Paradise now, di Hany Abu-Assad

gennaio 13, 2008

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Credere nel Paradiso è l’unico modo per sopravvivere, per sopportare o per lottare? Sono cose talmente lontane da noi che non riusciremo mai a SENTIRE. Perché è facile applicare la nostra impeccabile idea di bene e male, di buoni o cattivi, parlare di stati, di nazioni, di politica e di terra. Chiedere scusa, tracciare confini, spostare persone come pedine, costruire ancora muri…

Le ultime 48 ore di Said e Khaled, due ragazzi Di Nablus, terroristi palestinesi, chiamati a morire per la “missione santa”, durano circa 1 ora e 20. 80 minuti della vita di due giovani amici molto diversi, che non sono degli esaltati e non sono eroi, sono persone. Senza giudizi e senza retorica, senza lacrime e senza sangue, perchè basta immaginarlo.

Queste sono due parti del film:

– Che vi succede, perché lo fate Khaled?

– Non c’è uguaglianza in questa vita, allora vuol dire che saremo uguali a loro nella morte.

– Se sei davvero disposto a morire per ottenere l’uguaglianza, mi domando perché non trovi una maniera per raggiungerla da vivo per esempio.

– E come? Con la tua organizzazione per i diritti dell’uomo?

– Certo, perché no? Almeno così non fornisco agli israeliani l’alibi per continuare ad ucciderci come cani.

– Povera Suha come sei ingenua… Non c’è libertà senza lotta, l’unico mezzo è il sacrificio. Finché c’è ingiustizia bisogna sacrificarsi.

Questo lo chiami sacrificio? È vendetta non lo capisci? Se uccidi ti comporti esattamente come loro, così non esiste differenza tra la vittima e il carnefice.

– La differenza è che non abbiamo gli stessi loro mezzi per lottare, se ce li avessimo, sta tranquilla, che non ci sarebbe bisogno del sacrificio di nessuno.

– Ma tu dimentichi, Khaled, che il loro esercito è molto più forte, non puoi farci niente e tu non sarai mai forte come loro.

– Può darsi, allora saremo uguali a loro nella morte. A noi soltanto spetta il Paradiso.

– Il Paradiso non esiste sta soltanto nella tua testa Khaled!

– Che dio ti perdoni, che dio ti perdoni.

– Comunque è sempre meglio avere il Paradiso nella testa che continuare a vivere in mezzo a quest’inferno. E poi siamo già morti, si sceglie di morire solo per sfuggire al peggio.

– Che cosa succederà a noi, a noi che restiamo? Che conseguenze ci saranno? Dove ci porteranno queste operazioni? Tu non vuoi capire che quello che stai per fare ci distruggerà e darà ad Israele un ennesimo pretesto per continuare.

– Ah perchè senza un pretesto Israele si fermerà?

– Magari, è possibile. Potremmo farcela se questa diventasse una lotta morale.

Said: Sono nato in un campo profughi. Mi hanno permesso di allontanarmi soltanto una volta quando avevo 6 anni perchè dovevo subire un intervento chirurgico. La vita qui è una prigione, eterna. I crimini dell’occupazione non si contano più ormai ma il crimine peggiore è sfruttare i deboli e farne dei collaborazionisti distruggendo la resistenza e le famiglie e la moralità della gente. Mio padre è stato ucciso, io allora avevo 10 anni. Era un brav’uomo ma debole, di questo l’occupazione è responsabile. Devono capire che se reclutano dei collaborazionisti e sfruttano la loro debolezza devono anche pagarne il prezzo. La vita senza dignità è nulla, specie se te lo ricordano giorno dopo giorno umiliandoti e insultandoti. E il mondo guarda con vigliaccheria senza reagire così quando sei solo a dovere affrontare l’ingiustizia devi trovare una via per fermarla. Devono arrivare a capire che la nostra sicurezza è anche la loro sicurezza. La forza sulla quale contano non gli servirà a niente. Ho tentato di fargli arrivare questo messaggio ma non ho trovato altri mezzi per farlo. Il peggio è che hanno convinto il mondo e si sono persuasi anche loro di essere delle vittime. Com’è possibile che siano oppressori e vittime. Se loro recitano il ruolo del carnefice e della vittima io non ho altra scelta che essere una vittima e un assassino per reazione. Non so quale sarà la tua decisione ma io non ci torno al campo.

Il paradosso della deterrenza dice che si può dissuadere un nemico solo minacciandolo apertamente di una ritorsione, che però si sa di non voler compiere, perchè sarebbe insensata e autodistruttiva, non si sarà in grado di volere davvero compiere una ritorsione, perchè si sa di non poterla mettere in pratica.

E se questi paesi fossero riusciti a raggiungere un accordo sul disarmo. Possiamo anche immaginare che siano Israele e la Palestina. Se questo patto fosse troppo facilmente eludibile e ognuna delle due parti potesse segretamente mantenere le sue armi, cosa succederebbe?

  • Se Israele rompesse il patto e la Palestina disarmasse, la Palestina sarebbe alla mercé di Israele.
  • Se la Palestina rompesse il patto e Israele disarmasse, Israele sarebbe alla mercé della Palestina.
  • Se entrambe rompessero il patto ci sarebbe la guerra.
  • Se entrambe disarmassero ci sarebbe la pace.

Qual è la scelta più razionale da fare? Quale di queste scelte porta il vantaggio maggiore? E quale invece porta la situazione più disastrosa? E soprattutto, arrivati a questo punto, cosa si intende per vantaggio maggiore, la pace o la vendetta?Non si chiede mai ai filosofi di risolvere questi problemi. Si chiede invece ai generali.

Giada

ps: Mi rendo conto che questa è una situazione assolutamente non realistica. Uno di questi paesi non possiede nemmeno un esercito e l’altro è una delle potenze militari più forti del mondo. È assurdo metterle sullo stesso piano e parlare di disarmo. Ma da un punto di vista puramente speculativo questo problema filosofico ha un suo significato e anche molto esplicativo.

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