Raccontami

ottobre 20, 2009

cicogna

«Un uomo che viveva presso uno stagno, una notte fu svegliato da un gran rumore. Uscì allora nel buio e si diresse verso lo stagno e nell’oscurità, correndo in su e in giù, a destra e a manca, guidato solo dal rumore, cadde e inciampò più volte. Finché trovò una falla da cui uscivano acqua e pesci: si mise subito al lavoro per tapparla e solo quando ebbe finito se ne tornò a letto.
La mattina dopo, affacciandosi alla finestra vide con sorpresa che le impronte dei suoi piedi avevano disegnato sul terreno la figura di una cicogna.
Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò o altri vedranno una cicogna?” si chiede Karen Blixen

Adriana Cavarero,
Filosofia della narrazione.

Forse è questo il senso della vita. La nostra storia, che noi non vedremo mai completata, che viene raccontata e diventa un minuscolo granello che arricchisce la vita di qualcun’altro. Suscita un’emozione, un sorriso, un nodo alla gola o il semplice “rispecchiarsi” nelle parole di chi ci sta di fronte. Ma abbiamo tempo per leggere o ascoltare le storie degli altri? Sappiamo ascoltarle o pensiamo “anche io…” prima che gli altri siano anche solo riusciti ad aprire bocca?
Siamo egocentrici. L’uomo nasce richiamando ogni attenzione su di sé e muore, molto spesso, lamentandosi di non aver avuto abbastanza attenzione da parte degli altri. Ma gli altri siamo noi. E dedicarsi agli altri è un dono, di se stessi e del proprio tempo. Un dono che in egual misura ci torna indietro sotto forma di esperienza e conoscenza. Questa è empatia, che non è un qualche potere paranormale, ma una disposizione dell’anima con precisi fondamenti biologici, processi neurali responsabili dei rapporti tra le persone che rendono indispensabile per la nostra sopravvivenza riconoscere e comprendere le azioni degli altri.

Ma il tempo per ascoltare gli altri ci sfugge, senza considerare il fatto che ci sentiamo perfettamente in grado di distinguere da soli il bene e il male. Non sappiamo forse se una cosa è giusta o sbagliata indipendentemente dalle storie in cui quella cosa si presenta? Quel tempo sarebbe ben investito per la nostra vita, per conoscere quello che ci circonda, per non cadere in depressione non appena ci troviamo ad affrontare un evento che scombina la nostra visione manichea del mondo, per contemplare i disegni della vita cercando di coglierne il significato.

Sono i pregiudizi che cancellano i disegni delle nostre vite. Spesso cancellano gran parte di esse e così se ne va il nostro potere di immaginare, a favore di quello ben più squallido di semplificare. Si, perché nella fretta, in questo tempo inafferrabile, non possiamo permetterci di fermarci a riflettere. Ci basta attaccare un’etichetta. Ma allora come è possibile amare nella nostra società? Amare davvero, non semplicemente decidere di sistemarsi e di mettere su famiglia. Ascoltare qualcuno, osservarlo vivere e vedere come il suo disegno prende forma, indipendentemente da noi, come qualcosa di estremamente prezioso di per sé. Immergersi in lui e nel suo pensiero, continuando ad essere noi stessi, pronti a restargli accanto nei suoi inferni personali e nella gioia spensierata.

È una grande fatica mettere da parte noi stessi per poi tornare ad essere veramente consapevoli di ciò che siamo. E ricevere infine il regalo più grande, di qualcuno che ci guarda negli occhi e ci dice «raccontami».

Giada

Io so…

novembre 2, 2008

5 marzo 1922 – 2 novembre 1975

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.


Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.


Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.


Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.


Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
(…)
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.


Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
(…)

E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

Pier Paolo Pasolini, Cos’è questo Golpe? Io so

Corriere della sera, 14 novembre 1974

(…)

L’intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai

da uno dei milioni d’anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,

di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l’ha mai liberato.

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza -
alzare la mia sola puerile voce -
non ha più senso: la viltà avvezza

a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce.

(…)

Pier Paolo Pasolini, La Guinea, Poesia in forma di rosa, in “Bestemmia”


Solo l’amare, solo il conoscere

conta, non l’aver amato,

non l’aver conosciuto. Dà angoscia

Il vivere di un consumato

amore. L’anima non cresce più. Ecco nel calore incantato

Della notte che piena quaggiù

tra le curve del fiume e le sopite

visioni della città sparsa di luci, echeggia ancora di mille vite,

disamore, mistero e miseria

dei sensi, mi rendono nemiche.

Le forme del mondo, che fino a ieri erano la mia ragione di esistere.

Pier Paolo Pasolini, Il Pianto della scavatrice

Bocce di cristallo

ottobre 26, 2008

Foto di Because Change Happens

– Dico…. vorrei dirti…. non smetterla mai.
Alzò la testa, il vecchio Andersson, voleva parlare che si capisse bene, tutto, proprio bene.
- Tu non sei come gli altri, Dann, tu fai delle cose, tante cose, e ne immagini ancora delle altre ed è come se non ti bastasse una vita sola per farcele stare tutte. Io non so… a me la vita sembrava già così difficile… sembra che devi stravincerla… una cosa del genere. Una roba strana. È un po’ come fare tante bocce di cristallo… e grandi… prima o poi te ne scoppia qualcuna… e a te chissà quante te ne sono già scoppiate, e quante te ne scoppieranno……. Però….
Non è proprio che riuscisse a parlare il vecchio Andersson, gli riusciva giusto mormorare. Ogni tanto qualche parola spariva, ma c’era, da qualche parte c’era. E il signor Rail sapeva dove.
- Però quando la gente ti dirà che hai sbagliato…  e avrai errori dappertutto dietro la schiena, fottitene. Ricordatene. Devi fottertene. Tutte le bocce di cristallo che avrai rotto erano solo vita… non sono quelli gli errori… quella è vita… e la vita vera magari è proprio quella che si spacca, quella vita su cento che alla fine si spacca… io questo l’ho capito, che il mondo è pieno di gente che gira con in tasca le sue piccole biglie di vetro… le sue piccole tristi biglie infrangibili… e allora tu non smetterla mai di soffiare nelle tue sfere di cristallo… sono belle, e a me è piaciuto guardarle, per tutto il tempo che ti sono stato vicino…. ci si vede tanta di quella roba… e una cosa che ti mette l’allegria addosso… non smetterla mai… e se un giorno scoppieranno anche quella sarà vita, a modo suo…. meravigliosa vita.

Alessandro Baricco, Castelli di rabbia

…Bartleboom…

settembre 21, 2008

Ha 38 anni Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere nelle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle, “Ti aspettavo”. Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà leggerà le lettere, ad una ad una, e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni, i giorni, gli istanti che quell’uomo, prima ancora di conoscerla, già le aveva regalato. O forse più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere, sorriderà, dicendo a quell’uomo “Tu sei matto”.

E per sempre lo amerà.

…”Uno si costruisce grandi storie, questo è il fatto, e può andare avanti anni a crederci, non importa quanto pazze sono, e inverosimili, se le porta addosso, e basta. Si è anche felici, di cose del genere. Felici. E potrebbe non finire mai. Poi, un giorno, succede che si rompe qualcosa, nel cuore del gran marchingegno fantastico, tac, senza nessuna ragione, si rompe all’improvviso e tu rimani lì, senza capire come mai tutta quella favolosa storia non ce l’hai più addosso, ma davanti, come fosse la follia di un altro, e quell’altro sei tu. Tac. Alle volte basta un niente. Anche solo una domanda che affiora. Basta quello.

Madame Deveirà… io come farò a riconoscerla, quella donna, la mia, quando la incontrerò?”

Anche solo una domanda elementare che affiora dalle tane sotterranee in cui la si era sepolta. Basta quello.

“Come farò a riconoscerla, quando la incontrerò?”

Già

“Ma in tutti questi anni non ve lo siete mai domandato?”

No. Sapevo che l’avrei riconosciuta, tutto qui. Ma adesso, ho paura. Ho paura che non sarò capace di capire. E lei passerà. E io la perderò“.

Ha davvero addosso tutta la pena del mondo, il professor Bartleboom.

“Insegnatemelo voi, madame Deveirà, come farò a riconoscerla, quando la vedrò?”

Dorme, Elisewin, alla luce di una candela e di una bambina. E padre Pluche, tra le sue preghiere, e Plasson, nel bianco dei suoi quadri. Forse dorme perfino Adams, l’animale in caccia. Dorme la locanda Almayer, cullata dall’oceano mare.

“Chiudete gli occhi, Bartleboom, e datemi le vostre mani”.

Bartleboom ubbidisce. E subito sente sotto le sue mani il volto di quella donna, e le labbra che giocano con le sue dita, e poi il collo sottile e la camicia che si apre, le mani di lei che guidano le sue lungo quella pelle calda e morbidissima, e se le stringono addosso, a sentire i segreti di quel corpo sconosciuto, a stringere quel calore, per poi risalire sulle spalle, tra i capelli, e di nuovo tra le labbra, dove le labbra scivolano avanti e indietro fino a quando non arriva una voce a fermarle e a scrivere nel silenzio:

“Guardatemi, Bartleboom”.

La camicia le è scesa sul grembo. Gli occhi le sorridono senza nessun imbarazzo.

Un giorno vedrete una donna e sentirete tutto questo senza nemmeno toccarla. Datele le vostre lettere. Le avete scritte per lei“.

Ronzano mille cose, nella testa di Bartleboom, mentre ritrae le mani, tenendole aperte, come se a chiuderle scappasse tutto…

Alesandro Baricco, Oceano mare.

A sentirti parlare a volte mi ricordi Bartleboom, forse per il modo ingenuo e caparbio in cui credi nell’amore. L’unica cosa che ti vorrei consigliare, (senza essere madame Deveirà!) è di non costruirti troppo l’amore. Respiralo così come viene, perchè tanto è sempre diverso da quello che ci si aspetta. Ed è giusto così, che non si possa controllare nè dare regole all’amore (e nemmeno troppe parole) e che siamo noi invece a cambiare a seconda delle sue varie forme. Sennò saremo sempre uguali a noi stessi senza mai crescere dentro.

E se non sei arrivato in fondo perchè ti faceva fatica leggere… cavoli tuoi!

Un bacio, Mele.

Giada

Perchè ci si innamora?

settembre 3, 2008

“Perchè ci si innamora? Nulla di più semplice. Ti innamori perchè sei giovane, perchè stai invecchiando, perchè sei vecchio, perchè la primavera se ne va, perchè comincia l’autunno; perchè hai troppa energia, perchè sei stanco; perchè sei allegro, perchè sei contento; perchè qualcuno ti ama, perchè qualcuno non ti ama…Trovo troppe risposte: forse la domanda non è poi tanto semplice (…)

La prima grande storia d’amore del mondo occidentale Tristano e Isotta, è la storia di una ribellione. Ami per sfidare un marito o una moglie, per sfidare i tuoi genitori, per opposizione agli amici e a un ambiente, per sfidare tutti coloro che ti hanno contrastato in qualche modo. A un tratto neghi la loro importanza, dimentichi addirittura la loro esistenza. Gli innamorati cercano la solitudine, ma la solitudine non è stata data loro, l’hanno afferrata come una sfida. L’amore non avrebbe la sua cupa violenza se non fosse sempre, all’inizio, una specie di vendetta: contro una società chiusa alla quale puoi ad un tratto appartenere; contro un paese straniero nel quale puoi ad un tratto mettere radici; contro una cerchia provinciale alla quale puoi ad un tratto fuggire (…)


L’amore ci coglie sovente di sorpresa. Soltanto quando incontriamo l’uomo, la donna, che soddisfa la nostra aspettativa quell’aspettativa si rivela a noi. Ma già prima però avevamo in noi mascherato o travestito, quel vuoto, quella necessità. Non ti innamori quando sei completamente felice o sulla cresta dell’onda, ma solo quando la vita ha perso il suo sapore. Non ti innamori neppure alla vigilia di un lungo viaggio, ma piuttosto in un ambiente estraneo e soprattutto nel dispiacere di veder finire il viaggio (…)

L’amore non nasce quando la vita colma i tuoi desideri, nè quando ti schiaccia, ma si presenta solo a coloro che, apertamente o in segreto, desiderano un cambiamento. E’ allora che ti aspetti l’amore e ciò che l’amore porta: attraverso un’altra persona, un mondo nuovo ti viene rivelato e donato.

Quali che siano i valori, i simboli, o il ruolo, nessuno desterà il mio amore a meno che io non lo veda essenzialmente come l’Altro. Se si annette a me perde il potere di portarmi in un altro mondo. E’ perciò che dall’invidia nasce così di sovente l’amore. Il solo fatto che un uomo, o una donna ti sfugga può bastare: cominci a proiettare su di lui tutte le qualità che cerchi nell’Altro. Però se si rifiuta con troppa ostinazione allora non ti aspetti più nulla da lui: l’amore abortisce (…)

I masochisti e tutti coloro che hanno scelto la disfatta cadono in un’altra trappola: amano coloro ai quali sono indifferenti. Puoi infatti amare non solo per la gioia di amare o per la gloria di essere amato, ma talvolta anche per la lacerante amarezza di non essere amato.

E qui ritorno al punto di aprtenza. Perchè ci si innamora? Nulla di più complesso: perchè è inverno, perchè è estate; per eccesso di lavoro o per troppo tempo libero; per debolezza, per forza, per bisogno di sicurezza, per amore del pericolo; per disperazione, per speranza; perchè qualcuno non ti ama, perchè qualcuno ti ama…”

Cosa l’amore è e cosa non è, Simone De Beauvoir

Siamo tutti coinvolti

luglio 20, 2008

piazza carlo giuliani, ragazzo

CANZONE DEL MAGGIO

“Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credevi assolti
siete lo stesso coinvolti.

Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le pantere
ci mordevano il sedere
lasciamoci in buonafede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c’eravate.

E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le “verità” della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se credente ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare

verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.”

Fabrizio De Andrè

Sono passati 7 anni dal giorno in cui in quel pullman di Firenze sono venuta a sapere che a quel maledetto G8 di Genova era stato ucciso un ragazzo di 23 anni. Ed ho pensato che lo sapevo che prima o poi qualcuno dalla parte di quelli che le armi, quelle vere, ce l’avevano avrebbe sparato e sparato per uccidere, perchè fosse d’esempio per tutti. E lo sapevo perchè era tutto il giorno che uscivano notizie, quelle vere, sulle aggressioni ingiustificate e indistinte da parte di forze dell’ordine ormai totalmente confuse e disorganizzate.

Avevo appena compiuto 20 anni e 23 anni mi sembravano tanti, abbastanza per lottare con fermezza per delle idee, per avere delle idee.

Oggi ne ho 26 e quello che era più grande è diventato più piccolo. A 23 anni non si può morire e sarebbe giusto che prima di parlare di qualunque cosa si riflettesse su questo semplice dato di fatto.

Giada

“Spruzzi di coscienza

nel clima angosciante

della guerra.


E meno male che c’è l’Occidente!

“Minchia, signor tenente.”


Bambini spensierati

giocano contenti

e fanno capriole sul cemento.

Fermiamoci un momento ad osservarli,

a capire il loro divertimento:

forse non sanno del giuramento

e neppure delle stelle

e del firmamento.

Hanno solo un sentimento:

ridere, e non pensare al turbamento

delle bombe,

a quegli spari che tanto

male hanno portato.


Ecco che si alza un canto,

chissà se arriva in cielo

sospinto

pian piano

dal vento…

Carlo Giuliani

“Mi è stato detto che avrei dovuto parlare di Carlo.

Un mio vecchio collega di scuola diceva: ‘non chiedete ad una madre di parlarvi dei propri figli: vi dirà sempre che sono meravigliosi’.

Non dovete chiedermi come era mio figlio: era meraviglioso.

(…)

In una società che bada più all’apparenza che alla sostanza, Carlo non badava a quello che si metteva addosso, non voleva abiti nuovi: il pantalone di una tuta, una maglietta, e via. Lavorava un po’ qui un po’ là, giusto per guadagnare il necessario per vivere. Non gli interessava un lavoro stabile. Io non capivo: ‘che cosa vuoi fare della tua vita, figlio?’

Era il suo modo di reagire. Non alla sua famiglia: con noi è sempre stato molto tenero. Ma ad una società opulenta che non condivideva, ad un malessere (questo si globale!) che lo faceva soffrire. Aveva da poco terminato il servizio civile, si era messo a lavorare con un amico: ‘girerò il mondo‘ diceva. Ora siamo noi, i suoi genitori, a girare il mondo per portare la sua testimonianza. La testimonianza di un ragazzo che non voleva stare dalla parte dei privilegiati, di quelli che hanno una casa, un lavoro, una pace. Perchè fino a quando ci saranno popoli che muoiono di sete e di fame, o che perdono le tracce delle proprie origini e della propria cultura, perchè sottomessi dalla cultura dei più forti, dovremo vergognarci anche di avere una casa, un lavoro, una pace.

Mio figlio mi ha dato una grande lezione”

Heidi Gaggio Giuliani

Volevo salvarti…

giugno 21, 2008

Pensavo di poterti salvare. E di salvare me stessa, dalla normalità, da tutto quello che gli altri, che non erano noi, non potevano capire. Volevo salvarti e vivere su un’isola, senza bisogno di niente e di nessuno. Pensavo di poter riuscire a farti toccare una parte di vita a cui arrivano in pochi. Pensavo di averti insegnato molte delle cose belle che gli altri vedono in te. Pensavo che amarmi fosse la cosa più facile del mondo. Pensavo che fossimo speciali e non che fosse solo “comodo” stare con me. 

The heart asks the plasure frist, Michael Nyman. Colonna sonora di “Lezioni di piano“. Tutte le volte che l’ascolto mi viene in mente questo pezzo di “Oceano mare“, che è uno dei miei preferiti.

Giada

 

“Nelle terre di Carewall, non smetterebbero mai di raccontare questa storia. Se solo la conoscessero. Non smetterebbero mai. Ognuno a modo suo, ma tutti continuerebbero a raccontare di quei due e di un’intera notte passata a restituirsi la vita, l’un l’altra, con le labbra e con le mani. Una ragazzina che non ha visto nulla e un uomo che ha visto troppo, uno dentro l’altra, ogni palmo di pelle è un viaggio, di scoperta, di ritorno, nella bocca di Adams a sentire il sapore del mondo, sul seno di Elisewin a dimenticarlo, nel grembo di quella notte stravolta, nera burrasca, lapilli di schiuma nel buio, onde come cataste franate, rumore, sonore folate, furiose di suono e velocità, lanciate sul pelo del mare, nei nervi del mondo, oceano mare, colosso che gronda, stravolto sospiri, sospiri nella gola di Elisewin velluto che vola sospiri ad ogni passo nuovo in quel mondo che valica mondi mai visti e laghi di forme impensabili, sul ventre di Adams il peso bianco di quella ragazzina che dondola musiche mute. Chil l’avrebbe mai detto che baciando gli occhi di un uomo si possa vedere così lontano, accarezzando le gambe di una ragazzina si possa correre così veloci e fuggire fuggire da tutto, vedere lontano. Venivano dai due più lontani estremi della vita, questo è stupefacente, da pensare, che mai si sarebbero sfiorati, se non attraversando da capo a piedi l’universo, e invece, nemmeno si erano dovuti cercare, questo è incredibile, e tutto il difficile era stato solo riconoscersi, riconoscersi, una cosa di un attimo, il primo sguardo e già lo sapevano, questo è il meraviglioso, questo continuerebbero a raccontare per sempre, nelle terre di Carewall, perchè nessuno possa dimenticare che non si è mai lontani abbastanza per trovarsi, mai lontani abbastana per trovarsi lo erano quei due, lontani, più di chiunque altro. E adesso grida la voce di Elisewin , per i fiumi di storie che forzano la sua anima, e piange Adams, sentendole scivolare via, quelle storie alla fine, finalmente, finite. Forse il mondo è una ferita e qualcuno la sta ricucendo in quei due corpi che si mescolano e nemmeno è amore, questo è stupefacente, ma è mani, e pelle, labbra, stupore, sesso, sapore tristezza, forse perfino tristezza desiderio. Quando lo racconteranno non diranno la parola amore, mille parole diranno, taceranno amore, tace tutto, intorno, quando d’improvviso Elisewin sente la schiena spezzarsi e la mente sbiancare, stringe quell’uomo dentro, gli afferra le mani e pensa: morirò. Sente la schiena spezzarsi e la mente sbiancare, stringe quell’uomo dentro, gli afferra le mani e, vedi, non morrà.

Ascoltami, Elisewin…

No, non parlare…

Ascoltami.

No.

Quello che succederà qui sarà orrendo e…

Baciami… è l’alba, torneranno…

Ascoltami…

Non parlare, ti prego.

Elisewin…

Come si fa? Come glielo dici, a una donna così, quello che devi dirle, con le sue mani addosso e la sua pelle, la pelle, non si può parlare di morte proprio a lei, come glielo dici ad una ragazzina così, quello che lei sa già e che pure bisognerà che ascolti, le parole, una dopo l’altra, che puoi anche sapere ma devi ascoltare, prima o poi, qualcuno deve dirle e tu ascoltarle, lei, ascoltarle, quella ragazzina che dice

Hai degli occhi che non ti ho visto mai.

E poi

Se solo tu volessi, potresti salvarti.

Come glielo dici ad una donna così, che tu vorresti salvarti e ancora di più vorresti salvare lei con te, e non fare altro che salvarla, e salvarti, tutta una vita, ma non si può, ognuno ha il suo viaggio, da fare, e tra le braccia di una donna si finisce facendo strade contorte, che neanche tanto capisci tu, e al momento buono non le puoi raccontare, non hai le parole per farlo, parole che ci stiano bene , lì, tra quei baci e sulla pelle, parole giuste, non ce n’è, hai un bel cercarle in quel che sei e in quel che hai sentito, non le trovi, hanno sempre una musica sbagliata, è la musica che gli manca, lì tra quei baci e sulla pelle, è una questione di musica. Così dici, qualcosa, ma è una miseria.

Elisewin, io non sarò mai più salvo.

Come glielo dici ad un uomo così, che adesso sono io che voglio insegnargli una cosa e tra le sue carezze voglio fargli capire che il destino non è una catena ma un volo, e se solo ancora avesse voglia davvero di vivere lo potrebbe fare, e se solo avesse voglia davvero di me potrebbe riavere mille notti come questa invece di quell’unica, orribile, a cui va incontro, solo perchè, lei lo aspetta, la notte orrenda, e da anni lo chiama. Come glielo dici, a un uomo così, che ti sta perdendo?

Io me ne andrò…

Io non voglio esserci… io vado via.

Io non voglio sentire quell’urlo, voglio essere lontana.

Non lo voglio sentire.

E’ la musica che è difficile, questa è la verità, è la musica che è difficile da trovare per dirselo, così vicini, la musica e i gesti, per sciogliere la pena, quando proprio non c’è più nulla da fare, la musica giusta perchè sia una danza, in qualche modo, e non uno strappo quell’andarsene, quello scivolare via, verso la vita e lontano dalla vita, strano pendolo dell’anima, salvifico e assassino, a saperlo danzare farebbe meno male, e per questo gli amanti, tutti, cercano quella musica in quel momento, dentro le parole, sulla polvere dei gesti, e sanno che, ad averne il coraggio, solo il silenzio lo sarebbe, musica, esatta musica, un largo silenzio amoroso, radura del commiato e stanco lago che infine cola nel palmo di una piccola melodia, imparata da sempre, da cantare sotto voce

Addio, Elisewin.

Una melodia da nulla. Addio, Thomas.

Scivola via da sotto il mantello e si alza, Elisewin. Con il suo corpo da ragazzina, nudo, e addosso il tepore di tutta una notte. Raccoglie il vestito, si avvicina ai vetri. Il mondo di fuori è sempre là. Puoi fare qualsiasi cosa ma stai certo che te lo ritrovi al suo posto, sempre. C’è da non crederci, ma è così”.

Oceano mare, Alessandro Baricco

 

Oceano mare, Ann Deveirà

giugno 10, 2008

Stavolta voglio scriverti io una cosa…

Come al solito, parole non mie (non riesco mai ad essere originale!).

Vorrei conoscerti di più per essere sicura di poterti essere un po’ di sollievo, per poter trovare le parle giuste.

Invece sei troppo speciale perchè sia troppo facile entrarti dentro…

Giada

marina d\'alberese, dicembre 2006

“Non so come hai fatto a trovarmi. Questo è un posto che quasi non esiste. E se chiedi della locanda Almayer, la gente ti guarda sorpresa, e non sa. Se mio marito cercava un angolo di mondo irrangiungibile, l’ha trovato. Dio solo sa come hai fatto a trovarlo anche tu.

Ho ricevuto le tue lettere e non è stato facile leggerle. Si riaprono con dolore le ferite del ricordo. Se io avessi continuato, qui, a desiderarti e ad aspettarti quelle lettere sarebbero state abbagliante felicità. Ma questo è un posto strano. La realtà sfuma e tutto diventa memoria. Perfino tu, a poco a poco, hai cessato di essere un desiderio e sei diventato un ricordo. Mi sono arrivate le tue lettere come messaggi sopravvissuti a un mondo che non esiste più.

Io ti ho amato, Andrè, e non saprei immaginare come si possa amare di più. Avevo una vita, che mi rendeva felice, ed ho lasciato che andasse in pezzi pur di stare con te. Non ti ho amato per noia, o per solitudine, o per capriccio. Ti ho amato perchè, il desiderio di te era più forte di qualsiasi felicità. E lo sapevo che la vita poi non è abbastanza grande per tenere insieme tutto quello che riesce ad immaginarsi il desiderio. M a non ho cercato di fermarmi, nè, di fermarti. Sapevo che l’avrebbe fatto lei. E lo ha fatto. E’ scoppiata tutto d’un colpo. C’erano cocci ovunque, e tagliavano come lame.

Poi sono arrivata qui. E questo non è facile da spiegare. Mio marito pensava fosse un posto dove guarire. Ma guarire è una parola troppo piccola per quello che succede qui. E’ semplice. Questo è un posto dove prendi commiato da te stesso. Quello che sei ti scivola addosso, a poco a poco. E telo lasci dietro, passo dopo passo, su questa riva che non conosce tempo e vive un solo giorno, sempre quello. Il presente sparisce e tu diventi memoria. Sgusci via da tutto, paure, sentimenti, desideri: li custodisci, come abiti smesssi, nell’armadio di una sconosciuta saggezza e di un’insperata pace. Riesci a capirmi? Riesci a capire come tutto questo sia bello?

Credimi, non è un modo, solo più dolce, di morire. Non mi sono mai sentita più viva di adesso. Ma è diverso. Quel che io sono, è ormai successo: e qui, e ora, vive in me come un passo in un’orma, come un suono in un’eco, come un enigma nella sua risposta. Non muore, questo no. Scivola dall’altra parte della vita. Con una leggerezza che sembra una danza.

E’ un modo di perdere tutto, per tutto trovare.

Se riesci a capire tutto questo, mi crederai quando ti dico che mi è impossibile pensare al futuro. Il futuro è un’idea che si è staccata da me. Non è importante. Non significa più nulla. Non ho più occhi per vederlo. Ne parli così spesso, nelle tue lettere. Io faccio fatica a ricordarmi cosa vuol dire. Futuro. Il mio, è già tutto qui, e adesso. Il mio sarà la quiete di un tempo immobile, che collezionerà istanti da posare uno sull’altro, come se fossero uno solo. Da qui alla mia morte, ci sarà quell’ìstante, e basta.

Io non ti seguirò, Andrè. Non mi ricostruirò nessuna vita. Perchè ho appena imparato ad essere la dimora di quella che è stata la mia. E mi piace. Non voglio altro. Le capisco, le tue isole lontane, e capisco i tuoi sogni, i tuoi progetti. Ma non esiste più una strada che mi potrebbe portare laggiù. E non potrai inventarla tu, per me, su una terra che non c’è. Perdonami mio amato amore, ma non sarà mio, il tuo futuro.

C’è un uomo, in questa locanda, che ha un buffo nome e studia dove finisce il mare. In questi, giorni mentre ti aspettavo, gli ho raccontato di noi e di come avessi paura del tuo arrivo e insieme voglia che tu arrivassi. E’ un uomo buono e paziente. Mi stava ad ascoltare. E un giorno mi ha detto: “scrivetegli”. Lui dice che scrivere a qualcuno è l’unico modo di aspettarlo senza farsi del male. E io ti ho scritto. Tutto quello che ho dentro di me l’ho messo in questa lettera. Lui dice, l’uomo col nome buffo, che tu capirai. Dice che la leggerai, poi uscirai sulla spiaggia, e camminando sulla riva del mare ripenserai a tutto, e capirai. Durerà un’ora, o un giorno, non importa. Ma alla fine tornerai alla locanda. Lui dice che salirai le scale, aprirai la mia porta e senza dirmi nulla mi prenderai tra le braccia e mi bacerai.

Lo so che sembra sciocco. Ma mi piacerebbe succedesse davvero. E’ un bel modo di perdersi, perdersi uno nelle braccia dell’altra.

Niente potrà rubarmi il ricordo di quando, con tutta me stessa ero là.

tua Ann”.

Alessandro Baricco.

..::Ally, c’est moi::..

maggio 17, 2008

ally mcbeal

“Sai, ho una grande immaginazione, ma certe volte ho bisogno che le cose accadano veramente…”

Ally

Dopo che il mondo ha ucciso la mia piccola Amelié (e ci si è messo d’impegno a farlo), lasciandola seppellita sotto le macerie del suo (e mio) favoloso mondo crollato sopra di lei (me), il mio approccio alla vita sta seguendo sempre di più le orme di Ally McBeal

Ally già viveva dentro di me perchè in fondo non è molto diversa da Amelié, anzi forse è il suo proseguimento naturale. Ally non ha un favoloso mondo, ma un mondo di merda per la precisione, che è anche il mondo in cui viviamo tutti noi. Quello dove il ragazzo che hai sempre amato ti lascia e si sposa un’altra, quello dove tutti i giorni provi a mettere da parte i tuoi sentimenti, quello dove nessuno ti capisce, quello dove ti senti sola, quello dove esiste la morte, quello che non riconosce il tuo ruolo nel cuore degli altri, quello che ti tiene in una rete dove se provi a desiderare e a sognare ti fai un male cane…

Ally sono io: egocentrica, paurosa, sognatrice, un’ottimista che si sente più a suo agio nel soffrire…

Pensare che i nostri sogni potrebbero avverarsi forse è la cosa che ci spaventa di più al mondo. Per questo proiettiamo sempre la nostra felicità in un imprecisato futuro. Preferiamo credere nei sogni piuttosto che realizzarli. E il male grande, sofferto una volta ci ha segnato, forse per sempre…

“Ho bisogno di sapere che può funzionare…l’amore…il rapporto di coppia…lo stare insieme. L’idea che le persone che si mettono insieme, restino insieme. Voglio addormentarmi con questo pensiero anche se dormo sola…Questo è un “Mcbeallism…”.

“…Se non altro ho la salute, se non altro ho la salute, se non altro ho la salute…La verità è che io forse non voglio essere troppo felice o soddisfatta, perchè poi che succede? In realtà io amo la caccia, la ricerca. E’ quello il bello, più ti senti perso più cose sogni di ottenere. Chi lo sa, forse mi sto divertendo e nemmeno me ne rendo conto…

“Oggi sarà un giorno…meno orribile, lo sento. A volte mi sveglio sapendo che le tutto andrà…meno peggio…”


“A volte sono più persuasiva quando non credo a quello che dico..”


“Solo dire “sì” ad un drink mi fa correre a casa a farmi una doccia…tra poco prenderò un drink con un uomo solo per “fare” carriera…non importa che in questo momento non ho una relazione fissa…qualche volta sento di tradire l’amore come concetto astratto…”


“Avevo un amico che non voleva un cucciolo perché diceva che poi sarebbe morto e ne avrebbe sofferto. Forse è la stessa cosa per le storie d’amore… chi lo sa!”


“Forse dividerò la mia vita con qualcuno, o forse no. Ma la verità è che, quando ripenso ai miei momenti più tristi, mi accorgo che c’era sempre qualcuno seduto vicino a me…”


Ally è in bagno, prende dell’acqua dal lavandino come per lavarsi il viso, ma poi la lascia cadere dalle mani, più volte. Entra Giorgia.


Giorgia: Che cosa fai?


Ally: Sarà una lunga giornata, ho pensato di rinfrescarmi il viso con un po’ di acqua fredda.


Giorgia: Ma a quanto vedo non ti stai sciacquando il viso.


Ally: Certo che no. Se lo facessi veramente poi dovrei rifarmi il trucco, non trovi? Questa è l’ennesima dimostrazione che viviamo in un mondo dominato dagli uomini. Non possiamo nemmeno sciacquarci il viso liberamente.


Giorgia: C’è qualcosa di cui vuoi parlare?


Ally: No, no, non c’è niente. Ho solo un cliente che non vuole che riveli in aula il suo feticismo, se me lo permettesse riuscirei a scagionarlo, anche se basterebbe che annusasse una scarpa puzzolente davanti a tutti. Sai, io avevo un progetto, Giorgia. Tutta la mia vita era programmata. A 28 anni mi sarei presa un congedo per maternità, ma avrei comunque continuato a tenermi aggiornata. Alla sera sarei tornata a casa e con mio marito avrei letto “Come affrontare allattamenti e processi, grandi soddisfazioni in famiglia e sul lavoro”. E invece dormo con un bambolotto gonfiabile, rappresento un cliente che adora succhiare le dita dei piedi. Questo non rientrava nel mio progetto, e tu… tu… con quel tuo nuovo taglio di capelli… (Giorgia la guarda storta) …Grazie, avevo bisogno di sfogarmi, ciao.


Giorgia: Ally, perché i tuoi problemi sono sempre più grossi di quelli degli altri?


Ally: Perche sono i miei!

Poi però arriva Larry. E un senso ce l’ha. Perchè è l’unico che riesce a vedere quanto Ally sia speciale. A Billy non mi sono mai più di tanto affezionata perchè non era per lei. Era un uomo come tutti: infedele, egoista, maschilista, codardo. Era anche dolce e (soprattutto) era il primo amore, cosa che merita un’attenzione particolare. Perchè il primo amore, quello che ti conosci quando siete ancora bambini poi ti rivedi e ti viene un tuffo al cuore e pensi che l’hai sempre saputo che sarebbe andata a finire così….(ma sto parlando di me o di Ally?!)… è molto subdolo…

Noi Ally non siamo fatte per tutti, effettivamente. Siamo delle grandi rompipalle con i nostri principi che non si sa bene dove abbiamo preso, con il mito della leggerezza (che a volte è un mcigno), di non stravolgere le vite degli altri, ma di entrarci piano, in punta di piedi, con alcune parole, con un abbraccio o un bacio, nella speranza di lasciare qualcosa in quella vita. E se quel qualcosa rimanderà per sempre al nostro ricordo, allora siamo ancora più contente! Non ci piace chi non ha o non ha mai avuto problemi o pensieri… o sogni o desideri. Ci piace sentirci utili e vicino a qualcuno. Ci piace rendere felici gli altri. Larry è l’unico che può far sentire Ally amata.

Ally e Larry si possono salvare l’un l’altro e questo è il senso più bello e romantico che riesco a dare all’amore…

Perchè anche se Larry se n’è andato e BonJovi era veramente una schiappa in conforto a Robert Downey Jr, saremo di nuovo felici…

Giada

Io ricordo Peppino…

maggio 9, 2008

peppino impastato radio aut

“Peppino ti ricordi quando

mi hai aiutato a fare
la trasmissione su Fausto e Iaio

tu sapevi usare sempre le parole giuste
 per ricordare che il potere
 ha già fatto molti morti.

Hai pure voluto ricordare l’anniversario
di Pinelli, di Sacco e Vanzetti hai sempre pensato a Francesco 
a Walter, a Giorgiana, a Mauro
e a tutti gli altri compagni
morti di Stato.

Ora ti aspetto per pensare
anche a te perchè non è vero che sei vivo
 ma siamo noi che moriamo
 sempre più dopo le vostre morti”.

Guido

Nella notte tra l’8 e il 9 maggio di 30 anni fa veniva ucciso dalla mafia un ragazzo di 30 anni. Una carica di tritolo dilania il suo corpo sui binari della linea ferroviaria Palermo-Trapani, nei pressi di Cinisi. Era Peppino Impastato. E mentre nelle stesse ore viene ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro in via Caetani a Roma, nessuno si sofferma sul corpo fatto a pezzi di Peppino. “Uno dei tanti che si toglie la vita. E anche se così non fosse era un comunista, chi se ne frega, i comunisti stanno con le Brigate Rosse che hanno attaccato lo stato, che hanno ucciso Aldo Moro e gli uomini della sua scorta. A chi importa di questo Peppino, chi lo conosceva?”.

Il segretario del partito da sempre più colluso con la mafia e il ragazzo che ha combattuto la mafia tutta la sua vita.

Oggi è famoso anche Peppino Impastato, anzi tra i giovani c’è un affetto immenso per lui e per tutta la sua famiglia, che porta avanti la sua battaglia.

Però questa giornata non è la sua perchè Aldo Moro era più importante e oggi si ricordano lui e tutte le vittime del terrorismo.

Le BR non ci sono più, la Mafia c’è ancora.

E forse non si ha il coraggio di commemorare anche Peppino in questo giorno perchè tra cerimonie, medaglie e bandiere con cui si fanno belle le istituzioni, lo stato non vuole ammettere il suo fallimento nei confronti della Mafia. Ha paura persino di nominarla. Il 9 maggio poi non si può dire che ci sono anche “Comunisti buoni”…

Io in questo giorno continuerò a sentire molto più vicino a me Peppino…

Giada

“Sono un autonomo che non accetta la logica di questo stato e dei suoi partiti.
 Arrestatemi.

Sono un professore di filosofia, quindi un ideologo pericoloso a sè e agli altri.
 Arrestatemi.

Sono un redattore, molti dicono direttore, di Radio Aut:Aut = Autonomia.
 Arrestatemi.

Sono stato amico di Peppino Impastato, morto nello stesso giorno di Moro:
c’è una connessione col caso.
 Arrestatemi.

Ci riuniamo in più di cinque per organizzare la lotta contro la mafia, parte integrante dello stato. Associazione sovversiva.
 Arrestatemi.

Insegno che la liberazione dell’uomo passa attraverso la distruzione dell’autorità: istigazione a delinquere.
Arrestatemi.

Definisco la Resistenza insurruzione armata contro lo stato fascista legalizzato: La Resistenza continua.
Arrestatemi.

La distruzione del capitalismo passa attraverso il sabotaggio e la riappropriazione dei mezzi di produzione.
Arrestatemi.

Proclamo ufficialmente che questo stato è mafioso, corrotto, criminale:
oltraggio alle istitzioni.
 Arrestatemi

Salvo Vitale

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