Copiare non è peccato
novembre 27, 2009

«Il Web è più un’innovazione sociale che un’innovazione tecnica. L’ho progettato perché avesse una ricaduta sociale, perché aiutasse le persone a collaborare, e non come un giocattolo tecnologico. Il fine ultimo del Web è migliorare la nostra esistenza reticolare nel mondo. Di solito noi ci agglutiniamo in famiglie, associazioni e aziende. Ci fidiamo a distanza e sospettiamo appena voltato l’angolo». Tim Berners-Lee.
Appena tre giorni fa l’Unione Europea ha approvato il pacchetto Telecom, complesso di regole che riforma l’intero settore delle telecomunicazioni. Per la prima volta viene riconosciuto il diritto del cittadino ad informare ed informarsi tramite la rete, ma è la questione della lotta globale alla pirateria online il punto più controverso su cui il dibattito si era bloccato l’estate scorsa con le numerose minacce di applicazione di disconnessioni punitive nei confronti di coloro che abusano della rete per scambiare senza autorizzazione contenuti protetti dal diritto d’autore. L’Europa si è dimostrata molto disponibile nel garantire ai detentori dei diritti nuovi strumenti per blindare il prodotto del loro lavoro, mentre ai cittadini della rete che venissero colti dai detentori a violare il copyright verrà concesso nulla di più di un giusto processo senza che il confronto con autorità indipendenti che non hanno nulla a che vedere con l’autorità giudiziaria (cosa proposta da Sarkozy).
Per quanto mi riguarda tutte le arti sono un fattore di crescita per la società e per le persone e tutti hanno diritto ad accedervi in base al diritto all’istruzione e al diritto alla fruizione della bellezza, vero e proprio bisogno dell’uomo da preservare in quanto indispensabile alla sua completa realizzazione. Un’opera non è il prodotto di un singolo individuo e meno che mai dei suoi eredi ma è il prodotto di una società, di una comunità e di un’epoca in quanto risultato, più o meno consapevole, di influenze di altri artisti e uomini comuni passati e contemporanei. Se la genesi di un’opera è sociale deve rimanere tale anche il suo uso. La proprietà intellettuale deve essere messa a disposizione del bene comune. È giusto che un autore abbia un margine di guadagno proporzionale ai costi da remunerare ma trovo ridicolo che la violazione del diritto d’autore sia equiparata al reato di furto. Questo di fatto fa della cultura, dell’arte e della bellezza in genere un privilegio di cui solo chi ha notevoli possibilità economiche può usufruire. Ma non c’è da stupirsi di questo consolidato modo di pensare. Lo stesso che legittima il fatto che i quartieri “popolari” abbiano per forza un’architettura orribile, grigia, alienante, che siano privi del verde e di tutto ciò che possa rendere la vita quotidiana e domestica piacevole e serena. Non è un caso che la criminalità sia elevata in questi quartieri “ghetto” dove gli abitanti sviluppano spesso uno stato d’animo e mentale di tristezza e rassegnazione misto a rabbia.
C’è però chi ha accolto i nuovi bisogni culturali ed ha proposto paradigmi innovativi. Negli anni Ottanta il Free Sofware Movement di Richard Stalmman crea il copyleft, un modello alternativo di gestione dei diritti d’autore grazie al quale il detentore dei diritti, attraverso l’applicazione di specifiche licenze, concede una serie di libertà agli utenti dell’opera, che può essere utilizzata, diffusa e spesso anche modificata liberamente, nel rispetto di alcune condizione essenziali. Sviluppatosi da prima principalmente in ambito informatico con i movimenti Software Libero e Open Source, negli ultimi anni si è invece esteso a tutte le opere dell’ingegno con i movimenti Creative Commons, OpenAccess, Opencontent ecc… Il motivo per cui non si possono lasciare software o opere semplicemente di pubblico dominio è perché altri individui si potrebbero facilmente impadronire dei risultati del lavoro di libere comunità di utenti o di singoli autori privatizzandoli. Il copyleft invece tutela il proprietario di un’opera, perché nel momento in cui ne viene fatto un uso a fini di lucro e ne viene impedita la libera circolazione, questo può far valere i suoi diritti d’autore. Diritto d’autore e copyright non sono la stessa cosa. L’equazione copia pirata = copia non venduta è stata creata unicamente per confondere le idee e per arricchire l’industria e non per dare il giusto riconoscimento al lavoro di un autore. La circolazione di un prodotto non è altro che pubblicità e più un’opera circola più quell’opera viene venduta. Il copyleft consente in questo modo di conciliare l’esigenza di un giusto compenso per il lavoro e la creatività di un autore con il suo uso sociale.
Fino a pochi decenni fa era quasi impensabile un’opera scollegata dal suo supporto fisico. Benjamin tra i primi aveva intuito che le innovazioni tecnologiche (e digitali degli ultimi anni) avrebbero portato ad una messa in discussione dei principi su cui si fonda l’opera d’arte e che sono alla base del sistema della proprietà intellettuale. Il prodotto culturale, oggi de-materializzato, ha sconvolto quelli che erano gli equilibri economici e giuridici stabili ormai da secoli. Quando il copyright fu introdotto, nel XVI sec., dopo la diffusione delle macchine automatiche per la stampa, non esisteva la possibilità di copia privata senza fini di lucro perché solo un editore concorrente poteva avere accesso ai macchinari tipografici. In questo senso il copyright non era percepito come anti-sociale perché era l’arma di un imprenditore contro un altro e non di un imprenditore contro il pubblico. Oggi la situazione e ben diversa. Computer e Internet hanno quasi azzerato il costo e la difficoltà di riprodurre e di usufruire delle opere. In principio fu Napster, uno dei primi sistemi di condivisione gratuita di file musicali. Dopo la sua chiusura nel 2002, generata dalle denunce degli editori che vedevano nel sistema un concorrente ai propri profitti, sono prolificati i programmi di file sharing di materiale coperto da copyright in particolar modo grazie al sistema peer-to-peer ed il diritto industriale internazionale si è trovato impreparato di fronte alla velocità di questa diffusione. Ma oggi si aggiunge una battaglia ulteriore per i difensori del copyright, quella ai siti che distribuiscono video in streaming tramite il formato di Adobe Flash (come You tube, Google video, Megavideo…).
Nonostante la libera circolazione di opere e idee sembri inarrestabile, una minaccia concreta ad Internet ed al suo libero uso esiste e si chiama ACTA (Anti Counterfeiting Trade Agreement). Si tratta di un accordo multilaterale che tramite il “policy laundering” (tecnica per imporre leggi tramite accordi internazionali scavalcando i regolari scrutini parlamentari) cerca di rafforzare le proprietà intellettuali, con provvedimenti di inasprimento delle pene che prevedono la richiesta di detenzione anche quando le violazioni del diritto d’autore non hanno scopo di lucro, ispezioni sistematiche del traffico nel Web che violano ripetutamente la privacy, obbligo di sorveglianza generale sui contenuti per le piattaforme che ospitano contenuti generati da utenti, perquisizione alle frontiere di laptop, cellulari, lettori MP3, memorie di massa ecc… I contenuti dei negoziati sono secretati ma trapelano in alcuni siti i documenti ufficiali che destano non poca preoccupazione soprattutto per quanto riguarda l’accesso ai farmaci a basso costo. Le leggi sul copyright infatti tutelano la proprietà intellettuale del farmaco con brevetti che creano un monopolio legale per un periodo di tempo che in Italia è di 25 anni. Dopodiché possono essere prodotti farmaci equivalenti, anche se il produttore facilmente può ottenere un nuovo brevetto se ripresenta lo stesso principio attivo modificato, promulgando la vita utile del farmaco teoricamente ad oltranza. Le conseguenze più gravi di questo sistema, che arricchisce le case farmaceutiche in modo smisurato, ben oltre il risarcimento dei costi di ricerca, ricadono come sempre sui paesi più poveri, dove la presenza di malattie epidemiche ed il costo di alcuni farmaci salvavita ancora sotto brevetto risultano proibitivi per il reddito medio delle famiglie e per le finanze statali.
Le pubblicità anti-pirateria con le loro musiche angoscianti con le facce tristi e serie di scrittori e cantanti sono davvero patetiche. L’uso privato non è un reato è voglia di conoscere e se ci tolgono questo non è che improvvisamente ci potremmo permettere di andare a teatro, ai concerti, di comprare cd e dvd, e quant’altro, saremmo solo un po’ più ignoranti e incivili.
Giada
Beata Ignoranza
novembre 23, 2009
Poco più di un anno fa nascevano in tutta Italia le prime contestazioni per l’approvazione dei decreti legge 112/2008 e 137/2008 adottati durante l’estate e convertiti in legge rispettivamente 133 approvata il 6 agosto 2008 e la 169 approvata il 29 ottobre 2008. L’Onda Anomala, movimento di studenti universitari e medi nato negli atenei e nelle scuole superiori nell’autunno del 2008, è stato ed è tutt’oggi l’espressione di un dissenso civile ma profondamente attivo che ha per un po’ destabilizzato il potere politico. Nessuno si aspettava un tale livello di organizzazione ma soprattutto di informazione degli studenti. I professori hanno avuto un ruolo centrale nello spiegare ai ragazzi la riforma e le relative ripercussioni e nel mettersi a disposizione per manifestazioni o metodi alternativi di insegnamento che si potessero conciliare con la protesta. Poi però il passaparola è rimbalzato nei blog e nei social networks così che nessuno avesse più il diritto di disinteressarsi:
- TAGLIO DELLE RISORSE ECONOMICHE DESTINATE ALL’UNIVERSITA’: per un totale di 1441.5 milioni di euro almeno fino al 2013.
- TRASFORMAZIONE DELLE UNIVERSITA’ PUBBLICHE IN “FONDAZIONI DI DIRITTO PRIVATO” : lo Stato consente alle Università di trasformarsi in fondazioni private per sopperire all’improvviso ammanco dei finanziamenti pubblici. Le fondazioni universitarie avrebbero così la possibilità di decidere l’entità delle tasse degli studenti, tasse che oggi hanno un tetto massimo che non può superare il 20% dell’importo del finanziamento ordinario dello Stato (FFO). Questo mette in crisi il fondamentale diritto allo studio universitario visto che una formazione di qualità potrà essere garantita solo a chi avrà una certa disponibilità economica, oltre a ledere il principio di eguaglianza e pari dignità tra i cittadini.
- TAGLIO DI PERSONALE DOCENTE, DI RICERCA E TECNICO-AMMINISTRATIVO: impossibile di fatto rispettare l’articolo 9 della Costituzione “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”. Le Università dovranno trovarsi degli “sponsor” che le finanzino e questo controllo economico avrà effetti devastanti sulla ricerca in tutti i settori, condotta secondo le direttive impartite dalle società finanziatrici, in base alla redditività e al livello economico.
- TURN OVER: le Università si troveranno costrette improvvisamente a mandare obbligatoriamente in pensione chi ha maturato i requisiti necessari, o altrimenti licenziare parte del proprio organico, imponendo un turn over bloccato al 20%, ovvero un nuovo assunto ogni cinque pensionamenti o licenziamenti. Unica soluzione sopprimere corsi d’insegnamento, fino a giungere addirittura alla cancellazione dei corsi di laurea meno frequentati o considerati di minor interesse.
Questi sono solo alcuni dei provvedimenti riguardanti le sole Università. I giovani visti sempre con i soliti pregiudizi dai “vecchi” media, si prendono i loro spazi, difendono il loro futuro e raccontano la loro verità a chi vorrà ascoltarli. Il loro punto di vista però non può più essere ignorato. Non c’è più solo il telegiornale che manipola le interviste per far sembrare superficiale e improvvisata la contestazione o il giornale che strumentalizza manifestazioni e manifestanti a fini politici. C’è un terzo spazio che è quello di Internet in cui si informa e ci si informa, ci si organizza e ci si confronta.
La scuola è l’istituzione che ha in assoluto subito meno cambiamenti dal momento della sua nascita ad oggi. Disposizione e arredamento delle aule, libri di testo come principali strumenti di apprendimento e trasmissione delle conoscenze, rapporti autoritari e gerarchici tra insegnanti e alunni rendono la scuola di oggi impreparata ad affrontare le importanti innovazioni apportate dalle nuove tecnologie e questo rischia di creare un contrasto insanabile tra scuola e società. Ed è proprio per la constatazione in prima persona di questo contrasto e di un mutato clima all’interno dell’aula scolastica che il professor Michael Wesch, antropologo culturale della Kansas State University si chiede che cosa è andato storto e come poter risvegliare l’interesse degli studenti nelle classi. Con un’espressione che ricorda l’ultimo film di Woody Allen “Whatever works”, Welch nota come gli studenti siano ormai degli esperti nell’arte del “tirare avanti”, raggiungere i loro obbiettivi, il superamento di un esame senza prestare attenzione durante i corsi, senza partecipare alle lezioni. Appunti, studio e libri di testo sono tutto ciò che in fin dei conti risulta indispensabile per riuscire, quindi perchè dare qualcosa in più. Dai cellulari all’ipod, passando per i computer, soprattutto con i programmi di messaggeria istantanea e social networks, le nuove tecnologie oltre a scandire le fasi della vita dei giovani d’oggi entrano di prepotenza anche nelle scuole. E questo dato di fatto non può più essere ignorato come anche le conseguenze che ne derivano.
Il problema è complesso perchè non se ne possono trovare soluzioni né mostrando una eccessiva indulgenza verso comportamenti talvolta poco rispettosi del lavoro altrui, né continuando perpetuare regole e tradizioni che in certi casi risultano lontani dalla vita sociale. Concordo con Neil Postman quando nel suo libro “Ecologia dei media” dice che i mezzi di comunicazione di massa sono ormai il paradigma educativo preponderante nella nostra società e che proprio per questo la scuola deve fare da contraltare a questa influenza per raggiungere un equilibrio che consenta una formazione più completa e non deviata, ma è anche necessario che la scuola fornisca gli strumenti necessari affiché i giovani usino in modo proficuo e consapevole le nuove tecnologie. Sebbene la maggior parte dei giovani si sabbia orientare con notevole facilità tra i nuovi media a volte l’uso che ne viene fatto non è utile ad un accrescimento personale quando non addirittura dannoso. Il concetto di privacy, ad esempio, non viene quasi mai concepito come un diritto da dover proteggere e rivendicare, ma in molti casi è visto come un ostacolo alle relazioni interpersonali. Come ogni cosa anche le nuove tecnologie hanno luci ed ombre ed anche le tecnologie richiedono un comportamento idoneo che non può prescindere da certi principi.
È necessaria come prima cosa un’educazione ai media ma che vada di pari passo con un’educazione tradizionale. Si devono creare spazi in cui poter mettere in discussione quella relazione unidirezionale e autoritaria tra insegnanti e alunni, favorendo il dialogo e l’ascolto e qui le nuove tecnologie possono avere un ruolo decisivo soprattutto per lo sviluppo di progetti collaborativi che mettano a confronto realtà e punti di vista diversi. In questo modo la scuola può (e deve) favorire lo sviluppo della riflessione personale e del pensiero critico, cosa che per molto tempo è stata sottovalutata. Quanti ricordi, nei miei anni di liceo, di professori che di anno in anno non cambiavano una virgola delle loro spiegazioni e la cui unica richiesta era che fosse ripetuto parola per parola il loro punto di vista durante i compiti in classe. Quante volte una domanda o una richiesta di spiegazione veniva vista con sospetto e trasformata in un’interrogazione a sorpresa. Non bisogna confondere l’autorità con il rispetto e qui la scuola ha ancora molto da imparare. Gli insegnanti possono essere dei buoni mediatori nelle discussioni (mediate o meno), possono guidare gli studenti perchè sviluppino punti di vista coerenti e consapevoli, cercando magari di arginare l’illusione spesso data dalle nuove tecnologie che si possa parlare di tutto senza conoscere in maniera approfondita gli argomenti.
L’occasione della protesta dello scorso anno, ancora non del tutto sopita, è stata un buon momento per mettere a confronto società e scuola, nuove tecnologie e insegnamento. Anche se in alcuni casi si è lasciata la protesta fuori dalle aule per continuare le lezioni come se nulla fosse, c’è stato un incontro tra studenti e professori e forse da entrambe le parti stiamo cominciando a capire che i professori non sono figure da temere ma persone con cui collaborare per una crescita reciproca.
Giada
Una morte pietosa lo strappò alla pazzia: Francesco Mastrogiovanni
novembre 9, 2009
Art 32 della Costituzione:
«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.»
Francesco Mastrogiovanni, detto Franco, era insegnante elementare originario di Castelnuovo Cilento, in provincia di Salerno. Aveva 58 anni quando lo hanno trovato morto nell’ospedale di San Luca Vallo il 4 agosto scorso, dopo essere stato sottoposto a TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio). Difficile pensare ad una tragica fatalità, quando per tutta la vita ha dovuto pagare un grave colpa, quella di essere un anarchico. Negli anni Settanta era stato coinvolto negli scontri che portarono alla morte di Carlo Falvella, vicepresidente del Fronte Universitario d’Azione Nazionale di Salerno. Francesco si trovava con due compagni Giovanni Marini e Gennaro Scariti sul lungomare di Salerno quando furono aggrediti da un gruppo di fascisti. A scatenare l’aggressione probabilmente furono le indagini che Marini stava compiendo sull’incidente che aveva portato alla morte di 5 anarchici calabresi nei pressi di Faretino (Frosinone), dove i ragazzi si stavano recando per consegnare i risultati di un’inchiesta condotta sulle stragi fasciste del tempo. Carte che non furono mai rinvenute nel luogo dell’incidente avvenuto all’altezza di una villa di Valerio Borghese, in cui fu coinvolto un autotreno guidato da un salernitano con aperte simpatie fasciste. Marini colpì a morte Falvella, togliendogli dalle mani il coltello che questi impugnava, con il quale aveva già ferito Mastrogiovanni ad una gamba. Il processo assolse pienamente Francesco dall’accusa di rissa mentre Marini fu condannato a 9 anni. Ma dall’accusa di anarchia lo Stato non dà assoluzioni: è un marchio di pericolosità sociale che non si dimentica e non si perdona.
E nel 1999 ecco che si presenta l’occasione per ricordargli che è colpevole e lo sarà per sempre: colpevole di credere all’autonomia e alla libertà degli individui che scelgono di relazionarsi tra loro con rapporti non-autoritari, di pensare una società che si basi sul libero accordo, sulla solidarietà, sul rispetto per la singola individualità secondo il principio che le decisioni valgono solo per chi le accetta, di considerare l’uomo come essere evoluto, intelligente e responsabile tanto da non aver bisogno di leggi. Francesco viene arrestato, con botte e manganellate perché protestava per una multa. Condotto in caserma l’accusa sarà di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. In primo grado viene condannato a 3 anni di reclusione, più volte apostrofato come il “noto anarchico” dal pm. Sconta un mese in carcere e 5 mesi agli arresti domiciliari finché il processo d’Appello lo assolve per non aver commesso il fatto e lo risarcisce per ingiusta detenzione. Anche questa esperienza, correlata alle varie angherie subite durante il periodo di detenzione, contribuisce a far crescere in Francesco un’incontrollabile sentimento di insicurezza e paura delle forze dell’ordine. In più occasioni fugge terrorizzato alla semplice vista di una divisa. Niente di più utile per rafforzare quell’idea di anarchico insofferente al sistema, patologico, pericoloso, tanto che dal 2002 al 2003 viene sottoposto a 2 TSO.
Ma da allora le cose erano cambiate, era diventato un ottimo insegnante a cui i suoi alunni erano molto affezionati, tanto che quest’anno avrebbe dovuto ottenere un posto di ruolo, essendo diciottesimo nella graduatoria provinciale. Non è così che è andata perchè il 31 luglio scorso, mentre trascorreva le sue vacanze nel campeggio Club Costa Cilento, di proprietà di una sua amica, viene trascinato nell’ospedale di San Luca Vallo con l’ennesima ordinanza di TSO, mentre guardando la sua amica le dice «se mi portano all’ospedale di Vallo della Lucania non ne esco vivo». Restano ancora oscuri i motivi di questa decisione: si dice per disturbo della quiete pubblica, senza che nessuno abbia mai presentato alcun tipo di segnalazione al riguardo. E soprattutto una tale, stupida, motivazione non può giustificare il dispiegamento di decine di carabinieri e polizia municipale a cui si unì una motovedetta della guardia costiera che dall’altoparlante avvertiva i bagnanti «caccia all’uomo in corso», messo in campo per catturare il pericoloso anarchico. Inspiegabile se non fosse che forse quell’assedio doveva servire a terrorizzarlo, viste quelle paure irrazionali (?) che negli ultimi anni della sua vita si era impegnato a superare, e a spingerlo ad agire come un folle.
Ma che cos’è il TSO? Il Trattamento Sanitario Obbligatorio sostituisce di fatto (pur non cambiandolo nella sostanza) il ricovero coatto, fortemente orientato verso la difesa sociale. Si tratta di un atto medico e giuridico che autorizza l’imposizione di determinati accertamenti e terapie ad un soggetto affetto da malattia mentale. Il TSO si basa su valutazioni di gravità clinica e di urgenza, procedura che dovrebbe essere finalizzata alla tutela della salute. Tale trattamento viene emanato dal sindaco del comune presso il quale si trova il paziente su proposta motivata di un medico. Qualora il trattamento preveda un ricovero ospedaliero è necessaria la convalida di un secondo medico appartenente ad una struttura pubblica. Infine l’informazione dell’avvenuto provvedimento deve giungere al giudice tutelare di competenza.
Nel caso di Francesco oltre a non esistere i motivi per un provvedimento urgente ed estremo come il TSO, o, nel caso in cui ci fossero stati, a non averne dato notizia alla famiglia in modo dettagliato e plausibile, troppe cose restano da chiarire:
- l’ordinanza è stata richiesta dal sindaco del comune di Pollica Acciaroli senza informare né il sindaco di residenza (Castelnuovo), né quello territorialmente competente (San Mauro Cilento) e i vigili urbani di Pollica hanno quindi operato fuori dal territorio comunale, non si sa con quale autorizzazione e per ordine di chi.
- non si conosce il nome del medico che ha proposto il TSO.
- la fase coercitiva (esecutiva del TSO) avviene sulla spiaggia del comune di San Mauro Cilento prima della predisposizione delle certificazioni del medico proponente e del medico che convalida e prima dell’ordinanza del sindaco.
- il medico intervenuto ha invocato lo “stato di necessità” (art.54 c.p.), ma come può essere stato invocato se, come riferito da numerosi presenti che hanno assistito alla cattura, Francesco non ha praticato nè minacciato violenza o danni né alla sua persona né ad altri?
Ancora più terribile è quello che è successo dal momento del ricovero di Francesco il 31 luglio fino alla sua morte avvenuta il 4 agosto. Dai primi esami la morte sarebbe stata causata da edema polmonare causato da insufficienza ventricolare sinistra. Sarebbero inoltre state riscontrate profonde ferite ai polsi e alle caviglie, compatibili con lacci di materiale rigido, segno che Francesco è stato legato al letto, evidentemente per troppe ore, più probabilmente per giorni visto che nel suo stomaco non c’erano residui di cibo solidi o liquidi. Verosimilmente la posizione supina in cui è stato costretto ne ha provocato la morte. Eppure nella cartella clinica non è stata annotata la contenzione né la motivazione di essa, come invece prevede la legge. Chi doveva “tutelare la sua salute” l’ha ucciso. 7 medici sono indagati per omicidio colposo. Ma non sono gli psichiatri gli unici assassini. C’è chi ha permesso che un uomo venisse privato della sua dignità e dei suoi diritti, perché doveva a tutti i costi essere “normale“, non nel senso di “sano“, ma di “uguale a tutti gli altri“.
Tutto questo mi fa venire in mente qualcosa: una punizione che infligge dolore ad un’intensità sempre maggiore così che il condannato accetti una realtà che non è tale. Una seconda e ultima fase di trattamento in cui il condannato viene portato nella Stanza 201, dove non è contenuto nessuno strumento di tortura specifico, ma è la materializzazione del peggior incubo di ogni persona… Non sto ripetendo da capo la storia di Francesco Mastrogiovanni, sto parlando del romanzo di George Orwell 1984: non è sufficiente confessare ed obbedire alle regole perché il Grande Fratello vuole possedere anche l’anima dei suoi sudditi. E l’anima di Francesco se la sono presa.
Ci piacerebbe pensare che il TSO colpisca solo pazzi furiosi, e che quindi non sia evitabile proprio per la pericolosità dei soggetti che vi vengono sottoposti. In realtà non è così perché si tratta di un abuso in sé. La pericolosità delle persone è difficilmente prevedibile e sicuramente non è guaribile con metodi a metà tra il carcere e il manicomio. Manca totalmente una cultura che metta al centro di ogni provvedimento l’uomo nella sua umanità, e non l’ordine pubblico e sociale. Non si può trattare un uomo come un errore di sistema. Non si può far credere che il TSO sia imposto per il bene dei pazienti. È uno strumento di controllo e repressione sociale, che considera il diverso come “deviato” e dunque pericoloso, non tanto per gli altri fisicamente, quanto per l’ordine costituito che non ammette di essere messo in discussione nemmeno teoricamente. E la storia di Francesco ne è la prova. Il pensiero anarchico va fermato con ogni mezzo perchè già di per sé sinonimo di follia o almeno è così che deve essere percepito dall’opinione pubblica. Per questo ci hanno sempre fatto credere che agli anarchici piacesse suicidarsi.
Di TSO si muore, nel silenzio dei mezzi d’informazione, nell’omertà dei reparti ospedalieri, nell’indifferenza dello Stato, nella semincoscienza di farmaci somministrati con la forza. È successo a Giuseppe Casu, ambulante di Quartu Sant’Elena ricoverato il 15 giugno 2008 presso l’ospedale Santissima Trinità, legato e sedato per 6 giorni consecutivi, fino alla sua morte, sopraggiunta il 22 giugno per trombo embolia polmonare. È successo a Bologna a Edhmund Hiden che la mattina del 27 maggio 2007 si era recato volontario nel reparto psichiatrico del Maggiore di Bologna, probabilmente perchè depresso ed è morto la mattina seguente dopo aver chiesto di poter lasciare l’ospedale, sotto gli occhi della sorella, circondato da numerosi poliziotti. Vite spezzate o rovinate come quella di Sabatino Capatano e di tanti, troppi altri nemmeno troppo difficili da trovare basta digitare su google “trattamento sanitario obbligatorio” e le storie assurde sembrano infinite.
Enzo Spatuzzi nel Comunicato dell’AipsiMed sulla morte del prof Mastrogiovanni, ci dà un’idea di come può succedere tutto questo:
«I colleghi quando si laurearono in medicina e chirurgia pensavano che
“da grandi” avrebbero fatto i medici. I colleghi dopo la
specializzazione in psichiatria hanno affinato la loro preparazione
anche intima, effettuando complessi e complicati percorsi formativi
pensando che da grandi avrebbero fatto gli psichiatri. Nulla di tutto
questo. Sono stati sì assunti dall´azienda sanitaria locale, ma
arruolati con i compiti di psicopolizia, quella funzione che dai
manicomi in poi identifica ancora oggi la tipologia dell´intervento
psichiatrico in specie per le psicosi maggiori.
Di questo sono al corrente anche i tutori dell´ordine che ben
volentieri si fanno affiancare dagli psichiatri territoriali nella
“cattura” delle persone che appaiono di pubblico scandalo e demandano
solo agli psichiatri dei reparti psichiatrici la custodia di quelle
stesse persone e prima ancora che sia stata effettuata una diagnosi
precisa sulle loro vere condizioni clinico-psicopatologiche.
Non solo, ma quegli stessi psichiatri devono anche far passare nel più
breve tempo possibile lo stato psichico che potrebbe aver sotteso
condotte antisociali. E con che? Con gli psicofarmaci in primis, con il
controllo costante da parte di loro stessi e degli infermieri
collaboratori e, estrema ratio, con la contenzione.
Insomma gli psichiatri vanno in guerra all´attacco e non in difesa,
combattendo una battaglia che mai avrebbero voluto condividere e,
soprattutto, vanno in campo con armi giocattolo finendo per tradire
ogni giuramento di Ippocrate. Ma si può? …»
No, non si può.
Giada
ps: ai nomi delle vittime corrispondono link che oltre a dare informazioni si impegnano attivamente perché la verità venga accertata.
La madre di tutte le paure: Stefano Cucchi
novembre 6, 2009
Stefano Cucchi aveva 31 anni. Viene fermato la notte tra il 15 e il 16 ottobre al parco degli Acquedotti di Roma. Muore all’ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre, dopo 6 giorni di agonia, dopo essere passato per gli ambulatori del tribunale, del carcere di Regina Coeli e dell’ospedale Fatebenefratelli senza avere mai la possibilità di essere visitato dai parenti.
Alcune cose non si riescono a immaginare, si leggono sui giornali, ma sono parole che scorrono, perché probabilmente nella nostra vita non abbiamo mai vissuto e si spera mai vivremo situazioni simili. Eppure basterebbe poco anche solo per avvicinarci a sentire quel dolore che una morte assurda può provocare. Non serve a granché, solo a piangere da soli, in silenzio, perché questa cosa fa paura e fa paura davvero. La rabbia si scioglie per un dolore che da qualunque parte si guardi è il dolore più grande. Morire da soli, lentamente e con grande sofferenza e perdere un figlio. Non si riesce nemmeno a concepire. Probabilmente perché sappiamo che potremmo fare qualunque cosa, per proteggerlo, perché niente è più importante della vita di un figlio per un genitore. Penso ai miei genitori e sono sicura che se morissi loro morirebbero con me. Dentro morirebbero, rimpiangerebbero ogni minuto che non sono potuti stare con me, ogni “no” che mi hanno detto da quando sono nata, rimpiangerebbero quelle foto di quando ero piccola, che sono troppo poche, le volte che ho pianto perché non mi sentivo capita e tutto quello che non ho potuto fare. È solo vita quotidiana, che normalmente scorre, così che nessuna traccia possa diventare ferita. Ma se la vita si ferma, in un attimo si crea un baratro in cui tutto si fossilizza e perdonarsi diventa impossibile. Perdere un figlio da un giorno all’altro. I perché che rimbombano nel cervello, rivolti a Dio o a qualcuno lassù e rivolti alla giustizia. Quel presentimento, quel misto di ansia e incertezza alla notizia del suo ricovero che avevano cercato di scacciare pensando alla solita apprensione da genitori. E il ritrovarsi a combattere con loro stessi, i loro fantasmi interiori e con la giustizia e soprattutto con quel sistema penitenziario e di polizia che mai ha pagato per i suoi errori, per quel cancro che agisce tra il silenzio e l’omertà, nasconde i lividi e le ossa rotte, le urla e le lacrime.
Stefano è stato arrestato per 20 grammi d’erba e 2 di cocaina (pare), processato per direttissima, con la negazione degli arresti domiciliari, e condannato a morte. Si deve essere davvero coraggiosi per ammazzare di botte un ragazzo solo, indifeso, spaventato, disarmato e epilettico. E come lo spieghi a un genitore che suo figlio è morto così? Che lo Stato ha preso in custodia il suo corpo socialmente pericoloso, un corpo esile ma sano, compatibilmente con l’epilessia tenuta sotto controllo dai farmaci, e che l’ha restituito cadavere? Semplice, non gli si spiega proprio niente. Gli si dice «il pm ha autorizzato l’autopsia sul corpo di tuo figlio» se non è stupido, capisce che quel figlio rinchiuso in modo assurdo in carcere non c’è più. Quel figlio a cui aveva visto gli occhi neri e il volto gonfio il giorno del processo, quel figlio di cui aveva chiesto notizie per 5 giorni fuori dall’ospedale Pertini, sempre respinto senza nemmeno poter parlare con i medici, senza sapere perché fosse ricoverato e quale fosse il suo stato di salute. Dovrebbe essere un diritto per un genitore avere queste informazioni. Anzi dovrebbe essere un dovere dello Stato informare la famiglia in apprensione. Mancavano i permessi. Questi permessi non arrivavano e il quarto giorno finalmente fanno sapere ai genitori che non arrivavano perché erano loro che li dovevano andare a richiedere al giudice per farli poi ancora confermare al Regina Coeli.
E intanto Stefano moriva, da solo. Quanta paura avrà provato? Quanto avrà pianto, per la sofferenza delle sue ossa rotte, per l’umiliazione, per l’ingiustizia, al pensiero del cuore dei suoi genitori che si spezzava per causa sua? È morto lentamente e quello che più mi fa male è che ha avuto tutto il tempo per rendersi conto che stava morendo. Ha chiesto alla volontaria dell’ospedale di dire a sua sorella di prendersi cura del suo cane. Ma non ci credo che volesse morire. Era qualcun altro che ha voluto la sua morte o si è divertito per un po’ a sfogare la sua frustrazione su quel corpo esile. Se (e sottolineo se) ha rifiutato i ricoveri o il cibo è stato perché lo avevano annullato, svilito, svuotato come uomo. Secondo i referti medici dei vari ospedali e le testimonianze dei genitori, si deduce che sia stato picchiato per più giorni. Probabilmente il non poter reagire, il non potersi difendere mentre gli spezzavano la schiena, ha azzerato la sua dignità e la sua volontà. Eppure, nonostante l’apparente rifiuto di tutto, pare che abbia continuato a prendere le medicine per l’epilessia. Segno che non voleva morire, ma che aspettava che qualcuno lo salvasse. Magari che la sua mamma si prendesse cura di lui. Anche Federico Aldrovandi, mentre veniva massacrato a calci e manganellate chiamava sua mamma, prima che le ginocchia di un carabiniere gli facessero collassare i polmoni e poi fermare il cuore. Lo hanno detto alcuni testimoni che quella notte lo hanno sentito urlare. Doveva aver avuto tanta paura, una paura forte e irrazionale che ti fa invocare chi ti ha sempre protetto per quei 18 anni, ma che ora non può arrivare.
Nemmeno i genitori di Stefano sono potuti arrivare, ignari della gravità delle condizioni del figlio. Perché non hanno detto loro che stava morendo? Perché non li hanno avvertiti che le sue condizioni erano serie e lui si rifiutava di farsi curare e di mangiare? Perché dopo averlo ridotto in fin di vita non hanno nemmeno provato a salvarlo? Non ci hanno provato perché è con totale disinteresse che lo Stato si occupa della salute dei detenuti, perché credevano che non avesse una famiglia, ma che fosse uno dei tanti su cui non si fanno domande. Certo nessuno avrebbe mai immaginato che proprio questa volta i mezzi di informazione si interessassero della morte di un carcerato e si mettessero a guardare dentro le sbarre. E invece questo era proprio il momento propizio, ora che “le mele marce” cominciano ad essere identificate e messe sotto accusa: i carabinieri che ricattavano Marrazzo, le condanne per l’omicidio di Gabriele Sandri e di Federico. Condanne sicuramente ridicole rispetto all’atto commesso, che dovrebbe essere ancora più grave proprio perchè compiuto da uomini e donne (che spero non abbiano figli) in divisa: 6 anni per Spaccarotella, 3 anni e 6 mesi per Forlani, Segatto, Pontani e Pollastrini (che non solo non hanno fatto un giorno di carcere, ma continuano a lavorare in polizia, quindi ad essere pagati con i nostri soldi). Non che questo cambi le cose. Le pene sono ancora talmente esili e le conseguenze per i responsabili così irrisorie da dare di fatto a chi ha una divisa una vera e propria licenza di uccidere. Ma forse queste storie serviranno ugualmente. Serviranno a tutti quei genitori che vengono convinti a denunciare i propri figli in nome della giustizia e con la rassicurazione che verranno protetti, dalla droga o da chi li sfrutta. Servirà a convincere i familiari a fare di tutto per tirare fuori da quelle celle i loro cari, senza aspettare ingenuamente che venga pagato il loro debito con la giustizia, a pretendere di constatare di persona il loro stato di salute e a non fidarsi di nessuno, perché una volta chiusi lì dentro, di loro, non frega più niente a nessuno.
All’indomani della morte di Federico Heidi Giuliani scrisse a Patrizia Aldrovandi dicendole «scusa se non sono riuscita a salvare Federico», le stesse parole che oggi lei rivolge a Rita Cucchi «mi dispiace che non abbiamo impedito questo a Stefano». Dispiace anche a me. Mi dispiace di averne scritto troppo poco sul mio blog, mi dispiace che quello che ho scritto non abbia mai scalfito la coscienza di nessuno, mi dispiace di non essere riuscita a suscitare l’interesse su questi temi mentre riscuote un clamoroso successo il mio post “il principe azzurro”. Mi dispiace per tutte le volte che ho ricopiato gli indirizzi per scrivere a chi era in galera e poi mi sono bloccata perché non sapevo cosa dire, non sapevo come dirlo in modo da non giudicare nessuno.
Mi dispiace.
Eppure finora nessuno tra chi è stato a contatto con questi ragazzi nelle ultime ore della loro vita o rappresentante di quello Stato che ne ha provocato la morte ha avuto il coraggio di rivolgere queste semplici parole alle famiglie, distrutte dal dolore, o a noi, attoniti e spaventati per quello che succederà ancora non appena si spegneranno le telecamere.
Questo è il link del sito su Stefano Cucchi curato dalla coraggiosissima sorella Ilaria.
Giada


