccontare questa storia. Se solo la conoscessero. Non smetterebbero mai. Ognuno a modo suo, ma tutti continuerebbero a raccontare di quei due e di un’intera notte passata a restituirsi la vita, l’un l’altra, con le labbra e con le mani. Una ragazzina che non ha visto nulla e un uomo che ha visto troppo, uno dentro l’altra, ogni palmo di pelle è un viaggio, di scoperta, di ritorno, nella bocca di Adams a sentire il sapore del mondo, sul seno di Elisewin a dimenticarlo, nel grembo di quella notte stravolta, nera burrasca, lapilli di schiuma nel buio, onde come cataste franate, rumore, sonore folate, furiose di suono e velocità, lanciate sul pelo del mare, nei nervi del mondo, oceano mare, colosso che gronda, stravolto sospiri, sospiri nella gola di Elisewin velluto che vola sospiri ad ogni passo nuovo in quel mondo che valica mondi mai visti e laghi di forme impensabili, sul ventre di Adams il peso bianco di quella ragazzina che dondola musiche mute. Chil l’avrebbe mai detto che baciando gli occhi di un uomo si possa vedere così lontano, accarezzando le gambe di una ragazzina si possa correre così veloci e fuggire fuggire da tutto, vedere lontano. Venivano dai due più lontani estremi della vita, questo è stupefacente, da pensare, che mai si sarebbero sfiorati, se non attraversando da capo a piedi l’universo, e invece, nemmeno si erano dovuti cercare, questo è incredibile, e tutto il difficile era stato solo riconoscersi, riconoscersi, una cosa di un attimo, il primo sguardo e già lo sapevano, questo è il meraviglioso, questo continuerebbero a raccontare per sempre, nelle terre di Carewall, perché nessuno possa dimenticare che non si è mai lontani abbastanza per trovarsi, mai lontani abbastanza per trovarsi lo erano quei due, lontani, più di chiunque altro. E adesso grida la voce di Elisewin , per i fiumi di storie che forzano la sua anima, e piange Adams, sentendole scivolare via, quelle storie alla fine, finalmente, finite. Forse il mondo è una ferita e qualcuno la sta ricucendo in quei due corpi che si mescolano e nemmeno è amore, questo è stupefacente, ma è mani, e pelle, labbra, stupore, sesso, sapore tristezza, forse perfino tristezza desiderio. Quando lo racconteranno non diranno la parola amore, mille parole diranno, taceranno amore, tace tutto, intorno, quando d’improvviso Elisewin sente la schiena spezzarsi e la mente sbiancare, stringe quell’uomo dentro, gli afferra le mani e pensa: morirò. Sente la schiena spezzarsi e la mente sbiancare, stringe quell’uomo dentro, gli afferra le mani e, vedi, non morrà.

Ascoltami, Elisewin…

No, non parlare…

Ascoltami.

No.

Quello che succederà qui sarà orrendo e…

Baciami… è l’alba, torneranno…

Ascoltami…

Non parlare, ti prego.

Elisewin…

Come si fa? Come glielo dici, a una donna così, quello che devi dirle, con le sue mani addosso e la sua pelle, la pelle, non si può parlare di morte proprio a lei, come glielo dici ad una ragazzina così, quello che lei sa già e che pure bisognerà che ascolti, le parole, una dopo l’altra, che puoi anche sapere ma devi ascoltare, prima o poi, qualcuno deve dirle e tu ascoltarle, lei, ascoltarle, quella ragazzina che dice

Hai degli occhi che non ti ho visto mai.

E poi

Se solo tu volessi, potresti salvarti.

Come glielo dici ad una donna così, che tu vorresti salvarti e ancora di più vorresti salvare lei con te, e non fare altro che salvarla, e salvarti, tutta una vita, ma non si può, ognuno ha il suo viaggio, da fare, e tra le braccia di una donna si finisce facendo strade contorte, che neanche tanto capisci tu, e al momento buono non le puoi raccontare, non hai le parole per farlo, parole che ci stiano bene , lì, tra quei baci e sulla pelle, parole giuste, non ce n’è, hai un bel cercarle in quel che sei e in quel che hai sentito, non le trovi, hanno sempre una musica sbagliata, è la musica che gli manca, lì tra quei baci e sulla pelle, è una questione di musica. Così dici, qualcosa, ma è una miseria.

Elisewin, io non sarò mai più salvo.

Come glielo dici ad un uomo così, che adesso sono io che voglio insegnargli una cosa e tra le sue carezze voglio fargli capire che il destino non è una catena ma un volo, e se solo ancora avesse voglia davvero di vivere lo potrebbe fare, e se solo avesse voglia davvero di me potrebbe riavere mille notti come questa invece di quell’unica, orribile, a cui va incontro, solo perché, lei lo aspetta, la notte orrenda, e da anni lo chiama. Come glielo dici, a un uomo così, che ti sta perdendo?

Io me ne andrò…

Io non voglio esserci… io vado via.

Io non voglio sentire quell’urlo, voglio essere lontana.

Non lo voglio sentire.

È la musica che è difficile, questa è la verità, è la musica che è difficile da trovare per dirselo, così vicini, la musica e i gesti, per sciogliere la pena, quando proprio non c’è più nulla da fare, la musica giusta perché sia una danza, in qualche modo, e non uno strappo quell’andarsene, quello scivolare via, verso la vita e lontano dalla vita, strano pendolo dell’anima, salvifico e assassino, a saperlo danzare farebbe meno male, e per questo gli amanti, tutti, cercano quella musica in quel momento, dentro le parole, sulla polvere dei gesti, e sanno che, ad averne il coraggio, solo il silenzio lo sarebbe, musica, esatta musica, un largo silenzio amoroso, radura del commiato e stanco lago che infine cola nel palmo di una piccola melodia, imparata da sempre, da cantare sotto voce

Addio, Elisewin.

Una melodia da nulla. Addio, Thomas.

Scivola via da sotto il mantello e si alza, Elisewin. Con il suo corpo da ragazzina, nudo, e addosso il tepore di tutta una notte. Raccoglie il vestito, si avvicina ai vetri. Il mondo di fuori è sempre là. Puoi fare qualsiasi cosa ma stai certo che te lo ritrovi al suo posto, sempre. C’è da non crederci, ma è così».

Oceano mare, Alessandro Baricco

 

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