Letteratura femminile

Dicembre 27, 2009

Pochi giorni fa sono entrata in libreria. Erano i giorni prima di Natale e devo dire che il mio stato d’animo non era quello rilassato di quando mi rifugio nei libri per cercare chi tra di loro abbia qualcosa di impellente da dirmi. Tra la gente e la confusione non si riesce ad ascoltare molto bene i libri e quindi si gira più del solito, un po’ disorientati. Ed è così che ho scoperto come ormai ogni angolo della vita sociale quotidiana voglia spingere le donne sempre un gradino sotto agli uomini.
Tra le tante categorie in cui vengono classificati i libri ci sono le novità, i gialli , fantascienza, una generica letteratura che copre lo spazio più ampio del negozio, i libri per ragazzi e proprio davanti a questi alcuni piccoli scaffali in cui campeggia l’etichetta “letteratura femminile“. Devo ammettere, in tutta sincerità che mi sono alterata ancora prima di vedere quali libri avevano scelto di includere in una tale specifica categoria. Se quei quattro ripiani in croce sono “letteratura femminile”, la “letteratura maschile” quale sarebbe, il resto del negozio? Interessante, considerando che in Italia le donne leggono più degli uomini. Le lettrici sono infatti il 65% mentre i lettori il 55,8%. Di contro i non lettori sono soprattutto uomini, il 41,6% rispetto al 32,7% delle donne. Forse che lIstat non ha considerato che le donne leggono e rileggono sempre gli stessi miseri libri e per questo lo fanno più velocemente?

Volendomi fare ancora più del male mi sono avvicinata per vedere quali perle di saggezza avessero così accuratamente scelto per noi fragili e tanto speciali creature, sperando per lo meno di trovarmi di fronte a Simone de Beauvoir, Virginia Wolf, Sylvia Plath, Sibilla Aleramo, Keren Blixen, Isabelle Allende, Banana Yoshimoto, Dacia Maraini, Amelié Nothomb…. sarei stata lo stesso arrabbiata perchè invece di “letteratura femminile” avrebbero dovuto scrivere “letteratura al femminile”, ma non mi sarebbe dispiaciuto poi tanto far parte di una letteratura di nicchia, che affronta le donne nelle loro numerose sfaccettature e infiniti ruoli, che guarda il mondo da un punto di vista diverso e più intimo. In fondo ho sempre avuto il sospetto che riguardo a certi temi gli uomini siano poco portati alla comprensione, ma restava comunque il fatto che se le donne che leggono sono molte di più, perchè è la nostra letteratura ad essere di nicchia?
Ero andata un bel po’ in là con la mente, già intravedendo interessanti spunti riflessivi sul perchè le scrittrici fossero sempre un numero minore e sul perchè dunque le donne spesso si sentano più capite o meglio rappresentate da scrittori maschi . Forse gli uomini sfoderano tutte le loro armi di empatia e comprensione solo quando si tratta di fare uscire un libro e di guadagnare soldi? O forse le donne sono più interessate ad esplorare punti di vista diversi dal loro?

Tutto questo temo che dovrà essere argomento di un altro post, perchè quello che ho trovato tra quegli scaffali non aveva niente a che fare con le donne, ma con il marketing, i pregiudizi, le etichette, i ruoli sociali, gli stereotipi: I love shopping, I love shopping per il baby, Baby o non baby?, Lo shopping di mezzanotte, Lost in fashion, L’importanza di essere sposata, Giovane, brillante e cotto a puntino, La stagione dei matrimoni, Cercasi amore disperatamente, La solitudine dell’amore, Il bisbetico domato, E’ un cesso ma lo sposo, Guida al matrimonio, Bello ricco e che resti a colazione, Ma l’amore non finisce, Gli uomini sono pesci, Ti aspetterò per sempre, Vita bassa e tacchi a spillo, Maledetti quarant’anni, Assolutamente glam….
Ora, non voglio generalizzare dicendo che con tutti questi libri non ci si potrebbe fare altro che un bel falò. Sono convinta che i libri meritino sempre un rispetto speciale, ma anche le donne. Molti di questi libri magari contengono anche storie divertenti, ironiche e autoironiche, possono essere scritti anche bene e risultare una vera e propria satira sul mondo maschile, ma qui il problema è un altro. Queste siamo noi? E’ questa tutta la nostra vita? La ricerca di un uomo ricco da sposare, il dover essere fashion e alla moda in ogni momento,  senza accettare di invecchiare, il doversi tenere un uomo a tutti i costi perchè senza la vita non ha più senso?  E’ tutta qui la letteratura che ci riguarda? E’ tutto qui quello che si può dire di noi? Single fashion, mogli premurose, madri con i tacchi a spillo. E soprattutto, è così necessario usare titoli così infinitamente stupidi?

Il primo grave errore che è stato fatto è stato quello di identificare la “letteratura rosa” con quella femminile, mentre non sono affatto la stessa cosa. Il “rosa” è il colore dell’evasione, del divertissement, del non impegno, può essere un aspetto della letteratura femminile, non il suo complesso. E’ offensivo vedersi categorizzate e identificate con quanto c’è di più effimero e sdolcinato. Perchè poi la necessità di eticchettare noi e non gli uomini? Potevano fare uno scaffale di libri porno e calendari da officina e chiamarlo “letteratura maschile”, almeno sarebbe stato equo. Io amo leggere e trovarmi di fronte a quel cartello che mi indicava “questi sono i libri per te” è stato umiliante. Non è questione di essere una femminista radicale ma la nostra società ha bisogno di un equilibrio e per bilanciare quel maschilismo strisciante che attecchisce molto più in profondità proprio nelle donne, c’è bisogno di essere radicali e anche di incazzarsi ogni tanto. In pizzeria ieri un uomo raccontava ad un conoscente che la fidanzata con cui stava per sposarsi l’aveva lasciato. Il commento dell’altro è stato “l’hai comprato il fucile?”. Era una battuta e chissà quante altre di questo tipo vengono fatte ogni giorno. Ma non mi fa ridere. Non mi fa ridere ricordare che la violenza  subita da partner, mariti, fidanzati o padri è la prima causa di morte o di invalidità permanete per le donne tra i 16 e i 44 anni.

E’ arrivato il momento di essere radicali e intolleranti. E che gli uomini si adeguino.

Giada

Senza coscienza

Dicembre 25, 2009

Rudra ha 16 anni. Fino a due anni fa viveva con la madre, il padre e la nonna in un casolare a Pietralunga, in provincia di Città di Castello. Una vita tranquilla che però non pesava a Rudra che, a differenza di molti suoi coetanei non sentiva il bisogno della città, con i suoi molti svaghi e rituali di aggregazione. La sua famiglia dava a Rudra la serenità necessaria per apprezzare tutto quello che aveva. Rudra è un ragazzino intelligente, molto educato e maturo che ha dovuto imparare la crudeltà degli uomini, l’ipocrisia della legge, l’irrazionalità della giustizia.
Suo padre Aldo Bianzino aveva 44 anni, faceva il falegname e suonava l’armonium. Era arrivato in Umbria una ventina di anni prima dal Piemonte, dopo un’esperienza spirituale in India che lo aveva portato a ricercare un luogo tranquillo in cui vivere in pace con la sua famiglia. Era mite, pacifista, naturalmente incensurato, anche se questo non cambia le cose. Era una persona colta che seguiva i comandamenti di verità, semplicità e amore. E non poteva essere altrimenti vedendo il modo splendido in cui Rudra è cresciuto.

Il 12 ottobre 2007 è ancora notte quando poliziotti e guardia di finanza, con l’ordinanza del PM Petrazzini,  perquisiscono la casa dei Bianzino, con tanto di cane antidroga. Rudra aveva 14 anni. Nel casolare non viene ritrovato nulla, ma fuori, in un cespuglio vengono ritrovate alcune piante di marijuana. Aldo dichiara immediatamente che le piantine sono per suo uso personale e che la sua compagna non c’entra nulla. Ma non importa a nessuno. Aldo e Roberta Radice, madre di Rudra, vengono arrestati e trasportati al carcere di Capanne di Perugia, mentre il ragazzo rimane solo in casa con la nonna novantenne, senza che nessuno si preoccupi per loro. Quella è stata l’ultima volta che Rudra ha visto suo padre vivo. Quella stessa notte tra il 13 e il 14 ottobre Aldo muore, nella cella numero 20 del carcere di Capanne, sdraiato sul pavimento, nudo, con solo una maglietta addosso (non sua, affermano i familiari) e con la finestra aperta, nonostante il freddo. Strano no? Un uomo perfettamente sano entra in carcere e ne esce morto. Strano no, che si cerchi di giustificare il tutto come “morte naturale per arresto cardiaco” come se esistesse una morte che non ti ferma il cuore…? Nessuno viene messo al corrente della sua condizione, nemmeno Roberta, che mentre firma i fogli per scarcerazione chiede con insistenza come stia il marito. Nessuno dei due si è mai trovato in una situazione simile, in più Aldo è in isolamento. Quando si ama qualcuno ci si preoccupa per lui. E’ normale. Eppure troppo spesso la prima preoccupazione di guardie carcerarie e simili è quella di umiliare e calpestare i sentimenti dei detenuti. A Roberta chiedono se Aldo soffra di cuore, se fosse mai svenuto. No, nessuna malattia, ma perchè questa domanda? Le dicono che stanno portando Aldo in ospedale, ma non aggiungono altro, sono scostanti, infastiditi, maleducati e crudeli. Quando Roberta, dopo essere stata scarcerata, chiede ancora quando potrà vedere Aldo le rispondono “martedì, dopo l’autopsia”.

Si può venire a sapere in questo modo della morte della persona che ami? Possono violentare così in profondità i tuoi sentimenti più intimi, in cui risiede una delle tue ragioni di vita? Si può non possedere fino a questo punto umanità e poi magari tornare la sera da tua moglie e i tuoi figli senza mai vomitare quella bestia nera che schiaccia e maltratta chi non si può difendere? Si. E si può fare di peggio. Si può picchiare a morte un indifeso solo perchè si ha la possibilità di farlo restando impuniti. Si può colpire, forte, ripetutamente ma non come in un pestaggio, ma con colpi mirati, con una tecnica scientifica, insegnata negli addestramenti militari, che mira a distruggere gli organi vitali senza lasciare segni esteriori. Il fegato di Aldo si stacca e si spappola, una emorragia nella milza, quattro emorragie cerebrali senza nemmeno un livido. E’ spaventoso. E’ spaventoso che qualcuno voglia far credere che si sia trattato di una tragica fatalità: un aneurisma cerebrale, già evento raro in un soggetto giovane e in salute e in più il distaccamento del fegato durate il tentativo di rianimazione fatto con massaggio cardiaco (che le stesse dottoresse intervenute a soccorrerlo escludono), evento ancora più raro, specie se fatto da professionisti, come nel caso di Aldo. Spaventoso per un figlio e una compagna dover accettare una tale immotivata violenza.

E’ una grande fatica cercare di far emergere la verità quando si ha la consapevolezza che la giustizia potrebbe non arrivare mai. Sono tanti i nomi chiusi in fascicoli giudiziari con una richiesta di archiviazione che suona come una richiesta ufficiale di insabbiamento. Ci si batte contro i mulini a vento quando chi deve accertare la verità è la stessa istituzione che ne ha provocato la morte. Il PM Petrazzini che ha firmato l’ordine di arresto per il pericoloso criminale Aldo Bianzino è lo stesso che dovrebbe indagare sulla sua morte ed è veramente difficile pensare che non possa essere influenzato da pregiudizi irremovibili sulla sua persona e sulla sua stessa vita. Lui che l’ha mandato a morte, che cercava di estorcergli chissà quale rivelazione su traffici illeciti degni dei più abili boss casalesi, non può provare nessun tipo di pietà per Aldo, per Rudra e per Roberta. L’impunità di cui godono le forze dell’ordine dentro e fuori dai carceri è garantita dall’omertà, da quel silenzio colpevole e ostinato che non conosce crisi di coscienza. Alcuni detenuti dicono di aver sentito Aldo chiedere aiuto, ma non sarà difficile per i secondini mettere a tacere queste testimonianze.

Roberta ha combattuto a lungo contro tutti i muri di gomma che le si paravano davanti. Lo ha fatto per Aldo e per Rudra. Ma tutto questo dolore ha aggravato la sua malattia. Era in attesa di un trapianto di fegato ma il 15 giugno di quest’anno non ce l’ha fatta più. E’ morta anche lei, senza avere nessuna risposta e prima di vedere approvata la richiesta di archiviazione per omicidio. Adesso però oltre ad appurare la verità su quello che è successo c’è un’altra emergenza: si tratta di Rudra che è rimasto senza genitori, a cui lo stato non ha fornito il minimo aiuto e di fronte al quale si rifiuta di prendersi la sua responsabilità per la morte del padre. Hanno distrutto la vita di un ragazzo di 16 anni, senza nessuno scrupolo o rimpianto.

Beppe Grillo, Jacopo Fo e il Meetup di Perugia hanno lanciato una sottoscrizione per Rudra, per cercare di garantirgli il futuro che hanno provato a strappargli. Il conto è aperto presso Banca Etica, IBAN: IT61R0501812100000000128988 BIC: CCRTIT2T84A intestato a: “PER RUDRA BIANZINO“.

Giada

Copiare non è peccato

Novembre 27, 2009

“Il Web è più un’innovazione sociale che un’innovazione tecnica. L’ho progettato perché avesse una ricaduta sociale, perché aiutasse le persone a collaborare, e non come un giocattolo tecnologico. Il fine ultimo del Web è migliorare la nostra esistenza reticolare nel mondo. Di solito noi ci agglutiniamo in famiglie, associazioni e aziende. Ci fidiamo a distanza e sospettiamo appena voltato l’angolo”. Tim Berners-Lee

Appena tre giorni fa l’Unione Europea ha approvato il pacchetto Telecom, complesso di regole che riforma l’intero settore delle telecomunicazioni. Per la prima volta viene riconosciuto il diritto del cittadino ad informare ed informarsi tramite la rete, ma è la questione della lotta globale alla pirateria online il punto più controverso su cui il dibattito si era bloccato l’estate scorsa con le numerose minacce di applicazione di disconnessioni punitive nei confronti di coloro che abusano della rete per scambiare senza autorizzazione contenuti protetti dal diritto d’autore. L’Europa si è dimostrata molto disponibile nel garantire ai detentori dei diritti nuovi strumenti per blindare il prodotto del loro lavoro, mentre ai cittadini della rete che venissero colti dai detentori a violare il copyright verrà concesso nulla di più di un giusto processo senza che il confronto con autorità indipendenti che non hanno nulla a che vedere con l’autorità giudiziaria (cosa proposta da Sarkozy).

Per quanto mi riguarda tutte le arti sono un fattore di crescita per la società e per le persone e tutti hanno diritto ad accedervi in base al diritto all’istruzione e al diritto alla fruizione della bellezza, vero e proprio bisogno dell’uomo da preservare in quanto indispensabile alla sua completa realizzazione. Un’opera non è il prodotto di un singolo individuo e meno che mai dei suoi eredi ma è il prodotto di una società, di una comunità e di un’epoca in quanto risultato, più o meno consapevole, di influenze di altri artisti e uomini comuni passati e contemporanei. Se la genesi di un’opera è sociale deve rimanere tale anche il suo uso. La proprietà intellettuale deve essere messa a disposizione del bene comune. E’ giusto che un autore abbia un margine di guadagno proporzionale ai costi da remunerare ma trovo ridicolo che la violazione del diritto d’autore sia equiparata al reato di furto. Questo di fatto fa della cultura, dell’arte e della bellezza in genere un privilegio di cui solo chi ha notevoli possibilità economiche può usufruire. Ma non c’è da stupirsi di questo consolidato modo di pensare. Lo stesso che legittima il fatto che i quartieri “popolari” abbiano per forza un’architettura orribile, grigia, alienante, che siano privi del verde e di tutto ciò che possa rendere la vita quotidiana e domestica piacevole e serena. Non è un caso che la criminalità sia elevata in questi quartieri “ghetto” dove gli abitanti sviluppano spesso uno stato d’animo e mentale di tristezza e rassegnazione misto a rabbia.

C’è però chi ha accolto i nuovi bisogni culturali ed ha proposto paradigmi innovativi. Negli anni ’80 il Free Sofware Movement di Richard Stalmman crea il copyleft, un modello alternativo di gestione dei diritti d’autore grazie al quale il detentore dei diritti, attraverso l’applicazione di specifiche licenze, concede una serie di libertà agli utenti dell’opera, che può essere utilizzata, diffusa e spesso anche modificata liberamente, nel rispetto di alcune condizione essenziali. Sviluppatosi da prima principalmente in ambito informatico con i movimenti Software Libero e Open Source, negli ultimi anni si è invece esteso a tutte le opere dell’ingegno con i movimenti Creative Commons, OpenAccess, Opencontent ecc. Il motivo per cui non si possono lasciare software o opere semplicemente di pubblico dominio è perchè altri individui si potrebbero facilmente impadronire dei risultati del lavoro di libere comunità di utenti o di singoli autori privatizzandoli. Il copyleft invece tutela il proprietario di un’opera, perchè nel momento in cui ne viene fatto un uso a fini di lucro e ne viene impedita la libera circolazione, questo può far valere i suoi diritti d’autore. Diritto d’autore e copyright non sono la stessa cosa. L’equazione copia pirata = copia non venduta è stata creata unicamente per confondere le idee e per arricchire l’industria e non per dare il giusto riconoscimento al lavoro di un autore. La circolazione di un prodotto non è altro che pubblicità e più un’opera circola più quell’opera viene venduta. Il copyleft consente in questo modo di conciliare l’esigenza di un giusto compenso per il lavoro e la creatività di un autore con il suo uso sociale.

Fino a pochi decenni fa era quasi impensabile un’opera scollegata dal suo supporto fisico. Benjamin tra i primi aveva intuito che le innovazioni tecnologiche (e digitali degli ultimi anni) avrebbero portato ad una messa in discussione dei principi su cui si fonda l’opera d’arte e che sono alla base del sistema della proprietà intellettuale. Il prodotto culturale, oggi de-materializzato, ha sconvolto quelli che erano gli equilibri economici e giuridici stabili ormai da secoli. Quando il copyright fu introdotto, nel XVI sec., dopo la diffusione delle macchine automatiche per la stampa, non esisteva la possibilità di “copia privata senza fini di lucro” perchè solo un editore concorrente poteva avere accesso ai macchinari tipografici. In questo senso il copyright non era percepito come anti-sociale perchè era l’arma di un imprenditore contro un altro e non di un imprenditore contro il pubblico. Oggi la situazione e ben diversa. Computer e Internet hanno quasi azzerato il costo e la difficoltà di riprodurre e di usufruire delle opere. In principio fu Napster, uno dei primi sistemi di condivisione gratuita di file musicali. Dopo la sua chiusura nel 2002, generata dalle denunce degli editori che vedevano nel sistema un concorrente ai propri profitti, sono prolificati i programmi di file sharing di materiale coperto da copyright in particolar modo grazie al sistema peer-to-peer ed il diritto industriale internazionale si è trovato impreparato di fronte alla velocità di questa diffusione. Ma oggi si aggiunge una battaglia ulteriore per i difensori del copyright, quella ai siti che distribuiscono video in streaming tramite il formato di Adobe Flash (come You tube, Google video, Megavideo…).

Nonostante la libera circolazione di opere e idee sembri inarrestabile, una minaccia concreta ad Internet ed al suo libero uso esiste e si chiama ACTA (Anti Counterfeiting Trade Agreement). Si tratta di un accordo multilaterale che tramite il “policy laundering” (tecnica per imporre leggi tramite accordi internazionali scavalcando i regolari scrutini parlamentari) cerca di rafforzare le proprietà intellettuali, con provvedimenti di inasprimento delle pene che prevedono la richiesta di detenzione anche quando le violazioni del diritto d’autore non hanno scopo di lucro, ispezioni sistematiche del traffico nel Web che violano ripetutamente la privacy, obbligo di sorveglianza generale sui contenuti per le piattaforme che ospitano contenuti generati da utenti, perquisizione alle frontiere di laptop, cellulari, lettori MP3, memorie di massa ecc.. I contenuti dei negoziati sono secretati ma trapelano in alcuni siti i documenti ufficiali che destano non poca preoccupazione soprattutto per quanto riguarda l’accesso ai farmaci a basso costo. Le leggi sul copyright infatti tutelano la proprietà intellettuale del farmaco con brevetti che creano un monopolio legale per un periodo di tempo che in Italia è di 25 anni. Dopodiché possono essere prodotti farmaci equivalenti, anche se il produttore facilmente può ottenere un nuovo brevetto se ripresenta lo stesso principio attivo modificato, promulgando la vita utile del farmaco teoricamente ad oltranza. Le conseguenze più gravi di questo sistema, che arricchisce le case farmaceutiche in modo smisurato, ben oltre il risarcimento dei costi di ricerca, ricadono come sempre sui paesi più poveri, dove la presenza di malattie epidemiche ed il costo di alcuni farmaci salvavita ancora sotto brevetto risultano proibitivi per il reddito medio delle famiglie e per le finanze statali.

Le pubblicità anti-pirateria con le loro musiche angoscianti con le facce tristi e serie di scrittori e cantanti sono davvero patetiche. L’uso privato non è un reato è voglia di conoscere e se ci tolgono questo non è che improvvisamente ci potremmo permettere di andare a teatro, ai concerti, di comprare cd e dvd, e quant’altro, saremmo solo un po’ più ignoranti e incivili.

Giada

Beata Ignoranza

Novembre 23, 2009

Poco più di un anno fa nascevano in tutta Italia le prime contestazioni per l’approvazione dei decreti legge 112/2008 e 137/2008 adottati durante l’estate e convertiti in legge rispettivamente 133 approvata il 6 agosto 2008 e la 169 approvata il 29 ottobre 2008. L’Onda Anomala, movimento di studenti universitari e medi nato negli atenei e nelle scuole superiori nell’autunno del 2008, è stato ed è tutt’oggi l’espressione di un dissenso civile ma profondamente attivo che ha per un po’ destabilizzato il potere politico. Nessuno si aspettava un tale livello di organizzazione ma soprattutto di informazione degli studenti. I professori hanno avuto un ruolo centrale nello spiegare ai ragazzi la riforma e le relative ripercussioni e nel mettersi a disposizione per manifestazioni o metodi alternativi di insegnamento che si potessero conciliare con la protesta. Poi però il passaparola è rimbalzato nei blog e nei social networks così che nessuno avesse più il diritto di disinteressarsi:

-       TAGLIO DELLE RISORSE ECONOMICHE DESTINATE ALL’UNIVERSITA’: per un totale di 1441.5 milioni di euro almeno fino al 2013.

-       TRASFORMAZIONE DELLE UNIVERSITA’ PUBBLICHE IN “FONDAZIONI DI DIRITTO PRIVATO” : lo Stato consente alle Università di trasformarsi in fondazioni private per sopperire all’improvviso ammanco dei finanziamenti pubblici. Le fondazioni universitarie avrebbero così la possibilità di decidere l’entità delle tasse degli studenti, tasse che oggi hanno un tetto massimo che non può superare il 20% dell’importo del finanziamento ordinario dello Stato (FFO). Questo mette in crisi il fondamentale diritto allo studio universitario visto che una formazione di qualità potrà essere garantita solo a chi avrà una certa disponibilità economica, oltre a ledere il principio di eguaglianza e pari dignità tra i cittadini.

-       TAGLIO DI PERSONALE DOCENTE, DI RICERCA E TECNICO-AMMINISTRATIVO: impossibile di fatto rispettare l’articolo 9 della CostituzioneLa Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”. Le Università dovranno trovarsi degli “sponsor” che le finanzino e questo controllo economico avrà effetti devastanti sulla ricerca in tutti i settori, condotta secondo le direttive impartite dalle società finanziatrici, in base alla redditività e al livello economico.

-       TURN OVER: le Università si troveranno costrette improvvisamente a mandare obbligatoriamente in pensione chi ha maturato i requisiti necessari, o altrimenti licenziare parte del proprio organico, imponendo un turn over bloccato al 20%, ovvero un nuovo assunto ogni cinque pensionamenti o licenziamenti. Unica soluzione sopprimere corsi d’insegnamento, fino a giungere addirittura alla cancellazione dei corsi di laurea meno frequentati o considerati di minor interesse.

Questi sono solo alcuni dei provvedimenti riguardanti le sole Università. I giovani visti sempre con i soliti pregiudizi dai “vecchi” media, si prendono i loro spazi, difendono il loro futuro e raccontano la loro verità a chi vorrà ascoltarli. Il loro punto di vista però non può più essere ignorato. Non c’è più solo il telegiornale che manipola le interviste per far sembrare superficiale e improvvisata la contestazione o il giornale che strumentalizza manifestazioni e manifestanti a fini politici. C’è un terzo spazio che è quello di Internet in cui si informa e ci si informa, ci si organizza e ci si confronta.

La scuola è l’istituzione che ha in assoluto subito meno cambiamenti dal momento della sua nascita ad oggi. Disposizione e arredamento delle aule, libri di testo come principali strumenti di apprendimento e trasmissione delle conoscenze, rapporti autoritari e gerarchici tra insegnanti e alunni rendono la scuola di oggi impreparata ad affrontare le importanti innovazioni apportate dalle nuove tecnologie e questo rischia di creare un contrasto insanabile tra scuola e società. Ed è proprio per la constatazione in prima persona di questo contrasto e di un mutato clima all’interno dell’aula scolastica che il professor Michael Wesch, antropologo culturale della Kansas State University si chiede che cosa è andato storto e come poter risvegliare l’interesse degli studenti nelle classi. Con un’espressione che ricorda l’ultimo film di Woody AllenWhatever works”, Welch nota come gli studenti siano ormai degli esperti nell’arte del “tirare avanti”, raggiungere i loro obbiettivi, il superamento di un esame senza prestare attenzione durante i corsi, senza partecipare alle lezioni. Appunti, studio e libri di testo sono tutto ciò che in fin dei conti risulta indispensabile per riuscire, quindi perchè dare qualcosa in più. Dai cellulari all’ipod, passando per i computer, soprattutto con i programmi di messaggeria istantanea e social networks, le nuove tecnologie oltre a scandire le fasi della vita dei giovani d’oggi entrano di prepotenza anche nelle scuole. E questo dato di fatto non può più essere ignorato come anche le conseguenze che ne derivano.

Il problema è complesso perchè non se ne possono trovare soluzioni né mostrando una eccessiva indulgenza verso comportamenti talvolta poco rispettosi del lavoro altrui, né continuando perpetuare regole e  tradizioni che in certi casi risultano lontani dalla vita sociale. Concordo con Neil Postman quando nel suo libro “Ecologia dei media” dice che i mezzi di comunicazione di massa sono ormai il paradigma educativo preponderante nella nostra società e che proprio per questo la scuola deve fare da contraltare a questa influenza per raggiungere un equilibrio che consenta una formazione più completa e non deviata, ma è anche necessario che la scuola fornisca gli strumenti necessari affichè i giovani usino in modo proficuo e consapevole le nuove tecnologie. Sebbene la maggior parte dei giovani si sabbia orientare con notevole facilità tra i nuovi media a volte l’uso che ne viene fatto non è utile ad un accrescimento personale quando non addirittura dannoso. Il concetto di privacy, ad esempio, non viene quasi mai concepito come un diritto da dover proteggere e rivendicare, ma in molti casi è visto come un ostacolo alle relazioni interpersonali. Come ogni cosa anche le nuove tecnologie hanno luci ed ombre ed anche le tecnologie richiedono un comportamento idoneo che non può prescindere da certi principi.

E’ necessaria come prima cosa un’educazione ai media ma che vada di pari passo con un’educazione tradizionale. Si devono creare spazi in cui poter mettere in discussione quella relazione unidirezionale e autoritaria tra insegnanti e alunni, favorendo il dialogo e l’ascolto e qui le nuove tecnologie possono avere un ruolo decisivo soprattutto per lo sviluppo di progetti collaborativi che mettano a confronto realtà e punti di vista diversi. In questo modo la scuola può (e deve) favorire lo sviluppo della riflessione personale e del pensiero critico, cosa che per molto tempo è stata sottovalutata. Quanti ricordi, nei miei anni di liceo, di professori che di anno in anno non cambiavano una virgola delle loro spiegazioni e la cui unica richiesta era che fosse ripetuto parola per parola il loro punto di vista durante i compiti in classe. Quante volte una domanda o una richiesta di spiegazione veniva vista con sospetto e trasformata in un’interrogazione a sorpresa. Non bisogna confondere l’autorità con il rispetto e qui la scuola ha ancora molto da imparare. Gli insegnanti possono essere dei buoni mediatori nelle discussioni (mediate o meno), possono guidare gli studenti perchè sviluppino punti di vista coerenti e consapevoli, cercando magari di arginare l’illusione spesso data dalle nuove tecnologie che si possa parlare di tutto senza conoscere in maniera approfondita gli argomenti.

L’occasione della protesta dello scorso anno, ancora non del tutto sopita, è stata un buon momento per mettere a confronto società e scuola, nuove tecnologie e insegnamento. Anche se in alcuni casi si è lasciata la protesta fuori dalle aule per continuare le lezioni come se nulla fosse, c’è stato un incontro tra studenti e professori e forse da entrambe le parti stiamo cominciando a capire che i professori non sono figure da temere ma persone con cui collaborare per una crescita reciproca.

Giada

deadlyRestraints

Art 32 della Costituzione:

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana

Francesco Mastrogiovanni, detto Franco, era insegnante elementare originario di Castelnuovo Cilento, in provincia di Salerno. Aveva 58 anni quando lo hanno trovato morto nell’ospedale di San Luca Vallo il 4 agosto scorso, dopo essere stato sottoposto a TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio). Difficile pensare ad una tragica fatalità, quando per tutta la vita ha dovuto pagare un grave colpa, quella di essere un anarchico. Negli anni 70 era stato coinvolto negli scontri che portarono alla morte di Carlo Falvella, vicepresidente del Fronte Universitario d’unione nazionale di Salerno. Francesco si trovava con due compagni Giovanni Marini e Gennaro Scariti sul lungomare di Salerno quando furono aggrediti da un gruppo di fascisti. A scatenare l’aggressione probabilmente furono le indagini che Marini stava compiendo sull’incidente che aveva portato alla morte di 5 anarchici calabresi nei pressi di Faretino (Frosinone), dove i ragazzi si stavano recando per consegnare i risultati di un’inchiesta condotta sulle stragi fasciste del tempo. Carte che non furono mai rinvenute nel luogo dell’incidente avvenuto all’altezza di una villa di Valerio Borghese, in cui fu coinvolto un autotreno guidato da un salernitano con aperte simpatie fasciste. Marini colpì a morte Falvella, togliendogli dalle mani il coltello che questi impugnava, con il quale aveva già ferito Mastrogiovanni ad una gamba. Il processo assolse pienamente Francesco dall’accusa di rissa mentre Marini fu condannato a 9 anni. Ma dall’accusa di anarchia lo Stato non dà assoluzioni: è un marchio di pericolosità sociale che non si dimentica e non si perdona.

E nel 1999 ecco che si presenta l’occasione per ricordargli che è colpevole e lo sarà per sempre: colpevole di credere all’autonomia e alla libertà degli individui che scelgono di relazionarsi tra loro con rapporti non-autoritari, di pensare una società che si basi sul libero accordo, sulla solidarietà, sul rispetto per la singola individualità secondo il principio che le decisioni valgono solo per chi le accetta, di considerare l’uomo come essere evoluto, intelligente e responsabile tanto da non aver bisogno di leggi. Francesco viene arrestato, con botte e manganellate perchè protestava per una multa. Condotto in caserma l’accusa sarà di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. In primo grado viene condannato a 3 anni di reclusione, più volte apostrofato come il “noto anarchico” dal pm. Sconta un mese in carcere e 5 mesi agli arresti domiciliari finchè il processo d’Appello lo assolve per non aver commesso il fatto e lo risarcisce per ingiusta detenzione. Anche questa esperienza, correlata alle varie angherie subite durante il periodo di detenzione, contribuisce a far crescere in Francesco un’incontrollabile sentimento di insicurezza e paura delle forze dell’ordine. In più occasioni fugge terrorizzato alla semplice vista di una divisa. Niente di più utile per rafforzare quell’idea di anarchico insofferente al sistema, patologico, pericoloso, tanto che dal 2002 al 2003 viene sottoposto a 2 TSO.

Ma da allora le cose erano cambiate, era diventato un ottimo insegnante a cui i suoi alunni erano molto affezionati, tanto che quest’anno avrebbe dovuto ottenere un posto di ruolo, essendo diciottesimo nella graduatoria provinciale. Non è così che è andata perchè il 31 luglio scorso, mentre trascorreva le sue vacanze nel campeggio Club Costa Cilento, di proprietà di una sua amica, viene trascinato nell’ospedale di San Luca Vallo con l’ennesima ordinanza di TSO, mentre guardando la sua amica le dice “se mi portano all’ospedale di Vallo della Lucania non ne esco vivo“. Restano ancora oscuri i motivi di questa decisione: si dice per disturbo della quiete pubblica, senza che nessuno abbia mai presentato alcun tipo di segnalazione al riguardo. E soprattutto una tale, stupida, motivazione non può giustificare il dispiegamento di decine di carabinieri e polizia municipale a cui si unì una motovedetta della guardia costiera che dall’altoparlante avvertiva i bagnanti “caccia all’uomo in corso“, messo in campo per catturare il pericoloso anarchico. Inspiegabile se non fosse che forse quell’assedio doveva servire a terrorizzarlo, viste quelle paure irrazionali (?) che negli ultimi anni della sua vita si era impegnato a superare, e a spingerlo ad agire come un folle.

Ma che cos’è il TSO? Il Trattamento Sanitario Obbligatorio sostituisce di fatto (pur non cambiandolo nella sostanza) il “ricovero coatto”, fortemente orientato verso la difesa sociale. Si tratta di un atto medico e giuridico che autorizza l’imposizione di determinati accertamenti e terapie ad un soggetto affetto da malattia mentale. Il TSO si basa su valutazioni di gravità clinica e di urgenza, procedura che dovrebbe essere finalizzata alla tutela della salute. Tale trattamento viene emanato dal Sindaco del comune presso il quale si trova il paziente su proposta motivata di un medico. Qualora il trattamento preveda un ricovero ospedaliero è necessaria la convalida di un secondo medico appartenente ad una struttura pubblica. Infine l’informazione dell’avvenuto provvedimento deve giungere al Giudice Tutelare di competenza.
Nel caso di Francesco oltre a non esistere i motivi per un provvedimento urgente ed estremo come il TSO, o, nel caso in cui ci fossero stati, a non averne dato notizia alla famiglia in modo dettagliato e plausibile, troppe cose restano da chiarire:
- l’ordinanza è stata richiesta dal sindaco del comune di Pollica Acciaroli senza informare né il sindaco di residenza (Castelnuovo), nè quello territorialmente competente (San Mauro Cilento) e i vigili urbani di Pollica hanno quindi operato fuori dal territorio comunale, non si sa con quale autorizzazione e per ordine di chi.
-  non si conosce il nome del medico che ha proposto il TSO
- la fase coercitiva (esecutiva del TSO) avviene sulla spiaggia del comune di San Mauro Cilento prima della predisposizione delle certificazioni del medico proponente e del medico che convalida e prima dell’ordinanza del sindaco.
-  il medico intervenuto ha invocato lo “stato di necessità” (art.54 c.p.), ma come può essere stato invocato se, come riferito da numerosi presenti che hanno assistito alla cattura, Francesco non ha praticato nè minacciato violenza o danni nè alla sua persona nè ad altri?

Ancora più terribile è quello che è successo dal momento del ricovero di Francesco il 31 luglio fino alla sua morte avvenuta il 4 agosto. Dai primi esami la morte sarebbe stata causata da edema polmonare causato da insufficienza ventricolare sinistra. Sarebbero inoltre state riscontrate profonde ferite ai polsi e alle caviglie, compatibili con lacci di materiale rigido, segno che Francesco è stato legato al letto, evidentemente per troppe ore, più probabilmente per giorni visto che nel suo stomaco non c’erano residui di cibo solidi o liquidi. Verosimilmente la posizione supina in cui è stato costretto ne ha provocato la morte. Eppure nella cartella clinica non è stata annotata la contenzione nè la motivazione di essa, come invece prevede la legge. Chi doveva “tutelare la sua salute” l’ha ucciso. 7 medici sono indagati per omicidio colposo. Ma non sono gli psichiatri gli unici assassini. C’è chi ha permesso che un uomo venisse privato della sua dignità e dei suoi diritti, perchè doveva a tutti i costi essere “normale“, non nel senso di “sano“, ma di “uguale a tutti gli altri“.
Tutto questo mi fa venire in mente qualcosa: una punizione che infligge dolore ad un’intensità sempre maggiore così che il condannato accetti una realtà che non è tale. Una seconda e ultima fase di trattamento in cui il condannato viene portato nella Stanza 201, dove non è contenuto nessuno strumento di tortura specifico, ma è la materializzazione del peggior incubo di ogni persona… Non sto ripetendo da capo la storia di Francesco Mastrogiovanni, sto parlando del romanzo di George Orwell 1984: non è sufficiente confessare ed obbedire alle regole perchè il Grande Fratello vuole possedere anche l’anima dei suoi sudditi. E l’anima di Francesco se la sono presa.

Ci piacerebbe pensare che il Tso colpisca solo pazzi furiosi, e che quindi non sia evitabile proprio per la pericolosità dei soggetti che vi vengono sottoposti. In realtà non è così perchè si tratta di un abuso in sè. La pericolosità delle persone è difficilmente prevedibile e sicuramente non è guaribile con metodi a metà tra il carcere e il manicomio. Manca totalmente una cultura che metta al centro di ogni provvedimento l’uomo nella sua umanità, e non l’ordine pubblico e sociale. Non si può trattare un uomo come un errore di sistema. Non si può far credere che il TSO sia imposto per il bene dei pazienti. E’ uno strumento di controllo e repressione sociale, che considera il diverso come “deviato” e dunque pericoloso, non tanto per gli altri fisicamente, quanto per il perpetuarsi dell’ordine costituito che non ammette di essere messo in discussione nemmeno teoricamente. E la storia di Francesco ne è la prova. Il pensiero anarchico va fermato con ogni mezzo perchè già di per sè sinonimo di follia o almeno è così che deve essere percepito dall’opinione pubblica. Per questo ci hanno sempre fatto credere che agli anarchici piacesse suicidarsi.

Di TSO si muore, nel silenzio dei mezzi d’informazione, nell’omertà dei reparti ospedalieri, nell’indifferenza dello Stato, nella semincoscienza di farmaci somministrati con la forza. E’ successo a Giuseppe Casu, ambulante di Quartu Sant’Elena ricoverato il 15 giugno 2008 presso l’ospedale Santissima Trinità, legato e sedato per 6 giorni consecutivi, fino alla sua morte, sopraggiunta il 22 giugno per trombo embolia polmonare. E’ successo a Bologna a Edhmund Hiden che la mattina del 27 maggio 2007 si era recato volontario nel reparto psichiatrico del Maggiore di Bologna, probabilmente perchè depresso ed è morto la mattina seguente dopo aver chiesto di poter lasciare l’ospedale, sotto gli occhi della sorella, circondato da numerosi poliziotti. Vite spezzate o rovinate come quella di Sabatino Capatano e di tanti, troppi altri nemmeno troppo difficili da trovare basta digitare su google “trattamento sanitario obbligatorio” e le storie assurde sembrano infinite.

Enzo Spatuzzi nel Comunicato dell’AipsiMed sulla morte del prof Mastrogiovanni, ci dà un’idea di come può succedere tutto questo:

“I colleghi quando si laurearono in medicina e chirurgia pensavano che
“da grandi” avrebbero fatto i medici. I colleghi dopo la
specializzazione in psichiatria hanno affinato la loro preparazione
anche intima, effettuando complessi e complicati percorsi formativi
pensando che da grandi avrebbero fatto gli psichiatri. Nulla di tutto
questo
. Sono stati sì assunti dall´azienda sanitaria locale, ma
arruolati con i compiti di psicopolizia, quella funzione che dai
manicomi in poi identifica ancora oggi la tipologia dell´intervento
psichiatrico in specie per le psicosi maggiori.

Di questo sono al corrente anche i tutori dell´ordine che ben
volentieri si fanno affiancare dagli psichiatri territoriali nella
“cattura” delle persone che appaiono di pubblico scandalo
e demandano
solo agli psichiatri dei reparti psichiatrici la custodia di quelle
stesse persone e prima ancora che sia stata effettuata una diagnosi
precisa sulle loro vere condizioni clinico-psicopatologiche.

Non solo, ma quegli stessi psichiatri devono anche far passare nel più
breve tempo possibile lo stato psichico che potrebbe aver sotteso
condotte antisociali. E con che? Con gli psicofarmaci in primis, con il
controllo costante da parte di loro stessi e degli infermieri
collaboratori e, estrema ratio, con la contenzione.

Insomma gli psichiatri vanno in guerra all´attacco e non in difesa,
combattendo una battaglia che mai avrebbero voluto condividere e,
soprattutto, vanno in campo con armi giocattolo finendo per tradire
ogni giuramento di Ippocrate
. Ma si può?…”

No, non si può.

Giada

ps: ai nomi delle vittime corrispondono link che oltre a dare informazioni si impegnano attivamente perchè la verità venga accertata.

La madre di tutte le paure

Novembre 6, 2009

L'urlo

Stefano Cucchi aveva 31 anni. Viene fermato la notte tra il 15 e il 16 ottobre al parco degli Acquedotti di Roma. Muore all’ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre, dopo 6 giorni di agonia, dopo essere passato per gli ambulatori del tribunale, del carcere di Regina Coeli e dell’ospedale Fatebenefratelli senza avere mai la possibilità di essere visitato dai parenti.

Alcune cose non si riescono a immaginare, si leggono sui giornali, ma sono parole che scorrono, perchè probabilmente nella nostra vita non abbiamo mai vissuto e si spera mai vivremo situazioni simili. Eppure basterebbe poco anche solo per avvicinarci a sentire quel dolore che una morte assurda può provocare. Non serve a granché, solo a piangere da soli, in silenzio, perchè questa cosa fa paura e fa paura davvero. La rabbia si scioglie per un dolore che da qualunque parte si guardi è il dolore più grande. Morire da soli, lentamente e con grande sofferenza e perdere un figlio. Non si riesce nemmeno a concepire. Probabilmente perchè sappiamo che potremmo fare qualunque cosa, per proteggerlo, perchè niente è più importante della vita di un figlio per un genitore. Penso ai miei genitori e sono sicura che se morissi loro morirebbero con me. Dentro morirebbero, rimpiangerebbero ogni minuto che non sono potuti stare con me, ogni “no” che mi hanno detto da quando sono nata, rimpiangerebbero quelle foto di quando ero piccola, che sono troppo poche, le volte che ho pianto perchè non mi sentivo capita e tutto quello che non ho potuto fare. E’ solo vita quotidiana, che normalmente scorre, così che nessuna traccia possa diventare ferita. Ma se la vita si ferma, in un attimo si crea un baratro in cui tutto si fossilizza e perdonarsi diventa impossibile. Perdere un figlio da un giorno all’altro. I perchè che rimbombano nel cervello, rivolti a dio o a qualcuno lassù e rivolti alla giustizia. Quel presentimento, quel misto di ansia e incertezza alla notizia del suo ricovero che avevano cercato di scacciare pensando alla solita apprensione da genitori. E il ritrovarsi a combattere con loro stessi, i loro fantasmi interiori e con la giustizia e soprattutto con quel sistema penitenziario e di polizia che mai ha pagato per i suoi errori, per quel cancro che agisce tra il silenzio e l’omertà, nasconde i lividi e le ossa rotte, le urla e le lacrime.

Stefano è stato arrestato per 20 grammi d’erba e 2 di cocaina (pare), processato per direttissima, con la negazione degli arresti domiciliari, e condannato a morte. Si deve essere davvero coraggiosi per ammazzare di botte un ragazzo solo, indifeso, spaventato, disarmato e epilettico. E come lo spieghi ad un genitore che suo figlio è morto così? Che lo Stato ha preso in custodia il suo corpo “socialmente pericoloso”, un corpo esile ma sano, compatibilmente con l’epilessia tenuta sotto controllo dai farmaci,  e che l’ha restituito cadavere? Semplice, non gli si spiega proprio niente. Gli si dice “il pm ha autorizzato l’autopsia sul corpo di tuo figlio” se non è stupido, capisce che quel figlio rinchiuso in modo assurdo in carcere non c’è più. Quel figlio a cui aveva visto gli occhi neri e il volto gonfio il giorno del processo, quel figlio di cui aveva chiesto notizie per 5 giorni fuori dall’ospedale Pertini, sempre respinto senza nemmeno poter parlare con i medici, senza sapere perchè fosse ricoverato e quale fosse il suo stato di salute. Dovrebbe essere un diritto per un genitore avere queste informazioni. Anzi dovrebbe essere un dovere dello Stato informare la famiglia in apprensione. Mancavano i permessi. Questi permessi non arrivavano e il quarto giorno finalmente fanno sapere ai genitori che non arrivavano perchè erano loro che li dovevano andare a richiedere al giudice per farli poi ancora confermare al Regina Coeli.

E intanto Stefano moriva, da solo. Quanta paura avrà provato? Quanto avrà pianto, per la sofferenza delle sue ossa rotte, per l’umiliazione, per l’ingiustizia, al pensiero del cuore dei suoi genitori che si spezzava per causa sua? E’ morto lentamente e quello che più mi fa male è che ha avuto tutto il tempo per rendersi conto che stava morendo. Ha chiesto alla volontaria dell’ospedale di dire a sua sorella di prendersi cura del suo cane. Ma non ci credo che volesse morire. Era qualcun altro che ha voluto la sua morte o si è divertito per un po’ a sfogare la sua frustrazione su quel corpo esile. Se (e sottolineo se) ha rifiutato i ricoveri o il cibo è stato perchè lo avevano annullato, svilito, svuotato come uomo. Secondo i referti medici dei vari ospedali e le testimonianze dei genitori, si deduce che sia stato picchiato per più giorni. Probabilmente il non poter reagire, il non potersi difendere mentre gli spezzavano la schiena, ha azzerato la sua dignità e la sua volontà. Eppure, nonostante l’apparente rifiuto di tutto, pare che abbia continuato a prendere le medicine per l’epilessia. Segno che non voleva morire, ma che aspettava che qualcuno lo salvasse. Magari che la sua mamma si prendesse cura di lui. Anche Federico Aldrovandi, mentre veniva massacrato a calci e manganellate chiamava sua mamma. Lo hanno detto alcuni testimoni che quella notte lo hanno sentito urlare. Doveva aver avuto tanta paura, una paura forte e irrazionale che ti fa invocare chi ti ha sempre protetto per quei 18 anni, ma che ora non può arrivare.

Nemmeno i genitori di Stefano sono potuti arrivare, ignari della gravità delle condizioni del figlio. Perchè non hanno detto loro che stava morendo? Perchè non li hanno avvertiti che le sue condizioni erano serie e lui si rifiutava di farsi curare e di mangiare? Perchè dopo averlo ridotto in fin di vita non hanno nemmeno provato a salvarlo? Non ci hanno provato perchè è con totale disinteresse che lo Stato si occupa della salute dei detenuti, perchè credevano che non avesse una famiglia, ma che fosse uno dei tanti su cui non si fanno domande. Certo nessuno avrebbe mai immaginato che proprio questa volta i mezzi di informazione si interessassero della morte di un carcerato e si mettessero a guardare dentro le sbarre. E invece questo era proprio il momento propizio, ora che “le mele marce” cominciano ad essere identificate e messe sotto accusa: i carabinieri che ricattavano Marrazzo, le condanne per l’omicidio di Gabriele Sandri e di Federico. Condanne sicuramente ridicole rispetto all’atto commesso, che dovrebbe essere ancora più grave proprio perchè compiuto da uomini e donne (che spero non abbiano figli)  in divisa: 6 anni per Spaccarotella, 3 anni e 6 mesi per Forlani, Segatto, Pontani e Pollastrini (che non solo non hanno fatto un giorno di carcere, ma continuano a lavorare in polizia, quindi ad essere pagati con i nostri soldi). Non che questo cambi le cose. Le pene sono ancora talmente esili e le conseguenze per i responsabili così irrisorie da dare di fatto a chi ha una divisa una vera e propria licenza di uccidere. Ma forse queste storie serviranno ugualmente. Serviranno a tutti quei genitori che vengono convinti a denunciare i propri figli in nome della giustizia e con la rassicurazione che verranno protetti, dalla droga o da chi li sfrutta. Servirà a convincere i familiari a fare di tutto per tirare fuori da quelle celle i loro cari, senza aspettare ingenuamente che venga pagato il loro debito con la giustizia, a pretendere di constatare di persona il loro stato di salute e a non fidarsi di nessuno, perchè una volta chiusi lì dentro, di loro, non frega più niente a nessuno.

All’indomani della morte di Federico Heidi Giuliani scrisse a Patrizia Aldrovandi dicendole “scusa se non sono riuscita a salvare Federico“, le stesse parole che oggi lei rivolge a Rita Cucchimi dispiace che non abbiamo impedito questo a Stefano“. Dispiace anche a me. Mi dispiace di averne scritto troppo poco sul mio blog, mi dispiace che quello che ho scritto non abbia mai scalfito la coscienza di nessuno, mi dispiace di non essere riuscita a suscitare l’interesse su questi temi mentre riscuote un clamoroso successo il mio post “il principe azzurro”. Mi dispiace per tutte le volte che ho ricopiato gli indirizzi per scrivere a chi era in galera e poi mi sono bloccata perchè non sapevo cosa dire, non sapevo come dirlo in modo da non giudicare nessuno.

Mi dispiace.

Eppure finora nessuno tra chi è stato a contatto con questi ragazzi nelle ultime ore della loro vita o rappresentante di quello Stato che ne ha provocato la morte ha avuto il coraggio di rivolgere queste semplici parole alle famiglie, distrutte dal dolore, o a noi, attoniti e spaventati per quello che succederà ancora non appena si spegneranno le telecamere.

Giada

Questa è la poesia che un padre scrive alla sua bambina. Un padre lontano, che teme che sua figlia non capisca, che senta la sua mancanza e la scambi per indifferenza…

Ti voglio bene
in qualunque modo
in qualsiasi momento
in ogni luogo
in questo mondo
nell’aldilà
con la pioggia
con il sole
ti voglio bene.

Nel dolore
nel sorriso
nella sofferenza
nella solitudine
con le catene
con le ali
con il vento
con il sereno
ti voglio bene.

Ora che ci sono
quando non ci sarò
sotto le stelle
senza le stelle
con la neve
con la grandine
ti voglio bene.

Con il buio
con la luce
con il rosso
con il blu
sotto la pioggia
con il sole
con amore.
ti voglio bene.

C. M.

E’ un padre che non può abbracciare sua figlia, non può vederla vivere. E soffre per questo senso di impotenza. Cerca di creare un legame fatto di parole, di racconti, di poesie, di fiabe, perchè la sua bambina non si senta sola. E’ un padre chiuso in carcere. Condannato all’ergastolo. La data per la fine della sua pena è MAI.

Quello del carcere è un argomento difficile perchè oggi più che mai chi è chiuso in una cella viene considerato un mostro. E forse, per la tranquillità della nostra coscienza, preferiremmo che quel mostro non fosse in grado di scrivere le parole che abbiamo appena letto, ma che dalla sua bocca e dalla sua penna uscisse solo odio. Che non fosse in grado di provare nessun sentimento, per nessuno… niente di più che una bestia. E invece è una persona. E l’atrocità di un’azione non cancella il fatto di essere una PERSONA.
Quando parliamo di ergastolo è ancora più difficile provare pietà o compassione. Il pensiero comune è che sia una pena commisurata al delitto, in altre parole che i colpevoli se lo meritino, perchè se lo sono andato a cercare. Già tanto che non si invoca la pena di morte! Molti condannati invece la preferirebbero. Nel 2007 310 detenuti con sentenza “fine pena mai” si sono rivolti al capo dello Stato per chiedere che la loro pena all’ergastolo venisse tramutata in pena di morte. Nella lettera al presidente Napolitano hanno scritto: “L’ergastolo è l’invenzione di un non-dio di una malvagità che supera l’immaginazione. E’ una morte bevuta a sorsi. E’ una vittoria sulla morte perchè è più forte della morte stessa“.

Non si prova pena (figuriamoci poi indignazione!) per chi sta in carcere e meno che mai per gli ergastolani perchè siamo bombardati da una quantità sconcertante di menzogne su questa situazione drammatica. Politici incompetenti, insensibili, vendicativi, che cavalcano il tormentone dell’emergenza sicurezza e della certezza della pena per avere voti, non considerando nemmeno il fatto che da eletti dovrebbero rappresentare anche chi è chiuso in una cella, e persone comuni intervistate al mercato come fossero esperti in materia di giustizia e codice panale. Quel commento a caldo, pilotato da una domanda tendenziosa, che dovrebbe far emergere la cosiddetta “saggezza popolare” (mentre magari chi parla di chiudere in carcere e buttare via la chiave sta crescendo figli che si divertono a marchiare a fuoco i coetanei, a stuprare in branco minorenni, a tirare qualche sasso da un cavalcavia o magari a metterlo sui binari di qualche treno).
Partiamo dalla Costituzione:

ART. 27
[...] Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

La prima finalità della pena, quindi, è di rispettare i diritti fondamentali (minimi) della persona; la seconda è di tendere al reinserimento sociale del reo. L’ergastolo quindi non è compatibile con ciò che prescrive la Costituzione. Di fatto è INCOSTITUZIONALE. E visto che ultimamente, con piena ragione, ci troviamo ad esaltare questa Carta straordinaria, che dopo più di 60 anni continua ad essere così attuale e ben fatta da difendere, da feroci attacchi, la nostra democrazia, sarebbe opportuno riflettere anche su questo.

L’ergastolo è la massima pena prevista nell’ordinamento giuridico italiano per un delitto. Codice penale ART. 22:
[...] la pena è PERPETUA ed è scontata in uno degli stabilimenti a ciò destinati, con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno [...]
Persino l’enciclopedia virtuale Wikipedia, nel definire questa voce si affretta a precisare il carattere “teoricamente” perpetuo della pena:

  • dopo 26 anni il condannato può essere ammesso alla libertà condizionale (sospensione della pena definitiva), qualora venga ritenuto “ravveduto” in base a prove attendibili.
  • anche i condannati all’ergastolo possono godere delle riduzioni previste per buona condotta (45 giorni in meno sulla condanna totale ogni 6 mesi di reclusione).
  • dopo l’espiazione di almeno 10 anni di pena, il condannato può essere ammesso ai permessi premio.
  • dopo 20 anni il condannato può avere diritto alla semilibertà (misura alternativa alla detenzione in cui il condannato trascorre la maggior parte della giornata all’interno dell’istituto di pena e ne esce per partecipare ad attività lavorative, istruttive o utili al reinserimento sociale).

Dalla descrizione di queste attenuazioni della pena emerge con chiarezza che ad essere “teorica” è  la concessione del beneficio e non l’eternità della pena. Tali benefici infatti non scattano automaticamente al decorrere dei termini, ma dipendono da una molteplicità di fattori: dalla benevolenza del giudice, dalla politica di un carcere che può adottare un regime apertamente ostile a tali concessioni, dal modo e dalla forma (espressiva) in cui viene scritta la richiesta di un beneficio o di un permesso (molte richieste vengono respinte perchè non formalmente corrette), dalla capacità di piegarsi e di sottomettersi del detenuto, vero significato di “buona condotta”: questo significa sostanzialmente, non lamentarsi e non fare richieste che possano minimamente impensierire l’istituto carcerario e collaborare, fare nomi e cognomi di persone da rinchiudere a loro volta (talvolta vere e proprie estorsioni di testimonianze già compilate a cui manca solamente una firma), e infine dalla persona e dal reato commesso.

In Italia oggi ci sono circa 1.300 ergastolani reclusi in una cinquantina di istituti differenti. Secondo l’associazione Liberarsi (un po’ più informata della casalinga intervistata al mercato, con tutto il rispetto per la signora, che si agita perchè tutti gli assassini escono di galera) solo la metà degli ergastolani reclusi nelle nostre carceri ha accesso a qualche misura alternativa di detenzione. Esiste infatti l’ergastolo ostativo, a cui è condannata l’altra metà dei detenuti, che non prevede nessun beneficio e dunque garantisce che la reclusione del condannato si protragga fino alla sua morte.

Inutile girarci intorno, molti di questi condannati sono mafiosi (molti di più di quei serial killer pedofili che squartano i bambini per poi mangiarseli e sciogliere i resti nell’acido di cui l’immaginario popolare ritiene piene le nostre carceri). E diventa complicato conciliare, giustizia, lotta alla mafia con i diritti dei condannati. Ma dobbiamo farlo, anche perchè la lotta alla mafia non si può portare avanti solo con il 41 bis. Non è in carcere, infierendo sulla dignità di quegli uomini che si definiscono “d’onore“, che ci sconfigge “cosa nostra”. E quando è ogni giorno più chiaro non solo che lo stato “tratta” con la mafia, ma che la copre, la difende, la usa per rafforzare le sue posizioni e altre schifezze simili, perchè ci illudiamo che il 41 bis serva a qualcosa? La cosa più ovvia del mondo, che mi vergogno quasi a ripetere tanto è diventata un luogo comune, è che la mafia va combattuta innanzi tutto nel suo legame con il potere politico. Fino a che non si applicherà questa VERA lotta, torturare i mafiosi è pura vendetta. Sentimento che può essere comprensibile per le persone comuni, indignate per i meccanismi crudeli e sanguinari di cui le mafie fanno ampio uso, ma che di certo non può appartenere allo Stato.

Nessuno uccida la speranza, neppure del più feroce assassino, perché ogni uomo è una infinita possibilità

David Maria Turoldo

L’ergastolo è una tortura, perchè toglie la speranza, perchè la vita non appartiene più al suo proprietario, ma quello che sarà di lui, se vivrà, se morirà, se verrà curato, o fatto spegnere lentamente, dipende da una quantità di persone e istituzioni a cui spesso non si riesce a far sentire la propria voce.

…Una volta in una parete di una cella di isolamento ho letto: “la vita di un uomo dipende da un altro uomo, cosi anche la sua rovina”. Vero verissimo, il mio pensiero va a quei detenuti che stanno partendo per ignoti confini.
Giuseppe Musumeci Ex detenuto carcere di Pisa – 30/06/06

Non si vive bene in carcere. Non vive bene nemmeno chi non ha mai ucciso nessuno nella sua vita (e cioè la stragrande maggioranza dei detenuti), e la televisione in qualche cella non può certo compensare tutte le sofferenze che un luogo come quello provoca. Il modo migliore per rendersi conto di come vivono o sopravvivono questi uomini e donne, è leggere le loro lettere , i racconti e le poesie:

…Tra di noi, in quella cella, c’erano anche ragazzi stranieri. Poveracci. Sono loro che, senza neanche poter usare la parola, se la vedono peggio. Lì vedi in silenzio per giorni e giorni, poi all’improvviso te li trovi per terra in cella con le braccia tagliate, in una pozza di sangue. In carcere c’è un metodo per tutto, anche per farsi più male con una lametta. Lasciate a bagno con l’aglio per un po’ di ore, le lamette assicurano ferite più sanguinati. E così è…
Mario, carcere di Livorno


Quando sono arrivata in carcere i miei capelli erano lunghi, ma poi hanno cominciato a cadere perché in carcere non era permesso tenere creme e gli oli che noi mettiamo nei capelli, per fortuna io ho i capelli più leggeri di altre e riuscivo a pettinarli e a farmi una pettinatura però mi mancavano quelle creme, creme per corpo perché non sono abituata a usare quelle che vendevano in carcere. Una signora che stava con me in cella aveva dei capelli molto folti, folti e forti, in questi il piccolo pettine che era permesso tenere non riusciva a entrare, lei usava la forchetta per pettinarsi, il carcere da ad ognuno una forchetta e un cucchiaio, lei mangiava con cucchiaio e si pettinava con forchetta.
Gloria, carcere di Sollicciano

…Non ho più lacrime da versare, sono un uomo forte,
quindi, quando mi danno la mandata al blindo penso: “E’ ferro, ma che fa, sono sempre porte!…”
e quando il cuore batte forte, forte
gli dico:
“Sta buono e dormi, non avere paura,
in fondo sono solo quattro mura
!”…

Nicola Ranieri, carcere di Spoleto

Per ulteriori informazioni visitate il sito dell’ Associazione Pantagruel

Giada

Raccontami

Ottobre 20, 2009

cicogna

“Un uomo che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. Uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno e nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e solo quando ebbe finito se ne tornò a letto.
La mattina dopo, affacciandosi alla finestra vide con sorpresa che le impronte dei suoi piedi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna.
«Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò o altri vedranno una cicogna?» si chiede Karen Blixen“.

Adriana Cavarero,
Filosofia della narrazione.

Forse è questo il senso della vita. La nostra storia, che noi non vedremo mai completata, che viene raccontata e diventa un minuscolo granello che arricchisce la vita di qualcun’ altro. Suscita un’emozione, un sorriso, un nodo alla gola o il semplice “rispecchiarsi” nelle parole di chi ci sta di fronte. Ma abbiamo tempo per leggere o ascoltare le storie degli altri? Sappiamo ascoltarle o pensiamo “anche io…” prima che gli altri siano anche solo riusciti ad aprire bocca?
Siamo egocentrici. L’uomo nasce richiamando ogni attenzione su di sé e muore, molto spesso, lamentandosi di non aver avuto abbastanza attenzione da parte degli altri. Ma gli altri siamo noi. E dedicarsi agli altri è un dono, di se stessi e del proprio tempo. Un dono che in egual misura ci torna indietro sotto forma di esperienza e conoscenza. Questa è empatia, che non è un qualche potere paranormale, ma una disposizione dell’anima con precisi fondamenti biologici, processi neurali responsabili dei rapporti tra le persone che rendono indispensabile per la nostra sopravvivenza riconoscere e comprendere le azioni degli altri.

Ma il tempo per ascoltare gli altri ci sfugge, senza considerare il fatto che ci sentiamo perfettamente in grado di distinguere da soli il bene e il male. Non sappiamo forse se una cosa è giusta o sbagliata indipendentemente dalle storie in cui quella cosa si presenta? Quel tempo sarebbe ben investito per la nostra vita, per conoscere quello che ci circonda, per non cadere in depressione non appena ci troviamo ad affrontare un evento che scombina la nostra visione manichea del mondo, per contemplare i disegni della vita cercando di coglierne il significato.

Sono i pregiudizi che cancellano i disegni delle nostre vite. Spesso cancellano gran parte di esse e così se ne va il nostro potere di immaginare, a favore di quello ben più squallido di semplificare. Si, perchè nella fretta, in questo tempo inafferrabile, non possiamo permetterci di fermarci a riflettere. Ci basta attaccare un’etichetta. Ma allora come è possibile amare nella nostra società? Amare davvero, non semplicemente decidere di sistemarsi e di mettere su famiglia. Ascoltare qualcuno, osservarlo vivere e vedere come il suo disegno prende forma, indipendentemente da noi, come qualcosa di estremamente prezioso di per sé. Immergersi in lui e nel suo pensiero, continuando ad essere noi stessi, pronti a restargli accanto nei suoi inferni personali e nella gioia spensierata.

E’ una grande fatica mettere da parte noi stessi per poi tornare ad essere veramente consapevoli di ciò che siamo. E ricevere infine il regalo più grande, di qualcuno che ci guarda negli occhi e ci dice “raccontami“.

Giada

Bolle di sapone

Ottobre 14, 2009

BolleSapone

La situazione sta peggiorando. E se da una parte mi diverto a vedere tutta questa agitazione per le bolle di sapone, ogni tanto purtroppo mi rendo conto che vivo anch’io in mezzo a questa gigantesca vasca da bagno … e c’è poco da ridere!
L’Italia, ahimè, è un paese non solo che non ha memoria, ma che comincia pure a sviluppare quel Bipensiero che, come ci insegna Orwell, è il più grande successo, e nello stesso tempo garanzia, del potere dittatoriale che opprime il popolo. Piano piano il mondo si sta rivelando tutto il contrario di quello che avevamo immaginato eppure non ci svegliamo dal sonno profondo, ma continuiamo come tanti sonnambuli nella stessa direzione. Tutto sta cambiando, le nostre parole stanno cambiando perchè hanno acquisito la possibilità di designare una cosa e il suo opposto. Così si sdoppia il pensiero che diventa incapace di riconoscere le contraddizioni. Obama vince il nobel per la pace. La gente esulta entusiasta di quest’uomo che diventa migliore di giorno in giorno, ma non si chiede perchè ha vinto? Cosa ha fatto per meritare un premio così importante? Ha parlato di pace e di dialogo tra i popoli. In base a queste motivazioni non soloanche io potevo prendere il nobel per la pace, ma penso a persone come Teresa e Gino Strada, Don Luigi Ciotti, associazioni come Amnesty International o Medici Senza Frontiere che non hanno solo parlato ma hanno agito e continuano ad agire, a dedicare la loro vita agli altri. Il presidente degli Stati Uniti, fresco di nobel per la pace, manda 13 mila soldati in più in Afghanistan! E nessuno si incazza perchè ormai è un simbolo. E se è simbolo è simbolo! Anche se è l’unico simbolo, nobel per la pace, impegnato contemporaneamente in 2 guerre. E nessuno ha il coraggio di criticarlo perchè significherebbe essere contro non solo tutte le buone riforme che sta portando avanti, ma anche contro di lui come persona. Tutti concordano con il fatto che Obama sia il presidente migliore che gli americani potessero avere, ma questo non significa che ogni sua decisione è o sarà giusta. Si alzano le bolle di sapone e si affossa il nostro spirito critico.

Per tornare in Italia, abbiamo così tanta informazione e controinformazione a nostra disposizione, che siamo aggiornati ogni 30 secondi della situazione del pianeta (anche se in modo frettoloso e talvolta superficiale). Certo, noi ci preoccupiamo sempre per gli altri, per quella parte che rimane nell’ignoranza perchè non ha Internet o perchè si lascia abbagliare dalle lucette degli studi televisivi (per non dire da tette e culi). Come se fossero solo questi, poveri disgraziati, ad aver votato per questa maggioranza parlamentare, e come se noi avessimo qualcosa di così radicalmente diverso da proporre…! Noi magari ce l’avremmo pure, ognuno sicuramente ha la sua idea di cosa servirebbe per migliorare la situazione del nostro paese, peccato che non ce l’abbiano i nostri “portavoce” (che se portassero veramente la nostra voce non tradurrebbero le sedute parlamentari in altro che turpiloqui), che sono stati così uniti, saldi e irremovibili nell’opporsi allo scudo fiscale, da scordarsi di andare alla votazione!! Cose che capitano: quando uno è troppo impegnato a far vedere come si oppone in televisione, poi si scorda di opporsi veramente in parlamento! Ma noi continuiamo ad essere fiduciosi di fronte alle “mille bolle blu” che si alzano in questo momento: le minorenni, le escort, i festini che fanno invidia ai rave meglio organizzati, il lodo Alfano, i continui crolli di nervi e lapsus di Berlusconi… Forse si tratta solo di un calcolo di probabilità: tra tutte queste ci sarà pure una bolla che non sarà di sapone ma di marmo??

Eppure io mi ricordo un vecchietto simile, appena un po’ più ricurvo in avanti, che ha governato quasi ininterrottamente per 20 anni, guidando l’Italia tra stragi di stato, servizi segreti deviati, tentativi di colpi di stato, aerei colpiti da missili (americani? libici?), accordi con la mafia suggellati da passionali baci, suicidi illustri, omicidi misteriosi…. eppure oggi, il vecchietto, non si trova nè in galera nè in un ospizio. Assolto (o prescritto) da ogni accusa, innocente come un bambino, se ne sta ancora seduto in parlamento (quando non rimane imbambolato in qualche show televisivo). E il tutto senza possedere nemmeno una televisione o un giornale! Oggi invece uno degli strumenti di lotta più estremi è spegnere la tv e dimostrare in questo modo di essere individui pensanti e indipendenti. In molti blog si moltiplicano gli interventi di chi è orgoglioso di fare a meno del mass media più conformista e omologante e soprattutto quasi interamente controllato dal presidente del consiglio, direttamente o meno. Però poi si sta attaccati a Internet dalla mattina alla sera: metà del tempo lo si passa su Facebook e l’altra metà a scaricare le trasmissioni che ci interesserebbero ma che non “possiamo” vedere. Alla fine dei giochi ad essere messo sotto accusa è il televisore come elettrodomestico e non il suo contenuto e domani potremmo diventare ancora più estremisti staccando tutte le lavatrici! Se invece quello che stiamo mettendo in atto è un boicottaggio, benvenga, ma allora va allargato a Mondadori (e a quegli scrittori di sinistra che pubblicano con questo editore), a Medusa (e a tutti quei registi di sinistra che distribuiscono con questa etichetta), Endemol ecc.. ecc… e infine chi tifa per il Milan bisogna che diventi Interista!

Le bolle di sapone ci fanno stare con il naso all’insù invece di guardare noi stessi. Ci fanno allungare le braccia al cielo invece di impegnarle in un lavoro costruttivo. Negli ultimi anni abbiamo lasciato morire valori, idee, buonsenso, per seguire solo la logica del potere. E’ l’ora di tornare tutti a scuola.

Giada

aeroplanino

Sono shoccata dall’ipocrisia del mondo in cui viviamo. Shoccata dal moltiplicarsi di manifestazioni che provino la fondatezza e l’ineluttabilità di queste ipocrisie. Dai film, dai libri, dalla pubblicità, dalle trasmissioni, dalle riviste, dalle persone… che non dicono niente. L’era della multimedialità, delle comunicazioni, è l’era della comunicazione del NULLA. In ogni ambito ormai è solo la forma che conta, una forma che sia il più facile e digeribile possibile per chi è destinato a riceverla. E non importa quanto sia stata masticata prima, purchè sia diluita abbastanza da non far fare al ricevente la fatica di PENSARE. Ed ecco che questa semplice verità viene mascherata con l’ ipocrisia numero 1: fidarsi dell’istinto. Miliardi di anni di evoluzione per poi basare la vita sull’istinto!! Tanto valeva rimanere scimmie!! Qualcuno deve dirci che noi non abbiamo nessun istinto, che qualunque atavico residuo di esso sparisce non appena cominciamo a comprendere e a usare il linguaggio. Tutti i nostri bisogni sono indotti, dalla nostra famiglia, dagli amici, dalla pubblicità, dalle serie televisive e dai film americani, per non parlare di religioni varie, partiti politici, lavoro, insomma di società. No, nemmeno nei sentimenti c’è spazio per l’istinto e per un motivo molto semplice: l’istinto non porta mai all’autodistruzione (a meno che non ci sia qualche disfunzione cerebrale). Quando si schiudono le uova nella sabbia, l’istinto non guida le tartarughe marine ad arrampicarsi sugli alberi, ma ad andare verso il mare. Se la scelta di un compagno fosse un fatto d’istinto, tutti avremmo l’uomo o la donna perfetti per noi, cosa alquanto improbabile! Nel momento stesso in cui ci siamo resi conto di avere una scelta, che ci portava a valutare tutta una serie di fattori (pro, contro, cause, effetti), abbiamo preferito la razionalità all’istinto.
Non appena il pensiero razionale si è impossessato di noi ed abbiamo cominciato i nostri interminabili monologhi interiori, l’istinto si è assopito. Si è operata la scissione tra noi e il mondo, tra interno ed esterno ed abbiamo cominciato a porci domande mettendo in dubbio tutto quello che vedevamo, che sentivamo, la realtà o noi stessi. Così è nata la nostra coscienza. L’evoluzione ci avrebbe dunque portato a diventare degli insicuri, eterni insoddisfatti… gran bel lavoro che ha fatto la Natura! Ma questi siamo noi.

Tutto quello che vediamo oggi o che leggiamo ci vuole far credere che possiamo fidarci solo dell’istinto senza il bisogno e la scocciatura di dover pensare. Ma se da ciò che siamo togliamo il pensiero non torniamo all’istinto originario, ma abbiamo il NULLA. Vale a dire la società di oggi. Una società dove le persone si nascondono dietro alla scusa (anche fondata) della cattiva informazione per giustificare la mancanza di voglia di sapere e di capire, perchè poi questo comporterebbe il dover prendere una posizione, costruirsi un’opinione e magari dover anche fare qualcosa. Potremmo avere ciascuno un premio Pulitzer a testa che viene a spiegarci cosa succede nel mondo, ma non avremmo lo stesso voglia di pensare. E allora c’è bisogno di qualcuno che pensi per noi e ci spiattelli le cose come stanno, meglio se in modo simpatico e divertente, perchè se troppo serio facciamo fatica a seguire e ci annoiamo. Così pendiamo dalle labbra di comici come Beppe Grillo, Sabina Guzzanti, o giornalisti che tra i discorsi troppo difficili mettono qualche battutina come Marco Travaglio. Come quando la mamma per far mangiare le verdure al bambino gli dice “apri la bocca che arriva l’areoplanino“. E noi tutti lì con la bocca spalancata a credere che l’informazione, come la conoscenza debba essere una cosa che fa ridere.

Giusto o sbagliato che sia quello che diconoi questi personaggi diventati così popolari da qualche anno a questa parte, quello che più mi spaventa, anche in questo caso è l’assenza di senso critico di chi sta a bocca aperta aspettando l’areoplanino. Perchè se ci pensiamo bene, c’è sempre meno differenza tra i mediocri che votano Berlusconi, vanno ai suoi meeting e lo difendono qualunque cosa faccia (cose per cui ultimamente diventa sempre più difficile trovare aggettivi) perchè è carismatico e simpatico e quelli che ricercano le stesse caratteristiche in personaggi anche opposti per quanto riguarda il credo politico, l’etica o la lealtà. La buona fede con cui Grillo o Sabina facevano i loro spettacoli, li portava a credere che il potere della satira e della risata potesse risvegliare le persone. Ma non avevano fatto i conti con una popolazione afflitta dalla “sindrome del balcone“, che si sta sempre più trasformando in “sindrome dell’areoplanino“. Infatti se prima il senso critico poteva essere sacrificato in nome della speranza, ora viene ritenuto semplicemente inutile. Ci ritroviamo a bocca aperta di fronte ad una forma accattivante e divertente il cui contenuto è ridotto a qualche slogan facilmente ricordabile ma che sapremmo a malapena spiegare.

Siamo vulnerabili. Perchè con il cervello fuori uso è chiaro che può succederci qualunque cosa. Siamo in balia delle opinioni comuni di qualunque genere e argomento. Opinioni che sono spesso anche contraddittorie, ma quando sono accompagnate da immagini sgargianti non ce ne rendiamo nemmeno conto. Il mondo in cui viviamo viene ovunque descritto come terribile, violento, insicuro, spietato, immorale, ma contemporaneamente ci viene vomitato addosso quel melenso ottimismo che dice che posso farcela, che i miei sogni si avvereranno (basta crederci), che avrò un un lavoro che mi farà indossare fantastici tailleur di Chanel, un marito bellissimo che mi aiuterà a lavare i piatti, due bambini perfettamente educati che la domenica mattina mi porteranno la colazione con pane e nutella a letto, un divano bianco, che rimarrà bianco per sempre senza sporcarsi mai, una macchina che sfreccerà su ogni strada senza mai incontrare traffico….. Basta crederci?!  Basta volerlo?! Basta non arrendersi?! Questa è l’ipocrisia numero 2: la nostra mente può influenzare solo i nostri pensieri, non può certo manipolare la realtà.

…to be continued

Giada