Mi piace capire gli altri, senza bisogno di parole o spiegazioni. Forse è l’unico modo in cui mi posso sentire vicino a qualcuno. Eppure a volte questo mi fa sentire stupida. Perché non si può mai essere sicuri che l’istinto o il sesto senso siano infallibili, non si puoi mai essere certi del tutto che chi hai vicino sia esattamente la persona che credevi e se non lo fosse sarebbe una delusione immensa. Finora non credo di essermi mai sbagliata. Le volte che sono stata ferita, in fondo, non è stata una sorpresa e credo comunque che sia stato giusto provarci. A volte capire gli altri mi porta a sacrificare me stessa, perchè non sono in grado di porre condizioni e di obbligare qualcuno a scegliere. Io spero sempre che i desideri degli altri coincidano con i miei, perché solo quando è così si può essere veramente felici. Quando non è così tendo sempre a credere che la felicità degli altri valga più della mia. Ma non lo faccio apposta. Non riesco a fare diversamente, perché fondamentalmente non credo che comportarmi in un altro modo mi possa far sentire meglio. Vorrei solo che fosse facile anche per gli altri leggermi dentro. Sapere quello di cui ho bisogno e farmi stare bene, perchè in fondo non ci vuole molto. Sarebbe bello sentirsi dire “si è così, è questo quello che sento“.

E se mi sbagliassi, e se tutto questo volesse dire che ho sempre sbagliato? Sarei capace di accettarlo? Me lo chiedo da tanto tempo e credo che mi risponderei, come al solito, che l’ho sempre saputo. In fondo cado sempre in piedi, perché altrimenti impazzirei. Non lo so perchè a Firenze mi sembra tutto più facile. Forse perchè qui tutti si aspettano troppo da me, pensano che io sia un’altra persona o forse perchè ho degli amici lì che anche se conosco da poco mi capiscono e mi fanno stare bene. Mi sembra un buon punto da cui ripartire, non per abbandonare qualcosa del mio passato ma per guardare a quello che posso costruire ora, da sola o con qualcun altro.

Giada 

Multisala, anti-cinema!

Dicembre 28, 2007

images2.jpegIl cinema non è un posto con enormi sale d’aspetto dove ad ogni angolo cercano di venderti stupidi gadget, dove le locandine sono grandi quanto un foglio di carta, dove puoi scegliere tra 15 misure di pop corn, dove le poltrone sono numerate e dove non puoi metterti a sedere dove ti pare perchè un’inutile signorina controlla che tu ti metta al tuo posto. Che tristezza il multisala! Sale inversamente proporzionali alla bellezza del film: più è stupido, più la sala sarà grande e, non si sa come, affollata; mezzora di pubblicità prima dell’inizio del film, vietata per sempre la possibilità di rivedere l’inizio del film se arrivi 5 minuti dopo e comunque la scelta artistica è sempre pessima. E poi com’è possibile che ci sia sempre la fila e che rischi di non poter vedere il film perchè i posti finiscono?! Ma perchè questo non è mai successo prima e non succede in nessun cinema se non al multisala?Volevo portare mia mamma al cinema, una delle uniche sere che non lavorava, film del cavolo ovviamente, perchè non c’era scelta e ci dicono che avremmo dovuto prenotare… Prenotare per cosa? Per andare a vedere Roberto Bolle alla scala di Milano, per uno spettacolo di Dario Fo, per un concerto dei Pink Floyd? No, per vedere il film di merda di Leonardo Pieraccioni. Perchè le persone non riescono a dare il giusto peso alle cose? Anche volendo non si poteva vedere niente di meglio in nessuna delle 7 sale tra: Natale in crociera, Mia moglie è bellissima, Bee movie, La bussola d’oro, Il mistero delle pagine perdute. E dov’è La promessa dell’assassino di Cronemberg, Leoni per agnelli, L’assassino di Jasse James, Irina Palm o anche L’amore ai tempi del colera? Da sottolineare anche il fatto che a Grosseto non c’è nessun altro cinema. Hanno tutti chiuso non appena ha aperto il multisala, non perchè siano andati falliti, ma perchè hanno pensato che ci sarebbero andati. Bastardi! C’ho passato l’infanzia e l’adolescenza in quei cinema, potevano aspettare e vedere come andavano le cose.Non mi sarei innamorata del cinema da piccola se ci fosse stato il multisala. Si poteva fare su e giù dieci volte prima di scegliere tra platea e galleria. C’è stato il periodo in cui vedere tutto dall’alto dava la sensazione di onnipotenza come quando ho visto Robin Hood, o quello in cui era bello mettersi nelle prime file per potere vedere il più vicino possibile Leonardo di Caprio in Romeo + Giulietta o La stanza di Marvin. Si poteva andare al cinema alle 6 di pomeriggio a vedere Giovani streghe perchè ci si annoiava a passeggiare in centro, oppure diventava un buon motivo per vedere Nirvana il fatto di essermi messa delle scarpe col tacco che mi facevano male…Aveva senso vedere anche film che non erano propriamente capolavori perchè era bello andare al cinema, non come ora che ti innervosisci da quando entri e esci che sembra che faccia tutto schifo. Oppure fa tutto schifo davvero e la maggior parte dei film non ti lascia quello che ti lasciava prima. Oppure ora il cinema costa davvero troppo e ci si aspetta qualcosa di meglio, almeno che ti regalino l’album di figurine quando esci come succedeva quando andavi a vedere La sirenetta o La bella e la bestia! Alcuni cinema ancora belli ci sono però, quelli che sei sicuro che quando danno un film è bello per forza! Speriamo che le persone idiote non li facciano morire.

Giada

Piccolo, dolce Charlot…

Dicembre 26, 2007

vita da cani

30 anni fa, il 25 dicembre del 1977 moriva un genio, un attore incredibile che ha creato uno dei personaggi più belli e puri del cinema, Charlie Chaplin. Charlot mi rimarrà sempre nel cuore per tanti motivi, magari con l’immagine di quel poster di “Vita da Cani” dove è seduto su uno scalino insieme al cucciolo bianco che è attaccato davanti al mio letto. Il suo sorriso triste, gli occhi dolci e malinconici, la sua irresistibile ingenuità, l’essere fondamentalmente un eterno bambino che non smetterà mai di ispirare tenerezza. E questo personaggio, così perfetto nelle sue forme di vagabondo delicato, nel suo bianco e nero, è riuscito a rappresentare la sociotà nelle sue contraddizioni e nella sua malvagità.

Attraverso i suoi occhi abbiamo visto un mondo freddo, menefreghista, dove gli emarginati sono gli unici capaci di veri e buoni sentimenti. Charlot ha un’anima pura, non corrotta dalla falsità e dalla supericialità del mondo. In “Tempi Moderni” fotografa una società industriale che è ancora la nostra. Sembrano tutte cose scontate e banali, ma siamo ai primi decenni del secolo (ormai scorso) e il fatto che in tutti questi anni sia cambiato poco o niente dimostra che forse tanto scontate e banali non erano. Charlot forse sembra sciocco, nei suoi movimenti e nella sua  raffinatezza fuori luogo, ma non piega la testa. Al contrario di tutti gli altri uomini lui non si omologa alla massa, né nel lavoro, né nelle idee, come nel “Grande dittatore“. Forse è facile prendere in giro Hitler quando si è dall’altra parte dell’oceano, resta però il fatto che l’ha fatto solo lui. Questo dimostra che il mondo sapeva ed ha sempre saputo cos’era la dittatura e cos’era il fascismo. Charlie racconta tutto con una delicatezza poetica, che fa sorridere e commuovere.

Mi dispiace, ma io non voglio fare l’Imperatore, non è il mio mestiere. Non voglio governare, né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti se possibile: ebrei, ariani, neri o bianchi.

Noi tutti vogliamo aiutarci vicendevolmente. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere della reciproca felicità, ma non della reciproca infelicità. Non vogliamo odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti, la natura è ricca ed è sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha chiuso il mondo dietro una barricata di odio, ci ha fatto marciare, col passo dell’oca, verso l’infelicità e lo spargimento di sangue.

Abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi in noi stessi. Le macchine che danno l’abbondanza ci hanno dato povertà, la scienza ci ha trasformato in cinici, l’abilità ci ha resi duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d’intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.

L’aviazione e la radio hanno ravvicinato le genti: la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell’uomo, reclama la fratellanza universale, l’unione dell’umanità. La mia voce raggiunge milioni di persone in ogni parte del mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che costringe l’uomo a torturare e imprigionare gente innocente.

A quanti possono udirmi io dico: non disperate. L’infelicità che ci ha colpito non è che un effetto dell’ingordigia umana: l’amarezza di coloro che temono le vie del progresso umano. L’odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno strappato al mondo ritornerà al popolo. Qualunque mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.

Soldati! Non consegnatevi a questi bruti che vi disprezzano, che vi riducono in schiavitù, che irreggimentano la vostra vita, vi dicono quello che dovete fare, quello che dovete pensare e sentire! Non vi consegnate a questa gente senz’anima, uomini-macchina, con una macchina al posto del cervello e una macchina al posto del cuore!

Voi non siete delle macchine! Siete degli uomini! Con in cuore l’amore per l’umanità! Non odiate! Sono quelli che non hanno l’amore per gli altri che lo fanno.

Soldati! Non combattete per la schiavitù! Battetevi per la libertà! Nel diciassettesimo capitolo di san Luca sta scritto che il regno di Dio è nel cuore degli uomini.

Non di un solo uomo, non di un gruppo di uomini, ma di tutti voi. Voi, il popolo, avete il potere di creare le macchine, di creare la felicità, voi avete la forza di fare che la vita sia una splendida avventura. Quindi in nome della democrazia, usiamo questa forza, uniamoci tutti e combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore, che dia agli uomini la possibilità di lavorare, ai giovani un futuro, ai vecchi la sicurezza.

Promettendo queste cose i bruti sono saliti al potere. Mentivano: non hanno mantenuto quella promessa e mai lo faranno. I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo, allora combattiamo per quelle promesse, combattiamo per liberare il mondo eliminando confini e barriere, l’avidità, l’odio e l’intolleranza, combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere.

Soldati uniamoci in nome della democrazia!

Hannah, puoi sentirmi? Dovunque tu sia abbi fiducia, guarda il cielo.

Hannah! le nuvole si disperdono, comincia a splendere il sole. Poi usciremo dall’oscurità verso la luce, vivremo in un mondo nuovo, in cui gli uomini si solleveranno al di sopra della loro avidità, del loro odio e della loro brutalità..

Guarda il cielo, Hannah! L’animo umano troverà le sue ali e finalmente comincerà a volare sull’arcobaleno.

Guarda il cielo, Hannah! Guarda il cielo!”

Charlie Chaplin “Il Grande Dittatore“, 1940.

Il segretario se ne va dal presidente. “Oggi comincia lo sciopero”, dice. “Nessuno è indispensabile”, risponde il presidente, “chi sciopera? I fornai? Non si vive di solo pane. Mangeremo brioche, come diceva Maria Antonietta. Scioperano i medici? Ci prendiamo ’na mela, ché una mela al giorno toglie il medico di torno. Scioperano i giornalisti? In Italia i giornalisti veri saranno tre… Se si fermano non se ne accorge nessuno. Vorrà dire che salterà una puntata di Report e un paio di articoli sui giornali. Nessuno è indispensabile. Scioperano i teatranti? Ma perché… esiste ancora il teatro? Scioperano i calciatori? Se ne accorgono tutti, ma per una domenica può saltare pure il campionato. I calciatori se ne vanno al mare con le veline. I tifosi faranno a botte gratis da qualche altra parte. Torneranno a casa coi lividi, ma almeno avranno risparmiato i soldi dei bel biglietto. Nessuno è indispensabile”.

 

“Signor presidente”, dice il segretario, “oggi comincia lo sciopero dei filosofi”.

All’inizio nessuno se ne accorge. Come se scioperassero le pulci sui cani o le carie nella bocca. Poi i filosofi incrociano le braccia davanti ai libri nelle biblioteche e nelle librerie, nelle scuole e nelle università. Incrociano le braccia davanti al pensiero. Senza i filosofi non si può pensare. Gli operai di Torino al funerale dei loro compagni non riescono a capire. Se ne vanno dai filosofi, da Carlo Marx, gli chiedono: “Perché ’sti cinque so’ morti? Perché lavoriamo otto ore al giorno e non bastano e ce ne vogliono altre quattro per portare a casa lo stipendio?”.

Marx gli potrebbe dire che c’è stato un tempo in cui il lavoratore se ne andava al bosco che era di tutti, a prendere un pezzo di legno che diventava il suo, per lavorarlo con gli strumenti che erano suoi, per farci una sedia che era la sua, per venderla a un prezzo che faceva lui ed era un prezzo giusto. Adesso l’operaio va in una fabbrica che non è la sua, lavora con macchine che non può comprare, costruisce qualcosa che non gli appartiene e spesso non sa manco cos’è. “Questa è l’alienazione”, gli direbbe Marx. Che non è una specie di tristezza come nei film degli anni sessanta, ma un trucco del mercato per arricchire i padroni. Gli direbbe che il loro presidente del consiglio era il presidente dell’Iri ai tempi in cui la Thyssen Krupp è venuta a fare la spesa in Italia, ai tempi in cui il governo si svendeva le fabbriche. Che si sono comprati la loro acciaieria per chiuderla, come il proprietario di una macelleria compra la macelleria di fronte alla sua solo per azzerare la concorrenza. Ma non glielo dice perché oggi è il giorno in cui scioperano i filosofi.

In Chiesa a metà della messa comincia lo sciopero. Il prete alza l’ostia e il calice e rimane con le braccia per aria. Pensa: “Che ci devo fare co’ ’sto pane e co’ ’sto vino?” Pure i cristiani non lo sanno e vanno tutti dal Papa. Quello gli dice “credete e basta!”, ma non lo sa il perché. Perché pure il papa ha bisogno dei filosofi. Pure lui senza il pensiero brancola nel buio della fede. Allora se ne va da Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino, ma pure da Socrate e i presocratici, da Hegel e Benedetto Croce. Loro glielo potrebbero spiegare che Dio non entra in un pezzo di pane come un manzo in una scatoletta di simmenthal. Potrebbero dirgli che “la fede è una scelta”, ma non lo fanno perché oggi è il giorno in cui scioperano i filosofi.

E pure il fornaio che fa i conti con la matita sulla carta del pane non è più capace di fare due più due perché la filosofia è anche pensiero matematico. E la gente per strada vede il sole che si muove nel cielo e non sa come fermarlo. E i filosofi glielo potrebbero dire che “non si può fermare perché il sole è già fermo!”, ma non lo fanno perché oggi è il giorno in cui scioperano i filosofi.

Allora il presidente col segretario se ne va dai filosofi. “Che volete per fermare questo sciopero?”, chiede.

“Vogliamo tutto, lo vogliamo subito e lo vogliamo per tutti”.

E il presidente non glielo può negare. Il giorno dopo finisce lo sciopero. Lo sciopero dei filosofi, ma non quello dei fornai. “Vabbé, nessuno è indispensabile. Non si vive di solo pane”. E dopo comincia lo sciopero dei medici e ci mangeremo ’na mela. Poi scioperano i trasportatori e in Italia finisce la benzina nei distributori. “Non importa, per un giorno ce ne andremo a piedi!”. Straordinario sarebbe quel paese nel quale i filosofi fossero considerati una categoria indispensabile.

Ascanio Celestini

 

L’Italia oggi si sente molto orgogliosa per l’approvazione della moratoria contro la pena di morte da parte dell’Onu. Una risoluzione che, forse qualcuno si è dimenticato di dire, non cambierà un accidente di niente perchè non obbligherà nessuno stato ad abolire la pena di morte. Diciamo che per ora 104 membri dell’assemblea generale su 187 si sono messi d’accordo sul fatto che uccidere è sbagliato. E’ già un passo avanti! Ma nell’Italia che ora si sente la paladina della rieducazione morale del mondo, la pena di morte è sempre esistita ed esiste. Esisteva al tempo delle stragi di stato, esisteva quando veniva trovato casualmente morto qualche personaggio scomodo, e esiste oggi quando qualcuno si sente legittimato ad ucciderti dentro un carcere, ad un posto di blocco o ad una manifestazione. Forse non tutti sanno che in Italia c’è la pena di morte se sei un tossicodipendente rinchiuso nel carcere di Livorno, come è successo a Marcello Lonzi morto l’ 11 luglio del 2003 a 29 anni, per una “morte naturale” che miracolosamente gli ha spaccato la testa e fratturato diverse costole. Oppure se torni a casa da solo verso le 6 di mattina dopo essere stato ad una festa ed aver assunto sostanze stupefacenti. Anche in questo caso potresti essere legittimamente giustiziato a colpi di manganello e comprimendoti il torace per diversi minuti fino a farti morire soffocato, come è successo a Federico Aldrovandi, 18 anni, morto il 25 settembre 2005 a Ravenna. Oppure la pena di morte è ancora in vigore per possesso di piantine di marijuana, l’ultimo caso in ordine di tempo è quello di Aldo Bianzino morto il 12 ottobre 2007 a 44 anni nel carcere delle Capanne vicino Perugia, la cui autopsia ha rilevato lesioni non solo compatibili con l’omicidio, ma addirittura con la tortura, per il fatto che non presentavano segni esterni.L’uomo era stato probabilmente scambiato per uno spacciatore internazionale o per un anarchico, cosa che avrebbe sicuramente garantito un assoluto silenzio da parte di tutti gli organi di informazione. Perchè tutti sono tacitamente d’accordo che uccidere un anarchico si può, da Sacco e Vanzetti in poi. Ma pur con le dovute cautele, essendoci qualche sospetto che Aldo fosse una persona perbene, un bravo artigiano e padre di famiglia, qualcuno, tra la notizia dello scandaloso furto di un portafoglio da parte del solito extracomunitario o di qualche emergenza (caldo, freddo, pitbull, rapine, influenza, zanzara tigre…) ha citato quanto successo, certo in modo molto discreto, per timore di risultare invadente, visto che i giornalisti si dimostrano sempre così rispettosi del dolore degli altri! Quindi se non avete mai letto niente di queste persone e delle loro storie è perchè pochi ne hanno parlato, forse perchè non sono state giudicate abbastanza interessanti o perchè c’è la paura che le persone si incazzino e sconvolgano l’ordine mentale e pubblico dei bravi cittadini, cosa che è successa quando è stato ucciso il tifoso laziale Gabriele Sandri (altra vittima del boia). Tristemente c’è da notare che se quella notte Roma non fosse stata messa a ferro e fuoco nessuno il giorno dopo avrebbe preso le distanze dal poliziotto che aveva sparato dicendo addirittura che “aveva sbagliato“. Se il dolore non fosse esploso così violentemente ma fosse stato silenzioso, come succede la maggior parte delle volte, si sarebbe detto che il poliziotto aveva sparato in aria, e che il proiettile era stato deviato da uno stormo di piccioni viaggiatori che si trovavano a transitare proprio sulle teste dei poliziotti nel momento in cui è partito il colpo. Così il colpo che ha ucciso Carlo Giuliani è stato deviato da un sasso, Marcello è stato stroncato da un infarto, Federico è morto per overdose, Aldo…forse una rara malattia genetica che ti stacca contemporaneamente cervello e fegato. Tutto può essere!

E se si riuscisse a dare giustizia solo a Gabriele, l’equazione sarebbe palese, eppure sarebbe già qualcosa.

Giada

Una laurea…

Dicembre 19, 2007

Che bello vedere i miei amici che si laureano! Prima di laurearmi era una cosa che mi spaventava da morire, perchè dentro di me temevo di non arrivarci mai, ma ora tutta questa emozione è una cosa che mi rende davvero felice. Io mi sono laureata il 26 giugno, il giorno del mio 25esimo compleanno e io credo molto alle coincidenze! Mi piaceva tanto il mio vestitino bianco comprato da Dixie con Annabel, la migliore amica francese che abbia mai avuto, le scarpe “per forza” bianche”, comprate da Ethic con Chiara, la mia carissima coinquilina, e la borsa che “non potevo non comprare bianca”, presa con mia sorella Michela al negozio vintage sotto casa la mattina della tesi.

Non avevo paura, ero tranquilla, sicura di conoscere Jack London meglio di chiunque altro dentro quell’aula. Mi sentivo in tutto quello che avevo scritto, specie nella critica alla società moderna su cui avevo insistito da morire, tanto per cambiare! Ma quello che più volevo quel giorno era non sentirmi come chiunque altro. Era il mio compleanno e la mia laurea, volevo che quel giorno fosse solo mio. Non volevo che mia mamma si portasse dietro la figlioletta del suo datore di lavoro per non sentirsi in colpa di aver preso un giorno libero, che si trattenesse per non far sentire trascurata mia sorella, non volevo che si programmasse la giornata in base a quello che mia nonna poteva fare, non volevo che Guido tirasse fuori all’ultimo momento una cosa più importante da fare per non venire a cena. Volevo che si pensasse solo a me. E’ stato un bel giorno, sono stati tutti bravissimi e questo mi ha dato più soddisfazione del voto o di qualunque altra cosa.

 E’ un bel ricordo, perchè hai tutti vicino e tutti sono felici per te e in fondo, in qualunque modo vada, senti di aver fatto qualcosa di importante e non solo per la laurea. Pensi a tutto quello che c’è stato, che hai vissuto durante gli anni che ti hanno portato alla tesi. Forse è quello che ti emoziona, oltre alle lettere inaspettate, ai messaggi, ad alcuni regali che non riesci ad aprire prima di entrare a discutere, perchè sennò ti viene un groppo alla gola e scoppi in lacrime ancora prima di cominciare.

 E’ bello sentirsi speciale. Penso che la sola persona che mi ha fatto sentire così sia stata mio nonno. E lui non ha potuto vedermi laureata. Non ho bisogno di essere rassicurata su di me, però mi piace quando le persone riescono a capirmi. E non mi sento speciale quando qualcuno mi dice che sono meglio di tutti, mi sento speciale quando qualcuno trova parole solo per me, per come sono e per chi sono. Parole che valgono solo per me, per la mia diversità da tutte le altre persone del mondo.

 “Voi siete belle, ma siete vuote – disse ancora – Non si può morire per voi. Certamente un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perchè è lei che ho innaffiata. Perchè è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perchè è lei che ho riparata con il paravento. Perchè su di lei ho ucciso i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perchè è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perchè è la mia rosa”.

Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry.

..::Cyrano::..

Dicembre 16, 2007

“Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto,

infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perchè con questa spada vi uccido quando voglio.

Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati,

buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza;

godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura

e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l’ignoranza dei primi della classe.

Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna.

Gli orpelli? L’arrivismo? All’amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,

io non perdono, non perdono e tocco!

Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti,

venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false

che avete spesso fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte

tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto, assurdo bel paese.

Non me ne frega niente se anch’io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;

coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,

io non perdono, non perdono e tocco!

Ma quando sono solo con questo naso al piede

che almeno di mezz’ora da sempre mi precede

si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore

che a me è quasi proibito il sogno di un amore;

non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,

per colpa o per destino le donne le ho perdute

e quando sento il peso d’ essere sempre solo

mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,

ma dentro di me sento che il grande amore esiste,

amo senza peccato, amo, ma sono triste

perchè Rossana è bella, siamo così diversi,

a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi versi…

Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un’altra vita;

se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito, guardatevi nel cuore, l’avete già tradito

e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso,

le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;

tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti.

Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco,

io non perdono, non perdono e tocco!

Io tocco i miei nemici col naso e con la spada,

ma in questa vita oggi non trovo più la strada.

Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo,

tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo:

dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto

dove non soffriremo e tutto sarà giusto.

Non ridere, ti prego, di queste mie parole,

io sono solo un’ombra e tu, Rossana, il sole,

ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora

ed io non mi nascondo sotto la tua dimora

perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano,

se mi ami come sono, per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo…Cyrano”

Francesco Guccini

No, non mi sento meglio per niente. Anzi mi incazzo. Ma forse questo è positivo, perchè vuol dire che non sono superficiale come tanti ragazzi della mia età. Trovo che essere superficiali per dei ragazzi di ventanni (o venticinque o trenta) sia una cosa inaccettabile. Dopo i trenta/trentacinque ci possono essere buoni motivi: si hanno più preoccupazioni, più cose a cui pensare, trovare un lavoro vero, sistemarsi, fare un mutuo per comprare la casa…si cambia insomma. Ma noi a cosa dobbiamo pensare, che siamo spesso ancora studenti mantenuti da babbo e mamma? Come si fa a non essere utopisti ora, a non pensare che tutte le cose dovrebbero essere più giuste e a non incazzarsi quando non lo sono?

A volte vengo a sapere delle cose allucinanti, di sopraffazione nei confronti di chi non può difendersi, di abuso di potere, di umiliazioni varie fisiche e morali, arresti fatti solo per intimidire, omicidi passati come morti naturali o accidentali e mi chiedo come fanno le persone a continuare a pensare solo ai fatti loro o a commentare solo “è sempre il solito schifo“?.  Oppure come si fa a continuare a mangiare quegli stupidi panini del McDonald, a comprare le cose della Nestlè o della Nike dopo tutto quello che orami si sa, si deve sapere?

Io vorrei diventare giornalista, ma i giornalisti mi fanno schifo la maggior parte delle volte. Con il loro stupido mito dell’obiettività, il terrore di essere di parte e di infastidire qualcuno, il leccare il culo in continuazione per poi scrivere pezzi sulla tranvia, sulle bollette che aumentano e gli autobus che non passano in orario. La loro stupida fretta che porta ad approssimazioni e calunnie, al giustizialismo, al razzismo, al panico generale. E a volte vorrei sapere se sono davvero così idioti o se sono totalmente asserviti al potere, che forse avrebbe maggiore senso.

Io vorrei chiedere a quelli che studiano Scienze della Comunicazione come me se veramente vogliono diventare questo tipo di persone e perchè. Perchè sicuramente non vorranno diventare dei giornalisti tipo Ilaria Alpi che si è fatta ammazzare per un’inchiesta. Cosa vogliamo comunicare? Perchè al di là di un etichetta che può essere di giornalista, esperto di marketing, pubblicitario ecc… c’è qualcosa che ci preme a livello dei contenuti. O ci venderemo al primo che passa cercando in un modo o nell’altro di fare soldi? Passati i trent’anni uno che pensa questo può essere giustificato, ma a venti no. Io so che non potrò diventare come Ilaria Alpi perchè non sono abbastanza brava, però per esempio mi piacerebbe parlare di come è morta questa ragazza, se qualcuno riuscirà mai a scoprirlo con precisione.

In qualche modo noi che stiamo seguendo il corso di Tecniche del linguaggio radiofonico, anche se con un professore un po’ insolito che ci parla di tutto meno che della radio, siamo avvantaggiati perchè per lo meno ci stiamo ponendo questo problema e nella sua stravaganza Massimo forse un intento logico ce l’ha davvero! E non a caso siamo sempre gli stessi, quelli che hanno stretto un rapporto più profondo. Forse voglio diventare scrittrice, perchè non ho la lucidità e la freddezza del giornalista. Se dire il cuore sembra troppo sdolcinato diciamo che mi sento le cose nello stomaco e non sto meglio quando le so. Mi sento impotente. Però per ora mi consola il fatto che c’è qualcuno a cui posso raccontarle, che non mi prende per scema se mi vengono le lacrime agli occhi e che mi ascolta.

Giada

Ma perché?!

Dicembre 6, 2007

Ma perché ho ceduto alla tentazione del mio egocentrismo latente e ho deciso di aprire un blog, come se avessi qualcosa di terribilmente interessante da dire? Fondamentalmente perché penso di avere davvero qualcosa da dire, il che è sempre un bene, ma forse non basterebbe. Quello che più mi spinge oggi è il bisogno di uno spazio dove riversare tutti quei pensieri che ora come ora mi rimangono sullo stomaco più che nella mente, che mi fanno arrabbiare, impazzire, intristire, deprimere, ridere, sognare o gioire.

La maggior parte delle persone ha sviluppato un’assuefazione, o per meglio dire un’apatia a tutto. Alcuni dicono che è colpa della televisione, dei reality show come dei telegiornali, ma per me non ci sono così tante scuse o giustificazioni e gli uomini sono sempre responsabili in prima persona della loro stupidità. E’ che alcune cose a volte sembrano lontane da noi, così lontane che ci sentiamo legittimati a non ascoltare o a non capire. E invece non ci sono più molte scuse.

Più che arroganza questo blog sarà il segno della mia ultima ingenuità e speranza di cambiare il mondo, senza bisogno di darmi fuoco in qualche piazza per farmi sentire! Ma molto più modestamente parlando di me e di quello che vedo intorno tutti i giorni, dei miei libri, dei miei film, della mia musica, di notizie belle e brutte, di persone comuni, dei miei eroi e di tutto quello che mi ha insegnato a pensare e forse a capire qualcosa, se non del mondo intero almeno delle persone e di me stessa. Con l’assoluta convinzione di non sapere niente e di avere sempre e solo da imparare, comincio a scrivere. Poi vedremo quello che succede!

Giada