..::LE NUVOLE::..

Aprile 28, 2008

Corsica

Vanno

vengono

ogni tanto si fermano

e quando si fermano

sono nere come il corvo

sembra che ti guardano con malocchio.

Certe volte sono bianche

e corrono

e prendono la forma dell’airone

o della pecora

o di qualche altra bestia

ma questo lo vedono meglio i bambini

che giocano a corrergli dietro per tanti metri.

Certe volte ti avvisano con rumore

prima di arrivare

e la terra si trema

e gli animali si stanno zitti

certe volte ti avvisano con rumore.

Vanno

vengono

ritornano

e magari si fermano tanti giorni

che non vedi più il sole e le stelle

e ti sembra di non conoscere più

il posto dove stai.

Vanno

vengono

per una vera

mille sono finte

e si mettono li tra noi e il cielo

per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.

Fabrizio De André

C’è chi non prova niente, nemmeno la felicità, nemmeno e sopratutto nelle cose semplici: una canzone che non sentivi da una vita; una foto “vera”, stampata che ti ricorda d’un tratto come eri, cosa sognavi, chi amavi; una lettera dimenticata in qualche libro o quaderno, mai consegnata ovviamente…

C’è chi non ha gli amici che ho io, specialmente uno in questo momento, che ogni tanto mi tira fuori dal mio labirinto mentale…

C’è chi non ha posti dove scappare o in cui rifugiarsi per sentirsi al sicuro…

C’è chi non ha internet! ed è costretto a vedere solo se stesso…

C’è chi non è mai stato innamorato…

C’è chi non è mai cambiato, prende ancora la birra tutti i sabati sera nello stesso pub (che non gli ha mai fatto nemmeno un euro di sconto) e non sogna nient’altro…

C’è chi non riesce mai a piangere e si tiene sempre tutto dentro…

C’è chi non si è mai sentito amato…

C’è chi ha perso tante occasioni per essere felice…

C’è chi ha fatto stare male gli altri e ora non può tornare indietro…

C’è chi non ha mai pianto per aver riso troppo…

C’è chi non si ricorda mai i sogni…

C’è chi non sogna ad occhi aperti e non sa colorarsi la vita…

C’è chi non sa dire “ti voglio bene”…

C’è chi non ha mai provato la gioia di prendersi cura di qualcuno…

C’è chi ha votato Berlusconi…

C’è chi non è mai stato al concerto del primo maggio a Roma…

C’è chi non ha mai sentito la soddisfazione di saper fare qualcosa e di farla bene…

C’è chi non mette passione in niente…

C’è chi non è mai uscito dall’Italia…

C’è chi ha sempre visto un’unica strada davanti a sè…

C’è chi sta male per cose molto più gravi…

…………….forse nel mio star male sono anche fortunata…………

Giada

Qualcuno era comunista…

Aprile 15, 2008

Per tutti quelli che credono che i comunisti mangiano i bambini e che non hanno conosciuto mio nonno….

“Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.

Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà, … La mamma no.

Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.

Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.

Qualcuno era comunista perché aveva avuto un’educazione troppo cattolica.

Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche: lo esigevano tutti.

Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.

Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.

Qualcuno era comunista perché prima (prima, prima…) era fascista.

Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano…

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona

Qualcuno era comunista perché era ricco, ma amava il popolo…

Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.

Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.

Qualcuno era comunista perché era così affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.

Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.

Qualcuno era comunista perché la rivoluzione?… oggi, no. Domani, forse. Ma dopodomani, sicuramente!

Qualcuno era comunista perché… “la borghesia il proletariato la lotta di classe, cazzo!”…

Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.

Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI3.

Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.

Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare TUTTO!

Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini…

Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo Secondo Lenin.

Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sè la classe operaia.

Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.

Qualcuno era comunista perché c’era il Grande Partito Comunista.

Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il Grande Partito Comunista.

Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.

Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggiore partito socialista d’Europa!

Qualcuno era comunista perché lo Stato, peggio che da noi, solo l’Uganda…

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.

Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera!…

Qualcuno era comunista perché chi era contro, era comunista!

Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia!

Qualcuno, qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.

Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di una morale diversa.

Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno. 
Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso: era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana, e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita.

No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.

E ora?
 Anche ora ci si sente in due: da una parte l’uomo inserito, che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana, e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo. Perché ormai il sogno si è rattrappito.
 Due miserie in un corpo solo”.

Giorgio Gaber

Quello che ho scritto oggi durante la lezione di comunicazione multimediale…

Mi ricordo quando stavo a lezione e non seguivo niente perchè pensavo a te, a come ti avevo lasciato a casa che dormivi nel nostro letto, in quella camera che era nostra ma che aveva anche un sacco di cose che appartenevano alle nostre vite precenti, alle quali ci avvicinavamo con un po’ di imbarazzo. Era strano condividere tutto da subito. Strano e bellissimo. Ripenso a come è iniziata. Una cosa che sembrava facile e che non lo era per niente. Una cosa che forse ha fatto star male qualcuno o che comunque sembrava stonare un po’ a tutti tranne che a noi, che vivevamo in una camera sospesa chissà dove, ad ascoltare dischi in vinile e a fare frittelle alle 3 di notte.

Sono a lezione. Pensavo di appuntarmi solo una frase e invece non riesco più a smettere. Un pensiero ne richiama subito un altro. Mi piace scrivere e mi piace la semplicità con cui affiorano alla mente i ricordi che avevo un po’ sepolto, nella quotidianità che non vuole più idealizzazioni. Scrivere al computer non è la stessa cosa, almeno non ancora. Con lo sguardo torno sempre all’ultima frase scritta e il flusso di pensieri si interrompe in continuazione. E’ tutto meno fluido, meno naturale.

Ho convissuto con la paura di perderti e ora convivo con la paura che tu non sia un bene per me. La paura che ti possa mancare qualcuno da un momento all’altro ti insegna tanto, ed è vero, come ha detto qualcuno, che ti insegna cos’è la bellezza. La paura di perdermi che hai ora ti potrà essere utile anche nel tuo lavoro, nel distinguere quell’attimo perfetto che vuole essere immortalato, diverso da ogni altro istante. Non dovresti cercare di rendere troppo automatico quello che fai. Una foto non è un fatto, o una cosa che succede, sei te, quello che per te è bello.

Ora che non sto più male mi sembra che questo stato d’animo sia un dato di fatto con cui dovrò convivere per sempre. Certe cose non si dimenticano, lasciano segni, se non più nella mente, nel corpo. Ho sempre la sensazione che chiunque mi possa leggere in viso quello che mi è successo. Se dovessi seguire quello che sento mi chiuderei da qualche parte senza incontrare nessuno. Dovrei sistemare i miei pensieri per capire quello che provo. Ma ormai non è più questione di quello che provo, si tratta di quello che devo-posso fare o non fare. I miei sentimenti non mi possono proteggere e ormai non mi possono più fare stare meglio. Mi sento sola. Perchè devo fare da sola un lavoro enorme che alla fine è quello di ricostruirmi ma anche di giustificarmi e di dirmi che non è colpa mia. Ma io mi sento in colpa nei confronti di me stessa. C’è una parte di me che si sente in colpa per aver illuso la me stessa più ingenua, sognatrice, insomma l’unica cosa bella di me. Avrei potuto fare di più per rendere vera la favola? Oppure non si devono vivere le favole? Forse non stavo sognando niente, volevo solo stabilità. Forse non ti rendevo libero ma ti schiacciavo e ti impedivo di andare dove volevi veramente per paura di perderti.

Mi sembra di non riuscire a comportarmi bene con nessuno in questo momento: i miei amici, la mia famiglia, me stessa. A volte ho un senso di stanchezza così forte che non riesco a rispondere nemmeno ad un messaggio. C’è chi sa e chi non sa e non mi sento bene con nessuna delle due categorie. Con chi sa, mi vergogno perchè vorrei dimostrare che sono forte, che posso affrontare tutto e non perdere la mia identità. Ho paura di deludere i miei amici che mi sono stati tanto vicino: mi hanno detto o scritto parole dolcissime, mi hanno portato a cena fuori, hanno guardato con me film noiosissimi anche per non lasciarmi sola e non hanno mai giudicato né me né la mia storia. Chi non sa niente mi chiede se non sia difficile per me vivere una storia a distanza e mi fa battute su eventuali scappatelle che sarebbero solo questione di “necessità”. E io mi rendo conto che non so più niente. Non posso sorridere e prenderli in giro per la loro visione limitata e asfissiante dell’amore. Non posso dire “noi siamo diversi, noi siamo speciali”. Chi mi crederebbe?”

Giada

Basquiat

Io volevo essere Tarzan per conquistare Marinella che è bellissima. Io volevo essere Tarzan e invece sono un coniglio con una recchia arrugginita. Anche la maschera di Zorro mi poteva andare bene. Anche con quella da pirata nero avrei conquistato l’amore di Marinella che si è vestita da ballerina.

Ero più contento se pure io mi vestivo da ballerina. Anche se tutti gli altri compagni di classe vestiti da Zorro e da Pirata, da Tarzan e da tutte le altre maschere mi dicevano che ero vestito da frocio… io preferivo che ero frocio. Meglio frocio che coniglio.

Per questo che io non ci volevo andare alla festa di carnevale in parrocchia. Ma però mia nonna mi ci ha portato per forza. Si è messa le scarpe e le calze grosse della farmacia e mi ha portato in questa festa della chiesa. Mia nonna era vestita da vecchia e in mezzo a noi sembrava vestita da carnevale. Vestita con la maschera da vecchia.

E in parrocchia ci sta pure Pancotti Maurizio che è il bambino più deficiente della scuola. Si mangia la terra e c’ha i denti sporchi. E’ un deficiente mondiale. E lui si è vestito da mago. E la madre gli ha comprato questa maschera accessoriata con tutte le magie da mago, con le carte magiche che Pancotti Maurizio ti dice “scegli una carta” e poi indovina la carta. Con il cappello a cilindro che Pancotti Maurizio ci tira fuori un piccione finto e rinsecchito. Con la bacchetta magica che diventa un mazzo di fiori e Pancotti Maurizio li regala a Marinella e io gli spacco la faccia a Pancotti Maurizio se ci prova a farla innamorare di lui. E il prete quando mi vede arrivare col vestito da coniglio gli dice a Pancotti Maurizio che “l’hai tirato fuori tu dal cilindro questo coniglietto?” e tutti ridono.

E pure il prete è un deficiente.

E io me ne vado in sacrestia a schiacciare gli insetti. E io pure sono capace a mangiarmi la terra. Ma io sono capace a mangiarmi anche le formiche, le mosche e i ragni. Mi metto seduto in mezzo ai santi e alle madonne che il prete ha ammucchiato in sacrestia perché non c’entrano tutti quanti nella chiesa. E ogni tanto gli fa fare il cambio giocatori. Mette sant’Antonio col diavolo che lo tenta e leva san Giorgio che ammazza il drago. Mette san Francesco che parla col lupo e leva san Rocco che parla col cane. Leva qualche santo e lo manda in vacanza in sacrestia.

Io mi guardo questi pupazzi e non ci credo che sono santi. Mi sembrano preti giganteschi mascherati da santi di carnevale con l’aureola di fil di ferro. L’aureola finta come il filo di ferro che sta dentro alla recchia mia di coniglio. E in mezzo a tutto questo squadrone di celebrità della chiesa mi compare Marinella vestita da ballerina. Marinella che pure lei sembra una santa anche se è più piccola delle statue. Marinella è una madonna tascabile. Marinella mi viene vicino e mi dice “non ce la faccio più a sopportare Pancotti  Maurizio che fa le magie” e io gli dico che “Pancotti Maurizio è il bambino più deficiente del secolo!” e lei si mette a ridere. Allora io continuo e gli dico che “prendiamo Pancotti Maurizio e lo spediamo con un razzo spaziale come la cagna Laica che i russi hanno spedito nello spazio. Pancotti Maurizo finisce nel pianeta dei deficienti, ma lui è così deficiente che pure i deficienti spaziali lo prendono per deficiente e lo mettono a fare il pagliaccio nel circo spaziale. E vanno tutti al circo a vedere Pancotti Maurizio, ma nessuno vuole pagare il biglietto perché dicono che noi siamo deficienti, ma non così deficienti da pagare il biglietto per vedere quel deficiente di Pancotti Maurizio. E tutti entrano gratis. e alla fine dello spettacolo i deficienti si sentono come se sono diventati tutti professori perché in confronto a quel deficiente di Pancotti Maurizio loro sono dei geni. E allora gli  abitanti del  pianeta deficiente si danno il premio nobel uno con l’altro. Il sindaco dà il premio nobel di elettricismo all’elettricista, e poi  l’elettricista dà il premio nobel di falegnamismo al falegname, e poi il falegname dà il premio nobel di pescivedolismo al pescivendolo, e poi…” e poi basta.  Non dico nient’altro perché Marinella ride come certi animali che gli cresce un osso nel cervello e diventano pazzi. E io penso che se ride per altri cinque secondi gli scoppia la faccia.

Penso che fino adesso ho fatto il bambino comico, ma le bambine non amano i bambini comici anche se le fanno ridere. Le bambine amano gli eroi. Così decido che faccio un gesto eroico. Prendo un ragno e me lo mangio vivo mentre la guardo negli occhi. E lei si innamora istantaneamente. Adesso posso fargli tutto quello che voglio. Posso pure ruttare come un drago e leccargli la faccia che lei è completamente ipnotizzata da me. Ma lei mi precede e prima che io apro bocca infila la sua mano perfetta in un buco dove ci sta una tela di ragno zozza di polvere. Pure lei vuole essere un eroe, come me, vuole essere all’altezza della situazione. Tira fuori la mano da quel buco zelloso e se la mette in bocca e dice che “anche io mi sono mangiata un ragno!”.

Ma invece non è vero. Lei dice che se l’è mangiato, ma io lo so che è una bugia. E glielo dico incazzato che “è una bugia. non è vero che te lo sei mangiato. hai fatto solo la mossa di metterlo in bocca , ma non te lo sei mangiato. E’ una bugia. Se è vero che te lo sei mangiato dimmi che sapore c’aveva. Io me li mangio i ragni, , me li mangio davvero e lo conosce il sapore . Ma tu non lo sai perché non te lo sei mangiato. E non lo saprai mai perché non c’hai il coraggio. Hai fatto per finta. Bugiarda!”. e lei rimane con la faccia immobile perché ho smascherato il suo trucco meschino. Così mi alzo di corsa e vado a cercare un ragno, lo strappo da una ragnatela e gli dico “mangiati questo! fammi vedere che te lo mangi”.

Marinella prende il ragno vivo per una zampa e manco lo guarda, perché mi sta a guardare a me. Mi guarda negli occhi con la faccia impunita come se sono io il ragno che tiene appeso per una zampa. E io dico che mai più nella storia si ripeterà che una mano così perfetta e pulita stringe la zampa di un ragno tanto sporco e peloso. Marinella apre la bocca e stringe i denti su quel ragno. Stringe i denti senza chiudere le labbra, per farmela vedere in diretta la morte del ragno stritolato. E quando ripenso a ’sto fatto mi pare di risentire la crosta del ragno che scrocchia tra i denti di Marinella.

Si ingoia quella carcassa tritata e io sono felice perché adesso anche Marinella è un eroe. Adesso io e lei siamo come Batman e la donna-gatto, siamo due robot atomici indistruttibili. Due bambini bionici.  Poi mi accorgo che lei non ha più smesso di guardarmi dal momento in cui ho denunciato la sua truffa. Adesso sta ferma con gli occhi sbarrati , ma non è più ipnotizzata d’amore per me. Ha incominciato a guardarmi come mi guarda mia nonna quando sta per menarmi… ma poi non mi mena perché gli faccio pena. Mi dice che “potevamo stare insieme per sempre , e invece tu hai fatto a pezzi il nostro amore. Io ti avrei amato fino alla morte. Ci avrei fatto i figli con te e li avrei cresciuti pure nella povertà. Sarei invecchiata accanto a te spartendo ogni cosa, mezza pizza bianca ciascuno, mezzo cremino Algida, mezzo bicchiere di latte macchiato. Ti avrei ricordato di prendere le medicine e ti avrei pure baciato sulla bocca davanti a tutti. E’ vero che era una bugia. E’ vero che non me lo ero mangiato il ragno, ma tu perché non mi hai creduto? Era davvero così importante che mangiavo quella bestia pelosa? Tu dovevi credermi pure se non era vero, tu dovevi credere a me. Credere in me. E io ti avrei scelto per sempre. Invece adesso non lo so più se ti scelgo… Pancotti Maurizio ci avrebbe creduto. Ci avrebbe creduto perché è un deficiente.

I deficienti credono a tutto.”

Ascanio Celestini

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Sono i gioielli della mia vita. Quelli che ricordo con più affetto, che mi sono entrati dentro, sono ormai cose a cui non potrei più rinunciare. Il cuore di Mathilde che pulsa nella mano di Menech (una lunga domenica di passioni), i sogni liberi di sconfinare nella realtà (l’arte del sogno), la lotta contro la propria mente per difendere un amore (se mi lasci ti cancello), il racconto della vita come una favola meravigliosa (big fish), la rabbia per un ragazzo che viene ucciso nel silenzo, in un’ Italia che vuole dimenticare la mafia e in quel giorno commemora solo Aldo Moro (i 100 passi), il dubbio tra il bene e il male, tra l’amore e la violenza, tra la vita e il coma (parla con lei), la consolazione di un affetto involontario e inspiegabile che non vuole niente in cambio, solo sentirsi meno solo (le vite degli altri), quel dolore talmente assoluto che sembra che ti fermi il cuore (tutto su mia madre), il desiderio di vendetta che ti svuota dalla rabbia e che puoi permetterti di provare perchè è solo un film (dogville), la semplice quotidianità della guerra e della povertà (Roma città aperta), la dolcezza di chi nasconde la sofferenza in una ingenuità da bambina (colazione da Tiffany), una storia d’amore che è semplicemente unica nella sua normalità e la difficoltà a rinunciare a quella normalità (io e Annie), la stupidità esilarante (la cena dei cretini), Humphrey Bogart che insegna a vivere come in Casablanca anche ai più imbranati (provaci ancora Sam), una colonna sonora che smuove l’anima (lezioni di piano), la perfezione dei bambini (essere e avere), un abbraccio bellissimo e inteso tra follia e amore (prendimi l’anima), la comicità nelle cose di tutti i giorni (febbre a 90, about a boy), il confine tra ciò che è giusto o sbagliato in vite lontane che in fondo sono anche le nostre (fa’ la cosa giusta ), l’olocausto che diventa un tenero racconto ( train de vie), la presa di coscienza di aver buttato via la tua vita per una cosa stupida (la 25° ora), la voglia di spaccare il mondo (lavorare con lentezza) ecc… ecc… ecc…

Non è solo intrattenimento, non è solo alleggerire una giornata faticosa, distrarsi, i film possono insegnare a vivere, possono e devono farci anche piangere, incazzare, odiare. Anche l’amore, non ha sempre il solito colore delle storie per gli adolescenti di oggi, che comunque sono molto più intelligenti di quanto questi filmetti vorrebbero rappresentare. Alcuni cercano solo di farsi rassicurare dai film con il lieto fine, con la storia d’amore che arriva al “ti amerò per sempre”. Io vado a momenti: a volte ho voglia di sentire che la magia esiste, a volte ho voglia di pensare, di capire il mondo dal punto di vista soggettivo di chi vive cose che mi sembrano incomprensibili, a volte ho voglia di leggerezza, a volte ho voglia di ridere, di aver paura, di svuotarmi, di vedere semplicemente un bel film, o di farlo vedere a qualcuno…

http://giadinskj.wordpress.com/film/

questa è la mia lista, eternamente incompleta!

Giada