Raccontami
ottobre 20, 2009

«Un uomo che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. Uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno e nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e solo quando ebbe finito se ne tornò a letto.
La mattina dopo, affacciandosi alla finestra vide con sorpresa che le impronte dei suoi piedi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna.
“Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò o altri vedranno una cicogna?” si chiede Karen Blixen.»
Adriana Cavarero,
Filosofia della narrazione.
Forse è questo il senso della vita. La nostra storia, che noi non vedremo mai completata, che viene raccontata e diventa un minuscolo granello che arricchisce la vita di qualcun’altro. Suscita un’emozione, un sorriso, un nodo alla gola o il semplice “rispecchiarsi” nelle parole di chi ci sta di fronte. Ma abbiamo tempo per leggere o ascoltare le storie degli altri? Sappiamo ascoltarle o pensiamo “anche io…” prima che gli altri siano anche solo riusciti ad aprire bocca?
Siamo egocentrici. L’uomo nasce richiamando ogni attenzione su di sé e muore, molto spesso, lamentandosi di non aver avuto abbastanza attenzione da parte degli altri. Ma gli altri siamo noi. E dedicarsi agli altri è un dono, di se stessi e del proprio tempo. Un dono che in egual misura ci torna indietro sotto forma di esperienza e conoscenza. Questa è empatia, che non è un qualche potere paranormale, ma una disposizione dell’anima con precisi fondamenti biologici, processi neurali responsabili dei rapporti tra le persone che rendono indispensabile per la nostra sopravvivenza riconoscere e comprendere le azioni degli altri.
Ma il tempo per ascoltare gli altri ci sfugge, senza considerare il fatto che ci sentiamo perfettamente in grado di distinguere da soli il bene e il male. Non sappiamo forse se una cosa è giusta o sbagliata indipendentemente dalle storie in cui quella cosa si presenta? Quel tempo sarebbe ben investito per la nostra vita, per conoscere quello che ci circonda, per non cadere in depressione non appena ci troviamo ad affrontare un evento che scombina la nostra visione manichea del mondo, per contemplare i disegni della vita cercando di coglierne il significato.
Sono i pregiudizi che cancellano i disegni delle nostre vite. Spesso cancellano gran parte di esse e così se ne va il nostro potere di immaginare, a favore di quello ben più squallido di semplificare. Si, perché nella fretta, in questo tempo inafferrabile, non possiamo permetterci di fermarci a riflettere. Ci basta attaccare un’etichetta. Ma allora come è possibile amare nella nostra società? Amare davvero, non semplicemente decidere di sistemarsi e di mettere su famiglia. Ascoltare qualcuno, osservarlo vivere e vedere come il suo disegno prende forma, indipendentemente da noi, come qualcosa di estremamente prezioso di per sé. Immergersi in lui e nel suo pensiero, continuando ad essere noi stessi, pronti a restargli accanto nei suoi inferni personali e nella gioia spensierata.
È una grande fatica mettere da parte noi stessi per poi tornare ad essere veramente consapevoli di ciò che siamo. E ricevere infine il regalo più grande, di qualcuno che ci guarda negli occhi e ci dice «raccontami».
Giada
Io so…
novembre 2, 2008

5 marzo 1922 – 2 novembre 1975
Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
(…)
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
(…)
E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.
Pier Paolo Pasolini, Cos’è questo Golpe? Io so
Corriere della sera, 14 novembre 1974
(…)
L’intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai
da uno dei milioni d’anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,
di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l’ha mai liberato.
Mostrare la mia faccia, la mia magrezza -
alzare la mia sola puerile voce -
non ha più senso: la viltà avvezza
a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce.
(…)
Pier Paolo Pasolini, La Guinea, Poesia in forma di rosa, in “Bestemmia”
Solo l’amare, solo il conoscere
conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto. Dà angoscia
Il vivere di un consumato
amore. L’anima non cresce più. Ecco nel calore incantato
Della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci, echeggia ancora di mille vite,
disamore, mistero e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche.
Le forme del mondo, che fino a ieri erano la mia ragione di esistere.
Pier Paolo Pasolini, Il Pianto della scavatrice
Perchè ci si innamora?
settembre 3, 2008

“Perchè ci si innamora? Nulla di più semplice. Ti innamori perchè sei giovane, perchè stai invecchiando, perchè sei vecchio, perchè la primavera se ne va, perchè comincia l’autunno; perchè hai troppa energia, perchè sei stanco; perchè sei allegro, perchè sei contento; perchè qualcuno ti ama, perchè qualcuno non ti ama…Trovo troppe risposte: forse la domanda non è poi tanto semplice (…)
La prima grande storia d’amore del mondo occidentale Tristano e Isotta, è la storia di una ribellione. Ami per sfidare un marito o una moglie, per sfidare i tuoi genitori, per opposizione agli amici e a un ambiente, per sfidare tutti coloro che ti hanno contrastato in qualche modo. A un tratto neghi la loro importanza, dimentichi addirittura la loro esistenza. Gli innamorati cercano la solitudine, ma la solitudine non è stata data loro, l’hanno afferrata come una sfida. L’amore non avrebbe la sua cupa violenza se non fosse sempre, all’inizio, una specie di vendetta: contro una società chiusa alla quale puoi ad un tratto appartenere; contro un paese straniero nel quale puoi ad un tratto mettere radici; contro una cerchia provinciale alla quale puoi ad un tratto fuggire (…)
L’amore ci coglie sovente di sorpresa. Soltanto quando incontriamo l’uomo, la donna, che soddisfa la nostra aspettativa quell’aspettativa si rivela a noi. Ma già prima però avevamo in noi mascherato o travestito, quel vuoto, quella necessità. Non ti innamori quando sei completamente felice o sulla cresta dell’onda, ma solo quando la vita ha perso il suo sapore. Non ti innamori neppure alla vigilia di un lungo viaggio, ma piuttosto in un ambiente estraneo e soprattutto nel dispiacere di veder finire il viaggio (…)
L’amore non nasce quando la vita colma i tuoi desideri, nè quando ti schiaccia, ma si presenta solo a coloro che, apertamente o in segreto, desiderano un cambiamento. E’ allora che ti aspetti l’amore e ciò che l’amore porta: attraverso un’altra persona, un mondo nuovo ti viene rivelato e donato.
Quali che siano i valori, i simboli, o il ruolo, nessuno desterà il mio amore a meno che io non lo veda essenzialmente come l’Altro. Se si annette a me perde il potere di portarmi in un altro mondo. E’ perciò che dall’invidia nasce così di sovente l’amore. Il solo fatto che un uomo, o una donna ti sfugga può bastare: cominci a proiettare su di lui tutte le qualità che cerchi nell’Altro. Però se si rifiuta con troppa ostinazione allora non ti aspetti più nulla da lui: l’amore abortisce (…)
I masochisti e tutti coloro che hanno scelto la disfatta cadono in un’altra trappola: amano coloro ai quali sono indifferenti. Puoi infatti amare non solo per la gioia di amare o per la gloria di essere amato, ma talvolta anche per la lacerante amarezza di non essere amato.
E qui ritorno al punto di aprtenza. Perchè ci si innamora? Nulla di più complesso: perchè è inverno, perchè è estate; per eccesso di lavoro o per troppo tempo libero; per debolezza, per forza, per bisogno di sicurezza, per amore del pericolo; per disperazione, per speranza; perchè qualcuno non ti ama, perchè qualcuno ti ama…”
Cosa l’amore è e cosa non è, Simone De Beauvoir
Siamo tutti coinvolti
luglio 20, 2008
CANZONE DEL MAGGIO
“Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.
E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credevi assolti
siete lo stesso coinvolti.
Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le pantere
ci mordevano il sedere
lasciamoci in buonafede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c’eravate.
E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le “verità” della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.
E se credente ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.”
Fabrizio De Andrè
Sono passati 7 anni dal giorno in cui in quel pullman di Firenze sono venuta a sapere che a quel maledetto G8 di Genova era stato ucciso un ragazzo di 23 anni. Ed ho pensato che lo sapevo che prima o poi qualcuno dalla parte di quelli che le armi, quelle vere, ce l’avevano avrebbe sparato e sparato per uccidere, perchè fosse d’esempio per tutti. E lo sapevo perchè era tutto il giorno che uscivano notizie, quelle vere, sulle aggressioni ingiustificate e indistinte da parte di forze dell’ordine ormai totalmente confuse e disorganizzate.
Avevo appena compiuto 20 anni e 23 anni mi sembravano tanti, abbastanza per lottare con fermezza per delle idee, per avere delle idee.
Oggi ne ho 26 e quello che era più grande è diventato più piccolo. A 23 anni non si può morire e sarebbe giusto che prima di parlare di qualunque cosa si riflettesse su questo semplice dato di fatto.
Giada
“Spruzzi di coscienza
nel clima angosciante
della guerra.
E meno male che c’è l’Occidente!
“Minchia, signor tenente.”
Bambini spensierati
giocano contenti
e fanno capriole sul cemento.
Fermiamoci un momento ad osservarli,
a capire il loro divertimento:
forse non sanno del giuramento
e neppure delle stelle
e del firmamento.
Hanno solo un sentimento:
ridere, e non pensare al turbamento
delle bombe,
a quegli spari che tanto
male hanno portato.
Ecco che si alza un canto,
chissà se arriva in cielo
sospinto
pian piano
dal vento…
Carlo Giuliani
“Mi è stato detto che avrei dovuto parlare di Carlo.
Un mio vecchio collega di scuola diceva: ‘non chiedete ad una madre di parlarvi dei propri figli: vi dirà sempre che sono meravigliosi’.
Non dovete chiedermi come era mio figlio: era meraviglioso.
(…)
In una società che bada più all’apparenza che alla sostanza, Carlo non badava a quello che si metteva addosso, non voleva abiti nuovi: il pantalone di una tuta, una maglietta, e via. Lavorava un po’ qui un po’ là, giusto per guadagnare il necessario per vivere. Non gli interessava un lavoro stabile. Io non capivo: ‘che cosa vuoi fare della tua vita, figlio?’
Era il suo modo di reagire. Non alla sua famiglia: con noi è sempre stato molto tenero. Ma ad una società opulenta che non condivideva, ad un malessere (questo si globale!) che lo faceva soffrire. Aveva da poco terminato il servizio civile, si era messo a lavorare con un amico: ‘girerò il mondo‘ diceva. Ora siamo noi, i suoi genitori, a girare il mondo per portare la sua testimonianza. La testimonianza di un ragazzo che non voleva stare dalla parte dei privilegiati, di quelli che hanno una casa, un lavoro, una pace. Perchè fino a quando ci saranno popoli che muoiono di sete e di fame, o che perdono le tracce delle proprie origini e della propria cultura, perchè sottomessi dalla cultura dei più forti, dovremo vergognarci anche di avere una casa, un lavoro, una pace.
Mio figlio mi ha dato una grande lezione”
Heidi Gaggio Giuliani
..::Ally, c’est moi::..
maggio 17, 2008

“Sai, ho una grande immaginazione, ma certe volte ho bisogno che le cose accadano veramente…”
Ally
Dopo che il mondo ha ucciso la mia piccola Amelié (e ci si è messo d’impegno a farlo), lasciandola seppellita sotto le macerie del suo (e mio) favoloso mondo crollato sopra di lei (me), il mio approccio alla vita sta seguendo sempre di più le orme di Ally McBeal…
Ally già viveva dentro di me perchè in fondo non è molto diversa da Amelié, anzi forse è il suo proseguimento naturale. Ally non ha un favoloso mondo, ma un mondo di merda per la precisione, che è anche il mondo in cui viviamo tutti noi. Quello dove il ragazzo che hai sempre amato ti lascia e si sposa un’altra, quello dove tutti i giorni provi a mettere da parte i tuoi sentimenti, quello dove nessuno ti capisce, quello dove ti senti sola, quello dove esiste la morte, quello che non riconosce il tuo ruolo nel cuore degli altri, quello che ti tiene in una rete dove se provi a desiderare e a sognare ti fai un male cane…
Ally sono io: egocentrica, paurosa, sognatrice, un’ottimista che si sente più a suo agio nel soffrire…
Pensare che i nostri sogni potrebbero avverarsi forse è la cosa che ci spaventa di più al mondo. Per questo proiettiamo sempre la nostra felicità in un imprecisato futuro. Preferiamo credere nei sogni piuttosto che realizzarli. E il male grande, sofferto una volta ci ha segnato, forse per sempre…
“Ho bisogno di sapere che può funzionare…l’amore…il rapporto di coppia…lo stare insieme. L’idea che le persone che si mettono insieme, restino insieme. Voglio addormentarmi con questo pensiero anche se dormo sola…Questo è un “Mcbeallism…”.
“…Se non altro ho la salute, se non altro ho la salute, se non altro ho la salute…La verità è che io forse non voglio essere troppo felice o soddisfatta, perchè poi che succede? In realtà io amo la caccia, la ricerca. E’ quello il bello, più ti senti perso più cose sogni di ottenere. Chi lo sa, forse mi sto divertendo e nemmeno me ne rendo conto…”
“Oggi sarà un giorno…meno orribile, lo sento. A volte mi sveglio sapendo che le tutto andrà…meno peggio…”
“A volte sono più persuasiva quando non credo a quello che dico..”
“Solo dire “sì” ad un drink mi fa correre a casa a farmi una doccia…tra poco prenderò un drink con un uomo solo per “fare” carriera…non importa che in questo momento non ho una relazione fissa…qualche volta sento di tradire l’amore come concetto astratto…”
“Avevo un amico che non voleva un cucciolo perché diceva che poi sarebbe morto e ne avrebbe sofferto. Forse è la stessa cosa per le storie d’amore… chi lo sa!”
“Forse dividerò la mia vita con qualcuno, o forse no. Ma la verità è che, quando ripenso ai miei momenti più tristi, mi accorgo che c’era sempre qualcuno seduto vicino a me…”
Ally è in bagno, prende dell’acqua dal lavandino come per lavarsi il viso, ma poi la lascia cadere dalle mani, più volte. Entra Giorgia.
Giorgia: Che cosa fai?
Ally: Sarà una lunga giornata, ho pensato di rinfrescarmi il viso con un po’ di acqua fredda.
Giorgia: Ma a quanto vedo non ti stai sciacquando il viso.
Ally: Certo che no. Se lo facessi veramente poi dovrei rifarmi il trucco, non trovi? Questa è l’ennesima dimostrazione che viviamo in un mondo dominato dagli uomini. Non possiamo nemmeno sciacquarci il viso liberamente.
Giorgia: C’è qualcosa di cui vuoi parlare?
Ally: No, no, non c’è niente. Ho solo un cliente che non vuole che riveli in aula il suo feticismo, se me lo permettesse riuscirei a scagionarlo, anche se basterebbe che annusasse una scarpa puzzolente davanti a tutti. Sai, io avevo un progetto, Giorgia. Tutta la mia vita era programmata. A 28 anni mi sarei presa un congedo per maternità, ma avrei comunque continuato a tenermi aggiornata. Alla sera sarei tornata a casa e con mio marito avrei letto “Come affrontare allattamenti e processi, grandi soddisfazioni in famiglia e sul lavoro”. E invece dormo con un bambolotto gonfiabile, rappresento un cliente che adora succhiare le dita dei piedi. Questo non rientrava nel mio progetto, e tu… tu… con quel tuo nuovo taglio di capelli… (Giorgia la guarda storta) …Grazie, avevo bisogno di sfogarmi, ciao.
Giorgia: Ally, perché i tuoi problemi sono sempre più grossi di quelli degli altri?
Ally: Perche sono i miei!
Poi però arriva Larry. E un senso ce l’ha. Perchè è l’unico che riesce a vedere quanto Ally sia speciale. A Billy non mi sono mai più di tanto affezionata perchè non era per lei. Era un uomo come tutti: infedele, egoista, maschilista, codardo. Era anche dolce e (soprattutto) era il primo amore, cosa che merita un’attenzione particolare. Perchè il primo amore, quello che ti conosci quando siete ancora bambini poi ti rivedi e ti viene un tuffo al cuore e pensi che l’hai sempre saputo che sarebbe andata a finire così….(ma sto parlando di me o di Ally?!)… è molto subdolo…
Noi Ally non siamo fatte per tutti, effettivamente. Siamo delle grandi rompipalle con i nostri principi che non si sa bene dove abbiamo preso, con il mito della leggerezza (che a volte è un mcigno), di non stravolgere le vite degli altri, ma di entrarci piano, in punta di piedi, con alcune parole, con un abbraccio o un bacio, nella speranza di lasciare qualcosa in quella vita. E se quel qualcosa rimanderà per sempre al nostro ricordo, allora siamo ancora più contente! Non ci piace chi non ha o non ha mai avuto problemi o pensieri… o sogni o desideri. Ci piace sentirci utili e vicino a qualcuno. Ci piace rendere felici gli altri. Larry è l’unico che può far sentire Ally amata.
Ally e Larry si possono salvare l’un l’altro e questo è il senso più bello e romantico che riesco a dare all’amore…
Perchè anche se Larry se n’è andato e BonJovi era veramente una schiappa in conforto a Robert Downey Jr, saremo di nuovo felici…
Giada
Io ricordo Peppino…
maggio 9, 2008

“Peppino ti ricordi quando
mi hai aiutato a fare la trasmissione su Fausto e Iaio
tu sapevi usare sempre le parole giuste per ricordare che il potere ha già fatto molti morti.
Hai pure voluto ricordare l’anniversario di Pinelli, di Sacco e Vanzetti hai sempre pensato a Francesco a Walter, a Giorgiana, a Mauro e a tutti gli altri compagni morti di Stato.
Ora ti aspetto per pensare anche a te perchè non è vero che sei vivo ma siamo noi che moriamo sempre più dopo le vostre morti”.
Guido
Nella notte tra l’8 e il 9 maggio di 30 anni fa veniva ucciso dalla mafia un ragazzo di 30 anni. Una carica di tritolo dilania il suo corpo sui binari della linea ferroviaria Palermo-Trapani, nei pressi di Cinisi. Era Peppino Impastato. E mentre nelle stesse ore viene ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro in via Caetani a Roma, nessuno si sofferma sul corpo fatto a pezzi di Peppino. “Uno dei tanti che si toglie la vita. E anche se così non fosse era un comunista, chi se ne frega, i comunisti stanno con le Brigate Rosse che hanno attaccato lo stato, che hanno ucciso Aldo Moro e gli uomini della sua scorta. A chi importa di questo Peppino, chi lo conosceva?”.
Il segretario del partito da sempre più colluso con la mafia e il ragazzo che ha combattuto la mafia tutta la sua vita.
Oggi è famoso anche Peppino Impastato, anzi tra i giovani c’è un affetto immenso per lui e per tutta la sua famiglia, che porta avanti la sua battaglia.
Però questa giornata non è la sua perchè Aldo Moro era più importante e oggi si ricordano lui e tutte le vittime del terrorismo.
Le BR non ci sono più, la Mafia c’è ancora.
E forse non si ha il coraggio di commemorare anche Peppino in questo giorno perchè tra cerimonie, medaglie e bandiere con cui si fanno belle le istituzioni, lo stato non vuole ammettere il suo fallimento nei confronti della Mafia. Ha paura persino di nominarla. Il 9 maggio poi non si può dire che ci sono anche “Comunisti buoni”…
Io in questo giorno continuerò a sentire molto più vicino a me Peppino…
Giada
“Sono un autonomo che non accetta la logica di questo stato e dei suoi partiti. Arrestatemi.
Sono un professore di filosofia, quindi un ideologo pericoloso a sè e agli altri. Arrestatemi.
Sono un redattore, molti dicono direttore, di Radio Aut:Aut = Autonomia. Arrestatemi.
Sono stato amico di Peppino Impastato, morto nello stesso giorno di Moro: c’è una connessione col caso. Arrestatemi.
Ci riuniamo in più di cinque per organizzare la lotta contro la mafia, parte integrante dello stato. Associazione sovversiva. Arrestatemi.
Insegno che la liberazione dell’uomo passa attraverso la distruzione dell’autorità: istigazione a delinquere. Arrestatemi.
Definisco la Resistenza insurruzione armata contro lo stato fascista legalizzato: La Resistenza continua. Arrestatemi.
La distruzione del capitalismo passa attraverso il sabotaggio e la riappropriazione dei mezzi di produzione. Arrestatemi.
Proclamo ufficialmente che questo stato è mafioso, corrotto, criminale: oltraggio alle istitzioni. Arrestatemi”
Salvo Vitale



